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cun sa limba e sa cultura sarda - de Frantziscu Casula.

 

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Raimondo Manelli

Post n°894 pubblicato il 21 Gennaio 2017 da asu1000

 

 

Università della Terza Età di Quartu:

lezione su Raimondo Manelli,

Risultati immagini per raimondo manelli gavoi

Il cantore dell'Isola "conchiglia" e del   riscatto sociale dei poveri e dei "vassallos". (1916-2006)

a cura di Francesco Casula

Nasce a Gavoi (Nu) l'8 settembre 1916. Si laurea in materie letterarie a Cagliari nel 1940. Nel 1943, torna a Gavoi come sfollato antifascista sotto il governo Badoglio Nel dopoguerra svolge un'attività politica prima a Gavoi e poi a Cagliari, al fianco di Sebastiano Dessanay: di queste battaglie epiche, dalla parte dei contadini e dei pastori, c'è un riflesso immediato nelle sue poesie, che per la maggior parte hanno per tema la Sardegna, ma soprattutto Gavoi, il suo paese natale, raffigurato in tutti i suoi aspetti: le dure condizioni di vita, i personaggi caratteristici, l'impatto con la modernità. In una delle sue poesie più felici dal titolo Gavoi 1958, si legge: Ora le ultime bettole si chiamano bar;/ i maestri del ferro sono meccanici;/ l'ultimo fabbricante di speroni/ è morto bruciato dall'alcool;/ e la domenica non si odono più/ gli accordi vocali del "bomborobò"./ È giunta la televisione/ coi ministri e le prime pietre,/ con le annunciatrici che sorridono sempre.

Dedicherà tutta la sua vita all'insegnamento e alla scuola (sarà maestro elementare prima di diventare professore e poi preside) e alla sua passione per la poesia. Scriverà ininterrottamente dall'adolescenza fino alla tarda età.

La sua prima raccolta Filo d'acqua esce nel 1939. Seguono La strada dei poveri (1947); E il mondo muta (1956); Il cuore a spicchi (1960); L'isola delle mandorle amare (1966); La terra e gli uomini (1968); La Giubilazione e altri messaggi (1985); Agrifogli (1992); La voce e il grembo (1993).

Ha inoltre curato, sulla poesia in Sardegna, le antologie Trent'anni di poesia in Sardegna (1981), Poeti di Sardegna ((1985), Frontespizi della poesia sarda in lingua italiana (2001) e Empatie di varie stagioni (2002).

Dal 1951 al 1959 insegnerà in un Istituto tecnico di Terni. Il soggiorno umbro gli sarà particolarmente propizio come studioso e come poeta ma anche come ricercatore della poesia dialettale e popolare, della storia, delle tradizioni e del folclore della Conca ternana  (si veda in particolare Il cantamaggio a Terni, storia e antologia da lui curata nel 1982 per la Provincia di Terni). Alla città di Terni dedicherà ben cinque libri.Nel 1991 il Comune di Gavoi gli dedica un'antologia dal titolo L'Isola è una conchiglia pubblicata dalle Edizioni della Torre e curata da Pasquale Maoddi e Pier Gavino Sedda,  che raccoglie, oltre che alcune fra le sue poesie più significative, otto liriche inedite nonché  Poesias gavoesas , sei poesie in sardo-gavoese: Sa hotta -letteralmente cotta, ma qui significa preparare il pane; Badu 'e Lodine- Guado di Lodine; Zente 'e Gavoi, Prehadoria a Santu Juvanne, Unu muttu pro mene, Duos muttos), a dimostrazione del fatto che Manelli, pur poetando prevalentemente in italiano non disdegna la lingua sarda, che conosce e padroneggia, verseggiando con abilità, intensità ed eleganza. Tanto da raggiungere - scrive Natalino Piras  -  risultati di acuti lirici universali.  La poesia di Manelli - a dimostrazione della sua validità - ha sempre attirato l'interesse di valenti critici e di agguerriti studiosi della poesia medionovecentesca, in particolare di Sergio Turconi (in La poesia neorealista italiana, Mursia editore, 1977) e di Walter Siti (in Il neorealismo della poesia italiana, 1941-1956, Ed. Einaudi,1980). Muore a Cagliari il 5 Maggio del 2006.

Presentazione del testo [poesia tratta La strada dei poveri, Tipografia industriale Granero, Cagliari, 1947, pagine 24-26].

La poesia Mia madre popolana è contenuta nella silloge La strada dei poveri del 1947, la seconda raccolta di poesie di Manelli, dopo Filo d'acqua del 1939. In essa l'Autore, cristiano e comunista, canta e sta dalla parte di un'umanità povera e dolente, che attende da tempo immemorabile, nella terra dei pastori e dei braccianti, un riscatto e una liberazione dalle prepotenze dei prinzipales e dei sennores. Non solo.                                                         I poeta estraneo alla giungla imperante/di faccendieri e commedianti, confessa d'aver diffuso tra la buona gente/dottrine incendiarie/che mettevano in forse l'antica virtù dei notabili,/l'onestà dei mercanti//che lungo le strade maestre/ostentano le case a molti piani.

Nel contempo sono presenti figure amicali, parentali e familiari: soprattutto la madre, che in Mia madre popolana ricorda con smisurato affetto e forte commozione pensando anche alla umanissima vicenda che essa ha vissuto.La madre incerta nel leggere e nello scrivere che ha appreso nella scuola serale. La madre religiosissima, che recita a gran voce il Miserere a fronte di un improvviso temporale. La madre che, pur fatta curva dagli stenti/ e dalle notti insonni, continua a lavorare  stoiando seggiole, ovvero confezionando sedie con le stuoie, in quel tempo largamente usate, della povera gente di Gavoi e della Barbagia, ma non solo.La madre che ormai ridotta a una lampada presso alla fine dell'olioleggeva negli anni futuri. E il figlio-poeta che si avvide che Dio si rivela ai più buoni. Ovvero a quelli come la madre. Ai poveri e  - evangelicamente - agli ultimi.L'amore immenso del poeta per i genitori ma in particolare per la mamma non è presente solo in questa lirica, ne attraversa molte altre e comunque ricorre spessissimo nei suoi versi.

MIA MADRE POPOLANA

Mia madre popolana

leggeva un poco a stento,

scriveva con mano maldestra

umili frasi sottratte alla scuola serale.

E quando un improvviso temporale

saettava di lampi la povera casa montana,

intonava a gran voce il «Miserere» 

Al suon della campana, si segnava

si segnava all'inizio di un viaggio.

Sotto il sole di luglio

brandì la falce per la messe altrui

mia madre contadina.

Forse a lei parve volontà divina

la tirannia dei nobili del borgo.

E dopo ogni suo magro desinare,

diceva: Così s'abbia ristoro

al mondo ogni bennata creatura

e ogni anima che soffre in Purgatorio.

Diceva: O figlio.

che Dio ti guardi dalle male lingue

che sono come l'incendio!

