La signorina Else
A leggere le note di regia de
La signorina Else, seduti sulle sedie scomode del Piccolo Jovinelli di Roma, si è presi da un senso di malessere.
Il regista, Federico Olivetti,
nell'arco di una paginetta riesce a chiamare in causa Camus,
Schopenhauer (che, detto per inciso, si scrive con la c dopo la S),
Jung, Musil, Joyce e Beckett, poi basta voltar pagina e arriva anche
Wagner e l'Induismo.Afflitti da tanto citazionismo, e preparati
dunque al peggio, aspettiamo rassegnati che lo spettacolo inizi, nel
vociare di un pubblico "da grandi occasioni", con star del cinema e
della tv in sala. Poi, come si schiudesse una rossa scatola, magica o
infernale, si aprono due delle quattro pareti - aggettanti sul
proscenio - che chiudono lo spazio, ed ecco che lo spettacolo prende il
via, affidato alle corde, alla esile e bella figura di Cecilia Cinardi. Volto
che ricorda quello solare di Julie Andrews, abito rosso come
l'espressionista ballerina Anita di Otto Dix (altra citazione, vista
l'immagine che fa bella mostra di sé in locandina), la Cinardi parte in
quarta, con entusiasmo e freschezza: fa della Else raccontata da
Schnitzler una ragazzina pervasa di passioni e candori, "al limitar di
gioventù", come diceva il poeta, ma un po' più disinvolta. Dà voce al
suo mondo, agli incontri, alle passioni, alle paure e alle fragilità di
una giovane perbene, incantata ma non troppo, curiosa e smaniosa di
vita. Arde di entusiasmi e si spegne in ingenuità, questa Else, troppo
donna e troppo bella per essere davvero innocente e troppo bambina per
essere ancora spudorata o semplicemente consapevole. Eppure
non è adamantina, la fanciulla: nei quadri che si succedono, sotto un
surreale e occhiuto lampione annodato, la Else affonda in se stessa e
corre veloce verso l'epilogo tragico di uno squallido dramma borghese
di un'Austria poi non così lontana. Vittima delle sventure
economiche del padre, Else deve "sacrificarsi", vendersi in cerca di un
prestito che possa sanare la pericolosa situazione familiare. Deciderà
di non decidere, ovvero di immolarsi al ricco signor von Dorsday ma in
una trance, obnubilata dai barbiturici. Corre, insomma, verso il
suicidio esemplare, folgorante nella sua bellezza nuda, inebriata di
sensi e ancora con una grande voglia di vivere... Se è vero
che Freud chiamava "caro collega" lo scrittore austriaco, il racconto
di Else è una seduta di (auto)analisi sulle possibilità della
perversione innocente: strano ossimoro, certo, ma quanto mai adatto per
questa figura di ragazza. Vuole vivere, Else, desidera con tutta se
stessa la passione, ma al tempo stesso desidera e teme la morte, grande
e voluttuosa seduttrice.Cecilia Cinardi riesce a tenere alta la
tensione e la fascinazione: gioca con seduzione sul suo corpo,
intuibile dietro il velo del vestito aderente, e asseconda il disegno
registico fatto, come detto, di (eccessive) citazioni e allusioni, di
rimandi e inciampi, di straniamenti e spezzettature, di nevrosi e
ironie. Olivetti focalizza l'attenzione sul parossismo degli ultimi
istanti: è una danza macabra (sulle coreografie tracciate da Michela Lucenti), quasi fosse un lungo flashback, un susseguirsi di immagini e voci, di ricordi e suggestioni. Questa Signorina Else, certo non perfetta ma perfettibile, è un grido disperato, di una insostenibile solitudine destinata a rimaner tale.
di Andrea Porcheddu