Truncare sas cadenas

cun sa limba e sa cultura sarda - de Frantziscu Casula.

 

AREA PERSONALE

 

TAG

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Dicembre 2016 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  
 
 

FACEBOOK

 
 

I MIEI BLOG AMICI

Citazioni nei Blog Amici: 5
 

GUSANA

 

GUSANA

 

UN'ISPANTUUUUUU

 

GENNARGENTU

 

 

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Post n°883 pubblicato il 02 Dicembre 2016 da asu1000

 
 
 

Sebastiano Satta

Post n°879 pubblicato il 26 Novembre 2016 da asu1000

 

 

 

SEBASTIANO SATTA - Università della Terza Età di Quartu

a cura di Francesco Casula

Il "vate" nuorese, cantore della sardità mitica e drammatica (1867-1914)

Nasce a Nuoro il 21 maggio 1867. II padre, nuorese, Antonio Satta, è un  avvocato assai no­to; la madre, Raimonda Gungui è di Mamoiada, villaggio vicino a Nuoro, in piena Barbagia. Il Satta, rimasto orfano di padre all'età di cinque anni, ben presto conosce il disagio e le umiliazioni della povertà.

Compie gli studi elementari e ginnasiali a Nuoro, quelli liceali e universitari a Sassari, do­ve consegue la laurea in giurisprudenza nel 1894 ed esercita la professione di giornalista. Nella Sassari di allora, che gli ricordava la Bologna carducciana che aveva conosciuto durante il servizio militare, con fermenti repubblicani e progressisti, aderisce agli ideali socialisti.

Nel 1893 pubblica due raccolte di poesie Nella terra dei Nuraghes e Versi ribelli, di modesto valore artistico ma utili per capire l'itinerario spirituale del poeta. Fortemente influenzato da Carducci, tra le incertezze tecniche e i convenzionalismi formali si inizia però a intravedere il Satta più autentico. Nella prima silloge, di otto liriche, due sono in lingua sarda; nella seconda ugualmente di otto liriche, è presente un Satta protestatorio nei confronti del servizio militare, ma più perché è stato allontanato dalla sua Sardegna che per motivi ideologici.

Torna intanto a Nuoro dove è consigliere comunale nel triennio 1900-1903 e dal 1896 al 1908 esercita la professione di avvocato. In tale professione - come riferisce lo storico Raimondo Bonu, probabilmente con eccessiva enfasi- "ebbe fama di valente penalista e di oratore brillante, facondo, irruente, temuto per le sue arringhe, perché sapeva cogliere dalle circostanze più disparate la nota umana, adatta a trasformare il delinquente affidato alla sua difesa in un eroe, in un rivendicatore di diritti, in un maestro di giustizia sociale".

Nel 1896, in occasione del centenario della rivoluzione angioyana scrive l'ode Primo Maggio, dedicata al protagonista di quella rivoluzione antifeudale, Giovanni Maria Angioy, appunto. E' pubblicata nel quotidiano di Sassari, "La Nuova Sardegna" , ma il numero fu sequestrato: segno di tempi di censura e di repressione. L'ode carica di retorica e ascendenze carducciane, è impregnata di una intensa <sardità> che caratterizzerà anche la sua poesia più matura. Che arriverà con i Canti barbaricini pubblicati nel 1909. In essi sono ancora indubbiamente presenti gli echi della poesia carducciana, pascoliana, del D'Annunzio di Alcione e persino di Victor Hugo, di Heinrich Heine e di Walt Whitmanma la sua poesia inizia ad avere una sua precisa e personale fisionomia, dal punto di vista espressivo, metrico e dei contenuti.

Colpito da paralisi 1'8 Marzo 1908, passa gli ultimi anni della sua vita senza poter neppure parlare. Scrive le sue ultime poesie fra il 1909-1914. Esse saranno raccolte -senza ulteriore rielaborazione e revisione- nei Canti del Salto e della Tanca e verranno pubblicate postume nel 1924.

Condannato all'infermità, la sua vita interiore si fa più raccolta e più intensa e la sua poesia è caratterizzata da una <sardità> ancor più esclusiva, persino nei particolari stilistici e lessicali. Della gente sarda non descrive solo gli stati d'animo e i modi di vivere ma anche il modo di parlare e di costruire il periodo.

Muore improvvisamente il 29 novembre 1914 a Nuoro dove viene sepolto senza funerali religiosi perché aveva espresso la volontà di non gradire né preti, né preghiere alla sua morte. Le cronache narrano che folle di contadini, pastori e persino banditi, scesero dalle montagne per accompagnarlo alla sua ultima dimora, memori del suo amore per l'uguaglianza e il progresso sociale e della sua passione per la patria sarda. Satta infatti fu molto popolare e amato dalla sua gente che vedeva in lui un vero e proprio "vate" e cantore di una mitica e drammatica identità sarda.

 

 

Presentazione del testo [tratto da Canti barbaricini ora in Canti, Sebastiano Satta, Ilisso editore, Nuoro 2003, pag.66]

 

Il sonetto è tratto da Canti Barbaricini, una delle raccolte del Satta più valide, l'altra è Canti del salto e della Tanca. Essa -è il poeta stesso a scriverlo- "canta o, meglio narra il dolore della gente e della terra che si distende da Montespada a Montalbo, dalle rupi di Corrasi fino al mare; e canta dolor di madri, odio di uomini, pianto di fanciulli...Barbaricini ho voluto chiamare questi canti perché sono accordi nati in Barbagia di Sardigna; ed anche quando essi non celebrano spiriti e forme di quella terra rude e antica, barbaricini sono nell'anima e barbaricine hanno le fogge e i modi".

Certo, nel lessico, nel linguaggio, nello stile e persino nella struttura del testo poetico e a livello fonico-timbrico, ci sono abbondanti influenze della coeva poesia italiana, ma non è un semplice epigono di Carducci, Pascoli e D'Annunzio, come parte della critica ha voluto sostenere. Egli infatti è soprattutto un poeta capace di farsi interprete dell'immaginario collettivo della Nuoro del suo tempo, nella quale si identificavano molti sardi, soprattutto "barbaricini". In lui infatti le mimesi esterne si interiorizzano, si fanno simbolo, linguaggio, gestualità verbale di una caratteristica cultura, quella sarda. E ai fatti e ai problemi dell'Isola partecipa, vivamente e dolorosamente: per cui si può dire che il mondo sardo, come natura e come eventi, non solo si riflette nella sua poesia, ma passa contemporaneamente attraverso la sua anima, da cui prende colore e calore.

 

VESPRO DI NATALE

 

Incappucciati1, foschi2, a passo lento,

tre banditi ascendevano3la strada

deserta e grigia, tra la selva rada4

dei sughereti5, sotto il ciel d'argento.

 

Non rumore di mandre6 o voci7,

il vento agitava8 per l'algida9 contrada.

Vasto10 silenzio. In fondo, monte Spada11

ridea12 bianco nel vespro sonnolento13.

 

O vespro di Natale14! Dentro il core

ai banditi piangea la nostalgia

di te, pur senza udirne le campane:

 

e mesti eran, pensando al buon odore

del porchetto e del vino15, e all'allegria

del ceppo16, nelle lor case lontane17.

 


Note

Metrica: sonetto. Rime ABBA, CDE

1.Incappucciati: con il copricapo nero di orbace in testa..

2.Foschi: oscuri appunto perché indossavano un cappotto di orbace nero che li nascondeva agli occhi delle persone e li proteggeva dal freddo. Le orbace infatti sono un tessuto di lana di pecora, molto resistente e impermeabile.

3.Ascendevano: salivano

4.Rada: non folta di sughere.

5.Sughereti: sono boschi di sughere (o soveri)  molto estesi in Gallura -nord est della Sardegna- e nel Mandrolisai -centro sud-, mentre sono assai limitati e poco folti nella Barbagia di Ollolai dove è ambientata la poesia.

6.Rumore di mandre: le pecore portano al collo i campanacci -in sardo sas sonazas- che producono un caratteristico tintinnio e servono per essere localizzate dai pastori..

7.Voci: i pastori sono soliti richiamare le greggi con voci e più spesso con fischi particolari che le bestie intendono come per istinto. Inoltre i pastori si chiamano fra loro, in spazi vasti, per comunicarsi notizie e scambiarsi quattro chiacchiere. Di qui l'abitudine degli stessi a parlare sempre a voce molto alta, quasi urlata.

8.Agitava:portava.

9.Algida: gelida, fredda.

10.Vasto: profondo.

11.Monte Spada: una delle vette più belle e più alte del Gennargentu (m.1595) nel territorio di Fonni, mentre Punta Corrasi -cui Satta accenna nell'introduzione ai Canti Barbaricini- in agro di Oliena è alta m.1463.

12.Ridea: spiccava perché coperto di neve.