Maledetto il peccato mortale!

Alfine, fatta curva dagli stenti

e dalle notti insonni, trascorse

stoiando le seggiole a tutto il contado,

del sembiante operoso

non restò che la luce degli occhi. E la voce.

E al figlio prediletto

  • Che importa - diceva  se la mia vita

è una lampada presso alla fine dell'olio?

Ho dato due lumi al villaggio;

e d'altro non m'importa.

E credeva nei sogni

mia madre popolana:

e tanto di me si nutriva,

se mi era lontana,

che tutto sognava di me taciturno

per lunghe inclementi stagioni.

Leggeva negli anni futuri,

tanto che io ne tremavo

e pensavo alle divinazioni.

E mi avvidi

che Dio si rivela ai più buoni.

Giudizio critico

Scrive Alberto Frattini: "[...]Nella strada dei poveri Manelli ha trovato in fondo la sua tematica (ma non mancano preannunci anche in precedenti liriche, si veda Momento primitivo) scavando nel sentimento e nell'amore della sua terra e della sua gente; dal cuore e dal sangue nascono i moti più fervidi, frenati da un pudore quasi istintivo di confessione. Il discorso si fa più disteso, lievita di umori più complessi, si colora di una realtà più ricca e di una umanità più dolente (con impasti espressivi familiari, disadorni fino a suonare scabri), tende a farsi testimonianza accorata e nuda, una voce per la madre popolana, per il padre bracciante, per i poveri delle  sue contrade umiliati dal vivere gramo. Il linguaggio si libera via via da qualche residuo aulicismo e recupera il lessico usuale, più risentito e fresco[...]".

[Albero Frattini, prefazione a E il mondo muta, Edizioni Accademia di Studi «Cielo d'Alcamo» , Alcamo (Tp), 1956, pagina 10, Alcamo (Tp), 1956.

Mentre Elio Vittorini in  una brevissima lettera  del 4 Maggio 1947, scrive a Manelli "Ho incontrato una bella qualità poetica e una generosa presenza d'uomo".

 

 

 
 
 

Manelli

Post n°893 pubblicato il 21 Gennaio 2017 da asu1000

 

ANALIZZARE

Le radici della poesia di Manelli - è il poeta stesso a ricordarlo in un suo scritto -  affondano sostanzialmente nella terra sarda e più particolarmente nelle vicende e nel destino dei contadini e dei pastori del suo paese : ovvero nella dolorosa realtà della sua gente e della sua terra, la Sardegna, impronta di piede contadino, che si va gradualmente trasformando dietro l'incalzare del progresso scientifico e tecnico. E anche quando la tematica si allarga via via per comprendere i problemi e le ansie del più vasto mondo contemporaneo, del gramsciano  mondo grande e terribile, il sapore delle immagini e le predilezioni culturali e sociali dell'autore saranno sempre coerenti con l'autenticità delle proprie origini e delle proprie radici della sua piccola patria sarda: infatti, L'isola è una conchiglia/e vi respira il mare/con le voci del mondo.

 Ferma restando nella sua poetica - scrive Alberto Frattini -  l'istanza di comunicare, di farsi intendere dagli altri e non solo dai professionisti della Letteratura.

Si inserisce su questo crinale Mia madre popolana, la sua poesia più famosa e dal poeta stesso la più amata, degna comunque di essere inserita nelle Antologie.

Il componimento piacque talmente al linguista Georges Mounin che lo tradusse in francese, ritrovando in esso una libertà e una scioltezza nel parlare delle così dette cose trite e prosaiche. Con un libero verseggiare e con un lessico realistico, piano e comune, senza sperimentalismi né contorsioni intellettualistiche, in cui la testimonianza di affetto e di amore per la madre trae forza dalla sobrietà e dall'incisività delle strutture e dei registri espressivi.

-LA PASSERELLA

L'Isola fu, nel Mar Mediterraneo,

la passerella dei conquistatori:

ogni ribaldo che venne da fuori

ottenne almeno un feudo temporaneo.

Oggi, ancora, se un invadente estraneo

aspira a conquistarsi nuovi allori,

verrà scelto dai nostri reggitori

innanzi a ogni aspirante conterraneo.

Vige il mito dell'ospitalità

col motto: "Il miglior letto al forestiero!

Per ogni familiare c'è una stuoia".

E fummo generosi coi Savoia,

offrimmo le miniere allo straniero,

riservandoci invidie e crudeltà.

 

-IL TURNO DEI PADRONI

Cartagine ci indusse a fare a meno

dei frutteti; ci disse: E' meglio il grano.

E quando giunse il milite romano

ci tolse il grano e ci concesse il fieno.

Di bene in meglio, qualche saraceno

visitava le coste e, a mano a mano,

portava nei mercati del sultano

uomini e donne del nostro terreno.

Ma in nostro aiuto vennero i Pisani

in gara coi mercanti genovesi

e sorsero conventi da ogni parte.

Allora il Papa mescolò le carte:

invitò Aragonesi e Catalani

e restammo infeudati e vilipesi.

 

 

 
 
 

Neride Rudas

Post n°890 pubblicato il 20 Gennaio 2017 da asu1000

Ricordando NEREIDE RUDAS

in occasione della sua morte

Onore a una grande donna, a una  valente psichiatra, a una straordinariaintellettuale, a una eccellente scrittrice e  studiosa dell’Identità

 

Nasce a Macomer (Nuoro) nel 1925. Dopo studi classici segue Corsiuniversitari in diversi Atenei Italiani. Laureata in Medicina e specializzatain Neurologia e Psichiatria all’Università di Bologna, consegue due liberedocenze (in Psichiatria generale e Psichiatria forense) che le aprono la viadell’insegnamento universitario.

Studiosadella devianza sociale oltre che psicopatologica, firma, insieme al ProfessorGiuseppe Puggioni la relazione scientifica di base della Commissioneparlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna(Commissione Medici) pubblicata negli Atti della Repubblica (Senato, Roma1972).

Dopoalcune esperienze in Centri e Istituti scientifici italiani ed esteri, vince lacattedra di Psichiatria e insegna nelle Università di Roma e soprattutto diCagliari, ove inaugura la prima clinica di Psichiatria in Sardegna e dirigel’Istituto universitario di Psichiatria e l’annessa scuola di specializzazionedalla quale escono, fra l’altro, numerosi quadri specialistici per l’assistenzaterritoriale al sofferente mentale.

Organizzae presiede numerosi Convegni nazionali e internazionali, aprendo la psichiatriasarda a un vasto orizzonte di scambi e confronti.

Presentee attiva anche nelle organizzazioni scientifiche e culturali fonda a Milano(1987) la Società italiana di psichiatriaforense. Di tale società viene eletta presidente nazionale, carica chemantiene per molti anni organizzando congressi a respiro internazionale.Attualmente riveste la carica di Presidente onoraria.

