zona a rischio

Otello


Otello
Il progetto "Work in progress", il master del Teatro Litta ideato per mettere alla prova e valorizzare - in un percorso triennale - dei registi esordienti, sta palesemente crescendo e dando risultati sempre più importanti: se Valeria Talenti, la prima a parteciparvi, aveva rivelato buone doti, salvo poi perdersi un po' per strada, Carmelo Rifici, il secondo, è ormai uno dei giovani più affermati. Ma colpisce soprattutto la maturazione del terzo, Claudio Autelli: rispetto all'Antigone di Anouilh realizzata l'anno scorso, curiosa, interessante ma fin troppo piena di intenzioni non del tutto messe a fuoco, in questo Otello ha fatto veramente passi da gigante.Del testo originale, ridotto, sfrondato, sopravvivono in gran parte le parole, ma calate in un contesto estraneo: l'intera vicenda viene infatti ambientata attorno al tavolo di un unico, interminabile banchetto nuziale in cui si celebra l'unione di Otello e Desdemona e poi la loro fine: fra palloncini, cappelli di carta e monologhi detti al microfono come fossero i discorsi dei festeggiati, i cinque personaggi - gli sposi, Iago, Emilia e Cassio - ne escono dunque naturalmente degradati, ridotti a una comitiva di goffi commensali un po' ubriachi, ignari del destino che incombe su di loro, e l'idea stessa di tragedia appare ancora una volta lontana, inafferrabile.La tavolata suggerisce una serie di stralunate parentesi mimiche che si alternano alla recitazione e spostano l'azione verso toni via via più spettrali. L'avvicinarsi del fosco epilogo è scandito, come una specie di grottesca discesa agli inferi, da un progressivo ritrarsi sotto il tavolo. Non mancano le invenzioni suggestive: il fatale fazzoletto, ad esempio, si moltiplica in una quantità di pezzi di stoffa sempre più grandi che Iago, con una folgorante gag, passa senza sosta a Cassio e quest'ultimo a Otello. E sicuramente di forte impatto è l'immagine finale di una Desdemona un po' madonna da processione impiccata a un grappolo di palloncini.Lo spettacolo è compatto, ben diretto, improntato a un grande senso del teatro. Quell'eccessivo accumulo di stili che si coglieva nell'Antigone qui è del tutto superato. Ci sono molte citazioni - da Carmelo Bene a Nekrosius a Emma Dante, per restare alle più evidenti - ma alla seconda regia ce lo si lo può anche permettere.Dovessi dare un consiglio ad Autelli, lo inviterei invece a tenere a freno un certo suo gusto fin troppo accattivante per le trovate fantasiose, come l'uso (piuttosto compiaciuto) dei palloncini. Senza dubbio sono effetti che funzionano. Ma un po' di cattiveria in più, tra tante belle immagini, forse non avrebbe guastato. di Renato Palazzi