zona a rischio

Keely and Du


Keely and Du
Un'organizzazione di fanatici "difensori della vita" che rapisce donne prossime ad abortire e le tiene segregate fino al parto. Un prete integralista che ha deciso di diventare "latitante di Dio" per poter imporre alle sue vittime le proprie condizioni, assistenza medica ed economica, possibilità di affidare il bambino in adozione, ma obbligo assoluto e coercitivo di portare a termine la gravidanza, e nessuna libertà di scelta per le ragazze coinvolte. Poco importa che Keely, la protagonista, sia stata violentata dall'ex-marito: l'hanno anzi scelta apposta perché quello dello stupro è uno dei casi emblematici citati dai sostenitori dell'aborto.Lo zelo del prete e della sua assistente, un'ex-infermiera, arriva fino a praticare sottili forme di tortura. Non solo Keely viene tenuta ammanettata al letto. Per ammansirla le mostrano fotografie di feti maciullati, le portano scarpine da neonati, le impongono di auscultarsi la pancia con lo stetoscopio. Al culmine di queste vessazioni, è costretta a incontrare il marito pentito, che aspira a ricomporre la dissestata famigliola. Quando, pur di sfuggirgli, si libera atrocemente del figlio con un gancio di metallo, il religioso, per evitare guai, non vorrebbe neppure chiamare l'ambulanza, e lei si salva unicamente grazie all'abnegazione della sua carceriera.Nella pièce dell'americana Jane Martin tutto è esasperato, tutto è spinto all'estremo paradosso. A rigore non si può dire che sia un bel testo: anzi, è poco credibile, persino un po' scomposto. Le stesse due opposte figure femminili, la ragazza rozza, sboccata e l'anziana sorvegliante redenta dalla solidarietà tra emarginate, sembrano fatte di clichè, di facili luoghi comuni. Ma l'autrice non intende rappresentare una bella storia: vuole urtare, provocare, far discutere. Vuole mostrare le feroci conseguenze cui le donne sono esposte se perdono il diritto di disporre di se stesse. E in tal senso va dritta allo scopo, con una durezza senza precedenti.Proprio da questo punto di vista lo spettacolo allestito da Beppe Rosso per lo Stabile di Torino e i Teatri Indipendenti non lascia del tutto soddisfatti: l'attore-regista ha fatto bene a proporre questo testo che è stato scritto nel '94, ma nel dibattito pubblico italiano risulta oggi di un'attualità sconcertante. E ha fatto bene a realizzare una messinscena essenziale, stilizzata, tutta focalizzata sull'urgenza dei contenuti. Ma la Martin vi ha riversato una carica di violenza che qui non viene espressa, resta come attutita, stemperata nell'ambientazione non realistica e nelle intonazioni fin troppo accattivanti di Barbara Valmorin e degli altri interpreti. di Renato Palazzi