Nel1993 rappresenta l’Europa al Congresso mondiale di Psichiatria di Rio deJaneiro. Svolge missioni scientifiche in rappresentanza dell’Italia in diversipaesi europei ed extraeuropei (Parigi, Lisbona, Madrid, Mosca, Pechino, BuenosAires).

Ottienenumerosi riconoscimenti, italiani ed esteri tra cui l’alta onorificenza dell’American Academy Psichiatry And The Law(Roma, 1993).

Nellasua vasta produzione scientifica con 450 pubblicazioni (di cui nove a caratteremonografico) figurano saggi di psichiatria clinica e sociale sulla emigrazione,(fra cui nel 1974 pubblica Emigrazione sarda, uno studio che facevaparte di una più ampia ricerca sull’emigrazione sarda, svolta dalla cattedra dipsicologia della Facoltà di medicina dell’Università di Cagliari),  sull’anziano, (fra cui nel 1987 Lacondizione dell’anziano: da una vita senza qualità a una qualità della vita),sulla depressione. Un filone di ricerca riguarda i temi della riformapsichiatrica e della organizzazione psichiatrica territoriale (fra cui nel 1978Psichiatria e territorio),

Neglianni ’90 si dedica a pubblicazioni sull’identità, sulla libertà e sulla letturapsicodinamica in opere artistiche sarde.

Nel1997 pubblica il saggio, l’Isola dei coralli (per Nuova Italiascientifica, Roma), premiato con medaglia d’oro del Presidente dellaRepubblica, di cui una nuova edizione sarà pubblicata nel Luglio del 2004 daCarocci editore.

Nel2001 pubblica Storie Senza, che riscuote un successo di critica per lasensibilità con cui viene affrontato il complesso tema della sofferenzamentale.

Semprenel 2001 viene nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione professoreemerito. E’ Presidente dell’Istituto Gramsci della Sardegna.

Inun’intervista ha detto: Forse perché hovissuto fra sofferenti coartati nelle loro libertà ho tanto amato questa parolache nell’originale sumerica suona “amargia” che significa ritorno alla madre.

La medicina è stata per me unaforma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalitàliberatrice, visione del mondo.

Muorea Cagliari il 19 gennaio 2017.

 

Tra le sue opere più squisitamente letterarie  occorre ricordare L’Isola dei coralli che – come sottolinea l’autrice in una notaalla prima edizione del 1997 – non nasce tanto da un’idea o da un progetto,quanto da un sentimento. Anzi da un sentimento di appartenenza. Da un legamecon la sua terra, la Sardegna. Della cui realtà vuol essere una lettura, inchiave psicodinamica, nel suo profilo identitario.

Ma non è un libro sulla Sardegna – precisa in una notaalla edizione del 2004 –  bensì per laSardegna, luogo, simbolo e metafora. Di cui racconta le tormentatevicende di un mondo frantumato: un’Isola insieme cristallizzata ecoartata ma anche potenzialmente vitale e creativa. Soprattutto nell’areageografica e culturale del centro Sardegna.

Nereide Rudas constata infatti che le personalitàcreative isolane, unanimemente riconosciute, sono in gran parte concentrate,per oltre il 63%, nell’area del Nuorese, nella “Sardegna interna”: areadell’isolamento, della criminalità e anche della psicopatologia. L’autorequindi – esplorando l’attività creativa dei Sardi dalla sua prospettivadisciplinare  e affascinata da questacreatività, insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa–  ritiene che una delle radici della creativitàdei sardi trovi origine nella esperienza depressiva e alla luce delle teoriepsicanalitiche ritiene che i testi narrativi di molti autori sardi possanoessere interpretati come simbolizzazioni poetico-intellettuali della esperienzastorico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione del propriomondo interno, riconducibile appunto a una sofferenza depressiva che hasegnato l'esistenza individuale e collettiva dei sardi.

 

Sulla figura di Nereide Rudas e sullasua opera l’Isola dei coralli Paolo Fadda scrive: “NereideRudas (psichiatra di fama, saggista e intellettuale a tutto tondo) uno deipersonaggi centrali – e più autorevoli – dell’intellighenzia isolana degli ultimi decenni…ha segnato conimportanti contributi il difficile percorso compiuto dal popolo sardo per lamodernizzazione della propria terra…metaforicamente definita l’isola dei coralli, simbolo di quella preziosa arborescenza che anziché espandersi all’esterno, fiorisce e si ramifica nelle profonditàmarine…questa somiglianza corallina è assai “centrata” perché la Sardegna hasempre vissuto la propria storia sotto traccia…come il corallo, di profondi eintangibili valori interni e perciò profondamente identitari…ed è proprioquesto discorso sull’identità sarda –sui suoi valori e disvalori – che fa da pivot centrale allo studio della Rudas”

[Paolo Fadda, Sardegna economica,Bimestrale della Camera di commercio di Cagliari, n.4-5 2006, pagina 79].

 

Ilcorallo, quella preziosaarborescenza di cui la Sardegna è ricca e che anziché espandersi all’esterno siramifica nelle profondità marine, metaforicamente rappresenta la storia el’identità dell’Isola: un’identità lacerata e fessurata. Ciò perché, comeSardi, storicamente, abbiamo sempre avuto un rapporto problematico con larealtà, una non conciliazione con il mondo. Di qui l’insicurezza e lasofferenza, frutto anche degli imperativi che ci hanno imposto dall’esterno idominatori che si sono via via alternati nell’Isola: imperativi drammaticamenteazzeranti, repressivi e nullificanti.

L’Identità di cui parla Nereide Rudas nel saggio non èanalizzata però secondo le modalità della sociologia o dell’antropologia, masecondo l’ottica specifica dell’attenzione psichiatrica: un’identità scissa,vissuta come problema, dentro i labirinti della sofferenza e dei tormenti, noncome tranquilla modalità di essere nel mondo: quella sofferenza che hasegnato l'esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Un’identità di cui l’autrice – più che coglierel’essenza –  s’interroga sul corpo deisignificati che vogliamo esprimere con essa. Un’Identità dinamica, comepercorso e progetto, non data e definita una volta per tutte, il che nonsignifica che non ci sia qualcosa di stabile. Un’identità individuale ma cheaffonda in un corpo sociale, che invera quella dei singoli e la fa diventareconcreta.

  Un’identitàche nei romanzieri e scrittori sardi – in Deledda come in Lussu, in GiuseppeDessì e Salvatore Satta come in Salvatore Cambosu e Francesco Masala – è cosìforte che la Sardegna non è un semplice scenario, uno sfondo, ma la veraprotagonista, non un luogo ma il luogo, non l’oggetto ma il soggetto.

Colpisce nel saggio di Nereide, pur in presenza dianalisi di tipo psichiatrico e psicanalitico, la cifra della scrittura, lalevità e il nitore del linguaggio, la suggestione della sua prosa, cheaffascina, che incanta e che cattura.

Certo per Nereide Rudas la memoria di noi sardi comeuna preziosa arborescenza di corallo, anziché ergersi e dilatarsi nell’aria siè inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi neldi-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ma, indovandosi, è diventatatenace e labirintica.

