An Oak Tree
Si può vedere in questi giorni a Milano - ma ha girato e
girerà per altre piazze -, uno spettacolo per diversi aspetti curioso messo in scena da Fabrizio Arcuri per l'Accademia degli Artefatti. Collegato a un altro testo,
My Arm,
storia estrema di un braccio di un giovane uomo che, per sfregio alla
società nella quale vive, si trova a lanciare una sfida a se stesso ma
non solo per cercare di capire fino a quando potrà resistere con un
braccio piegato sulla testa senza poterlo usare, vivendo e morendo fino
a quando il braccio vivrà, ho incontrato per la prima volta la
drammaturgia scorticante dell'americano Tim Crouch,
drammaturgo e attore in uno spettacolo oserei dire fuori squadra ma
ferocemente organizzato, apparentemente sfasato rispetto alla vicenda
eppure nello stesso tempo pervicacemente, visceralmente legato alla
storia che racconta. Questo testo è
An Oak Tree,
l'albero della quercia, presa, si direbbe, a emblema della natura,
panteisticamente sofferente e testimone di eventi che le succedono
accanto fino a trasformarsi, per chi ricorda, in ciò che rimane, che
resta di un corpo di adolescente messo sotto da una macchina.Ma
sarà poi così? La domanda è quasi d'obbligo visto che siamo su di un
palcoscenico, luogo d'esibizione di un nipotino di Copperfield, un
padreterno mefistofelico che compie i suoi riti di ipnosi su di un
pubblico disponibile. Dunque uno abituato a misurarsi con
l'impossibile, con la credulità, con la finzione. A ben guardare,
dunque, questo testo un po' criptico, strutturato come un giallo
psicologico, che ci lascia con un pugno di mosche, mette in scena
l'idea stessa di un teatro che si confonde con la vita nel momento
stesso in cui, trionfa la finzione. Così non è tanto importante sapere
se è poi vero che quella specie di dj infernale che orchestra le storie
e le attese degli spettatori sia il vero responsabile della morte della
fanciulla investita da una macchina su di una strada e che sia proprio
questo esperimento da artefice magico il mezzo che gli permette di
confessarlo al padre di lei. Quello che ci interessa, infatti,
è la partita a due teatrale fra il protagonista che varia a seconda dei
giorni (quando l'ho visto io il bravo Pieraldo Girotto) e un attore che sta fra il pubblico (Federica Fracassi,
sorprendentemente duttile) pronto ad assumere diverse identità a
seconda della sedia sulla quale si siede, guidato e spinto a
improvvisare dalla presenza debordante da deus ex machina
dell'illusionista. Ovviamente lo spettacolo cambia di sera in
sera a seconda dell'attore coinvolto e delle sue risposte, della sua
sensibilità al ferreo canovaccio (?) di Crouch. Stimolante, inaspettato
anche se un po' ripetitivo.
di Maria Grazia Gregori