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cun sa limba e sa cultura sarda - de Frantziscu Casula.

 

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Vittorio Emanuele III

Post n°870 pubblicato il 08 Luglio 2016 da asu1000

 

 

Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti "onori" e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna.

 

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l'intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell'Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Anche durante il suo regno, fin dall'inizio del Novecento, continua la repressione violenta nei confronti della protesta popolare e dei movimenti di opposizione.

 

1. Repressione poliziesca agli inizi del Novecento in Sardegna:

L'eccidio di Buggerru. La sommossa di Cagliari , Villasalto e Iglesias

Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d'ombre Giuseppe Dessì scrive a proposito dell'eccidio di Buggerru: Bava Beccaris era nell'aria e con esso il suo demente insegnamento.

Anche a Buggerru, allora importante centro minerario, l'esercito, come a Milano nel 1898, sparò sulla folla inerme. Il 4 settembre del 1904 nel paese di Buggerru giunsero da Cagliari due compagnie del 42° reggimento di fanteria. La folla che gremiva la strada principale del paese li accolse in un silenzio ostile. Poco dopo i soldati con le baionette già cariche si schierarono in assetto da guerra all'esterno dell'Albergo dove alloggiavano. Le minacce e i tentativi di disperdere con la forza i manifestanti da parte dei soldati non sortirono alcun effetto. Fu allora che i soldati imbracciarono i moschetti e spararono sulla folla inerme. La tragedia si consumò in pochi minuti: sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni, di Masullas, e Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara, erano morti. Un terzo, Giustino Pittau, di Serramanna, colpito alla testa, morì in ospedale. Un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni perì.

A Cagliari due anni dopo nel 1806, in seguito a una sommossa popolare contro il caro vita ci furono 10 morti.

"Alla notizia dei morti di Cagliari - scrive Natale Sanna - insorsero subito i centri minerari dell'Iglesiente con richieste varie, scioperi, saccheggi, scontri con i soldati, morti (due a Gonnesa e duie a Nebida) e feriti (17 a Gonnesa e quindici a Nebida) fra i dimostranti" (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 472).

Duramente repressi furono anche gli scioperi e le manifestazioni che si innescarono sempre dopo i fatti di Cagliari a Villasimius, San Vito, Muravera, Abbasanta, Escalaplano, Villasalto (con 6 morti e 12 feriti). Mentre a Iglesias nel 1920 i carabinieri sparano su una manifestazione di minatori causando 7 morti.

 

2. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com'era di completare la cosiddetta "unità nazionale" con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull'altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte però sperimenterà sulla propria pelle l'assurdità e l'insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.

Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari immani lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi e il fio maggiore fu la Sardegna: "Pro difender sa patria italiana/distrutta s'este sa sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata" (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna,  Editori Laterza, 2002, pagina 9).

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media "nazionale" di 104,9.

E a "crepare" saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come "gesto esemplare" alla D'Annunzio o, cinicamente, come "igiene del mondo" alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, "Basta con le menzogne" gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere allo stesso Lussu - in Un anno sull'altopiano - Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.

In cambio delle migliaia di morti,  - per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti - ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee - sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi -  non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive:"Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all'Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L'entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell'isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell'ingratitudine dei governi, quasi presaga dell'inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni:le medaglie d'oro. d'argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto". (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904)

 

3. Vittorio Emanuele III e il Fascismo.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l'aver favorito l'avvento e l'affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l'esercito per combattere e disperdere gli "insorti", invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare "le camicie nere", -  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura -, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d'assedio di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Non tenendo conto che nelle ultime elezioni politiche del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

Non tenendo conto che i due partiti democratici e di massa nelle stesse elezioni avevano trionfato: il Partito Socialista Italiano con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo con il 20% dei voti e 100 seggi.

Mussolini di fatto esautorerà la stessa monarchia che beata e beota si godeva il suo "impero" di sabbia con le conquiste imperiali, che evidentemente riteneva dessero lustro e prestigio alla stessa monarchia, non comprendendo che invece di volare stava precipitando e con essa l'intero popolo italiano e quello sardo in primis! Abbeverato di olio di ricino, internato nelle galere e esiliato al confino, condannato per ben quattro lustri ad ulteriore sottosviluppo.

