Il re muoreIl re muore, scritto nel 1962 in soli dieci giorni, è definito dall'autore, Eugène Ionesco, come un apprendistato della morte". Pietro Carriglio riporta in scena questo egregio saggio di teatro dell'assurdo, nella traduzione di Edoardo Sanguineti. Protagonisti sono Nello Mascia e Alvia Reale, sempre bravi, accompagnati da Sergio Basile, Fiorenza Brogi, Eva Drammis e Aldo Ralli.Il re Berenger, sovrano di un regno ormai distrutto, ha finito i suoi giorni. Il re deve morire, così come ogni uomo. E non importano il potere, la ricchezza, la regalità: anche lui è solo di fronte ad una morte che appare cinica, impaziente di portarlo via con sé. È come se ogni tentativo di recuperare un'umanità perduta per sempre fosse vano. La compassione è finita: anche gli altri personaggi (le due regine, il medico, i servi) che gli vivono accanto, che con lui hanno condiviso ogni cosa, pian piano lo abbandonano, lasciandolo da solo a vivere il suo infausto destino di desolazione. La fine di ogni speranza si riflette nelle bellissime scenografie e nei costumi realizzati da Maurizio Balò, che sembrano tante ragnatele pronte ad avvolgere ogni cosa irrimediabilmente. Sotto al proscenio, poi, montagne di immondizia raggiungono quasi gli spettatori, a indicare che davvero tutto è caduco ed effimero, tutto appare ormai senza speranza. Anche l'amore potrebbe non contare più nulla, potrebbe non essere sufficiente.Ma Il re muore è metafora anche del teatro e della sua crisi: sul palco si celebra un rito antico, ma non immune da possibili disfatte. Del resto, non è il teatro ancora oggi il luogo più adatto a discutere e rappresentare le miserie umane?La musica discontinua e minimalista di Matteo D'Amico fa da contrappunto ai gesti di tutti gli attori, alle mimiche, alle parole, proclamate, strascicate, urlate, sussurrate durante la pièce. La freddezza dell'atmosfera però contagia tutto: troppa la distanza emotiva nella recitazione e il cuore del dramma si ferma sul palco senza travasare nel pubblico, che rimane malauguratamente un po' impassibile di fronte a questo eterno dramma dell'esistenza.di Marzia Apice
Il re muore
Il re muoreIl re muore, scritto nel 1962 in soli dieci giorni, è definito dall'autore, Eugène Ionesco, come un apprendistato della morte". Pietro Carriglio riporta in scena questo egregio saggio di teatro dell'assurdo, nella traduzione di Edoardo Sanguineti. Protagonisti sono Nello Mascia e Alvia Reale, sempre bravi, accompagnati da Sergio Basile, Fiorenza Brogi, Eva Drammis e Aldo Ralli.Il re Berenger, sovrano di un regno ormai distrutto, ha finito i suoi giorni. Il re deve morire, così come ogni uomo. E non importano il potere, la ricchezza, la regalità: anche lui è solo di fronte ad una morte che appare cinica, impaziente di portarlo via con sé. È come se ogni tentativo di recuperare un'umanità perduta per sempre fosse vano. La compassione è finita: anche gli altri personaggi (le due regine, il medico, i servi) che gli vivono accanto, che con lui hanno condiviso ogni cosa, pian piano lo abbandonano, lasciandolo da solo a vivere il suo infausto destino di desolazione. La fine di ogni speranza si riflette nelle bellissime scenografie e nei costumi realizzati da Maurizio Balò, che sembrano tante ragnatele pronte ad avvolgere ogni cosa irrimediabilmente. Sotto al proscenio, poi, montagne di immondizia raggiungono quasi gli spettatori, a indicare che davvero tutto è caduco ed effimero, tutto appare ormai senza speranza. Anche l'amore potrebbe non contare più nulla, potrebbe non essere sufficiente.Ma Il re muore è metafora anche del teatro e della sua crisi: sul palco si celebra un rito antico, ma non immune da possibili disfatte. Del resto, non è il teatro ancora oggi il luogo più adatto a discutere e rappresentare le miserie umane?La musica discontinua e minimalista di Matteo D'Amico fa da contrappunto ai gesti di tutti gli attori, alle mimiche, alle parole, proclamate, strascicate, urlate, sussurrate durante la pièce. La freddezza dell'atmosfera però contagia tutto: troppa la distanza emotiva nella recitazione e il cuore del dramma si ferma sul palco senza travasare nel pubblico, che rimane malauguratamente un po' impassibile di fronte a questo eterno dramma dell'esistenza.di Marzia Apice