zona a rischio

Il romanzo di Ferrara


Con molto piacere vi presento lo spettacolo di un mio carissimo amico Marco TrebianIl romanzo di Ferrara Proprio nel giorno in cui Dell'Utri annuncia di voler far riscrivere i libri di storia, va in
scena a Roma - in un gremitissimo teatro Palladium - uno struggente affondo nella Storia. Stiamo parlando de Il romanzo di Ferrara, che Tullio Kezich ha magistralmente adattato dall'opera di uno scrittore come Giorgio Bassani e che Piero Maccarinelli ha messo in scena con un nutrito gruppo di attorigiovanissimi, per la produzione di Artisti Associati.Il romanzo di Ferrara è un attraversamento di Cinque storie ferraresi e Il giardino dei Finzi Contini, focalizzandosi nel periodo che va dal 1938 (anno delle leggi razziali) al 1946, ovvero l'immediato dopo-guerra. Bassani racconta, ricorda, scrive opere che sono una storia di altre storie, memoria di memorie: e Kezich trae da quella prosa un lavoro dal forte impianto corale, pur individuando in un protagonista-narratore la chiave della vicenda. È Geo Josz, che torna da Auschwitz nella sua Ferrara, già pronta a scoprire lapidi e a rielaborare velocemente il ricordo, il lutto, il compromesso della guerra civile italiana. In una città borghese e fascista, che mal si adatta alla presenza scomoda del reduce ebreo, si chiama frettolosamente in causa il "destino" per non parlare delle responsabilità degli uomini. Ed è qui il nodo, il problema: il ruolo di ciascuno, la responsabilità dei singoli di fronte ad una delle pagine più cupe della nostra storia recente.L'Italia post-fascista di allora - non troppo diversa da certa Italia di oggi, arrogante e violenta, razzista e ipocrita, malata di oblio e di superficialità - vede gli ex-gerarchi trasformarsi prontamente, riciclarsi e fare discorsi in memoria di quegli stessi uomini e donne che fino a poco prima avevano pestato e perseguitato. E Geo Josz piomba in quel mondo che si stava subdolamente reinventando, patendo sulla propria pelle la leggerezza di chi vuol dimenticare. Quello della memoria, ci dice Paul Ricoer, è un lavoro faticoso, inarrestabile: fatto di evanescenze e di riscoperte, di dissolvenze ed esplosioni. La memoria può cancellare e consolare, ma può essere un rovello continuo, una monito sempre presente, una denuncia constante in quel tribunale integerrimo che può essere la coscienza. La scrittura di Bassani è dunque un grido doloroso e poetico per non dimenticare: e oggi, che tutti allegramente riscrivono e negano, che mettono sullo stesso livello repubblichini e partigiani, fascisti uccisi ed ebrei deportati, far rivivere quella sua Ferrara vuol dire non cedere alle lusinghe della complicità, non fare sconti al passato né, tanto meno, al presente. "Come far capire che certi fatti sono avvenuti?" si chiede disperato il protagonista. Lui, che non chiede altro che essere riconosciuto, che vuole solo tornare alla casa di via Campoformio, si lascia andare alla memoria: ricorda con struggimento la sua passione per la bella Micol Finzi Contini, rievoca gli antifascisti come la pasionaria maestra Clelia Trotti, fa rivivere il teatrino di Bonaventura e l'agghiacciante retata fascista di 183 ebrei ferraresi, si indigna ancora per la strage di undici intellettuali...Maccarinelli allestisce una scena su quattro livelli: sono le strade della città, i marciapiedi, le mura, ma sono anche gli interni di un mondo vivace e provinciale, ricco e borghese. Poi, sullo sfondo, gli alberi di un giardino: è naturalmente quello dei Finzi Contini, quell'area protetta, ma non salva, in cui bruciano gli ultimi fuochi di una Italia libera e spensierata ancora per poco.In questo contesto, il regista sceglie di lasciar parlare il testo: l'urgenza è contenutistica, ovviamente, giacché la prosa di Bassani-Kezich è alta, e toccante. L'elenco dei nomi dei deportati, salmodiato in un rito da sinagoga, è straziante: e i racconti, intessuti di matrici dialettali o di gestualità quotidiane, prendono giustamente il sopravvento. Il giovanissimo gruppo di quindici interpreti - scelti sulla base di un concorso tra i diplomati della "Silvio d'Amico" e del Centro Sperimentale di Cinematografia - hanno il merito di restituire lafreschezza anagrafica dei protagonisti delle storie di Bassani: erano universitari, ancora in cerca di laurea, che si trovarono ad affrontare la violenza, la deportazione, la morte. Seppure non tutti gli attori hanno la forza e la pregnanza scenica per reggere l'impianto testuale, vale la pena, però, segnalare almeno Daniele Monterosi, generoso nel ruolo protagonista; accanto a lui l'ambiguomarchese Barbicinti di Marco Trebian, la fresca Micol Finzi Contini di Federica Vincenti, l'intensa Clelia Trotti dell'ottima Elisa Amore e la torbida ed appassionata Anna Barillari di Veronica Gentili.E quando, verso il finale, Il Romanzo assume un clima più vicino a Cechov o ad una Spoon River di un Edgar Lee Master ferrarese, ecco che la memoria, il fardello necessario, di Geo Josz diventa quello di Giorgio Bassani ed è ancora capace di parlare alla coscienza di ogni singolo spettatore. Alla prima, lunghi applausi del pubblico. di Andrea Porcheddu