La rigenerazione
Aldilà della qualità del testo di Italo Svevo, della regia elegante e piena di humour di Antonio Calenda,
La rigenerazione è uno spettacolo da vedere per la graffiante, beffarda, strepitosa interpretazione di Gianrico Tedeschi, grande attore che il tempo non ha appannato ma anzi - se possibile - affinato e reso più profondo. La storia che si rappresenta nella belle scene di Pier Paolo Bisleri,
gli è del resto più che mai congeniale: si racconta di un vecchio,
simpatico e un po' svanito di oltre settant'anni che l'ambizione di un
nipote medico spinge a un'operazione di ringiovanimento in quella
Trieste del 1928 in cui molto si favoleggiava di una cura ( la discussa
"cura Voronoff" proprio come oggi c'è il Viagra) capace di far
ritrovare non solo la salute ma anche gli antichi ardori ai signori in
là con l'età. L'operazione, riuscita, rimette in pista
Giovanni Chierici, ma non tanto e banalmente con exploits sessuali
quanto con la capacità di vivere storie fra il reale e l'immaginario
attraverso una serie di sogni che mescolano e confondono il presente e
il passato, riportando alla memoria, con un occhio alla psicoanalisi,
il suo vissuto più profondo. Così la bella camerierina di casa si
confonde con il suo primo amore, con quel tanto di rimpianto per ciò
che avrebbe potuto essere e non è stato, in grado di rendergli
insopportabili i comportamenti perbenisti di casa. Ben oltre l'apparente leggerezza, la commedia sveviana, che si avvale dell'adattamento di Nicola Fano,
pone l'accento sul grande tema della paura della vecchiaia come
anticamera della fine, del tentativo - oggi più che mai di moda -, di
fermare non solo l'attimo, come chiedeva il Faust di Goethe, in
filigrana presente come reminiscenza nel testo, ma addirittura il
secolo. Tedeschi nei panni di Giovanni Chierici gioca sul doppio filo
di un'ironica tenerezza e di una profonda consapevolezza che si
evidenzia nel colloquio finale con la moglie dove i due vecchi coniugi
hanno modo di guardarsi in faccia per la prima volta. Intorno
a questo grande personaggio ruota una galleria di tipi notevoli: dalla
moglie assennata e indulgente anche a sproposito, interpretata dalla
brava Lidia Koslovic, alla spigolosa figlia del protagonista (Sveva Tedeschi,
che è anche figlia d'arte) ossessionata dalla morte del giovane marito
condannato a fine prematura da un invecchiamento irrefrenabile,
corteggiata da uno spasimante un po' stolido quasi da vaudeville (Fulvio Falzarano), dalla cameriera Rita , fatale senza saperlo (Zita Fusco). E poi dottori, spasimanti: un girotondo dai sentimenti confusi che ci ripropone un grande scrittore e un grande attore.
di Maria Grazia Gregori