Scrive Carta Raspi:"Mussolini più volte aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da rateare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse. Già sarebbero state briciole; ormai le aquile imperiali spaziavano nel mediterraneo e oltre tutto veniva inghiottito dalla Libia, poi dalla conquista dell'Abissinia e dalla guerra di Spagna. Solo all'inizio della seconda guerra mondiale Mussolini si ricordò della Sardegna, per attribuirle il ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo occidentale". (Raimondo Carta Raspi, op, cit. pagina 914).

In conclusione Vittorio Emanuele III non separò mai le sorti e le responsabilità della dinastia da quelle del regime: sul piano interno non si oppose alla graduale soppressione delle libertà garantite dallo Statuto e non si oppose neppure all'infamia delle leggi razziali e sul piano estero non si oppose alla seconda guerra mondiale.

 

4. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l'evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell'umanità.

Scrive lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva:"Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l'ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra - aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili...Alle perdite umane si sommarono quelle materiali, in seguito ai gravissimi danneggiamenti che colpirono molte città della Cina, del Giappone e della Germania e alle distruzioni subite dall'unione sovietica, dove furono pressoché rase al suolo 1700 città e 70.000 villaggi". (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250).

Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Scrive a questo proposito lo storico sardo Natale Sanna: "Durante l'ultima guerra la Sardegna, per la sua posizione strategica, le importanti basi navali e i circa quindici campi di aviazione in essa dislocati attirò l'attenzione dei comandi alleati. Dovette perciò subire, fin dai primi anni del conflitto, numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell'Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant'Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

 

5. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l'Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L'ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l'armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l'8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, -  non esistendo più una unità di comando e di direzione -  essi furono posti di fronte all'alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

 

 
 
 

Vittorio Emanuele

Post n°869 pubblicato il 04 Luglio 2016 da asu1000

 

Vittorio Emanuele II di Savoia

Vittorio Emanuele II è stato l'ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e  il primo re d'Italia (dal 1861 al 1878).

Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, - fu soprannominato il re galantuomo - tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d'Italia, fu nefasta.

 

1. Vittorio Emanuele ultimo re di Sardegna.

Con Vittorio Emanuele II, dopo la Fusione Perfetta con gli stati del continente, la Sardegna perderà ogni forma residuale di sovranità e di autonomia statuale per confluire nei confini di uno stato più grande e il cui centro degli interessi risultava radicato interamente sul continente. L'Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all'Isola, né dal punto di vista economico, né da quelli politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l'aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d'assedio, - che divenne sistema di governo -  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852).

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la fusione perfetta del 1847, la Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata da un governo senza cuore e senza cervello.

Ad esemplificare l'estraneità della Sardegna al Piemonte basta un episodio paradigmatico: Giovanni Siotto Pintor, uno di quegli intellettuali sardi che nel novembre del 1847 più si era adoperato perché si raggiungesse l'obiettivo  della fusione  con il Piemonte, all'ingresso di Palazzo Carignano viene fermato dal portiere. Il suo abbigliamento ( si era presentato con il costume caratteristico dei sardi , con sa berritta, orbace e cerchietto d'oro all'orecchio) contrastava con l'eleganza e severità dei suoi colleghi piemontesi o liguri o savoiardi della Camera di nomina regia.  Per questo si dice che entrò nell'aula del Senato solo dopo aver vinto con la forza le resistenze del portiere che evidentemente aveva una qualche difficoltà a riconoscere in lui un Senatore.

Il secondo episodio venne denunciato con una lettera  al Presidente della Camera dal deputato di Sassari Pasquale Tola, che, quando nel maggio del 1848 in occasione di una riunione con i colleghi delle altre province, rimarcò l'assenza dell'emblema della Sardegna nell'aula dove,invece,  erano dipinti e diversamente raffigurati quelli delle altre province del Regno.

 

2. Vittorio Emanuele I re d'Italia

Le cose per la nostra Isola con cambiano con l'Unità d'Italia. Se è possibile, anzi, si aggravano, ad iniziare dal campo fiscale.