13.Vespro sonnolento: la sera che porta il sonno e dunque il riposo.

14.Vespro di Natale: la notte di Natale.

15.Porchetto e vino: ancora oggi ma soprattutto nel passato era consuetudine delle famiglie sarde di ambiente pastorale e barbaricine in specie, consumare a Natale, dopo la messa di mezzanotte abbondanti arrosti (di salsicce, porchetti, agnelli o capretti) innaffiati da un buon vino.

16.Ceppo: i tronchi necessari per alimentare il fuoco.

17.Case lontane: in Sardegna gli insediamenti umani sono concentrati nei villaggi, distanti gli uni dagli altri. Il territorio è spopolato per cui le campagne sono solitarie: in queste, soprattutto in quelle caratterizzate da montagne e luoghi impervii, si rifugiavano -e si rifugiano ancora- i banditi.

 

 

Giudizi critici

Goffredo Bellonci scrive che Satta "aveva il senso della terra, il più grande dono che Federico Nietzesche facesse al suo Zaratustra, la più grande virtù che abbia cantato nel libro della giungla immortale Rudyard Kipling...Ogni strofa, ogni verso, ogni parola sigillava del suo stile sardo, inimitabile nel ritmo, nelle immagini, nei trapassi".

Mentre per Giovanni Pirodda: "Il Satta fu popolare e amato, fra i lettori sardi contemporanei, per il suo amore per l'uguaglianza e il progresso sociale, e per l'interpretazione, nei toni di un fremente individualismo romantico, dei miti di un immaginario collettivo: la natura, la donna (sposa e madre-matriarca), il tópos del ricorrente ribellismo e dell'attesa di una palingenesi: sono i temi di una mitica e drammatica identità sarda, espressi attraverso la mediazione autorevole delle forme letterarie e metriche della poesia italiana fra '800 e '900. Ma al di là del mito l'esperienza sattiana raggiunge una capacità poetica spesso misconosciuta, che merita di essere annoverata almeno tra le voci minori di quel periodo".

 

 

ANALIZZARE

In questo sonetto, concentrandola in pochi versi, il poeta riesce a cogliere intensamente e a rappresentare una nota paesistica, interiorizzandola però, ovvero traducendola in tema lirico, scevro da ogni indugio illustrativo, ma soprattutto da preoccupazioni edificanti, civili e pedagogiche, ispirate a un socialismo umanitario, che pure abbondano in altre liriche.

 La rappresentazione, sospesa fra la realtà e la fantasia, dei banditi incappucciati e tristi che passano per vie desolate, foschi su sfondi di neve e che incedono con tanta cupa andatura che solo questo cadenzato endecasillabo sa mimare, ricorda la misura espressiva dei piccoli quadretti del Pascoli delle Mirycae.

La forma conclusa del sonetto inoltre, dove per di più l'endecasillabo si smorza nei frequenti enjambements, rende il silenzio carico di tristezza, di dolcezza e di vitalità insieme, di una inestinguibile nostalgia dell'intimità familiare, di un rifugio sereno e festoso, che invade l'animo dei banditi, fragili creature umane anch'essi. In altre liriche mitizzati come belli, feroci e prodi.

Il linguaggio è alto, illustre, gli aggettivi ricercati, aulici (foschi, rada, algida) tanto da rischiare di risultare stereotipati e poco creativi.

FLASH DI STORIA-CIVILTA'

-Il socialismo umanitario di Sebastiano Satta

Il socialismo di Satta era più del cuore che della mente, fatto di umanità, giustizia e libertà. Più vicino al ribellismo anarchico e al socialismo utopistico di Charles Peguy o di Garibaldi che a quello "scientifico" di Carlo Marx. A Garibaldi dedicherà infatti un'Ode e spesso soleva recarsi in pellegrinaggio alla tomba del Condottiero dei Mille a Caprera. In Sardegna del resto il Socialismo, prima che arrivasse il torinese Giuseppe Cavallera al organizzare i battellieri di Carloforte e i minatori del Sulcis era più un fatto letterario che una prassi politica: i poeti -quasi sempre in lingua sarda- poetavano su temi legati al comunitarismo delle terre dei villaggi sardi e sognavano un ritorno al passato -a su connotu (al conosciuto) comunitario antecedente alla <Legge delle Chiudende> che privatizzò le terre stesse.

Ma ecco cosa scrive a proposito del Satta socialista Vincenzo Soro: "Temperamento politico vero e proprio Sebastiano Satta non ebbe. Egli era un passionale. Un incitatore. E si batteva così, per amore di battaglia, per un istinto bisogno di lotta che era nel suo puro sangue barbaricino: ma senza legarsi mai ad alcuno: senza cessare mai di «far parte per sé stesso», in una solitudine che era insieme timida e sdegnosa. Troppo buon poeta era, per po­ter essere diverso.

L'apostolato di bontà e di giustizia che informava la sua battaglia diuturna, gli dava, è vero, un aspetto di so­cialista romantico ed evangelico, molto simile a quello che si ritrova nel Pascoli di «Odi ed Inni» e di taluna delle «Myricae»: aspetto che in quegli anni era molto comu­ne nella nostra letteratura, e che traspare  -un pò con le trasandate ironie di Béranger e un pò con 1′umanita­rismo di Richepin - nelle poesie sporadiche del Satta giovine e anche in alcuni, non certo tra i migliori, dei «Canti barbaricini». Ma questo suo socialismoinrealtà, non era altra cosa che uno «stato d'animo». Non era la professione di una dottrina sociologica e politica, inquadrata nelle formule di un sistema scientifico e sotto­posta al controllo disciplinare di un partito. Era la soli­darietà di un'anima che aveva sofferto e soffriva, verso tut­ti i sofferenti e tutti i dolori del mondo. Era una aspirazio­ne di bontà e di giustizia, di amore e di pace, per tutti gli uomini e per tutte le genti: il sogno dell'Ortodossia rus­sa, il vasto sogno di affratellamento universale che arde nel pensiero di Wladimiro Soloviof e nell'arte di Dostoje­wsckij e di Tolstoi, incastonato -come un rubino di O­riente in un monile di antica oreficeria sarda- nella sca­bra purità di un'anima barbaricina.

Era il socialismo di Charles Péguy : un socialismo, avversario ignoto e cortese, alquanto diverso da quello a cui ti riferivi quando mi richiamavi a non ignorare il  socialista » nel Poeta di Barbagia".

 

-Ideologia democratica e linguaggio aulico del Satta

"I toni alti del linguaggio e dello stile, il registro prevalentemente aulico hanno fatto pensare a una piatta imitazione della poesia carducciana e, generalmente, del classicismo ottocentesco, secondo influssi non rielaborati originalmente.

In realtà l'operazione poetica compiuta dal Satta, se analizzata nelle sue componenti e nelle sue modalità di elaborazione (anche alla luce dei documenti di recente studiati, sui suoi interessi linguistici) si rivela ricca di implicazioni e tutt'altro che priva di originalità.

Per capire i caratteri della poesia sattiana si può prendere l'avvio da un dato ad essa esterno, ma che pure la condiziona fortemente: l'orientamento ideologico democratico e socialista di Satta, con le forti ripercussioni che esso ha non solo sulle tematiche, ma anche sullo stile e su linguaggio, come del resto avviene in un consistente filone della poesia italiana fra Ottocento e primo Novecento.

Già Francesco De Sanctis nelle sue Lezioni su Mazzini e la scuola democratica aveva rilevato come nella letteratura di orientamento democratico fosse prevalente la disposizione al linguaggio elevato, oratorio, sia per la continuità di quelle tendenze con la tradizione classicistico-giacobina sia per la forte presenza in essa di intenti di persuasione.

Il tono alto, il linguaggio aulico, la disposizione oratoria, il rapportarsi a un complesso di immagini proprie di una tradizione letteraria nobilitata da riferimenti storici e culturali prestigiosi (in particolare il mondo classico) sono caratteri che troviamo nella letteratura democratica per tutto l'Ottocento, ma anche in molta poesia novecentesca.

 

L'ALTERNOS


Sui campi di Tiesi, in un'alba del Giugno 1796

 

All'alba - il carro d'oro per la via

Lattea scendeva, e un'aquila garria -

Fu visto - o fato! - Don Giovan Maria,

Il ribelle Alternos, qui cavalcare.

 

L'alto suo sogno, grave di avvenire,

L'impeto fatto di speranze e d'ire,

La forza di chi sorse a maledire

Egli vide dal sommo ruinare.

 

Errava triste e solo. Per il piano

Fuggiangli l'occhio e l'anima lontano:

Ché ancor vedeva quel suo sogno, invano,

Sui boschi, dietro i monti, balenare.

 

I monti della patria! Come veli

Di ninfe si svolgevano nei cieli

Le nubi antelucane: gli asfodeli

Svettavano al chiaror crepuscolare.

