Habiter - conférence queer Presentato nel programma di un festival dedicato prevalentemente alla danza, quale è Danae, Habiter - conférence queer della regista e drammaturga francese Patricia Allio è un'eloquente dimostrazione di come davvero l'altra faccia del movimento sia l'assenza totale di movimento, il silenzio del corpo a favore dell'esasperazione della parola. Pierre Maillet, irresistibile interprete e coautore dello spettacolo, non fa che addentrarsi in un gioco di false etimologie e di buffe assonanze verbali: eppure lui le parole sembra farle danzare, sembra farle volteggiare nello spazio per trasformarle in vere e proprie azioni fisiche. Nudo in mezzo alla scena, avvolgendosi all'occorrenza in una pittoresca coperta di pelo o in un'incongrua vestaglietta in stile fintamente orientale, ma pronto anche a calzare un pene artificiale, per poi scomparire infine in una piccola tenda da campeggio, Maillet si lancia in una stralunata conferenza in cui il tema della casa si intreccia imprevedibilmente con quello dell'identità sessuale: il suo sproloquio parte, anche materialmente - grazie a dei caratteri alfabetici proiettati sul fondale - dalla scomposizione del termine habiter, abitare, che casualmente contiene l'idea dell'habit, l'abito, e della bite,ovvero l'organo maschile. Inizia così una vertiginosa dissertazione in cui ovviamente la vestizione, la costruzione e l'erezione vanno di pari passo, e la distinzione tra i ruoli dell'uomo e della donna è l'espressione di una società sedentaria: passando per Rousseau e Lacan ("stadio orale, stadio anale e stadio municipale") le destabilizzanti concatenazioni linguistiche approdano persino a oscure pratiche erotiche giapponesi. Ma il fatto sorprendente è che lo stravagante delirio onomatopeico, cogliendo dei parallelismi tra la rinuncia alla residenza fissa e la caduta delle rigide differenziazioni sessuali, riesce in fondo a risultare bizzarramente convincente.Peccato davvero che lo spettacolo si sia potuto rappresentare per una sola sera: è un gioiello di gusto e intelligenza, è un'occasione di divertimento colto e pungente. Maillet, con la sua apparente nonchalance, col suo eloquio informale, quasi discorsivo, si rivela in realtà brillantissimo, dotato di tempi comici impeccabili. La difficoltà principale, naturalmente, consisteva nell'intraducibilità di questi calembour: è stata risolta nel migliore dei modi, con l'aiuto di una giovane attrice italiana, Marta Zoboli, anche lei bravissima, che si è trasformata in surreale interprete, enunciando le più sfrontate oscenità con un tono amenamente impassibile. di Renato Palazzi
Habiter
Habiter - conférence queer Presentato nel programma di un festival dedicato prevalentemente alla danza, quale è Danae, Habiter - conférence queer della regista e drammaturga francese Patricia Allio è un'eloquente dimostrazione di come davvero l'altra faccia del movimento sia l'assenza totale di movimento, il silenzio del corpo a favore dell'esasperazione della parola. Pierre Maillet, irresistibile interprete e coautore dello spettacolo, non fa che addentrarsi in un gioco di false etimologie e di buffe assonanze verbali: eppure lui le parole sembra farle danzare, sembra farle volteggiare nello spazio per trasformarle in vere e proprie azioni fisiche. Nudo in mezzo alla scena, avvolgendosi all'occorrenza in una pittoresca coperta di pelo o in un'incongrua vestaglietta in stile fintamente orientale, ma pronto anche a calzare un pene artificiale, per poi scomparire infine in una piccola tenda da campeggio, Maillet si lancia in una stralunata conferenza in cui il tema della casa si intreccia imprevedibilmente con quello dell'identità sessuale: il suo sproloquio parte, anche materialmente - grazie a dei caratteri alfabetici proiettati sul fondale - dalla scomposizione del termine habiter, abitare, che casualmente contiene l'idea dell'habit, l'abito, e della bite,ovvero l'organo maschile. Inizia così una vertiginosa dissertazione in cui ovviamente la vestizione, la costruzione e l'erezione vanno di pari passo, e la distinzione tra i ruoli dell'uomo e della donna è l'espressione di una società sedentaria: passando per Rousseau e Lacan ("stadio orale, stadio anale e stadio municipale") le destabilizzanti concatenazioni linguistiche approdano persino a oscure pratiche erotiche giapponesi. Ma il fatto sorprendente è che lo stravagante delirio onomatopeico, cogliendo dei parallelismi tra la rinuncia alla residenza fissa e la caduta delle rigide differenziazioni sessuali, riesce in fondo a risultare bizzarramente convincente.Peccato davvero che lo spettacolo si sia potuto rappresentare per una sola sera: è un gioiello di gusto e intelligenza, è un'occasione di divertimento colto e pungente. Maillet, con la sua apparente nonchalance, col suo eloquio informale, quasi discorsivo, si rivela in realtà brillantissimo, dotato di tempi comici impeccabili. La difficoltà principale, naturalmente, consisteva nell'intraducibilità di questi calembour: è stata risolta nel migliore dei modi, con l'aiuto di una giovane attrice italiana, Marta Zoboli, anche lei bravissima, che si è trasformata in surreale interprete, enunciando le più sfrontate oscenità con un tono amenamente impassibile. di Renato Palazzi