 

a. Campo fiscale

Scrive a questo proposito Natale Sanna: "La pesante contribuzione di guerra imposta dal Radestzky dopo le sfortunate campagna del 1948/49 e, soprattutto, la politica economica e militare del Cavour nel decennio di preparazione costrinsero il governo a un inasprimento della pressione fiscale. Mentre il Piemonte si avvantaggiava della politica di libero mercato e di rinnovamento, propugnata dai liberali, con l'incremento dei traffici, con la costruzione di strade e di linee ferroviarie, col progresso dell'agricoltura e col sorgere di industrie, la Sardegna, provincia periferica e priva di capitali, fu chiamata unicamente a contribuire con il suo danaro...Quando poi si decise di far pagare sul reddito fondiario si commise un'ingiustizia ancora più grave. Per le province piemontesi più povere (Valsesia, Domodossola) l'imposta fu fissata nell'1,32% del reddito, per le più ricche (Torino, Lomellina) nel 10% e per le medie del 6%.

Tutta la Sardegna fu equiparata alle più ricche e la sua aliquota fu fissata nel 10% (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 439)

Le tasse che la Sardegna paga sono  dunque superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d'ombre "La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l'isola si vide triplicare di colpo le tasse.

In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all'orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l'esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all'asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani...".

Durante il suo regno fu istituita (1868) anche la tassa sul macinato, l'imposta più odiosa di tutte, "perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall'asinello". (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).

 

Campo politico generale

Si dirà comunque che l'Unità d'Italia fu un fatto positivo. Anche su questo occorre iniziare a fare "le pulci". Positivo per chi?

Storici, intellettuali, scrittori e studiosi oggi in particolare ma anche nel passato esprimono dubbi e critiche, iniziando a demolire miti, monumenti nazionali (come lo stesso Garibaldi) e luoghi comuni. Iniziando a denunciare gli errori e gli orrori di quella politica militarista e di "conquista militare" che sono, fra l'altro all'origine dei problemi dell'Italia moderna.

 

a. Nascita dell'Italia o di due Italie, con una ridotta a "colonia"?

Nicola Zitara, all'inizio degli anni '70, con alcuni intellettuali fra cui, Anton Carlo e Carlo Capecelatro che verranno poi chiamati nuovi meridionalisti, iniziò una revisione del "vecchio meridionalismo" e dell'intera "Questione meridionale" dissacrando quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista del Risorgimento; mettendo in dubbio e contestando le magnifiche sorti e progressive dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e a  centro aveva sempre ritenuto, che tutto si poteva criticare in Italia ma non l'Italia Unita e i suoi eroi risorgimentali.

Zitara e i nuovi meridionalisti ( cui oggi aggiungeremmo Pino Aprile) - in modo particolare, ripeto, Edmondo Maria Capecelatro e Antonio Carlo, quest'ultimo fra l'altro per molti anni docente incaricato di diritto del lavoro all'Università di Cagliari - ritengono che il Meridione con la Sardegna, sia diventata con l'Unità d'Italia una "colonia interna" dello Stato italiano e che dunque la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata soprattutto nell'ambito di uno spazio economico unitario - quindi a unità d'Italia compiuta - dominato dalle leggi del capitale.

Si muovono in sintonia con studiosi terzomondisti come V. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell'altra e viceversa.

Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi che ha sviluppato nelle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale.

 

Per Amin il sottosviluppo è l'inverso dello sviluppo: l'uno e l'altro costituiscono le due facce dell'espansione - per natura ineguale - del capitale che induce  e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel "centro" e degradazione, miseria e carestie croniche nell'altro polo, nella "periferia".

Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l'accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario. A questo proposito ecco una

Breve bibliografia

  1. E. M. Capecelatro- A. Carlo, "Contro la Questione Meridionale", Ed. Savelli, Roma 1972.

  2. P. A. Baran,  Il surplus economico e la teoria marxiana dello sviluppo, Feltrinelli, Milano,1975                            

    3.  Gunter Frank, "Capitalismo e sottosviluppo in America latina, Torino 1969.

    4. Samir Amin , Sulla Transizione,  Ed. Jaca-Book,   Milano, 1973

    5. Samir Amin , La teoria dello sganciamento, Ed. Diffusioni, Milano 1986.

     

    b. Unità d'Italia come "piemontesizzazione"

A parte queste analisi, sia pure rigorose e credibili, è comunque assodato che l'Unità d'Italia si risolverà sostanzialmente nella "piemontesizzazione" della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri - da Cavour in primis -  dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud -   il blocco storico gramsciano - contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud;  contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l'agricoltura e a favore dell'industria.