 

Or nella gloria di sue rosse aurore,

Cinto di lampi si levava il cuore,

Anelando. Or non più, dentro il fragore

Dell'armi, l'inno, soffio aquilonare!

 

Non dal pulpito più prete Muroni

-Legato ha il suo ronzino agli arpioni,

E polveroso è ancora, e con gli sproni -

Rugge sui vili, ché non sa pregare.

 

Non più nel solco del mattino d'oro

Le urgenti turbe! O verde Logudoro,

Di che fiamme avvolgesti il nobil coro,

In ogni ovile e in ogni casolare!

 

Non più veglie animose fra le gole

Dei salti, e vaste fronti aperte al sole,

Non nei consigli più sensi e parole

Ardenti come fiamma sull'altare.

 

Ma non questo ribelle alla tempesta,

Se pur stride nel cielo la funesta

Ora dei vinti, la pensosa testa

Sconsacrata saprà, vinto, piegare.

 

Solo a te, Sarda Terra, come a madre

Egli piega! Le sue vindici squadre

Egli seppe per te scioglier dalle adre

Glebe, e agitarle come nembo su mare.

 

Tutto fu vano! Oh voci dell'avita

Casa deserta! Oh fiori della vita

Deserta, o figlie! Oh compagnia romita

Dei padri sardi intorno al focolare!

 

Or l'anima solinga sotto i grigi

Cieli vede l'esilio di Parigi;

Prone le turbe vede, e sui fastigi

Dei monti scender l'ombra secolare.

 

 
 
 

Grazia Deledda

Post n°878 pubblicato il 20 Novembre 2016 da asu1000

 

Grazia Deledda -Università della Terza Età di Quartu- a cura di Francesco Casula

La vitaRisultati immagini per grazia deledda

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda è nata a Nuoro il 27 Settembre del 1871 da una famiglia benestante, "un poco paesana e un poco borghese". Il padre, Antonio curava i possedimenti che aveva  e per hobby si dilettava con la poesia sarda improvvisata.La madre, Francesca, si dedicava alla casa e alla cura dei suoi sette figli. Deledda è morta a Roma il 15 Agosto del 1936, dopo una malattia incurabile e molto dolorosa: un tumore. Una grossa disgrazia che si aggiungerà a quelle che aveva avuto in giovinezza nella sua famiglia: un fratello, Santo, era alcolizzato, un altro Andrea era stato arrestato per un furto: il padre non aveva potuto sopportare la vergogna e muore di crepacuore. A Roma Deledda si era recata per seguire il marito,Palmiro Madesani, impiegato nell'Intendenza di Finanza, che aveva conosciuto la prima volta che era andata a Cagliari nel 1809, invitata dalla Direttrice della rivista "Donna sarda". Con lui si sposerà l'11 gennaio del 1900 a Nuoro e avrà due figli chiamati Francesco e Sardo.
Dopo la morte le sue spoglie sono state trasferite il 21 Giugno 1959 dal cimitero di Roma "Il Verano" alla chiesa della "Solitudine" di Nuoro, dove, ancora oggi, la si può visitare. E infatti ogni anno, soprattutto schiere di giovani studenti e di turisti vanno a visitarla.
Grazia Deledda ha frequentato solo le scuole elementari, fino alla Quarta, in seguito riceverà lezioni di italiano, latino e francese ma essenzialmente diventerà "un'autodidatta", imparando dunque a scrivere non attraverso i libri ma ascoltando i Contos , i racconti degli anziani, persino negli ovili dove andava ad ascoltare i pastori, accompagnata da un fratello o dai cugini. E' lei stessa ad ammettere che più che quello che era scritto nei libri gli piacevano i racconti e le storie paristorias meravigliore e incredibili che ascoltava dai pastori nei paesi, nelle feste paesane, nelle novene, negli ovili delle valli nuoresi e vicino a Nuoro. E finanche a casa sua, ascoltando i racconti dei servi, in inverno, vicino al focolare, nelle interminabili notti.
Per dirla alla maniera di un altro grande intellettuale  e scrittore sardo, Michelangelo Pira, Deledda ha frequentato più la scuola "impropria" della comunità nuorese che la scuola "propria" dello stato. Nel contempo si è formata una cultura per conto suo, leggendo scrittori e poeti sardi ma soprattutto la Bibbia e Omero ma anche scrittori italiani (Manzoni e Verga, Tarchetti, Capuana, Fogazzaro, D'Annunzio) francesi (Dumas,Balzac e Victor Hugo) e russi (Dostoevskij e Tolstoj).
Durante la sua vita ha conosciuto i più grandi scrittori e critici letterari italiani del suo tempo (Giovanni Verga, Giuseppe Giacosa, Ruggero Bonghi, Mario Rapisardi, Luigi Capuana, Ada Negri, Edmondo De Amicis, Emilio Cecchi, Alfredo Panzini) con cui ha anche intrattenuto rapporti epistolari.
I suoi romanzi sono stati tradotti in quasi tutte le lingue del mondo. Con la traduzione in francese di Anime oneste (Amês honnêtes, Lyon, A. Effantin, 1899) inizia la sua fortuna fuori dell'Italia. E mai c'è stata in Italia una scrittrice così c0onosciuta e così famosa. Tanto che nel 1926 vinse il Premio Nobel con questa motivazione:" la sua potenza di scrittrice sostenuta da un alto ideale che ritrae in forme plastiche la vita qual è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano la rende degna di stare insieme con Carducci, Pirandello e Quasimodo, gli altri tre italiani insigniti del premio Nobel per la Letteratura".
Grazia Deledda, fino a oggi è stata l'unica donna in Italia che abbia ottenuto il Premio Nobel per la letteratura (alla faccia di Benedetto Croce secondo il quale la deledda non sapeva neppure scrivere in italiano!) e insieme a Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la medicina nel 1986), l'unica donna che in assoluto abbia ricevuto il Premio Nobel.
Una vicenda che quasi sempre si sottace parlando della vita della Deledda -ma opportunamente la ricorda Raimondo Bonu in "Scrittori Sardi" (1961)- è che la scrittrice nel 1909 accetta la candidatura per le elezioni politiche nel Colleghio di Nuoro nelle Liste radicali che fin da allora erano sostenitori dei Diritti civili a cominciare da quelli delle donne.
Con tale scelta Deledda in modo chiaro si schiera per l'autodeterminazione della donna. Ci cui aveva parlato e scritto in molte lettere. Forse, è anche per questa sua scelta di femminista ante litteram che a Nuoro, nella Nuoro del primo Novecento, la guardano con sospetto, tanto che alle elezioni i nuoresi non la votano: prenderà solo 34 voti e le preferiranno un certo Garavetti che al contrario ne prenderà più di mille|

