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Post n°695 pubblicato il 24 Maggio 2013 da asu1000
La repressione dello Stato ieri e pure oggi. di Francesco Casula Storicamente i Sardi, troppo spesso, hanno sperimentato la presenza dello Stato nel suo volto poliziesco. L’alibi della repressione è stato in genere il banditismo: fin dal 1899 quando, lo Stato italiano invia l’esercito per dare la caccia a qualche centinaio di uomini alla macchia: la “caccia grossa”. Come la chiamò Giulio Bechi. autore di un libro omonimo: caccia all’uomo delle selve, al bandito-cinghiale. Appena sbarcati a Nuoro e distribuiti tra i paesi della Sardegna centrale, i soldati – e con loro agenti di polizia e carabinieri – mettono il Nuorese in un vero e proprio stato d’assedio senza preoccuparsi di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività. Con arresti, a migliaia, di donne, vecchi, ragazzi. Con il sequestro di tutte le mandrie, marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario. Un sequestro di persona in grande, per fare scuola. Banditi per il novello codice italiano: il codice de sa Mala Giustissia. Che non a caso verrà identificata dalla cultura e tradizione popolare, con i Carabinieri e la repressione da parte dello Stato. Tanto che in unu diciu famoso, un vero e proprio frastimu, “Anco ti currat sa Giustissia”, è sintetizzato l’augurio più cattivo e funesto che si possa rivolgere al peggior nemico. A un’altra “Caccia grossa” famosa assisteremo negli anni ’60, sempre con il pretesto del banditismo, con la repressione indiscriminata della popolazione, inerme e innocente. E con un giornalista, Ricciardetto (pseudonimo di Augusto Guerriero) che nel settimanale “Epoca” invocava contro i Sardi persino l’utilizzo dei “gas asfissianti o per lo meno paralizzanti”. Oggi naturalmente l’apparato repressivo dello Stato non è più aduso a “cacce grosse”, anche perché l’alibi del banditismo è venuto meno. Ma la repressione continua. Spesso ingiustificata. Almeno quella che ha colpito recentemente a Nuoro un giovane universitario, Luiseddu Caria, dirigente del Gruppo indipendentista “A Manca”. Mentre stava distribuendo volantini di informazione contro la costruzione della nuova caserma di Pratosardo è stato fermato, condotto in caserma, perquisito e spogliato allo scopo di tentare di trovare sostanze stupefacenti. Ci chiediamo: che c’entra la droga? Temiamo piuttosto che si tratti di accanimento contro un gruppo politico, anche nel passato recente più volte “perseguitato”. Con le accuse che si sono sempre rivelate del tutto infondate. Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 24-5-2013
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Post n°694 pubblicato il 21 Maggio 2013 da asu1000
La Barbagia sulle tracce di Ospitone di Francesco Casula Ospitone, chi era costui? Per rispondere a questo interrogativo il “Gruppo Ospitone” de Seulo ha organizzato per il 25 maggio prossimo un apposito Convegno nel paese capitale dell’omonima Barbagia. A parlarne saranno – oltre a chi scrive questa nota – Anna Teresa Dessì, studiosa di storia sarda e il professor Genziano Murgia, seulese, già docente di Storia nelle scuole superiori e da anni impegnato nella riscoperta, nello studio e nella valorizzazione della storia e delle tradizioni popolari del suo paese. Conosciamo Ospitone da un unico documento storico: una lettera del papa Gregorio Magno del maggio 594, a lui indirizzata, in cui è definito ”dux Barbaricinorum”. In essa il Pontefice, a lui unico seguace di Cristo in quel popolo di pagani, chiede di cooperare alla conversione delle popolazioni barbaricine che ancora “vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre”. Non si hanno notizie di un'eventuale risposta di Ospitone né sappiamo se lo stesso si sia impegnato nell’opera di conversione dei suoi sudditi. Una cosa è però certa: la lettera del grande papa serve a illuminare la precedente storia della Sardegna: la presenza nell’Isola alla fine del 500 di un “dux barbaricinorun” mette in discussione infatti numerose categorie storiografiche della storia ufficiale. Ad iniziare dalla visione di una Sardegna conquistata, vinta e dominata, dai Cartaginesi prima e dai Romani e Bizantini poi. In questo luogo comune inciampa persino il grande storico tedesco Theodor Mommsen che in «Storia di Roma antica» parla di una “Sardegna vinta e dominata per sempre” dopo la sconfitta di Amsicora nel 215 a. C. da parte del console romano Tito Manlio Torquato. Se così fosse, perché continuano incessanti le rivolte dei Sardi, soprattutto barbaricini, per secoli, con i massicci interventi militari romani? Se fosse stata “vinta e dominata per sempre” che significato avrebbe nel 594 la presenza e coesistenza in Sardegna di un “dux barbaricinorum”, Ospitone appunto e di un dux bizantino, Zabarda, di stanza a Forum Traiani (Fordongianus)? Evidentemente la parte interna della Sardegna, pur vinta, aveva comunque conservato, fin dal dominio romano, una sua indipendenza o comunque una sua autonomia, politica ma anche economica e sociale e persino culturale, nonostante l’imposizione della lingua latina che prenderà il posto della vecchia lingua nuragica. Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 20-5-2013
