zona a rischio

Tumore,


Tumore, uno spettacolo desolato Si può raccontare il dolore, si possono rappresentare le vicissitudini di una malata
terminale e di chi le sta accanto evitando di cadere nei toni cupi, morbosi, melodrammatici che una simile materia parrebbe comportare? Si può mettere in scena la morte - il lento, graduale avvicinamento alla morte, la progressiva assuefazione alla sua incombente invadenza - senza rinunciare a esercitare la catartica facoltà dell'ironia, il guizzo di una fosca comicità, l'ombra di un ghigno clownesco che, quasi per sfida, si insinua nello sgomento, stride, mette i brividi ma riesce fino in fondo a contrapporsi alle spirali dell'angoscia?Lucia Calamaro, autrice e regista di Tumore, uno spettacolo desolato ha avuto appunto la lucidità e il coraggio di accettare questa sfida: celebrando alla ribalta un'amica che non c'è più, lei non solo ha voluto trovare le forme e il linguaggio per affrontare una materia di per sé tabù, ma lo ha fatto provando ad affiancare la risata e il compianto. Come Vita mia di Emma Dante, il suo non è del tutto uno spettacolo, è un cerimoniale di lutto che diventa un rito vitalistico, un percorso interiore che ci consente, attraverso il teatro, di esorcizzare quel nodo oscuro che ci portiamo dentro, togliendogli per un attimo un po' del suo peso soffocante.Lo spettacolo ricostruisce le ultime due ore della protagonista passando di continuo dalla parodia al delirio, mescolando i punti di vista, le chiavi interpretative, le identità dei personaggi, entrando e uscendo senza sosta dall'azione, come se tutto fosse osservato con lo sguardo febbrile della moribonda. Lei, per gran parte del tempo, resta in secondo piano, lascia spazio alla tragica macchietta della madre e alla maschera pomposa e impotente del medico, un nero giullare. Poi si manifesta come voce fuori campo, mentre si osserva sul tavolo operatorio, quindi si materializza nel corpo della madre per approdare finalmente al fatale epilogo.È solo in questa fase conclusiva che il tema della morte viene colto frontalmente: per il resto è sfiorato, evocato trasversalmente attraverso i piccoli gesti strazianti della madre che prepara il caffé o stringe fiori di plastica, attraverso la sua ossessione di non dire, non sapere, o la voce registrata dell'autrice che le toglie ogni speranza. Proprio questa dimensione indiretta, allusiva del testo mette in luce il grande apporto delle attrici, la bravissima Benedetta Cesqui, che tratteggia quella mamma rassegnata, come estranea a se stessa, e l'incalzante Monica Mariotti che infonde una forza sghemba ai sinistri lazzi del dottore. di Renato Palazzi