L'opera
L'attività letteraria di Grazia Deledda va dal 1880 al 1936 e, con il romanzo autobiografico di Cosima, publicato dopo la morte fino al  1937. Abbraccia 350 novelle in 18 volumi; 30 racconti; 8 favole;50 articoli; una cinquantina di poesie e 35 romanzi. Oltre il Premio Nobel ha ottenuto grandi riconoscimenti da parte di Stati e personaggi prestigiosi. 
Nel 1935 la sua effigie è stata stampata in un francobollo voluto dal governo turco in una serie filatelica dedicata alle donne più famose del mondo. La sua voce è stata la prima ad essere registrata in Italia nella Fonoteca dello Stato.
Le sue opere, pubblicate dopo la sua morte dall'Editore Mondadori di Milano, sono state tradotte nelle più importanti lingue di tutto il mondo, persino in cinese, giapponese e indiano, in serbo-croato e in africano. Tutta l'opera di Deledda è stata tradotta e pubblicata in russo
Deledda ha scritto dunque moltissimo, in quarant'anni di attività letteraria,per un autore del suo tempo. Comincia a scrivere da ragazza: quando ha appena 17 anni, nel 1888 pubblica infatti la novella Sangue sardo in una rivista popolare di Roma che si chiamava L'ultima moda; nello stesso anno scrive Remigia Helder e il romanzo Memorie di Fernanda. 
Dal 1889 collabora con giornali come "La Sardegna", "L'Avvenire di Sardegna", "Vita sarda" e altri ancora. Nel 1890 pubblica le novelle Nell'azzurro.                        
Subito dopo inizia a scrivere opere tardo-romantiche e d'appendice chi piacciono a un pubblico molto vasto.Si firma con uno pseudonimo esotico Ilia de Saint Ismael. Ecco alcuni titoli di queste opere: Stella d'oriente, Amore regale, Amori fatali, La leggenda nera, Nell'abisso, Fior di Sardegna, che ci fanno ben comprendere i temi che affronta. Ci troviamo di fronte a una Deledda ancora "continentale" e sentimentale, alla guisa del primo Verga di Storia di una capinera, Eva, Eros, Tigre reale. 
Nel 1892 comincia a scrivere di cultura popolare e di folclore nella rivista "Natura ed Arte" di Angelo De Gubernatis: tutto il materiale che raccolgie lo pubblicherà in seguito nel volume Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna nel 1895. 
Lo studio e la conoscenza della cultura popolare per la Deledda rappresenta un'occasione per una riflessione sopra la realtà barbaricina e dunque per una migliore comprensione della stessa: e le servirà in seguiot quando inizierà a scrivere i suoi romanzi più belli e mpiù riusciti. A cominciare dal romanzo "familiare" Anime oneste del 1895 ma soprattutto  La via del male del 1896, recensito con favore da un critico grande e autorevole come Luigi Capuana.
La Deledda più grande e più creativa però l'abbiamo dal 1902 al 1920 quando scrive romanzi come Elias Portolu (1903) che a parere di un grande critico italiano come  Attilio Momigliano, è la sua migliore opera. Ma scrive anche altri romanzi molto famosi come l'Edera (1908 ), Canne al vento 1913) -il libro preferito dall'Autrice-, Colombi e sparvieri (1912), Marianna Sirca (1915), dove la Deledda sembra riunire tutti i grandi temi che riguardano il romanticismo della sua gioventù: in primis l'amore come peccato e rimorso.
Quando, dopo Il segreto dell'uomo solitario (1921), ha voluto ambientare fuori della Sardegna quasi tutti i suoi racconti e romanzi da La fuga in Egitto (1925) a Annalena Bislini, (1927) ,Deledda non dimostrerà più l'energia creativa che aveva denotato prima. Questo perché la sua arte affoda le radici nell'etnos sardo più profondo e misterioso, nei costumi e nelle tradizioni antichissime di un popolo, quello sardo, che ha saputo conservare per secoli e secoli i propri valori: quando Deledda se  ne allontana, la sua arte non è più quella di una volta e dunque perde di qualità.
Altri romanzi scritti dalla Deledda sono: La Giustizia (1899); Il vecchio della montagna (1900); Dopo il divorzio (1902); Cenere (1904 ): da questo romanzo farnnao un film con la regia di Febo Mari e l'attrice Eleonora Duse come protagonista; Nostalgie (1905); L'ombra del passato (1907); Il nostro padrone (1910); Sino al confine (1910); Nel deserto (1911); Le colpe altrui (1914); L'incendio nell'oliveto (1918); La madre (1920); Il dio dei viventi (1922); La danza della collana (1924); Il vecchio e i fanciulli (1928); L'argine (1934).
L'ultimo romanzo che ha scritto è Cosima romanzo autobiografico (1937), pubblicato dunque dopo la sua morte. 
Le sue novelle invece sono queste: Amore regale (1891); L'ospite (1897); Le tentazioni (1899); I giuochi della vita (1905); Amori moderni (1907); Il nonno (1908); Chiaroscuro (1912); Il fanciullo nascosto (1915); Il flauto nel bosco (1923); Il sigillo d'amore (1926); La casa del poeta (1930); Il dono di Natale (1930); La vigna sul mare (1932); Sol d'estate (1933); Il cedro del Libano (1939)
Deledda ha scritto anche delle poesie, ricordo quelle raccolte in  Paesaggi sardi. Ma qui mi fermo perché non è possibile ricordare e enumerare tutti i suoi scritti, ma non si possono dimenticare alcuni racconti (come La regina delle tenebre) o favole (come Le disgrazie che può cagionare il denaro e  Nostra Signora del buon consiglio)

I protagonisti dei romanzi della Deledda: La Sardegna, le donne, la natura.
La protagonista principale dei libri della Deledda è la Sardegna, che ha conosciuto nella fanciullezza e che non dimenticherà mai né nella vita né in tutta la sua opera. Quando la metterà da parte cone in Annalena Baslini, mla sua arte ne risentirà. Dunque sensa la Sardegna la sua opera vale poco: ciò l'aveva ben compreso un grandee critico italiano come Luigi Capuana, il teorico del Verismo. Deledda -scrive Capuana- fa bene a non allontanarsi dalla Sardegna, una miniera di umanità reale e sostanziale.
Fino a un certo punto della sua vita, ogni anno, in estate ritornava in Sardegna, ma anche quando non è più tornata, se non dopo la morte, la sua terra, la sua patria era sempre presente nei nsuoi scritti, con i ricordi dei tempi antichi, con la civiltà, le tradizioni, la cultura di un intero popolo che aveva creato la visione che essa aveva della vita, della storia, del mondo.
L'idea della vita e dell'amore governati da una misteriosa fatalità, l'amore come peccato e dunque i rimorsi e la necessità di scontare la macchia del peccato, perdurando i tormenti, una sorta di malattia che consuma i personaggi dei suoi romanzi sia fisicamente che moralmente, nelle azioni come nei sentimenti e pensieri.
Insieme alla Sardegna, grandi protagoniste sono le donne: valenti e capaci di qualsiasi sacrificio, fino alla morte: penso soprattutto a Maddalena di Elias Portolu; donne di valore, innamorate e fedeli, che nutrono passioni, sentimenti, forti, quasi violenti, come Marianna Sirca, protagonista del romanzo omonimo. Gli uomini invece sono deboli, incerti, pieni di dubbi.
Altro grande protagonista è la natura, che gli antichi sardi chiamavano dea madre e che la Deledda ancora così spesso la considera. Una natura selvaggia, con le tanche dei printzipales nuoresi e barba ricini, con i boschi e le roccie, i monti e i ruscelli, gli alberi e la macchia mediterranea, gli animali e le fate. Una natura misteriosa con le stagioni che sno in sintonia con i sentimenti dei personaggi.
Della Sardegna, o meglio, della Sardegna nuorese e barbaricina, delle case e dei palazzi, Deledda è capace di rappresentare con maestria, in modo "verista", verrebbe da dire, gli internis, la cucina con il fuoco e il cannicio dove si affumicano le forme di formaggio e di ricotta, il pozzo del cortile,l'orto, i mucchi di fascine di legna, gli norcioli per l'acqua e anche per il vino.
Per non parlare della grande capacità della Deledda nel descrivere con precisione la geografia domestica con le provviste per tutto l'anno, soprattutto in certe famiglie di pastori e contadini: le corbuli confezionate con l'asfodelo, piene di grano, orzo, patate, fave, faggioli ma anche di pere, mele o uva, appesa per conservarsi meglio e più a lungo. E ancora: lardo ben salato, salami, salsicce, prosciutti.
Una descrizione che ancora oggi conserva non solo un valore letterario ma finanche etnico, etnologico e antropologico, utile anche per scrivere la storia di quel periodo.

