Il castello di Barbablu e L'enfant et les sortilèges
Al San Carlo di Napoli un'accoppiata felice e uno spettacolo meritatamente applaudito in tutte le sue componenti. In scena
Il castello di Barbablu di Bela Bartòk e
L'enfant et les sortilèges
di Ravel. Sulla carta sembrava un accoppiamento poco giudizioso, i due
compositori sono agli antipodi, e se la prima opera di solito viene
data insieme a
Erwartung
di Schönberg (le protagoniste dell'una e dell'altra sono due donne allo
zenit del loro destino), la seconda più tranquillamente accompagna
l'altro titolo teatrale del musicista francese,
L'heure espagnole. All'insegna invece dell'inconscio e delle sue trame è la chiave che unisce l'
incubo simbolico di Bartòk alla
fantasia lirica di Ravel. E se la fiaba di Perrault attraverso le mediazioni di Maeterlinck - e ricordo la sua poco nota e bellissima
Ariane et Barbe-Bleue
musicata da Paul Dukas - e poi di Bela Balàsz acquisisce tutto
l'indotto che compenetra decadentismo ed espressionismo attraverso
l'emergenza psicanalatica, quella di Colette, meno programmaticamente
ma non per questo meno significativamente perde la sua levità fiabesca
per rivelare in filigrana il sottofondo di paura e di angoscia. Questo hanno capito e risolto insieme il maestro Jeffrey Tate e il regista Roberto Andò,
forte di una cultura letteraria e cinematografica che gli hanno
permesso di risolvere mirabilmente soprattutto il sempre problematico
allestimento dell'opera di Bartòk. Tate ha condotto l'orchestra del San
Carlo, di cui è da qualche anno il direttore musicale, con magistrale
finezza e coloritura, mettendo in rilievo la distanza e la convergenza
di due compositori così distanti musicalmente e culturalmente, eppure
vicini per ricerca e rigore formali. È difficile oggi
ascoltare un Barbablu più intenso, coinvolgente e luminoso di quello
che abbiamo sentito al San Carlo, grazie anche ai due interpreti
davvero adattissimi, Làszlò Polgàr nel ruolo del duca e Ildiko Komlosi
in quello di Giuditta, non solo brava vocalmente e drammaticamente ma
anche bellissima. E non meno felice è risultata la sua interpretazione
dell'"operina" raveliana di cui Tate ha evidenziato il perfetto e
smagliante congegno sonoro dentro cui, come un incanto, risuonano tanti
echi futuri. Come ho già detto, Robertò Andò con l'aiuto dei bozzetti
di Marc-Camille Chaimowicz e le proiezioni video di Luca Scarzella
ha costruito un gotico espressionista essenziale su cui si muovono i
due interpreti, carichi di tutta la loro ritualità simbolica, giocando
su citazione filmiche (Andò cita perfino l'ultimo Kubrick Eyes Wide Shut)
e referenze freudiane. Meno originale, anche se gustosissima, è la
soluzione scenica e registica de L'enfant, in cui spicca l'eccezionale
interpretazione di Marina Comparato.
di Piero Gelli