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I gemelli


I gemelli
Seconda tappa di "Ombre" progetto ambizioso in tre momenti che coinvolge altrettante scrittrici, da Ingeborg Bachmann (Occhi felici, andato in scena l'anno scorso) a Fleur Jaeggy, per poi terminare con I gioielli di Madame de... di Louise de Vilmorin a fine 2008, I gemelli è tratto dal volume di racconti La paura del cielo, della Jaeggy. Una scrittura in qualche modo "doppia", iperrealistica e visionaria allo stesso tempo, che non poteva non affascinare un artista come Giorgio Marini, stravagante e insolito, sempre alla ricerca di un sigillo personale per i suoi lavori. I gemelli è un viaggio nel buio, fra sciabolate di luce improvvisa, dentro una landa desolata che rappresenta il gelo della vita, quel nulla ghiacciato dove a malapena alita la coscienza. Ma questo viaggio riguarda anche - e forse soprattutto - la ricerca di un'identità, il senso di un'esistenza in questo caso ancor più doppia e misteriosa perché di due gemelli si tratta. Un'unione, quella di Hans e Ruedi, che si snoda per scontento, cercando di colmare il mistero dell'attrazione che sempre lega fra di loro i gemelli, quasi cercando di fare di due uno. Puntualmente là, nelle Alpi svizzere, tutto questo e molto altro succede ai due gemelli nati chissà dove, cresciuti in un orfanotrofio, sguatteri a 14 anni, ritornati nel proprio paese di origine forse per trovare delle risposte alla loro vita. Due che si congiungeranno carnalmente una sola volta: quasi un'unione mistica - sostengono -, che li rende più forti e consapevoli. Due fuori squadra, guardati con sospetto dalla comunità, un punto interrogativo dentro un perbenismo di facciata con le sue tendine alle finestre incorniciate di fiori. Un'umanità con le sue credenze, le sue idiosincrasie, uomini e donne, un pastore protestante sempre con il dito teso e l'anatema pronto, e una dolce moglie impaurita dall'animo gentile che ama gli animali. E poliziotti dal finto buon cuore, e gli abitanti del villaggio dove si fa sempre più radicale il contrasto fra vecchi e giovani.Fra alberi beckettiani rinsecchiti, pochi oggetti scenici, Hans e Ruedi, biondi gemelli dai pantaloni alla zuava, come dei novelli Vladimiro ed Estragone, sdraiati per terra interrogano la luna e il cielo, visitano le tombe, perennemente in attesa del loro Godot. Che, quando arriva, è un poliziotto che li vuole sfrattare dalla casa in cui vivono per mandarli in un ricovero per vecchi a vivere infinite giornate sempre uguali, giocando a carte.Marini spinge i suoi bravi attori - Elisabetta Piccolomini e Anna Paola Vellaccio che sono i due gemelli ed Emanuele Carucci Viterbi che interpreta ruoli diversi e che assume anche la parte del narratore - a un gioco teatrale mentale senza creare personaggi, ma ricostruendo dal punto di vista della scena il movimento, il lento ritmo interno del racconto di Fleur Jaeggy. Lui e loro giocano senza rete in questo spettacolo di silhouettes dove i rarissimi oggetti assumono una forte valenza simbolica e dove le voci diverse, la luna, il cielo, i fiori, gli animali fanno parte di un unico flusso di vita. Fantasmi usciti dalle pagine di un libro o memorie di una casa di morti, il regista regala loro una vita in bianco e nero, ectoplasmatica, dentro una scena inquietantemente notturna, come in un film di Sjöström o di Bergman. di Maria Grazia Gregori