I giudizi dei critici sardi e italiani. 
Comincio dai critici sardi, scegliendone tre: prima di tutto raimondo Bonu, che parla della concezione della vita da parte della Deledda m anche del suo linguaggio. Così scribe Bonu: "Argomento prevalente degli scritti di Grazia Deledda è la terra di Nuoro e la sua gente, presentate questa e quella nel rapporto osservazione-descrizione. Base del piccolo mondo è l'ordine morale, visto senza straordinarie meditazioni dottrinali e ridotto alla fatalità della colpa e all'inseparabilità della pena: dalla prima concezione discendono pervertimenti, odi e delitti; dalla seconda scaturiscono rimorsi, sofferenze, espiazioni....lo stile della Deledda è generalmente limpido, facile, fluido, piacevole: è assai delicato nella descrizione di scene di natura, riflette la sovrabbondanza del sentimento e la fecondità della fantasia e non è privo di vigoria..." .
Un altro critico, nonché grande storico sardo è Raimondo Carta-Raspi, famoso soprattutto per una be4lla e interessante Storia della Sardegna (Mursia editore, 1971, Milano). Dice il Carta-Raspi: "La letteratura narrativa psicologico-folclorico-sarda nasce e si afferma con la Deledda, subito seguita e imitata".
L'ultimo cruitico sardo che mi piace ricordare è Francesco Alziator, forse il più grande che fino ad oggi abbiamo avuto, che elogia la Deledda considerandola come la voce poetica e letteraia sarda più alta. Ecco cosa scrive:"Questo è il miracolo della Deledda: mutare in passo di danza il camminar quotidiano delle creature vive. L'eterno incantevole miracolo della poesia. Per questo miracolo la Sardegna tornò ad avere, dopo millenni una sua voce e una sua vita nel mondo delle cose immortali. Grazia Deledda operò il miracolo traendo l'ispirazione dalla stessa affaticata anonima folla di madri, di eroi, di fanciulli, di giovani, di animali e di cose che già i Sardi di una remotissima età avevano fermato nei bronzi votivi dei nuraghi. Essa riudì la voce di quelle genti, ne ripetè il dramma e il mito, talvolta con una lingua tanto diversa e sua da non saper più se fosse italiano o il suo parlare sardesco voltato parola per parola in italiano. Comunque si esprimesse la sua fu voce di canto. La più alta e intensa che mai l'Isola abbia avuto"    
Passando in rassegna i critici italiani occorre ricordare che ne abbiamo avuto di ogni risma, che della Deledda ne hanno parlato e scritto sia positivamente che negativamente. Molti infatti l'hanno esaltata oltremodo, altri invece hanno cercato di "interrarla", altri ancora la trovano mediocre o, più precisamente "con molte luci ma anche con molte ombre"..
Certo, occorre rammentare, che all'inizio della sua attività letteraria, Deledda accentua a dismisura la presenza del folclore nella sua opera, ripetendosi più di una volta. Mi parrebbe comunque difficile e ingeneroso non riconoscerle una incredibile fantasia, una ricchezza di sentimenti, una non comune abilità nella descrizione dei paesaggi, dell'ambiente, dei personaggi e della Sardegna.
Ma ecco alcuni giudizi di critici italiani, comincio da quelli positivi, da uno dei più grandi e prestigiosi,Attilio Momigliano chi forse è quello che più di tutti l'ha compresa e apprezzata: "Deledda ha una capacità simile a quella di delitto e Castigo e dei Fratelli Karamazof, di ritrarre la potenza trascinante del peccato come una crisi che libera dal loro profondo carcere tutte le forze di un uomo, quelle sublimi e quelle perverse, e finisce per sollevare lo spirito in una sfera che forse non raggiungerebbe altrimenti".
Prosegue il Momigliano- "Nessuno dopo Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d'arte, il nostro senso della vita...e la Deledda è soprattutto un grande poeta del travaglio morale cui l'avvenire serberà il posto che fin'ora non gli fu assegnato, non inferiore a quello di alcuni fra i maggiori scrittori della seconda metà dell'Ottocento e del primo novecento".
Un altro grande critico italiano che esalta la Deledda è Francesco Flora che scrive:" "All'arte di Grazia Deledda fu materia spontanea e cioè di memoria diretta, la vita isolana della nativa Sardegna. E' in quella memoria che aveva formato il suo dizionario fondamentale di passioni, idee, linee, parole, ella cominciò a scrivere i suoi temi più complessi, rendendo più lieve la materia ed il linguaggio. La sua arte, anzi il suo stile se ne avvantaggiò e il suo linguaggio fu tanto più universale quanto più seppe aderire sinceramente a quest'ispirazione. Così ella fu sentita in Europa..."

Grazia Deledda e il suo linguaggio.
Per comprendere bene la lingua che utilizza la Deledda nei suoi scritti occorre partire da questa premessa: La lingua sarda non è un dialetto italiano - come purtroppo ancora molti affermano e pensano, in genere per ignoranza -  ma una vera e propria lingua. Noi sardi dunque, siamo bilingui perché parliamo contemporaneamente il Sardo e l'Italiano. Anche la Deledda era bilingue. Era una parlante sarda e i suoi testi in Italiano rispecchiano, quale più quale meno le strutture linguistiche del sardo, non tanto o non solo in senso tecnico quanto nei contenuti valoriali, nei giudizi, nei significati esistenziali, nelle struttura di senso inespresse ma presenti nel corso della narrazione.
Vi sono innumerevoli vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce nelle sue opere quando attengono all'ambiente sardo: pensiamo a tanca, socronza (usatissima in Elias Portolu (consuocera), corbula (cesta), bertula (bisaccia), tasca (tascapane), leppa (coltello a serramanico), leonedda /zufolo), cumbessias o muristenes (stanzette tipiche delle chiese di campagna un tempo utilizzate per chi dormiva là per le novene della Madonna o di Santi), domos de janas. 
Vi sono inoltre intere frasi in sardo come: frate meu, Santu Franziscu bellu, su bellu mannu (il bellissimo, letteralmente il bello grande), , a ti paret, corfu 'e mazza a conca,, ancu non ch'essas prus. 
Per non parlare dei nomi che risultano tronchi nella sillaba finale quando è  "complemento vocativo", tipico modo di dire sardo ma soprattutto nuorese e barbaricino: Antò, Colù,, Zosè= Zoseppe,, Zuamprè=Zuampredu, pride Defrà= pride Defraia.
Pro finire ricordo anche che la Deledda traduce vocaboli sardi o espressioni tipicamente sarde, quando non esiste il corrispondente in italiano: Perdonate= perdonae in nugoresu (voce verbale con cui ci si scusa con un accattone quando non gli si può o non gli si vuole fare l'elemosina); botteghiere= buttegheri in nugoresu (invece di bottegaio); male donne= malas feminas in nugoresu (invece di donnacce); maestra di parto= mastra 'e partu in nugoresu (invece di levatrice); maestro di muri, maestro di legno, maestro di ferro= mastru 'e muru, mastru 'e linna, mastru 'e ferru (invece di muratore, falegname, fabbro)
Occorre però chiarire che i sardismi linguistici della Deledda non derivano dalla sua incapacità di utilizzare correttamente la lingua italiana ma da una scelta voluta e consapevole. L'influsso della Sardegna e della lingua sarda nelle opere della Deledda non riguarda solo le forme sintattiche o il lessico ma anche - per non dire principalmente - le tematiche, i costumi, le immagini, i detti, i proverbi: per dirlo con una sola parola: l'intera civiltà sarda.
Ma sui "Sardismi" della Deledda ecco cosa scrive una critica sarda, Paola Pittalis  "La Deledda utilizza costantemente "Zio" -e più spesso ziu -  per indicare "signore". Si tratta di uno dei tanti "sardismi" presenti nella sua opera insieme a numerosi vocaboli tipicamente ed esclusivamente sardi (socronza:consuecera; bertula:bisaccia, leppa:coltello); o a calchi sintattici (come venuto sei? Traduzione letterale del sardo bennidu ses?). 
L'uso dei "sardismi" linguistici da parte della Deledda anche nelle opere della maturità - è il caso di Elias Portolu -  è consapevole e voluto. Rappresenta anzi una chiara e decisa scelta di linguaggio letterario, di canone stilistico e fa parte del suo essere "bilingue". Ciò non significa che in questa scelta non sia stata condizionata da fenomeni letterari e culturali esterni, -  come il verismo - che prevedevano la raffigurazione oggettiva della realtà da parte dello scrittore che doveva riportare fedelmente il linguaggio popolare e "dialettale" dei personaggi.
A questo proposito occorre secondo molti critici liquidare risolutamente il luogo comune della "cattiva lingua" e della "mancanza di stile" appoggiato alla valutazione di intellettuali di prestigio da Dessì (le "sgrammaticature" di Deledda) a Cecchi (la sua lingua "spampanata"). Si tratta invece - secondo Paola Pitzalis - "di forme nate dall'incontro fra dialetto e italiano nel momento di formazione delle varietà designate oggi come . L'uso di vocaboli dialettali, sardismi sintattici e atti linguistici frequenti in Sardegna è intenzionale, tanto è vero che scompaiono quando l'interesse di Deledda si sposta dal romanzo e al romanzo e (dopo il 1920). La sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile; deriva dal trasferimento nella scrittura di modalità anche linguistiche di costruzione del racconto orale (è questo un percorso suggestivo sul quale da tempo lavora con esiti personali Sole). Ed è il contributo modernizzante di Deledda allo snellimento della lingua letteraria italiana costruita sul modello della frase manzoniana..."

 Deledda, la cultura e le tradizioni popolari.
Deledda non è stata solo una scrittrice e poetessa ma anche una studiosa della cultura e delle tradizioni popolari sarde pur se per un breve periodo: infatti scriverà nella Rivista delle tradizioni popolari italiane diretta da Angelo De Gubernatis per tre anni (1893-94-95); in seguito comincerà la collaborazione con Vita Sarda, un prestigioso periodico di Cagliari e infine si interesserà di storia delle tradizioni popolari scrivendone nella Nuova Antologia.

-GOSOS DE NOSTRA SEGNORA DE GONARE

Alta Reina Singolare
de su Chelu Imperadora 
O soverana pastora
De su monte de Gonare    
  
In custu monte chi tue
Habitas, alta Signora
Grassias e benes dogn'ora
Nos distillat dogni nue
O diciosu logu in ue
 Est su tou dignu habitare.
 O Soverana, etc.

 In monte d'alta grandesa
 Tenes assentadu tronu
 A tottu dande perdonu 
 Cun Soverana larghesa. 
 Ogni bene, ogni ricchesa 
 Tenes in manos pro dare.

  Chin gloriosos resplendores
  Relughes in custu monte
  Essende de grassias fonte
  De tottu sos peccadores,
  Merzedes, grassias, favores
  Benin pro ti dimandare.