Certo, siamo un’Isola con sacche di arretratezza e diinfelicità e non abbiamo ancora metabolizzato il nostro lutto, ma abbiamograndi possibilità. Per la Sardegna si profila un orizzonte più felice eprospero se sapremmo coltivare e mettere a frutto i coralli nascosti. Bisognaperò, secondo l’autrice, impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in unserio, profondo e rigoroso progetto culturale. E conclude: allora la misteriosa“creatività” dei sardi di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, sipotrà dispiegare più potente e libera.

 

 

NereideRudas e il problema dell’Identità: una problematica attuale

“[…] Complessa e difficile tematicadell'autoconsapevolezza e dell'indivi­duazione personale e collettival'Identità è andata assumendo grande ri­lievo sia che venga riferitaall'individuo, sia che venga riferita a gruppi, a formazioni sociali, a popolio ad etnie, il concetto identitario si è ormai da tempo imposto all'attenzionescientifica, culturale sociale e politica.

Conle sue scansioni e tensioni, ma anche con le sue cadute e silen­zi, il temaidentitario ha attraversato tutto il `900 per giungere come di­scorso apertosino a noi.

Ilsecolo trascorso, teatro di grandi e profondi cambiamenti, è consi­deratol'epoca della memoria moderna e dell'identità che conservano an­coraoggi grande peso di valore e di obbiettivo.

Lacrescita esponenziale della scienza e della tecnologia, la rottura del­l'isolamentoe della demarcazione tra gli Stati, l'oltrepassamento dello stesso confine delnostro pianeta (esplorazione spaziale, primo uomo sul­la luna, ecc.), ma ancheil superamento del confine corporeo (organi in­terni prima invisibili e resiora sempre più trasparenti dalle diagnostiche molecolari e per immagini; nuovetecniche riproduttive; gravidanze sur­rogate, trapianto d'organi, ecc.) hannoreso gli individui e i popoli sem­pre meno inviolati, chiusi e circoscritti. IPaesi e Continenti sono sempre più vicini e comunicanti e, soprattutto,interdipendenti.

Quasinessun gruppo, popolo o etnia vive ormai nel proprio isolamen­to, ma è semprepiù spinto a confrontarsi con altri gruppi, popoli ed et­nie diverse da Sé.

Lastoria di ciascun gruppo, popolo od etnia confluisce e si embrica con altrestorie e tende a scorrere in un flusso storico più ampio, com­plesso eintrecciato.

Nelloscenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri­mescolamentodi popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel­l'orizzontedell'incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af­ferma e prendevoce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propriaspecificità. Nasce l'esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodiree tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale,prezioso per tutti.

  È "l'incontro ravvicinato" di nuovo"tipo", forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre eriproporre appunto il tema dell'identità. Perché non solo non si può andare all'incontroe al confronto con l'Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell'uno èanche ciò che l'Altro riconosce in lui.

Lamia identità comprende, infatti, sia l'au­toconspevolezza (coscienza dime stesso), sia 1'eteroriconoscimento (il riconoscimento che gli Altri conferiscono alla miaunicità, singolarità e continuità nel tempo). Anche in Sardegna si parla e sidiscute molto di Identità.

Nonc’è Convegno, Congresso, Seminario, in cui non si affronti direttamente oindirettamente il tema identitario, intensamente seguito ed emotivamentepartecipato.
L'identità etnica, storica, linguistica, culturale e sociale, rappresenta­noaltrettanti argomenti che appassionano molti sardi.

Ancheda questa ormai vasta documentazione, così come da saggi, libri, articoli ecc.emerge che l'identità sarda, la sardità, è ormai una ca­tegoria benindividuata, fondata su una caratteristica etnia e cultura. È d'altronde daconsiderare che sulla nostra entità peculiare e distinta, sul­la nostraspecificità etnica e sulla particolarità della nostra vicenda stori­ca è basatoil nostro stesso ordinamento regionale.

Noisiamo, almeno sulla carta, una regione ad ampia autonomia spe­ciale (Regione aStatuto Autonomo Speciale) […] ”.

[Nereide Rudas, in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfaeditrice, Quartu, 2006, pagine 17-18]

 

NereideRudas e la cultura sarda:depressiva/creatinogena?

 “Avanzerò quialcune considerazioni preliminari senza alcuna pretesa esaustiva, limitandomial romanzo e sorvolando su spinose questioni di fondo.

Al di là della discussionesull'esistenza o meno di una letteratura specifica sarda, a me pare che i testiletterari possano comunque essere assunti come documenti che esprimono non solo"il punto di vista" degli scrittori sardi, ma vanno oltre.

Dalla mia prospettiva disciplinare questi documentinon solo chiariscono gli aspetti concettuali, i modelli cognitivi e illinguaggio del gruppo che scrive, ma ne rivelano anche i livelli fantasmaticipiù profondi.

I testi narrativi possono essere colti come simbolizzazionepoeti­co-intellettuale di una esperienza storico-culturale di uno specificopopolo e insieme come elaborazione metaforica degli aspetti emoti­vi profondidel suo mondo interno.

Anche nella narrativa del popolo sardo si può quindiritrovare, in forme più o meno dirette ed esplicite, la riflessione, a livellodi autocoscienza sul Sé, sull'altro da Sé e su tale rapporto.

Partendo da questi presupposti mi sono cimentata in undiscor­so sull'identità dei sardi, colta nella sua dimensione relazionale e dia­lettica,tratta da miti, forme e linguaggi della letteratura sarda. Il romanzo sardoesaminato nell'ottica psicodinamica mostra una struttura identitaria e unaWeltanschauung diverse da quelle emer­genti dal romanzo italiano.

Sebbenela letteratura italiana sia stata forse meno monocentrica di altre narrativeeuropee e si sia meno accentrata su un proprio unico modello, non vi è dubbioche essa abbia comunque proposto para­digmi, schemi e patterns culturali di unacultura dominante.

Ilromanzo sardo, pur collocandosi all'interno dell'universo lin­guistico eculturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggen­do le opere diGrazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dellostesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità.Confrontate con le altre opere lette­rarie italiane esse ci appaiono in uncerto senso fra loro "omogenee" e nel contempo irrimediabilmente"altre".

Sottoquesto profilo la letteratura sarda potrebbe, perciò, rap­presentare un significativospecchio in cui i sardi si riflettono ma nel quale anche la cultura italianapuò cogliere uno sguardo su se stessa da parte di un gruppo simile/diverso. Intal senso la narrativa sarda può o potrebbe costituire un polo dialogico disignificativa impor­tanza e utilità generale.

Sesi ritorna al romanzo sardo e lo si pone sotto il riflettore psico­dinamico,esso rivela temi fondanti, già noti agli studiosi di letteratura.

Traquesti si possono annoverare quelli relativi:

-al vissuto di perdita;

-alla "nostalgia immobile";

-alla caducità;

-all’”utopia ferma".