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Post n°692 pubblicato il 16 Maggio 2013 da asu1000
UN MONDO TRA DECRESCITA E CATASTROFE di Francesco Casula Raramente capita di partecipare a un Convegno così intrigante sia per le problematiche affrontate che per la cifra dei relatori: si è tenuto a Cagliari nei giorni scorsi, organizzato da Sardigna libera, presieduta dalla consigliera regionale Claudia Zuncheddu. Per parlare di “Antiche tecnologie per una nuova architettura in tempi di decrescita”. Il tema è stato affrontato specificamente dall’architetto, di fama internazionale, Fabrizio Carola che ha ricordato di aver trascorso metà della propria vita in Africa a costruire cupole di terra ed anche un intero ospedale, in Mauritania, sempre in terra cotta, senza ipertecnologie, con un semplice muratore e tre o quattro manovali. Quindi con costi bassissimi e nel rispetto rigoroso dell’ambiente e delle tradizioni “perché l’utilizzo del legno avrebbe acuito il problema della desertificazione in un territorio già arido, mentre il cemento armato lo si sarebbe dovuto importare e, in ogni caso, era troppo caro”. Il secondo relatore, il presidente Isde (Medici per l’ambiente Sardegna) Vincenzo Migaleddu, ha denunciato la politica energetica in Sardegna in cui “si destinano 1200 km² alla coltura del cardo da bruciare nella centrale a biomassa della Chimica verde voluta dall’Eni a Porto Torres quando, invece, poche decine di km² di fotovoltaico potrebbero produrre una quantità di energia 40 volte superiore rispetto a quella prodotta dal cardo”. Prima delle conclusioni della Zuncheddu, Giulietto Chiesa, giornalista e scrittore di gran vaglia, con un intervento breve ma fulminante ha sostenuto che ormai ci troviamo di fronte a una catastrofe, a un collasso. E a fronte di una crisi di tale dimensione “senza un salto evolutivo, l’uomo sapiens non ce la farà. Perduto il contatto con la natura e l’unità del Cosmo, abbiamo costruito una civilizzazione che porta alla morte”. Alla base di tale “civilizzazione” ci sono stati elementi di vera e propria follia: l’illusione di uno sviluppo infinito in un sistema finito di risorse (la nostra terra). Addirittura di una crescita geometrica assolutamente incompatibile con la natura. Sono tesi quelle di Chiesa dentro la prospettiva della Decrescita felice. Di cui i trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione continuano a farne la caricatura, per poi poterla facilmente combattere. Chi sostiene la decrescita – secondo loro – vorrebbe tornare al passato, alla candela, al carro a buoi, a una vita senza comodità. In realtà chi sostiene la Decrescita parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequentissime in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita. Con la devastazione della natura, con i danni profondi agli ecosistemi (il buco dell’ozono, la fine delle foreste, il problema dell’acqua, dei rifiuti) e alla salute degli uomini (nuove malattie fisiche, estesi malesseri psichici): nell’intero Pianeta. Sardegna compresa. Perché l’intera questione dello “sviluppo” insano e devastante ci riguarda da vicino. Come la Decrescita. Con cui al dominio delle “linee di metropoli” dobbiamo opporre le “linee di villaggio” e del territorio,visto non più come mero supporto di attività economiche ma sistema complesso di identità geografiche, ambientali, storiche, culturali, linguistiche. Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 16-5-2013
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Post n°691 pubblicato il 10 Maggio 2013 da asu1000