 Sa Soverania tanta
 Chi in custa montagna mostras 
 Sas necessidades nostras 
 Repara, Reina Santa,
 O Segnora, cantu est canta
 Sa tua grassia singolare.

    Sas roccas distillan perlas 
    Sas mattas grassias e donos,
    Chin milli cantos e tonos, 
    Reclaman ras aves bellas
    Sas relughentes istellas 
    Falan pro ti coronare.

    Chelu si torrat su monte
    Chin sa tua alta assistenza
    A sa tua digna presenzia
    Si allegrat dogni orizonte 
    Ogni riu e dogni fonte
    Si torrat allegru mare.

   Cale Pastora Serrana 
    Istas in custa alta serra
    Essende de chelu e terra 
    Alta Reina Soverana 
    Pastora bella galana 
    Serrana digna d'amare.

   Milli grassias e bellesas
   Milli tesoros e benes,
   Segnora in sas manos tenes
   Sas infinitas ricchesas,
   Mare immensu de grandesa ...


 

 
 
 

I Curdi

Post n°877 pubblicato il 05 Novembre 2016 da asu1000

I Curdi: Un popolo senza Stato, senza diritti, cancellato dalla Storia.

di Francesco Casula
 
1)    I Kurdi: martoriati e repressi in Turchia

Senza Stato, senza diritti, deportato, incorporato coattivamente in una miriade di Stati stranieri - Iraq, Iran, Siria, Turchia e persino Libano e in alcune regioni asiatiche dell'ex URSS - il popolo kurdo, con più di 30 milioni di abitanti, dal lontano 1924 ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi né precedenti in nessuna altra parte del mondo.
Gli Stati che opprimono il popolo kurdo, con tutti i mezzi a loro disposizione, come la Stampa, La Radio-TV, l'esercito, la polizia, la Scuola, L'Università, hanno condotto e continuano a condurre una politica mirante non solo a negare i loro diritti inalienabili, sanciti da tutte le Convenzioni internazionali e dell'ONU, ma a eliminare la loro stessa esistenza fisica.
Per Iraq, Iran, Siria, Turchia etc. i kurdi non esistono: né come popolo, né come etnia, né come lingua, né come cultura.
In modo particolare in Turchia - ma anche gli altri Stati che li hanno incorporati non sono da meno, pensiamo solo ai massacri da parte del dittatore criminale Saddam Hussein - il popolo kurdo è soggetto a distruzione sistematica da parte di tutti i governi che si sono succeduti dal 1924.
Secondo alcuni storici (1) dal 1924 al 1941 la politica kurda è stata nei confronti dei kurdi di "etnocidio".
Dal 1945, nonostante numerosi trattati e convenzioni per il rispetto dei diritti umani, la politica turca non è cambiata: ai Kurdi (il 23% della popolazione, circa 13 milioni di abitanti) la Turchia nega la loro lingua, la musica, le tradizioni, i costumi. Sono proibiti persino i nomi di battesimo kurdi.
Questa politica è sopravvissuta dagli anni venti fino ad oggi: in nome del principio della "integrità e indivisibilità della patria turca" e della "unità del popolo turco". Tanto che nell'ultima Costituzione del 1982 si continua a proibire per legge la lingua kurda (art.26); le pubblicazioni in kurdo (art.28); i Partiti kurdi: sono infatti autorizzati ad esistere ed operare solo quelli che programmaticamente difendono e sostengono "l'indivisibilità della patria nazionale" (artt. 68 e 69).
Tutta la politica della Turchia è basata dunque sulla negazione dell'identità etnonazionale dei kurdi, chiamati eufemisticamente e beffardamente "Turchi di montagna" :si ha la paura, anzi il terrore, perfino del termine, del flatus vocis!
Dopo la seconda guerra mondiale la Turchia è entrata nel campo e nell'orbita occidentale, ma la sua politica non è mutata. Nel 1953 il Presidente turco Gemal Bayar, durante una visita in USA dichiarò:  "In Turchia non esistono più minoranze nazionali".(2) Il 27 Maggio 1960 Gemal Gursel, capo della Giunta militare e Presidente della Repubblica, in una Conferenza stampa affermò :"In Turchia non esiste nulla che abbia a che fare con l'esistenza dei Kurdi (3) e durante una manifestazione pubblica lo stesso aggiunse: "non esiste un popolo che si chiami kurdo, voi tutti siete turchi" (4).
Nel 1967 il Presidente turco Cewdad Sonai dichiarò che "tutti coloro che vivono sul territorio turco sono turchi".
Nel 1972 il Primo ministro Nihat Erim disse:" In Turchia esiste solo la nazione turca, Tutti i cittadini che vivono in diverse parti del paese sono felici di essere turchi".
E i milioni di Kurdi che da circa un secolo, ininterrottamente si massacrano, si deportano, si mettono in galera, si perseguitano, magari perché parlano in kurdo, cantano o ascoltano musica kurda? Naturalmente non esistono.

2)    I Kurdi: cancellati dai Libri di storia

Ma non basta. Il dramma dei Kurdi è certamente quello di essere martoriati e "negati" negli Stati in cui sono attualmente incorporati - abbiamo visto il caso della Turchia ma non è molto diverso quello dell'Iraq, dell'Iran e della Siria - ma anche quello di essere potati e cancellati dall'attenzione dell'opinione pubblica mondiale, dai media, dalla scuola.
A questo proposito mi sono preso la briga - come docente di Storia - di analizzare e visionare, in modo rigoroso e puntuale ben 32 testi scolastici di storia estremamente rappresentativi e attualmente in adozione nelle Scuole italiane, rivolti ai trienni delle scuole superiori (Licei, Magistrali, Istituti tecnici e professionali). Alcuni sono particolarmente noti, di storici di vaglia (5), di case editrici prestigiose (Laterza, Mondadori, Cappelli, Sei, Le Monnier, Bulgarini, Zanichelli ,La Nuova Italia, Bulgarini etc. etc.) e che comunque vanno per la maggiore. Ebbene, dal mio studio e dalla mia indagine risulta che su 32 testi - che diventano 96 perché ogni pomo contiene tre volumi, uno per ciascuna classe del triennio -  ben trenta non dedicano neppure una riga al problema kurdo: di più, il termine kurdo non viene neppure nominato! Eppure si tratta - come risulta dalla nota bibliografica n.5 - di storici non solo noti e prestigiosi ma di ispirazione e orientamento prevalentemente cattolica, liberale, progressista ma soprattutto di sinistra. Ahi, ahi, che brutti scherzi combinano ai "nostri" le categorie storiche statoiatriche, centralistiche, eurocentriche e occidentalizzanti!
Solo un testo (volume 3°, rivolto dunque alle Quinte superiori o alla Terza classe del Liceo classico) di Alberto De Bernardi_-_Scipione Guarraccino, accenna ai Kurdi indirettamente, quando parla di Kemal Ataturk. Ecco il riferimento testuale: "Nel 1925 represse nel sangue la rivolta dei Kurdi che chiedevano l'applicazione dell'Autonomia in base al trattato di Sevres" (6).
Chi invece  dedica un lunga e pregevole nota è un testo firmato a più mani (il volume 3/1, Geografia della Storia - lo scontro per la supremazia mondiale - di Aruffo-Adagio-Marri-Ostoni-Pirola-Urso, ed. Capelli.
Mi piace riportare testualmente ampi stralci della nota titolata:" I Kurdi e il Kurdistan". Eccola.