C'è di più: si realizzerà un'unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città e paesi che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del pensiero della gran parte degli intellettuali italiani che durante il "Risorgimento" e dopo furono federalisti e non unitaristi.

 

c. Unità d'Italia e peggioramento delle condizioni di vita  (nel Sud e nelle Isole)

La "Conquista militare" da parte del Piemonte del Sud Italia (la Sardegna era già stata "conquistata " con la Fusione perfetta), comporterà gravi conseguenze sulle condizioni di vita dei lavoratori, in primis di quelli delle campagne meridionali.

Da quella scelta, da quella costosissima e sanguinosa operazione militare, deriveranno tutti i mali che affliggeranno nei secoli successivi l'Italia: il sottosviluppo del Meridione (con l'invasione piemontese e la riduzione del Sud a colonia interna e con il brigantaggio), il gravissimo deficit di democrazia (votava poco più dell'1% della popolazione) che condurrà a politiche sciagurate (come la partecipazione alla tragedia della Grande Guerra prima e al Fascismo poi).

 

d. Aumento debito pubblico

La politica del nuovo stato unitario, centralista e statalista - il cui capo di stato, ripetiamo è il re Vittorio Emanuele II - produrrà la devastazione dell'economia. Con il crollo della produzione agricola, quello delle esportazioni, un'industria (e solo al Nord!) che nasce assistita e fuori dai principi del libero mercato. Cui occorre aggiungere un colossale debito pubblico dovuto alle guerre e alle spese militari, oltre che al malgoverno.

Nel 1862, anno in cui fu presentato al Parlamento il primo bilancio del regno d'Italia, il debito nazionale era di tre miliardi di lire, all'inizio del 1891, il solo debito consolidato era di 13 miliardi di lire.

Questo immenso debito era prodotto dalle guerre e dalla politica militarista.

 

 
 
 

Lingua sarda

Post n°868 pubblicato il 02 Luglio 2016 da asu1000

 

