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Romeo e Giulietta


Romeo e Giulietta
Il ritorno di Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan sulle scene scaligere ha avuto il suo principale motivo di interesse nello straordinario debutto italiano in un ruolo a serata di Alina Cojocaru, la ventiseienne stella del Royal Ballet di Londra, rumena di formazione accademica ucraina (nella scuola di Kiev che sforna talenti del balletto classico come Zakharova, Matvienko, Sacha Riabko e via dicendo). Considerata tra le massime interpreti della nuova generazione, incoronata dalla critica britannica come Giselle del nostro tempo e con un repertorio di ampio raggio, che dal romanticismo arriva al postmoderno di Forsythe, Alina ha quella speciale star quality, che davvero, in scena, si traduce con una luminosità connaturata alla sua semplice presenza e che si irradia attraverso il fluire del movimento.In questo, ricorda assai da vicino Carla Fracci. In più, ha una musicalità particolare, capace di sgorgare in una cantabilità di movimento che ogni volta fa pensare che quella sequenza di passi - e solo quella - sia assolutamente necessaria a quella particolare musica. In questo senso esalta la coreografia e insieme se ne appropria, facendone testo e pensiero del suo personaggio: ne valorizza i chiaroscuri e le intenzioni e insieme offre spunti per scoprire, in partiture già notissime e già fissate nella memoria da altre grandi interpretazioni, qualcosa di nuovo, personale e credibile. Una coreografia, quella di MacMillan, che, ormai quarantacinquenne, comincia a mostrare qualche ruga nella concezione del corpo di ballo (sia nelle scene di piazza, con duelli schematici e petulanti danze tra le prostitute e le donne del popolo; sia in quelle in casa Capuleti, con interminabili sfilate a la Petipa) e in certi manierismi psicologici (si veda la scena della nutrice con Romeo e gli amici o la morte di Mercuzio). Ma che ha ancora punti di forza proprio nelle scene di Giulietta: la sua prima entrata, la scena del balcone, il duetto della camera da letto e poi quella, teatralmente forte, della decisione di assumere il veleno. E qui l'interprete ha delineato un ritratto adolescenziale fresco e innocente, gradualmente catturato dalla passione e dal dolore, con abbandoni del corpo flessuoso che diventa sinuoso e aereo, e poi pesante e grave nella scena della tomba, e con una danza che dallo sguardo arriva alla punta dei piedi.Bella sorpresa per il pubblico scaligero, orfano di una danzatrice tragédienne della levatura di Alessandra Ferri e che ha potuto rivedere Cojocaru giovedì 21 febbraio sempre a fianco di Roberto Bolle. Il quale è oggi più che mai consapevole di una necessaria rilettura interpretativa dei ruoli che ne hanno consolidato la fama e, dopo il ritiro di Ferri, sta cercando nuove compagne con le quali trovare quei proficui stimoli. La partnership con Alina e con il suo approccio così personale e intimo con la musica di Prokofiev (che sembra aver compreso fino alla più profonda intenzione) è però ovviamente ancora in rodaggio e certo anche fisicamente il suo torreggiante Romeo sembra sovrastare eccessivamente la minuscola Giulietta rumena. Vedremo dunque cosa porterà il futuro alla nostra stella trentaduenne, oggi davvero, doverosamente, desideroso di affrancarsi dal clichè principesco, nel quale, ohimè, rischia di rimanere, altrimenti, impaniato.Nell'opulento e talvolta incongruo allestimento firmato da Ezio Frigerio (talmente incongruo che il Principe di Verona e i suoi armigeri escono dalla Basilica armati per fermare la rissa in piazza e il letto di Giulietta sembra un'arca scaligera) il corpo di ballo milanese si è mosso con puntualità e rigore e accurata è stata la caratterizzazione dei tre coprotagonisti fatali, Antonino Sutera (Mercurio), Alessandro Grillo (Tebaldo) e Mick Zeni (Benvolio) affiancati dall'elegante Riccardo Massimi nel ruolo di Paride. L'Orchestra della Scala diretta con sicurezza da Paul Connelly ha reso giustizia alla bellissima partitura di Prokofiev.di Silvia Poletti