"Il Kurdistan è un territorio di frontiera, che si estende dal mare nero alla Mesopotamia, all'altopiano iranico e all'Anti Tauro. Esso è ai margini di quattro emisferi culturali, etnici e politici (arabo, persiano, turco, russo). E' territorialmente diviso fra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il Kurdistan settentrionale comprende 18 delle 67 province turche. Quello meridionale comprende 4 delle 18 province iraqene. Ad oriente il territorio kurdo copre 4 delle 24 province iraniane mentre il Kurdistan siriano costituito da 3 enclaves, è considerato propaggine di quello turco.
I Kurdi sono un popolo indoeuropeo la cui lingua ne qualifica l'identità nazionale, più della religione musulmano-sunnita. Sottoposti alla disintegrazione etnica-culturale (minoranze curde esistono in Libano e nelle regioni asiatiche dell'ex URSS), alla deportazione di massa da parte turca e iraqena, alla colonizzazione, i Kurdi sono stati costretti ad emigrare per evitare persecuzioni e disoccupazione. Alla loro storia nuoce non poco il fatto di abitare territori ricchi di petrolio e divenuti centro di contese regionali e internazionali.
La storia dell'indipendentismo kurdo moderno è costellata di lotte per l'autonomia. Con l'inizio del secolo XX la causa della libertà e dell'indipendenza venne egemonizzata da intellettuali di formazione europea o educati a Istambul. In seguito agli accordi anglo-francesi di Sykes-Picot (1916) il Kurdistan meridionale fi diviso in una zona francese (area di mossul) ed in una britannica (regione petrolifera di Kirkuk). Col trattato di Sèvres fra l'impero ottomano e le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale (1918-1920), la Turchia si impegnò a favorire la formazione di un Kurdistan autonomo nella parte orientale dell'Anatolia e nella provincia di Mossul, presupposto dell'indipendenza. Il disegno delle potenze imperialistiche  mirava a farne uno stato cuscinetto fra Russia e Turchia.
Ma la vittoria della rivoluzione Kemalista e il trattato di Losanna cancellarono i diritti del popolo kurdo. Alle rivolte kurde, Turchia, Iran, Iraq Afganistan risposero prima con feroci massacri (1925,1930,1937) e poi col Patto di Saadabed (1937).
Nel 1946 sorse, a Mahabad (Kurdistan iraniano) la repubblica kurda appoggiata dall'URSS e cancellata militarmente dallo Scià di Persia. Tre anni prima era nato il Partito nazionalista conservatore, denominato Comitato della vita del Kurdistan, clandestino, a base tribale e piccolo borghese.
Il 15 Agosto 1945 comparve il Partito democratico del Kurdistan, sostenuto dai contadini, dai lavoratori urbani, dalle tribù nazionaliste e dai medi proprietari terrieri. Il suo programma mirava alla libertà e all'autogoverno dei Kurdi, nell'ambito dello Stato iraniano. In Turchia, con Ataturk prima e con Ismet Inonu dopo (1930) vennero varate leggi (1934) che di  fatto legalizzarono l'etnocidio del popolo kurdo.
Dopo la fallita rivolta di Shaikh Said (1925) le truppe turche devastarono il Kurdistan e ricorsero a deportazioni ed esecuzioni di massa (1925,1928). In questi anni 8758 villaggi furono distrutti e 15.206 donne, bambini e uomini disarmati vennero brutalmente massacrati. Oltre 200 mila deportati morirono di fame, di stenti e di malattie. A riattivare la lotta d'indipendenza intervennero le rivolte del 1930 e quella di Darsim del 1937.
In Turchia la discriminazione socio-economica antikurda fu sancita da leggi liberticide che nel 1936, portarono all'integrazione del Codice penale degli articoli 141 e 142, ispirata alla legislazione fascista italiana (Codice Rocco).
Ancor oggi in Turchia è proibito parlare in kurdo. I Kurdi sono significativamente chiamati "I Turchi della montagna"(7).
Di contro, pressochè tutti gli altri 30 testi che non si degnano di nominare neppure i Kurdi, dedicano ampio spazio a Kemal soprannominato pomposamente "Ataturk", ovvero "Padre dei Turchi" che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell'impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938. Il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato dai "nostri" storici  in modo entusiastico come "autorevole Giovane Turco", "Valoroso ufficiale", "ammodernatore" del Paese che grazie a lui diventerebbe "laico" e "democratico".
Ecco - ma sono solo degli esempi - alcune "perle". Secondo questi storici Ataturk "Fece propria la concezione modernistica e laicizzante"(8);  "Lottò per l'indipendenza e la democrazia" (9);   "Avanzò  un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l'alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l'agricoltura, incentivata l'industria, vennero effettuate molte opere pubbliche" (10);  "Fece varare una serie di riforme quali la fine dell'islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell'insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l'abolizione della poligamia, l'adozione dell'alfabeto latino"(11);  "Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell'intera società ispirandosi ai modelli occidentali"(12);  "Creò uno Stato moderno e laico"(13);  "Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L'esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello( sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell'emancipazione dai vincoli coloniali"(14);  "Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente"(15);  "Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l'alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale" (16).
A quest'entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della "pulizia etnica" (17) non sfugge neppure l'Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell'istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come "Pioniere della lotta contro il colonialismo". Nella decisione dell'Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l'indipendenza.Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C'è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l'Unesco? Di quella forse che la Turchia riserva ai Kurdi?
Note Bibliografiche
1)    J. P. Derriennic, Le moyen Orient au XX siecle,  pag. 68
2)    J. Nebaz, Kurdistan u sorsakay, 1985, pag. 106
3)    Ibidem, pag. 107
4)    Ibidem, pag. 108
5)    Si tratta di storici - e cito solo alcuni fra i più noti -  come G. Candeloro e R. Villari, F. Della Peruta e G. De Rosa, A. Desideri e M. Themelly, A. Giardina e G. Sabbatucci, A. Brancati e T. Pagliarani, A. Camera e R. Fabietti, A. Lepre e M. Bontempelli, C. Cartiglia e M. Matteini, F. Gaeta, P. Villani, G. De Luna.
6)    Alberto De Bernardi-Scipione Guarraccino, La Conoscenza storica, Il Novecento vol.3, Edizioni scolastiche Mondadori, Milano 2000, pag. 73.
7)    Alessandro Aruffo - Carmelo Adagio - Francesca Marri - Marco Ostoni - Luca Pirola - Simona Urso, Geografie della Storia vol.3/1, Cappelli editore, Bologna 1998, pag. 124.
8)    Franco Della Peruta, Storia del '900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
9)    Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
10) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D'Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
11) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d'Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
12) Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D'Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
13) Aurelio Lepre, La Storia del '900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
14) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
15) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
16) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D'Anna, Firenze 1992, pag. 389.

 
 
 

Palabanda

Post n°876 pubblicato il 12 Ottobre 2016 da asu1000

 

La rivolta di Palabanda

di Francesco Casula

Di congiure è zeppa la storia. Da sempre. Da Giulio Cesare a John Fitzgerald  Kennedy. Particolarmente popolato e affollato di congiure è il periodo rinascimentale italiano, nonostante gli avvertimenti di Machiavelli secondo cui "le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina li coniurati". Ed anche il "Risorgimento". Esemplare la congiura di Ciro Menotti nel gennaio del 1831 ordita attraverso intrighi con Francesco IV d'Austria d'Este, dal quale sarà poi tradito e mandato al patibolo.

Congiurà che però sarà ribattezzata "rivolta", "Moto rivoluzionario". Solo una questione lessicale? No:semplicemente ideologica. Quella congiura, perché di questo si tratta,  viene "recuperata" e inserita come momento di quel processo rivoluzionario, foriero - secondo la versione italico-patriottarda e unitarista -   delle magnifiche e progressive sorti del cosiddetto risorgimento italiano. Così, una "congiura" o complotto che dir si voglia diventa un tassello di un processo rivoluzionario, esclusivamente perché vittorioso. Mentre invece - per venire alla quaestio che ci interessa - la Rivolta di Palabanda viene ridotta e immiserita a "Congiura". E con essa diventano "Congiure", ovvero cospirazioni di manipoli di avventurieri che con alleanze  e relazioni oblique con pezzi del potere tramano contro il potere stesso. Questa categoria storiografica, che riduce le sommosse e gli atti rivoluzionari che costelleranno più di un ventennio di rivolte: popolari, antifeudali e nazionali a fine Settecento in Sardegna a semplici congiure è utilizzata non solo da storici reazionari, conservatori e filosavoia come il Manno o l'Angius.

Ad iniziare dalla cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794: considerata "robetta" e comunque alla stregua di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. A questa tesi, ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda e non sospettabile di simpatie sardiste e nazionalitarie, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l'interpretazione data da storici filosavoia come Giuseppe Manno o Vittorio Angius (l'autore dell'Inno Cunservet Deus su re) che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi, appunto alla stregua di una congiura.

"Simile interpretazione offusca - a parere di Sotgiu - le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». "Insistere sulla congiura - cito sempre lo storico sardo - potrebbe alimentare l'opinione sbagliata che l'insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni" 1.

Secondo Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell'Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni.

Ma veniamo a Palabanda. Si parla di rivalità a corte  fra il re Vittorio Emanuele I sostenuto da don Giacomo Pes di Villamarina, comandante generale delle armi del Regno e il principe Carlo Felice sostenuto invece dall'amico e consigliere Stefano Manca di Villahermosa, che aveva un ruolo di rilievo nella vita di corte.

Ebbene è stata avanzata l'ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l'azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l'ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice.

E' questa l'ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: "La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l'una per sistema discreditava l'altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceragli. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti" 2

Pressoché identica è l'ipotesi di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: "Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l'ultima dal marchese di Villahermosa, l'altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice" 3 .

Si tratta di ipotesi poco plausibili. Ora occorre infatti ricordare  in primo luogo che il Villahermosa, era anche legato al re tanto che il 7 novembre 1812, pochi giorni dopo i fatti di Palabanda, gli affidò l'attuazione del piano di riforma militare.