Ilromanzo sardo è innervato da vissuti di perdita e da una do­lorosa e raggelatacoscienza di mancanza. Se ne potrebbero citare numerosi esempi.

Ilcoinvolgimento di perdita non appare però solo direttamente e contingentementelegata a specifiche situazioni o a eventi di vita.

Questi,se affiorano, sembrano solo riacutizzare e rendere evidenti un vissuto piùantico e profondo.

Anche nella finzione letteraria l'esperienza diperdita del sogget­to va indietro e si dilata a una condizione più radicata elontana. II suo vissuto sembra saldarsi al sentimento generale di una perditaori­ginaria. In tal senso i personaggi dei

 
 
 

Neride Rudas

Post n°889 pubblicato il 20 Gennaio 2017 da asu1000

romanzisardi ci appaiono come orfani e apparentati da questa orfanità. È questa unacondizione che sembra trascendere non soltanto il dato anagrafico, ma il sesso,l'età, lo stato sociale, le vicissitudini di vita, le vicende dell'esistenzaecc.

Orfanio figli di una "nazione mancata", i personaggi della nar­rativa sardaavanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della pro­pria nascita, delleproprie origini, della propria identità. Ecco per­ché vivono esiliati nellapropria terra, nostalgici di uno spazio e di un tempo che non sono maiesistiti. Per nascere ed esistere bisogna, infatti, confinarsi in una casa, chenon consiste nelle quattro mura di un edificio segnato in una mappa catastale,ma è un luogo origi­nario e un tempo originario per i significati diappartenenza, sicu­rezza e identità che vi sono inerenti.

Lefigure della narrativa sarda, pur specificamente connotate e pur esprimendo unforte desiderio di appartenenza, sembrano inve­ce rimanere esiliate nella loroterra ed essere estranee alla propria casa1. Esse ci appaionoinconfondibilmente pervase da una sorta di coscienza nostalgica che ho definito"immobile".

Lanostalgia, topos letterario dall'Odissea in poi, è un tema ricor­rente nellaletteratura di molti popoli e Paesi. Il coinvolgimento no­stalgico trovatuttavia nella narrativa sarda una particolare e incisiva valenza.

Suun altro piano, d'altronde, negli emigrati sardi, particolarmente vulnerabilialla separazione e al distacco dalla propria terra, emerse­ro insistite einvasive reazioni nostalgiche. Attanagliati dal sentimen­to nostalgico, dallacoscienza di un "altrove" estraneo, i sardi vissero un'inquietudineprofonda e una disperata tristezza che spesso scon­finò in quadri depressivi.

Questaparticolare nostalgia pervade anche il romanzo sardo. È una nostalgia struggentee destruente e nel contempo "immobile". Sembra declinarsi eprescindere dalla dinamica che solitamente l'ac­compagna e la determina. In talsenso è una nostalgia senza viag­gio.

Nelromanzo sardo la perdita e la separazione e lo stesso viaggio sono mitici. Lapatria è perduta o ritenuta tale, non perché ci si è allontanati da casa;diventa irraggiungibile perché è proiettata in un mitico passato. È il nóstos auna condizione originaria, fuori della storia.

Ilritorno è sempre a un continente sconosciuto, inconscio, a cui ogni approdo èpossibile. Qui l'accostamento all"`oggetto" kleiniano perduto sembratrovare una sua pregnante legittimazione.

La"nostalgia immobile", quale tentativo di ritorno alle origini, conatodi raggiungere un "oggetto" irraggiungibile, si riconnette a un altrotema dominante della narrativa sarda: la caducità.

L'interagamma del caduco, che si esprime nel sentimento del­l'essere effimeri,dell'essere fuscelli in balia di forze indomabili e pre­ponderanti, dell'essere"canne al vento" nel vortice estraneo ed estra­niante della sorte edella storia è un Leitmotiv della letteratura sarda.

Ilvissuto di essere perituri e insieme inutili, sviliti nel proprio valore e, perdi più, incapaci di gestirsi e dirigersi autonomamente, quindi in continuorischio di cadere in preda a forze incontrollabili e invincibili esterne, èprofondamente radicato nella nostra cultura e si riflette in molte nostreespressioni letterarie.

L'hoesaminato particolarmente in Ceneredi Grazia Deledda, interpretandola alla luce del pensiero di Freud2.

Lacaducità, che nell'ottica psicoanalitica è riconducibile al Tha­natos, ha unaforza così distruttiva e annientante nella narrativa sar­da da connotarepersino eventi definitivi come la nascita e la morte.

IIvissuto dissolvente della caducità in Cenereè riferito alla nasci­ta, mentre nel Giornodel giudizio di Salvatore Satta è riferito alla morte.

Inentrambi i romanzi, pur diversi per trama, modalità espressi­ve, linguaggio,stile narrativo ecc., la forza del caduco si afferma e si impone in una dimensioneviolenta e distruttiva.

Cosìla nascita diviene "cenere" e la morte "effimera". C'è quiquasi l'ala di un delirio nichilistico, un cupiodissolvi, perentorio e oscuro, in cui si toccano i più profondi e desolaticonfini di una desertica landa depressiva3.

Maanche la tensione visionaria, già richiamata, sembra collegar­si profondamenteai primi temi esaminati. È anch'essa una visiona­rietà "ferma", chenon si traduce in una spinta in avanti e non ani­ma alcun sogno ditrasformazione e cambiamento, magari utopico. Il sogno rimane esso stessochiuso, sganciato da un orizzonte di possibilità future.

Lafebbre visionaria sembra così più una risposta vitale agli at­tacchidistruttivi del Thanatos che unavettorialità propulsiva. La ten­sione visionaria perciò rimane, rispetto alladirezione dell'avanti, al­trettantoferma di quella della nostalgia rispetto a quella dell'indietro.

Entrambeci appaiono immobili.

Tuttiquesti temi presenti e insistiti nel romanzo sardo parlano, a mio avviso, lostesso linguaggio. Essi ci dicono una grave sofferenza che può essere definitain senso lato depressiva.

Possiamo,dunque, affermare che il romanzo sardo, dal punto di vista contenutistico, neesprime una sua forte e pregnante dimensione.

Ilrapporto dello scrittore con la sua opera, il suo "attaccamen­to"tenace, irreversibile all'oggetto Sardegna, conferma una coscien­zainfelice e minacciata del Sé, che si apre diffidente e insicura sul mondo.

Questacoscienza riflette, in forme più o meno dirette, la cultura e la società in cuiil romanziere vive e opera.

Lasofferenza che ha segnato l'esistenza individuale e collettiva dei sardi, comed'altronde emerge da valutazioni storiche e antropo­logiche, si è tuttaviaincanalata in una trasposizione creativa. Ha tro­vato cioè la forza dipercorrere la strada privilegiata della creatività e di tradursi in opere eforme letterarie e artistiche.