Sulla lingua sarda uno stato fuorilegge e inadempiente
di Francesco Casula
Sulla lingua sarda l'Europa bacchetta e ammonisce lo Stato italiano: esso infatti è inadempiente e fuorilegge con il governo Renzi che discrimina la lingua sarda.
Il Consiglio d'Europa, attraverso il Comitato consultivo di controllo della Convenzione quadro di protezione delle minoranze nazionali, in un rapporto di 38 pagine denuncia il fatto che mentre le lingue frontaliere (tedesco e ladino in Trentino Alto Adige, francese in Valle d'Aosta e sloveno in Friuli Venezia Giulia) sono sufficientemente sostenute, quelle riconosciute solo nel 1999 con la Legge 482, ad iniziare dal sardo e dal catalano, vengono bistrattate e dimenticate.
Nel dossier degli esperti del Comitato si denunciano "le emergenze più grandi" ad iniziare dalla mancanza di una programmazione in TV e Radio. Così un milione circa di parlanti il Sardo non ha accesso alla televisione pubblica e alla Radio nella propria lingua. Ancor più evidente l'emergenza nel campo della scuola in cui "le opportunità in cui l'insegnamento in e con altre lingue come l'albanese, il catalano, il croato, il greco e il sardo sono ampiamente inadeguate".
Lo stesso discorso vale per la formazione degli insegnanti, l'aggiornamento e la disponibilità di materiale didattico. La conseguenza è che :"In Sardegna la percentuale degli allievi che ha avuto anche un solo contatto episodico e non continuativo con la lingua a scuola è inferiore al 15%".
Ad annunciare la denuncia europea contro l'inapplicazione delle norme sulle minoranze linguistiche  da parte del governo Renzi è il Coordinamento pro su sardu ufitziale  (CSU), la cui Assemblea direttiva attraverso Giuseppe Corongiu, - fondatore dello stesso Coordinamento e responsabile dell'Ufficio linguistico regionale dal 2006 al 2014 - sostiene che :"Est importante chi su Comitadu de su Cussìgiu de Europa apat retzepidu sas istàntzias nostras, e sa cosa tenet unu valore particulare ca est istada realizada petzi cun su cuntributu de sos assòtzios de base. Nos diat èssere agradadu a mandare a dae in antis custu traballu cun sa Regione; amus fintzas iscritu, ma non nos ant carculadu. Como su Guvernu Tzentrale at a dèvere dare rispostas cumbinchentes; si nono su Comitadu de sos Ministros at a intervènnere de seguru cun santziones. Amus a pedire a sos europarlamentares sardos de intervènnere".
La Regione sarda non solo no at carculadu a su CSU, ma tace. A fronte della "ammonizione" dell'Europa ci si sarebbe infatti aspettati una forte e decisa presa di posizione della Giunta Regionale contro il Governo Renzi, inadempiente e "fuorilegge" persino rispetto alle deboli e anemiche normative (come la Legge 482 sulle Minoranze linguistiche storiche).  Invece niente. Dorme. E' di fatto complice della discriminazione antisarda. Forse perché ha la cattiva coscienza. Se lo Stato discrimina e dimentica la lingua sarda, la Regione fa altrettanto. Anzi peggio. Fa passi indietro persino rispetto al passato, alle Giunte Soru e Cappellacci, in cui sul fronte della politica linguistica qualcosa si era mosso. Pigliaru e la sua Giunta cercano di affossare e inabissare persino quel minimo di standardizzazione del Sardo che iniziava a dare qualche frutto nella direzione di "superare" la frammentazione dialettale per imboccare la strada di un sardo "ufficiale". Senza il quale ogni prospettiva di Bilinguismo perfetto è vana. Senza il quale la lingua sarda è destinata a languire, marginalizzata e "dialettizzata" nelle feste paesane e nel folclorismo.
E' questo che si vuole? Temo di sì: almeno da parte dello Stato e della Regione. A parte infatti le dichiarazioni di principio e i proclami alla vigilia delle elezioni, per accalappiare qualche voto "identitario"; a parte le stesse leggi (la 26 a livello regionale del 1997 e la 482 del 1999, a livello statale: in ritardo abissale di ben mezzo secolo rispetto al dettato costituzionale del '48, articolo 5:"La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche"), non c'è la consapevolezza dell'importanza e della necessità di valorizzare la lingua sarda come lingua "normale" e coufficiale (con l'Italiano) da insegnare nelle scuole di ogni ordine e grado e da utilizzare in tutte le occasioni di vita (in famiglia, nei luoghi di lavoro ecc) come nei Media (Rai-TV-Internet-Giornali), nella Pubblicità e nella Toponomastica.
Anche se non lo si ammetterà ho l'impressione che Pigliaru (come la quasi intera classe politica ma anche accademica) seguano ancora l'indicazione di Carlo Baudi di Vesme, che nell' opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta su incarico del re Carlo Alberto tra l'ottobre e il novembre 1847 ma completata nel febbraio 1848, sostiene che "Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana...E' necessario inoltre scemare l'uso del dialetto sardo ed introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire (sic!) alquanto quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo...".
Eppure Pigliaru, presidente di una maggioranza che si vorrebbe progressista e addirittura con componenti sovraniste e indipendentiste, dovrebbe conoscere - e dunque praticare - l'insegnamento di Michelangelo Pira che in La rivolta dell'oggetto (pagina 252) scrive:"Il vicerè non aveva alcun obbligo di essere bilingue; alla traduzione dei suoi ordini potevano provvedere intellettuali bilingui suoi dipendenti. Il presidente della Regione (per dire le istituzioni e organizzazioni sarde autonomistiche) ha l'obbligo di essere compiutamente bilingue: il suo compito non è quello di trasmettere ordini di una sovranità esterna bensì quello di farsi estensione di una sovranità interna, partecipando alla costruzione di questa.
Egli deve capire quel che si vuol fare della Sardegna da parte dei poteri esterni dell'Isola, ma anche e soprattutto deve capire quel che la Sardegna vuol fare di se stessa e dei suoi rapporti con i suoi interlocutori esterni. E la volontà interna si forma e si individua sia parlando in sardo, sia parlando in italiano".
O no?

