La caccia
La caccia, il bello spettacolo che Luigi Lo Cascio ha ideato e realizzato per il CSS di Udine, è una personale, convulsa riscrittura delle Baccanti di
Euripide incentrata unicamente sul destino di Penteo, il tiranno di
Tebe che dapprima osteggia Dioniso e poi, suggestionato dal dio, non sa
resistere al desiderio di spiarne le adepte impegnate nei baccanali, e
viene atrocemente ucciso dalla più scatenata fra loro, che è Agave, sua
madre: la vicenda, riletta nel segno di Kafka, di cui vengono evocati
alcuni esemplari squarci onirici, è tutta concentrata nel corso
dell'ultima notte del personaggio, una notte tormentata da incubi e
visioni.In una febbrile discesa nei meandri della psiche, egli
passa dunque da un atteggiamento di intransigente moralismo, di
spietato rifiuto delle pulsioni irrazionali incarnate da Dioniso a
un'incontrollabile attrazione che lo spinge a vestirsi da donna e a
seguire oscuri istinti, cadendo nella trappola messa in atto dalla sua
presunta vittima. Il cacciatore si trasforma in preda, il dittatore
fascista o nazista insofferente di vizi e trasgressioni si trova ad
aggirarsi per i boschi vestito da donna, in una condizione che è più di
un temporaneo mascheramento, è un totale smarrimento dell'identità
sessuale, è il cedimento al sogno di essere diverso da se stesso.Ma
lo spettacolo, nella sua sottile ambiguità, è anche espressione di un
altro smarrimento, l'odierna perdita delle radici classiche, il venir
meno dei valori profondi della tragedia, i cui cori non a caso sono
sostituiti da stralunati spot pubblicitari: ciò che essa fu, possiamo
solo provare a ricostruirlo attraverso i dotti interventi di un
saccente studioso, al quale - con folgorante invenzione - dà vita
l'immagine elettronica di un bambino, il geniale attore in erba Pietro Rosa.
Anche lui, come Penteo, da cacciatore diventa preda: cercando di
catturare razionalmente l'imprendibile entità dionisiaca, viene a sua
volta dilaniato da feroci rapaci.In senso stretto, La cacciasarebbe
un monologo: ma grazie a un sofisticato apparato visivo il protagonista
si trova senza sosta a confrontarsi, oltre che con l'incorporeo,
giovanissimo critico, con un'incessante trama di figurazioni digitali -
animali minacciosi, proiezioni dell'inconscio - che appaiono come
strani graffiti rupestri sul nero fondale. L'effetto è prodigioso:
poche volte, credo, si è visto un uso teatrale delle tecnologie così in
linea col clima poetico di uno spettacolo, una vera trasposizione
grafica della vena kafkiana che lo percorre, un perfetto prolungamento
dell'inquieta, notturna interpretazione del bravissimo Lo Cascio.
di
renato palazzi