Ildiscorso ritorna così ai suoi assunti iniziali e tende a conclu­dersi. Magiunta a questa fase finale temo di aver sollevato più que­siti che offertorisposte. Nutro soprattutto il timore di aver ingene­rato equivoci.

Pertentare, sinteticamente, di dissiparli almeno in parte, deside­ro sottolinearealcuni importanti passaggi del discorso, che potreb­bero essersi persi odispersi nel tessuto espositivo.

Ilprimo concetto da ribadire è: non sostengo che per creare bi­sogna esseredepressi. Questa asserzione sarebbe ingenua e facilmente smentibile dallacomune osservazione che numerosi depressi non sono creativi e che molti di loropossono addirittura cessare di esserlo proprio a causa della forte inibizionedepressiva.

D'altrondela maggioranza dei non depressi (i soggetti cosiddetti normali o comunque nonaffetti da evidenti patologie) non mostra­no solitamente spiccate capacitàcreative.

Lecose sono molto più complicate. Si può però certamente dire che tra depressionee creatività esiste un legame, una correlazione altamente significativa, cosìcome emerge da rigorosi dati di ricerca.

Questacorrelazione, insieme a numerosi dati dell'esperienza cli­nica, ci autorizza apensare che soggetti, a gradi contenuti di depres­sione, possono superare leproprie ansie depressive e ribaltarle nel­l'opera d'arte.

Coloroche vanno incontro a disturbi dell'umore sono d'altron­de più inclini a sondaree interpretare il proprio mondo interno nel gioco delle luci e delle ombre dioscillazioni estreme dell'umore. Essi perciò, in certe e irripetibilicondizioni socio-culturali e ambientali, potrebbero più facilmente operarequella "sintesi magica" che porta alla produzione creativa.

Analogicamentesi può ipotizzare, che a livello collettivo, gruppi e popoli, conquistandospecie dopo il buio di dolorose oppressioni, condizioni più favorevoli,divengano capaci di operare "sintesi magi­che" e di produrre artisticamente.

Ancheil gruppo sardo, dopo una lunga storia di isolamento e di dominazione,emancipandosi, seppure parzialmente, da un'emargina­zione storica, sociale eculturale potrebbe essere stato spinto da una forte motivazione a emergere e atrovare compensazioni e riparazio­ni alle passate privazioni.

Accedendoa una più ampia disponibilità di mezzi culturali e al confronto con altrigruppi e popoli, i sardi avrebbero potuto così imboccare la via dellaproduzione creativa. Potrebbero essere stati in ciò agevolati da un certodistacco dal­le contingenze della vita e dall'abitudine a vivere in solitudine.

D'altraparte l'isolamento, preservando dal totale dissolvimento una cultura originariaassediata, ha fatto sì che i sardi fossero porta­tori di valori, patternscognitivi e culturali e comportamentali propri, sebbene "residuali".

Entrandoin contatto con quelli della cultura italiana, avrebbero disposto di schemicognitivi, non appiattiti conformisticamente sullo schema dominante, e perciòsarebbero stati stimolati a trovare solu­zioni "divergenti" e,quindi, creative.

Laloro creatività, che si è sinora espressa in condizioni dolorose e difficili,pone problemi e quesiti che si prospettano nell'avvenire.

Fondamentaleimportanza riveste la necessità di individuare e incrementare i già presentifattori favorenti la creatività della nostra cultura e della nostra società. Intal modo la nostra creatività, se con­venientemente sostenuta e agevolata,potrebbe dare in futuro straor­dinari frutti.

Maper ottenere questi risultati bisogna impegnarsi in un grande sforzocollettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale.

Allorala “misteriosa” creatività dei sardi, di cui ho tentato di illuminare la faccianascosta, si potrà dispiegare più potente e libera”.

 

Note(presenti nel testo)

1.Aquilino Cannas intitola emblematicamente un suo prezioso libro di poesiededicato alla Sardegna con le parole dell'esilio nella propria patria. Cfr. Disterruin terra (La saga dei vinti), TIAM, Cagliari, 1993.

2.Ho interpretato Cenere, famoso romanzo di Grazia Deledda, secondo l'otti­cafreudiana della caducità. Cfr. S. Freud, Caducità (1916), in Opere, cit.,vol. VIII. Cfr. infra, cap. 5, in particolare il par. 53.

3.In alcune forme gravi di melanconia il malato può manifestare idee che arri­vanoa negare l'esistenza del proprio corpo, del mondo, del tempo e della stessamorte. Le idee di negazione possono organizzarsi in un delirio nichilistico o"Sindro­me di Cotard".

 
 
 

Emilio Lussu

Post n°888 pubblicato il 17 Gennaio 2017 da asu1000

 

Emilio_lussuLezione per l'Università della Terza Età di Quartu

EMILIO LUSSU: Il mitico comandante militare, il fondatore del Partito sardo, il combattente antifascista, il grande scrittore.

A cura di Francesco Casula

Emilio Lussu nasce ad Armungia (Ca) il 4 Dicembre 1890 in cui conosce "gli ultimi avanzi di una società patriarcale comunitaria senza classi". Laureatosi a Cagliari in Giurisprudenza nel 1915, interventista convinto e chiassoso, partecipa con entusiasmo, "con l'elmo di Scipio in testa" alla Prima Guerra mondiale, trascinato da una forte passione civile, ispirata a sentimenti democratico-risorgimentali, introiettati durante le giovanili esperienze nell'Università di Cagliari.

   Al fronte, sperimenta invece sulla propria pelle, l'assurdità e l'insensatezza della guerra: la vita dei soldati sardi morti, a migliaia, in inutili azioni dimostrative richieste dalla scellerata strategia del generale Cadorna ("più utile al nemico da vivo che da morto" lo definirà) susciterà in lui un moto di ribellione consapevole e una rivolta morale alla guerra e alla classe che la provoca.

Leggendario comandante della "Brigata Sassari", prima tenente poi capitano, per il suo eroismo gli verranno assegnate ben quattro medaglie, diventando poi per i Sardi -e non solo per gli ex combattenti- un vero e proprio mito.

Finito il conflitto bellico, Lussu viene trattenuto in servizio di punizione alla frontiera iugoslava, "colpevole" di aver dimostrato i traffici illeciti di un generale a danno dei beni dell'esercito. Rientrato in Sardegna solo nel 1919, partecipa alla fondazione del Partito sardo d'azione la cui nascita, secondo lo stesso Lussu , è da porre in stretta relazione con l'esperienza della guerra, con il senso di solidarietà creatosi fra i soldati sardi al fronte, con la presa di coscienza politica che era avvenuta non solo in lui ma anche da parte dei suoi compagni.  "Non fu -scriverà Lussu- propriamente un movimento di reduci, come quello dei combattenti in tutta Italia. Fin dal primo momento fu un generale movimento popolare, sociale e politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e dei pastori".

Nelle liste del Partito sardo d'azione Lussu verrà eletto deputato nel 1921 e 1924, rappresentandolo in Parlamento fino al 1926, quando dovette fare i conti con il nascente fascismo di Mussolini e con le provocazioni e le violenze dello squadrismo in camicia nera.