 

 
 
 

Via Umberto I !

Post n°867 pubblicato il 27 Giugno 2016 da asu1000


VIA Umberto I!
di Francesco Casula
Alcune motivazioni perché Umberto I di Savoia non è degno di essere intestatario di una Via, una Piazza o altri simili ed equivalenti "onori" e riconoscimenti nei paesi e nelle città della Sardegna

Umberto I di Savoia, re d'Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale,nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

1. campo fiscale.
Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe Dessì nel romanzo Paese d'ombre "La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per cui l'isola si vide triplicare di colpo le tasse.
In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all'orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l'esattore, spalleggiato dai Carabinieri, metteva all'asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani..."

a. tassa sul macinato
Durante il suo regno permarrà  l'imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel 1880), l'imposta più odiosa di tutte, "perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte girare dall'asinello". (Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440).
b. aggio esattoriale
Scrive lo storico Ettore Pais:"Nelle altre province del regno l'aggio esattoriale ha una media che non supera il 3%, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a 14%" (F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam, Padova, 1959, pagina245).
c. sequestro di immobili
A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 - anni in cui Umberto I è re - si ebbero in Sardegna "52.060 devoluzioni allo stato di immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre regioni messe insieme" (F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958,pagina 162). Ed ancora nel 1913 - regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo - , la media delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.

2. Campo economico
In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l'economia meridionale e quella sarda. Con la "guerra" delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
La "Guerra delle tariffe con la Francia - scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d'ombre - aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti. Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del Risparmio di Cagliari.
Mentre  Raimondo Carta Raspi annota: "Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo commercio e l'isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali" (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882)
Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l'intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa - sostiene Gramsci - ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.
Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.

3. Campo ambientale
L'Isola del «grande verde»,  che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l'Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d'Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami "devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna", mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell'Iglesiente.
Con l'Unità d'Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga" lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l'estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell'intera superficie della Sardegna, città comprese". (La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 161).
Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la "colonizzazione" operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s'istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d'ombre scrive: La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l'unificazione del regno.  

4. Gli spogliatori di cadaveri
Gramsci in un articolo del 1919 sull'Avanti, censurato e scoperto tra Carte d'archivio decenni dopo e fortemente critico nei confronti della politica italiana postunitaria, scrive che : I signori di Torino e la classe borghese torinese ha ridotto allo squallore la Sardegna, privandola dei suoi traffici con la Francia ha rovinato i porti di Oristano e Bosa e ha costretto più di centomila Sardi a lasciare la famiglia per emigrare nell'Argentina e nel Brasile".
Infatti in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l'economia meridionale e quella sarda: di qui lì emigrazione biblica.
Con la "guerra" delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 - ricorda lo storico Carta-Raspi - erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l'intera economia sarda.
Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa - annota Gramsci - ai contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e buoi.
Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo del latte. E s'affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama "Gli spogliatori di cadaveri" .
1° categoria di spogliatori di cadaveri
Sono gli industriali caseari. I signori Castelli - scrive Gramsci - vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l'esattore, l'industriale affitta i soldi per l'affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale.
Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni:conseguenze e prodotti del disboscamento della Sardegna, opera  di un'altra categoria di spogliatori di cadaveri.
2° categoria di spogliatori di cadaveri
Sono gli industriali del carbone - secondo Gramsci - che scendono dalla Toscana. Stavolta il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L'Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi.: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.
Così - continua l'intellettuale di Ales -L'Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un'invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d'oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l'abbiamo ereditata allora.
Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s'affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri  spogliatori di cadaveri.
3° categoria di spogliatori di cadaveri
Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un'attività di rapina delle risorse del sottosuolo. Ricordiamo  che il 9 settembre del 1848, ad appena otto mesi dalla Fusione perfetta, fu esteso alla Sardegna un Editto, già operante nella terraferma, che assegnava la proprietà delle miniere - e tutte le risorse del sottosuolo - allo Stato. Questo, per quattro soldi le darà in concessione a pochi "briganti", in genere stranieri ma anche italiani.
"Essi si limiteranno - scrive Gramsci -  a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione"
Certo, gli occupati nelle industrie estrattive passeranno da 5 mila (1880) a 10 mila (1890) ma in condizioni inumane di lavoro (11 ore consecutive) e di vita: La Commissione parlamentare istituita dopo i moti del 1906 scriverà: Si mangia un tozzo di pane durante il lavoro e per companatico mangeranno polvere di calamina o di minerale".
Sempre nella relazione della Commissione parlamentare si dice testualmente:S'attraversano ancora oggi nel Sulcis Iglesiente villaggi nati allora, lascito della borghesia mineraria con intonaci scomparsi, pavimenti trascurati, filtrazioni di umidità, insetti immondi, annidati dappertutto.
Ad essere date in concessione non erano solo le miniere di carbone ma anche quelle di piombo, argento, zinco, rame.

