Questo buio feroce
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Pippo Delbono
con la sua corte di personaggi border-line ed è subito teatro.
Un
teatro speciale, costruito sulla diversità e sulla malattia. Un teatro
di corpi fuori misura nell'eccesso e nel difetto, tenuti insieme da una
specie di impudica tenerezza, che si dichiara fin dall'inizio negando
la parola, la poesia, ma sostituendole immediatamente con un altro
linguaggio, un'altra poesia. Anche questa volta il regista ci
parla della vita, quella vita del tutto aleatoria che si coniuga con la
malattia per presto sconfinare nella morte. Del resto sono proprio
malattia e morte le fonti ispiratrici di Delbono, che parte da un libro
di Harold Brodkey -
Questo buio feroce
-, che dà il titolo allo spettacolo: il racconto di un viaggio verso la
fine certa di una morte per Aids, un desiderio di finire, di
sciogliersi dentro l'abbraccio cosmico della natura. Per Delbono una
fine che non è una fine quanto piuttosto un cambiamento di status
all'interno di quell'andare on the road che è la vita.Che merita comunque di essere vissuta alla propria maniera, My way,
come dice una celeberrima canzone cantata da un seminudo uomo di
assoluta magrezza: uno dei momenti più emozionanti dello spettacolo,
che visualizza a ben guadare il senso stesso del teatro secondo
Delbono, fra disperazione e ironia, amore per la vita e capacità di
deriderla prendendola contropiede, provocando un sorriso proprio quando
sembrerebbe trionfare il sentimento, addirittura la lacrima.Questo buio feroce
è una danza, una processione di uomini vestiti da donna in equilibrio
precario su tacchi vertiginosi di scarpe rosso lacca, di damine e
arlecchini mortuari di una Venezia sfatta e morente. Un gioco fra il
maschile e il femminile, fra due che vorrebbero essere uno solo,
rappresentato da attori non attori: un microcefalo sordomuto, un
ragazzo down, barboni senza memoria, ragazzi e ragazze altissimi,
troppo piccoli, grassi o troppo magri, ognuno con una sua storia. Una
storia non storia, costruita sull'opposizione continua fra nero e
bianco. Il bianco di un ospedale, simbolo di morte e malattia, il nero
di un corteo di maschere mortuarie dalle bocche rosso fuoco spalancate
in un ghigno irridente. Il costume multicolore di Arlecchino; la
metafisica estraneità di Bobò; l'eleganza di una festa alla Barry
Lindon subito "sconciata" dalla trasgressiva apparizione di un corpo
raccontato per esagerazione; la ricerca di qualcosa che non c'è. Talvolta
il flusso continuo delle immagini e della musica si arresta
all'improvviso, magari per lasciare spazio al racconto di una ragazza
con microfono che "recita" le inserzioni erotiche per cuori solitari,
non importa se dilatate, ricostruite, spersonalizzate dalle
sovrapposizioni sonore oppure per imbandire una virtuale ultima cena.
Le immagini passano, prendono forza, si cancellano mentre i corpi si
sfiorano per subito allontanarsi e solo in rari momenti riescono a
trovare un linguaggio condiviso. Fino al bellissimo finale, scandito
dalla voce di Charles Aznavour alla ricerca ,come si dice, di "uno
squarcio di sole dietro l'oscurità delle nostre nuvole".
di Maria GraziaGregori