Dichiarato decaduto in quanto "aventiniano", il 31 Ottobre del 1926 quando ormai il fascismo stava imponendo la sua dittatura con le "leggi fascistissime", lo scioglimento dei partiti e dei sindacati di ispirazione socialista e cattolica, Lussu viene assalito nella sua casa a Cagliari da un gruppo di fascisti. Quello stesso giorno a Bologna, c'era stato un attentato, fallito, contro il duce e i fascisti non perdono l'occasione per scatenarsi ovunque alla caccia degli oppositori. Per difendersi Lussu spara un colpo di pistola contro il primo squadrista che gli si presenta davanti e lo uccide. Arrestato e assolto dai giudici in istruttoria per legittima difesa, viene però condannato in via amministrativa da una commissione fascista, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato, volute da Mussolini, a cinque anni di deportazione a Lipari dove conosce -fra gli altri- Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con cui nel 1929, dopo quattro tentativi falliti riesce a evadere avventurosamente per rifugiarsi a Parigi.

Qui da esule, insieme ad altri emigrati politici italiani -fra cui Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli-  sarà fra i fondatori di "Giustizia e Libertà" di cui rappresenterà l'ala rivoluzionaria. Nel 1936 verrà ricoverato nel sanatorio di Clavadel-Davos dove sarà sottoposto a un difficile intervento chirurgico ai polmoni, in seguito all'aggravarsi di una malattia seria, la Tbc, contratta nel carcere fascista, malcurata a Lipari e trascurata nell'esilio.

Nel corso della degenza porterà a termine la stesura dell'opera Teoria dell'insurrezione in cui sostiene l'insurrezione popolare antifascista e un nuovo ordine statuale improntato al federalismo democratico e repubblicano. Nel 1937 scrive Il Cinghiale del diavolo, racconto sulla caccia che diviene pretesto per riepilogare le radici antropologiche dell'autore che, in quanto avvertite come autentiche, sono rievocate positivamente e ottimisticamente. Nel 1938 scrive il suo capolavoro: Un anno sull'altipiano, grande e mirabile denuncia di quel "macello permanente" che è la guerra.

L'altra opera più famosa, in cui rievocherà le vicende politiche del decennio 1919-1929, Marcia su Roma e dintorni, la scriverà fra il '29 e il '33, insieme a La Catena. Nel 1968 scriverà il saggio politico Sul Partito d'azione e gli altri, mentre uscirà postumo La difesa di Roma nel 1987.

Partecipa alla guerra civile in Spagna poi alla Resistenza in Francia e in Italia. Ministro all'assistenza post-bellica (1945) e per i rapporti con la Consulta (1945-46), fu deputato alla Costituente e in seguito senatore prima di diritto (1948) poi eletto fino al 1968.

Muore a Roma alle 14 di Mercoledì 5 Marzo del 1975 a 85 anni, povero e in casa d'affitto.

  1. L'ironia di Lussu, scrittore irregolare

In Marcia su Roma e dintorni Lussu rievoca le vicende politiche del decennio 1919-1929: un libro testimoniale da cui comunque è possibile ricavare un nitido e complessivo quadro della situazione politica italiana e sarda di quel decennio. Così la lotta degli antifascisti, i cedimenti e le complicità con le illegalità fasciste dei poteri costituiti, (che avrebbero dovuto difendere invece e garantire le istituzioni liberali e democratiche), gli opportunismi dei singoli pronti a schierarsi, in barba ai principi proclamati fino al giorno prima, con i più forti del momento, diventano oggetto di una narrazione avvincente, sostenuta da una forza ironica non comune.

Ironia che è senza alcun dubbio strumento del moralismo di Lussu, ma, lungi dal condurre a una lettura sorridente e conciliativa, tesse sempre inquietante lo spettacolo con la ferocia erosiva di chi, fedele al suo modo di fare politica, nella volontà attivistica vede l'unica chance di salvezza per un'epoca tragica.

L'ironia di Lussu trova fondamento nella tradizione umoristica sarda. A conferma di quanto lui stesso sostiene "...Nella letteratura non ho maestri. L'ironia che mi viene attribuita come caratteristica dei miei scritti non è mia ma sarda. E' sarda atavicamente..."

Lussu, scrittore irregolare, difficilmente incasellabile in qualche "ismo" tradizionale, refrattario alle etichette e senza maestri, manifesta segnatamente in questo capitolo -ma il discorso attiene alla sua opera complessiva, specie ai due capolavori- una scrittura che è agli antipodi della vuota retorica dannunziana e futurista, con cui identifica la letteratura tanto da assegnare a questa una valenza negativa. E comunque sfugge agli schemi tradizionali della letteratura accademica, come fuga dalla realtà e tutta ripiegata in se stessa: la sua scrittura infatti impastata di realtà e di valori etico-politico-sociali alti e forti è caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido, dai gesti e dagli scatti veloci e ironici, dai toni vivaci, dal sapido, icastico e sottile umorismo, dai tratti parodistici intinti nel sarcasmo, dal gusto dei ritratti satirici e corrosivi, tanto che in essi possiamo sentire "lo schiocco delle scudisciate" (Peppino Fiori).

"Io non appartengo alla Repubblica delle lettere, ebbe modo di sostenere Lussu. E i miei scritti sono tutti saggi politici e autobiografici. Se dopo la prima guerra mondiale non avessi assunto un impegno politico, non avrei mai scritto un libro". Per capire questa sua posizione occorre tener presente i tempi dominati stilisticamente da D'Annunzio e dai Futuristi: il primo caratterizzato dalla scrittura ridondante e dalla divinizzazione della parola poetica (il verso è tutto), tutto avvitato nei labirinti del gusto della parola esuberante e frondosa, ridondante e superflua; i secondi sempre alla ricerca di una sintassi nuova che finì col baloccarsi con i punti esclamativi. Mentre la prosa lussiana sarà sempre asciutta ed essenziale. Confronta lo stile di Lussu con quello di D'Annunzio.

  1. -La balentia

Con il termine sardo "balentia" (letteralmente, prodezza, bravura, atto di coraggio) si vuole indicare nella storia, nella cultura e nella civiltà sarda il "valore" di un uomo, insieme fisico e intellettuale ma soprattutto morale. La personalità di base di Lussu avviene all'interno di quella società e di quella cultura barbaricina tutta modulata sui valori alti della balentia come coraggio della sfida, come abilità fisica (destrezza, velocità) e psicologica (coerenza), come senso di consapevolezza e rigore nell'adempiere gli obblighi che una vita "nobile" impone. Anche se occorre subito precisare che la "nobiltà" e il "patriziato" di cui parla Lussu è una definizione morale non sociale.