5. Nel campo delle liberta e della democrazia. La "Caccia grossa" e i fatti di Sanluri.
Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale,autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggio le infauste "imprese" in Africa (con l'occupazione dell'Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000  caddero prigionieri.
Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), "le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400" Franco della Paruta, Storia dell'Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461).
Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa "impresa" non solo lo insignì della croce dell'Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
Questo in Italia. In Sardegna l'anno seguente nel 1899 assisteremo alla "Caccia grossa"! Il capo del governo, il generale Pelloux - quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l'ostruzionismo parlamentare della Sinistra - invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo,  nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.
Ecco come descrive  la Caccia grossa Eliseo Spiga "Lo stato rispondeva la banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d'assedio, senza preoccuparsi,,,di un'intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato...Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi...sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario...venduti in aste punitive tutti i beni  degli arrestati e dei perseguiti...Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro di persona in grande, per fare scuola"- ((La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006, pagina 162).
Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l'aveva conosciuta anche prima del 899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (SU TRUMBULLU DE SEDDORI ), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.
Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l'isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie .
L'8 novembre 1882 ebbe inizio il " PROCESSO" giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei processi più importanti dell'isola.
La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto "Burrullu" di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

 
 
 

Il bello di Facebook?

Post n°866 pubblicato il 11 Giugno 2016 da asu1000

 

 

 

Il bello di Facebook?

Leggere cotali e cotante piacevolezze.

di Francesco Casula
Secondo un nostro "cortese" ma un po' troppo sprovveduto interlocutore, certo Luca Noli,  Carlo Felice:

1. Fu un benefattore dei Sardi. "Pagò li studi in Francia ad un certo Pietro Leo perché portasse il vaccino per debellare il vaiolo in Sardegna". Caspita!

2. "Fu sì feroce ma non verso il popolo, ma verso gli aristocratici che con le ribellioni cercavano di mantenere vivo il feudalesimo in Sardegna 😉 pretendendo che attraverso gli stamenti ci fosse un governo indipendente da quello centrale. Mai fu cattivo verso il popolo. È storia"

3. "A proposito di tasse...gli STAMENTI (quindi la creme de la creme dell'aristocrazia sarda) impose una tassa di 400mila lire, e fu Carlo Felice ad imporre che ne fossero esentati i ceti più deboli"

A parte alcuni strafalcioni formali  veniamo alla sostanza.

1. Carlo felice fu sì "cattivo" ma "verso gli aristocratici che con le loro ribellioni cercavano di mantenere vivo il feudalesimo".

a. Difatti erano aristocratici i pastori che seguirono il teologo Francesco Sanna Corda nella insurrezione del 1802 in Gallura. Ecco alcuni nomi: BATTINO GIOVANNI pastore di Aggius, FRAU FRANCESCO pastore di Aggius, LUIGI MARTINETTI di Sassari.

b. Difatti erano aristocratici i popolani coinvolti nella Rivolta di Palabanda: ecco alcuni nomi GIACOMO FLORI  (Fornaciaio); RAIMONDO SORGIA (Conciatore); PASQUALE FANNI(Orefice); GIOVANNI PUTZOLU (Pescatore)

2. "Gli stamenti imposero imposero una tassa di 400 mila lire e fu Carlo Felice a imporre che ne fossero esentati i ceti più deboli".