In secondo luogo non possiamo dimenticare che Carlo Felice, ottuso crudele e famelico, sia da principe e vice re che da re, era lungi dall'essere  "favorevole ai Sardi" come scrive Natale Sanna che poi però aggiunge era all'oscuro di tutto 4 Ricorda infatti Francesco Cesare Casula56. che Carlo felice sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all'Isola "l'ordine pubblico" e il rispetto dell'Autorità. E comunque non poteva essere l'uomo scelto dai rivoluzionari  persecutore com'era soprattutto dei democratici e dei giacobini.

In terzo luogo che bisogno c'era di una congiura per intronizzare Carlo Felice? In ogni caso a lui la corona sarebbe giunta prima o poi di diritto poiché il re non lasciava eredi maschi ed egli era l'unico fratello vivente. Quando la Quadruplice Alleanza aveva conferito il regno di Sardegna a Vittorio Amedeo II, una clausola prevedeva che il regno sarebbe ritornato alla Spagna nel caso che il re e tutta la Casa Savoia rimanesse senza successione maschile.

Scrive Lorenzo Del Piano a proposito delle ipotesi di legami e rapporti fra "i congiurati" di Palabanda con ambienti di corte e addirittura con l'Inghilterra e con la Francia: "Se dopo un secolo di indagini non è venuto fuori nulla ciò può essere dovuto, oltre che a una insanabile carenza di documentazione, al fatto che non c'era nulla da portare alla luce e che quello della ricerca di legami segreti è un problema inesistente e che comunque perde molto della sua eventuale importanza se invece che a romanzesche manovre di palazzo o a intrighi internazionali si rivolge prevalente attenzione alle forze sociali in gioco e alle persone che le incarnavano e cioè agli esponenti della borghesia cittadina che era riuscita indubbiamente mortificata dalle vicende di fine settecento e che un anno di gravissima crisi economica e sociale quale fu il 1812, può aver cercato di conquistare, sia pure in modo avventuroso e inadeguato il potere politico esercitato nel 1793-96" 6 .

Non di congiura dunque si è trattato ma di ben altro: dell'ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali.

Segnatamente la rivolta di Palabanda, per essere compresa, abbisogna di essere situata nella gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un'amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 forte siccità e un rigido inverno causarono nell'Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità.

Cosa è stato il dramma de su famini de s'annu dox, sono storici come Pietro Martini, a descriverlo con dovizia di particolari: "L'animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell'anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l'isola fu a tale condotta che peggio non poteva".

Ricorda quindi che la "strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d'acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando" 7.

Mentre Giovanni Siotto Pintor scrive: "Durarono lungamente le tracce dell'orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell'inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d'uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l'agricoltura. Ed a tacer d'altro, il sistema tributario vieppiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici" 8.

E ancora il Martini descrive in modo particolareggiato chi si arricchisce e chi si impoverisce in quella particolare temperie di crisi economica, di pestilenze e di calamità naturali: "Oltreché v'erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s'erano del sangue de' poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a' miseri incalzati dalla fame s'appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all'ultimo gradino, gli altri d'inedia e di stenti morivano" 9.

Giovanni Siotto Pintor inoltre per spiegare le cagioni del tentativo di rivolgimento politico che meditavasi a Cagliari, allarga la sua analisi rispetto al Martini e scrive che "La Sardegna sia stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricola, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell'isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell'impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali...In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d'onesto vivere...i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico...Ondechè, scadutu dall'antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano...Superfluo è il discorrere della plebe...Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l'elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s'introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell'isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni" 10.

E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l'importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi.

Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto - scrive  Girolamo Sotgiu -  che "i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d'impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila" 11.

Così succedeva che "Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta" 12 .

Questi i corposi motivi, economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali alla base della Rivolta di Palabanda. Che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall'esempio di Giovanni Maria Angioy. Borghesia composta da commercianti e piccoli imprenditori che si lamentavano perché "gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina" 13.

Per non parlare della miseria del popolo: nei quartieri delle città e nei villaggi delle campagne, dove la vita era diventata ancora più dura dopo che la siccità aveva reso i campi secchi, con "contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa" 14 .

E così "cresceva l'odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento" 15 .

Di qui la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l'orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni).

Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti  studenti e militari : "Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri...dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito" 16.

Bene: ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e  a intrighi di corte mi pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia.


Note bibliografiche

1. Girolamo Sotgiu, L'Insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AM&D Cagliari, 1995.

2. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de' popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 233-234.

3. Pietro Martini, Compendio della storia di Sardegna, Ed. A. Timon, Cagliari 1885, pagina 70.

4. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume III, Editrice Sardegna, Cagliari 1986, pagina 413.

5.Francesco Cesare Casula, Il Dizionario storico sardo, Carlo Delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330.

6. Vittoria Del Piano (a cura di), Giacobini moderati e reazionari in Sardegna, saggio di un dizionario biografico 1973-1812 , Edizioni Castello, Cagliari, 1996, pagina 30.

7. Pietro Martini,Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagine 60-61

8. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de' popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, op. cit. pagina 222.

9. Pietro Martini, Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagina 61.

10. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de' popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 229-230.

11.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda (1720-1847), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 252.

12, Ibidem, pagine 252-253.

13. Ibidem, pagina 253.

14. Maria Pes, La rivolta tradita, CUEC,Cagliari 1994, pagina119

15. Ibidem, pagina 120.

16. Ibidem, pagina 151.

- I patrioti di Palabanda

-Salvatore Cadeddu, che riuscì a fuggire nel Sulcis, nella casa sul Golfo di Palmas, venne catturato condotto a Cagliari  e arrestato il 3 giugno. E' accusato di essere "uno dei capi e principali autori dell'insurrezione" e per sentenza della regia delegazione  il 30 agosto fu condannato a morte ad essere impiccato: "a spicarsi la testa dal busto, conficarsi quella al patibolo, e questa consegnarsi alle fiamme e spargersene le ceneri al vento, previa tortura nel capo dei complici, nella confisca dei suoi beni e nelle spese". Fu impiccato il 2 settembre dello stesso anno e il  suo corpo dato alle fiamme e le ceneri sparse nel vento.

-Raimondo Sorgia: Arrestato il 5 novembre è impiccato Il 13 maggio 1813, come  gli altri condannati non fa il nome dei complici "nemmeno ai piedi della forca" (Lorenzo del Piano).

- Giovanni Putzolu, come Raimondo Sorgia, fu arrestato il 5 novembre e impiccato Il 13 maggio 1813.

- Gaetano Cadeddu, riuscirà a fuggire ma sarà condannato a morte in contumacia, in quanto ritenuto autore dell'insurrezione e colpevole di aver reclutato armati con il denaro per l'esecuzione dell'impresa,

- Giuseppe Zedda, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell'insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l'esecuzione dell'impresa, come Francesco Garau, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni,

- Francesco Garau, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell'insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l'esecuzione dell'impresa, come, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni, Giuseppe Zedda.

- Antonio Massa Murroni, sarà arrestato nella notte del 5 novembre, fra i primi, e condannato il 30 agosto del 1813, al carcere a vita.

-  Giacomo Floris, sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita con  Pasquale Fanni. Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

- Pasquale Fanni. Sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita come  Giacomo Floris  Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

 Stanislao Deplano, arrestato sarà inviato nel maggio del 1813 in esilio a Mandas prima e a Alghero, Sassari e Carloforte poi.

- Accusati di complicità nel fatto, Antonio Massa Murroni e Giovanni Battista Cadeddu, furono condannati al carcere a vita nella torre dell'isola della Maddalena, dove Giovanni Battista Cadeddu morirà il 26 ottobre 1919.

- Stanislao Deplano venne recluso nelle carceri di Alghero e nel 1821 esiliato a Carloforte. 

- Luigi Cadeddu nel 1827 si trovava ancora in carcere.

- Efisio Cadeddu, il figlio minore di Salvatore, per la sua giovane età non fu inquisito né perseguitato..


 

 
 
 
Successivi »
 
 
 

INFO


Un blog di: asu1000
Data di creazione: 12/06/2007
 

BB

 

INNU

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

asu1000mara_dolcemaratobias_shufflecricri_67Vento_del.Sudl0redianaclock1991il_pablochiarasanyGiuseppeLivioL2psicologiaforensefugadallanimaraniero9moschettiere62
 

ULTIMI COMMENTI

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
I commenti sono moderati dall'autore del blog, verranno verificati e pubblicati a sua discrezione.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

GENNARGENTU

 

UN'ISPANTUUUUUU

 

GUSANA

 

GUSANA

 

UN'ISPANTUUUUUU

 

GENNARGENTU

 

GUSANA

 

UN'ISPANTUUUUUU

 

BATTOR MOROS

 

BATTOR MOROS

 

BATTOR MOROS

 

BATTOR MOROS

 

MORI

Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.

Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).

Frantziscu Casula