  1. Un anno sull'altipiano

Un anno sull'altipiano è la cronaca di guerra direttamente vissuta da Lussu, in una posizione drammatica: da una parte interventista, dall'altra oppositore della classe dirigente. "Io non ho raccontato che quello che ho visto [...] ho rievocato la guerra così come noi l'abbiamo realmente vissuta", scriverà in seguito. Lineare nella struttura -viene scartato persino l'artificio consueto del diario-  il libro racconta la storia di un anno cruciale (il 1917) come intuizione di esiti reazionari insospettati e di possibilità iniziali di rivolta. "Per la prima volta -scriverà Lussu in La Brigata Sassari e il Partito sardo d'azione- si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri dov'erano?...Altra scoperta: anche dall'altra parte la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro perché la facevano?".

Cogliendo e descrivendo gli aspetti quotidiani della cruda e confusa vita e realtà della trincea, drammatici, assurdi e grotteschi insieme, Lussu nel passo che si riporta spiega qual è il diaframma culturale che divide gli uomini in guerra, rinserrati dentro la stessa trincea ed esposti a tragiche sortite comuni: da una parte i fanti, i contadini, i pastori e dall'altra gli ufficiali, ma soprattutto i generali, di cui Leone ne è un significativo emblema, che mandano al macello sicuro i soldati. Due classi che non riescono a fondersi neanche attraverso l'orrore delle esperienze comuni, in mezzo al sangue e al fango. La barriera resta insuperabile. Solo alla fine alcuni ufficiali subalterni, poco a poco, capiscono il rapporto e vogliono superarlo a costo della vita, e i soldati pastori o contadini, alla fine si incontrano esprimendosi contro le menzogne, le ipocrisie, le ambizioni di una casta di generali che trovava giustificazione al proprio esistere esclusivamente nei mascheramenti patriottici. Sono loro i nemici, prima e oltre che gli austriaci, i nemici naturali.

  1. Lussu e la guerra

Nell'agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti -e fra questi Lussu- avevano esultato e si erano arruolati entusiasti, -grazie anche alla propaganda dannunziana e futurista- immaginando di prender parte a una gloriosa ed eroica avventura, convinti che il sacrificio di sangue avrebbe rigenerato gli individui e le nazioni e che il parto doloroso avrebbe dato vita a un mondo e un uomo rinnovati.

Dopo pochi mesi l'entusiasmo era scomparso. Tutti si resero conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l'enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l'esasperazione parossistica dell'odio ideologico, per l'ingente numero di soldati sacrificati inutilmente. Ad iniziare dai Sardi.

Su 100.000 partecipanti, ben 13.602 sardi moriranno nella prima guerra mondiale: soprattutto pastori e contadini (1386 morti ogni diecimila chiamati alle armi, la percentuale più alta d'Italia, la media nazionale infatti è di 1049 morti), per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti.

Da interventista chiassoso, anzi il leader degli interventisti universitari di Cagliari, diventerà un severissimo critico della guerra, segnatamente di quella atomica. La sua stessa visione federalista si basa sulla pace: "di guerre non ne vogliamo e vogliamo collaborare e allontanare le guerre vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola", scriverà. In questo modo il federalismo è la concreta negazione della divisione del mondo in blocchi, in quanto implica l'ideale della progressiva cooperazione e integrazione. Esso è inoltre una necessità, una realtà irrinunciabile nel mondo dell'interdipendenza globale e della potenziale (e ultima) guerra atomica. L'unica risposta razionale al bisogno di pace e di democrazia.

Per Lussu inoltre il problema dell'unità europea coinvolge direttamente la questione vitale del "controllo internazionale dell'energia atomica, mediante la costituzione di un'autorità di controllo internazionale". Il problema dell'ONU viene così visto in termini radicalmente negativi: "E' una società per azioni" afferma "in cui il 97% delle azioni è rappresentato dagli Stati Uniti d'America. Esso non dà garanzia né di equità né di giustizia". Anche se poi Lussu è costretto ad accettarlo perché fuori dell'ONU "c'è il baratro nella vita dei popoli". La sua vera funzione deve comunque essere di "impedire ogni contrasto che inasprisca situazioni che possono portare alla guerra"  perché dal fallimento dell'ONU "non può che avere inizio la terza guerra mondiale".-Il pacifismo di Lussu nascerà dalla sua esperienza sul fronte, con l'opposizione netta, radicale, decisa alla guerra: " Di guerre non ne vogliamo più - scriverà - e vogliamo collaborare e allontanare la guerra vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola". Chi vuole la guerra, secondo Lussu, è chi non la conosce, parafrasando in qualche modo l'apoftegma di Erasmo da Rotterdam:"Chi ama la guerra non l'ha mai vista in faccia".

 

  1. Lussu e gli Ebrei: "Sardegna, ebrei e razza ariana".

Giustizia e Libertà, 21 ottobre 1938

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scritto in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresentante di sardi, io mi considero direttamente interessato [...] .

Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuova fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.

 

Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, verso noi sardi, un mutato atteggiamento.

Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l'isola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la nostra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da altre regioni d'Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.

Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L'immigrazione ariana è stata devastata dalla malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esemplare superstite.

Con gli ebrei, sarà un'altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e discrete come lo sono con noi.

Sardi ed ebrei c'intenderemo in un attimo. Come ci eravamo intesi con gli ebrei che l'imperatore Tiberio aveva relegato nell'isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lutto per noi.

Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall'incrocio dei due rami!

Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il diritto di disporre della nostra sorte. L'Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipendente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presidente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che dovremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d'Europa e d'America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant'anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.

Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, inizialmente, anche con l'Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre saline, rifornire l'Italia ariana, specie di sale, che ne ha tanto bisogno.

Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne sono parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio  [2], per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italica che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.

V'è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l'impressione che il decalogo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italica pura. Di origine gallica, i matrimoni misti l'hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una montenegrina, è sposato con una belga-tedesca; una principessa con un tedesco, e un'altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura repubblica sarda sarà magnanima anche col re di Sardegna. Lo accolse l'isola, fuggiasco dall'invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L'isola dell'Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all'ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Colpisce invece che, per restare alla stessa fase storica, sia pressoché assente nella nostra memoria collettiva la deportazione di qualcosa come 50.000 sardi, a seguito della spedizione di Tiberio Sempronio Gracco nel 237 a.C. o, secondo altri, a seguito di quella del nipote omonimo nel 175 a.C. Sono i "sardi venales", sardi di poco valore economico, perché per la loro quantità fecero crollare il prezzo degli schiavi.

Perché in effetti la rimozione di quella lontana deportazione di 50.000 sardi fa compagnia all'oblio pressoché totale della deportazione di circa 290 sardi, tra politici ed ebrei, e di circa 12.000 internati militari sardi nei lager nazisti. E si trattava nella stragrande maggioranza di giovani. Una enormità di gente nostra allora e oggi. Fino a pochi anni fa, questa realtà restava totalmente sconosciuta ai più e, nel migliore e raro dei casi, il nome di una via in qualche nostro paese serbava il ricordo ormai smemorizzato.

 

 

 

 
 
 
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Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.

Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).

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