Iniziamo con quest'ultima piacevolezza: perché al nostro valente storico non gliene va bene una. Infatti pur essendo gli Stamenti sardi, specie dopo la fine del triennio rivoluzionario angioyano, ligi e servili nei confronti dei savoia, nel caso del Donativo straordinario imposto con la presenza della Corte a Cagliari , gli Stamenti c'entrano poco.

Ecco una fonte credibile, Giovanni Lasagna, giurista, filo monarchico e filosavoia, che farà una carriera eccezionale e avrà incarichi prestigiosi proprio sotto il regno di Carlo Felice.

Lavagna nega ognni legittimità in fatto e in diritto all'Editto con cui Carlo Emanuele (fratello di Carlo felice), sentita una delegazione stamentaria, decreta un esorbitante "donativo" e ne fissa il "riparto" fra le varie classi della popolazione. Il tributo è ritenuto illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sporpozionati rispetto a simili "donativi" imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci, appositamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri.

Certe inadempienze costituzionali non potevano sfuggire a un giurista ben provveduto di dottrina come il Lavagna, il quale per altro non si perita di accusare i principi reali di altrettanto gravi inosservanze, come quella di non aver prestato il dovuto giuramento nell'assumere le rispettive elevate cariche: il duca d'Aosta quella di generale delle Armi e di Governatore del Capo di Cagliari e Gallura, il duca di Monferrato quella di Governatore del capo di Sassari e Logudoro e Carlo felice, duca del Genevese, quella di Vicerè".

(Fonte storica. Carlino Sole, Le carte di Lavagna e l'esilio de Casa savoia in Sardegna, Ed. Giuffrè, Milano, 1970, pagine 26-27)

 

Altra piacevole pillola storica del nostro critico: Carlo Felice amico del popolo sardo e nemico  degli gli "aristocratici che con le loro ribellioni cercavano di mantenere vivo il feudalesimo".

Questa sciocchezza sesquipedale, e non poteva essere diversamente, non è sostenuta da nessuna prova e tanto meno alcuna fonte storica.

Veniamo invece alla verità storica con alcune significative  "Fonti", anche di filo monarchici come Pietro Martini da cui iniziamo.

1. Lo storico Pietro Martini documenta che, Carlo Felice, divenuto re con l'abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, mirò a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza "con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l'iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll'enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo".

2. Lo storico Raimondo Carta Raspi: "Ai feudatari, da viceré, diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l'epiteto di carnefice e giudice dei suoi concittadini."

3.  Giuseppi Dei Nur  in "Buongiorno Sardegna- Da dove veniamo" (La Biblioteca dell'Identità-L'Unione sarda, Cagliari 2013, pagina 154),

 "Partito il re e lasciata l'Isola nelle mani del viceré Carlo Felice, i feudatari continuarono imperterriti a dissanguare i vassalli con l'esosità delle loro gabelle mentre il viceré oziava nella sua villa di Orri, gaudentemente intrattenuto dai cortigiani locali e d'importazione, in conflitto permanente con tutto ciò che poteva affaticarlo non solo fisicamente ma anche intellettualmente, essendo uomo di scarsa cultura che rifuggiva dagli esercizi mentali troppo impegnativi. Il bilancio dello Stato era disastroso ma non quello suo personale, ovviamente, così che poteva permettersi di ostentare elargizioni in beneficenza con ciò che aveva riservato per sé. Fu, il suo, il governo poliziesco, sostenuto efficacemente da quelle anime nere dei feudatari, a formare un sistema di potere dispotico e predatore in danno della popolazione locale, la cui autorità si manifestava delle forche erette per impiccare i trasgressori delle sue leggi, imposte con la forza.
E quegli ingenui abitanti di quello sfortunato luogo innalzarono invece per lui non una forca ma una statua, in una bella città capoluogo".

 

 

 

 

 

 
 
 
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Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.

Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).

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