Un affresco tra neologismi e tradizione di Francesco Casula Ha scritto Lussu :“L’ironia che mi viene attribuita come caratteristica delle mie opere, non è mia ma sarda. E’ sarda atavicamente”. Ed è proprio questa atavica ironia sarda il tratto precipuo dell’ultimo libro di Salvatore Patatu, da qualche settimana nelle librerie: “Boghes e caras antigas – de su Mulinu ‘e su Entu”. Scritto in un sardo-logudorese molto sorvegliato, anche dal punto di vista della grafia, rifacentesi in qualche modo a uno standard, l’Autore, già docente nelle scuole superiori e sindaco del suo paese, Chiaramonti, ha cominciato la sua produzione in Sardo nel lontano 1980 con “Contos de s’Antigu Casteddu”: la prima opera in prosa sarda pubblicata nell’Isola. Ha proseguito con i Racconti “Buglia Bugliende” (1993); “Su trau de Funtana Noa” (1995); “Fabulas imberrittadas” (2000);”Pro no esser comunista mezus sorighe” (2006), E oggi “Boghes e Caras antigas” :una silloge di Contos in cui Patatu si dimostra smaliziato affabulatore, e delizioso iscritore de fatos beros e no beros. Che, in punta di penna, icasticamente, schizza tratteggia e descrive un caleidoscopio di fatti, vicende e personaggi, ruotanti i più intorno a un vecchio mulino, in cui l’Autore ha lavorato da ragazzo. Ecco allora Tiu Presentinu che non va più a cacciare leperes e coniglios ca current tropu e non resessit a lis ponner fatu. Va invece a caccia di tartarughe perché “sos tostuines andant a bellu a bellu, chena presse, ca si giughent su bagagliu fatu, non podent currere e cun paga fadiga los tenes e ti los podes coghere in santa paghe. Cun sa ‘uddidedda ti faghes su brou ue coghes su sucu; e poi los podes arrustire in graiglia. Dae sa coratza bi fato manigas de lepa, de ‘urteddos, medaglieddas e ateros anivegheddos chi piaghent a sas feminas”. O come Tiu Frantziscangelu, “sempre allegru e risulanu, bugliaiat subra a dogni cosa”; o Tia Loturedda, una femina bascitedda, chi aiat sa limba pius longa de sas ancas. O ancora come Tiu Cischeddu chi ‘endiat pische e aiat sa mania de sa poesia. Il Sardo dell’Autore irrompe turgidamente espressivo, carico di deflagrazioni umoristiche, con grandi capacità allusive ironiche e inventive, con immagini, metafore e proverbi, tratti dalla tradizione popolare. Con un impasto ardito di neologismi. O comunque con lessemi preziosi o desueti, alcuni particolarmente pregnanti, significanti e onomatopeici, che Patatu reimette nel circuito letterario. Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 10-5-2013
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Post n°687 pubblicato il 29 Aprile 2013 da asu1000
Ma la risposta a Bonanni è Indipendenza di Francesco Casula Sbaglia chi sottovalutasse l’affermazione di Bonanni secondo cui “L’Autonomia sarda deve essere abolita”. O la derubricasse a ingenua gaffe o semplice boutade. La gravità della posizione del segretario della CISL sta nel fatto che non è isolata e anzi si aggiunge a posizioni simili ormai abbondantemente presenti nel mondo politico, economico e finanche intellettuale. Si sta infatti diffondendo un fastidio e un’ostilità per le Autonomie locali che, dopo essere state colpite dai brutali tagli finanziari, si vorrebbero liquidare, sic et simpliciter. Il pretesto è che sono fonte di sprechi e pascolo per politici corrotti: dal Piemonte e dalla Lombardia alla Basilicata. Le cronache di questi mesi lo confermerebbero impietosamente. Ed è vero. Ma perché non riconoscere, contestualmente, che sprechi e ruberie anche molto maggiori contrassegnano il Governo e i Ministeri, gli Enti e le industrie di Stato – come Finmeccanica – che nessuno si sogna di “abolire”? I motivi veri degli attacchi furibondi alle Autonomie locali stanno dunque in ben altro: sono infatti da ricondurre al neo centralismo statuale, alla globalizzazione, al pensiero unico: insomma alla reductio, di tutto, ad unum. A quell’unità di cui parla nel romanzo “Capezzoli di pietra” Eliseo Spiga: “Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda”. Quell’unità che annulla progressivamente le specificità e diversità. Che iberna nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità etno-linguistiche, politiche, sociali. Che ammutolisce la politica e mette al bando l’idea stessa del cambiamento. A Bonanni e alla sua furia centralista occorre però rispondere giocando all’attacco: non difendendo l’Autonomia sarda che, con i suoi anemici e deboli poteri e competenze, da decenni oramai può permetterci solo l’amministrazione della nostra dipendenza, ma affermando e rivendicando l’Indipendenza della Sardegna e la separazione dall’Italia, uno Stato ormai in avanzata putrefazione, con Partiti che hanno bisogno di una vecchia badante per formare un qualsiasi governo. Dobbiamo andare direttamente in Europa, senza intermediazioni e filtri. Per rappresentare, in quel consesso, come Comunità orgogliosa e sovrana, i nostri bisogni, difendendo i nostri interessi. Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 29-4-2013
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Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.
Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).
Frantziscu Casula









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