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cun sa limba e sa cultura sarda - de Frantziscu Casula.

 

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Carlo Emanuele IV

Post n°906 pubblicato il 04 Luglio 2017 da asu1000

Carlo Emanuele IV (1796-1802)

 

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Succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

  1. Il re sabaudo, arrivato a Cagliari, triplica il donativo.

“I Sardi – scrive Raimondo Carta Raspi – che avevano visto fugacemente qualche re di Spagna, non avevano ancora conosciuto né un re né un principe di casa Savoia. Da quando ne cinsero la corona, non si erano curati nep­pure di far atto di presenza; e forse anche perciò gli isolani, ma più i Cagliaritani avevano perpetuato in loro quella specie di mistica devozione che già ebbero per i grandi sovrani di las Españas. Gran­de fu perciò l’attesa ma non altrettanta la gioia allorché nel golfo degli Angeli apparvero non una ma ben sette navi, che vi conduceva­no non solo il re e la sua famiglia, ma anche i principi, ministri, uffi­ciali e dignitari, accompagnati perfino dal servidorame piemontese. Fra gli acclamanti al pittoresco corteo di pennacchi e livree, forse qualche raro cagliaritano dovette pensare che cinque anni prima tut­ta la città si era sollevata per cacciare poche decine di Piemontesi insolenti: ora tornavano, regali padroni, esigenti, e sprezzanti, in­sofferenti dell’ospitale esilio. Giungevano in molti e privi di tutto, a mani vuote. Senza che neppure ne fosse stato richiesto, «per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava», il re aveva lasciato nelle stanze regali «le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e sette­centomila lire in doppie d’oro» (Botta, Storia d’Italia). Gesto tutt’altro che regale, poiché dovette poi farlo pesare sui misera­bili sudditi isolani, con nuove imposte e fin dai primi giorni attin­gendo «dalle casse minori, dacché la maggiore priva era di de­naro».

Appena sbarcato a Cagliari, il 3 marzo 1799, Carlo Emanuele che prima di partire in esilio aveva invitato i suoi sudditi ad obbe­dire al nuovo governo, lesse una vibrata protesta contro la forza rinuncia ai suoi stati di terraferma, e ritrattò l’abdicazione. Buona precauzione, ma prematura. Urgeva ben altro: gli appannaggi . Una somma globale eccessiva per le entrate del regno: 227.000, per la Corte, 35.000 per il re, 18.000 spillatico per la regina, 10.000 per la principessa Felicita, 95.000 per il duca d’Aosta, 60.000 per il duca di Monferrato, 40.000 per il duca del Genovese, altrettante il conte di Moriana e 75.000 per il duca del Chiablese. Una cifra globale di 600.000 lire, corrispondente al triplo del donativo fino al­lora stabilito; e poiché il disavanzo in quell’anno era di L. 484.885, non trovando prestiti, fu necessario intanto sospendere lo stipendio agli impiegati e vendere a basso prezzo tutto il piombo esistente nei magazzini; ripieghi di troppo breve respiro, si che per coprire il disavanzo dovette essere decretata un’imposta straordinaria di 412.500 lire sarde. «Grave oltremodo riuscì questa imposta – scrive giustamente il Martini – ad un’isola, come la Sardegna, abbattuta da lunghe sventure, vessata dalle due aristocrazie (laica ed eccle­siastica), povera di denaro, d’industria, di commercio, avvezza da se­coli alla sola prestazione del donativo ordinario, equivalente, ad un terzo circa del novello tributo. Sollevossi dunque l’opinione pub­blica contro gli stamenti ed i loro deputati, e si cominciò a tenere come un danno la venuta del re produttrice di tale gravezza», E non si era che al principio, ancora lontano dal 1814!

Stabiliti gli appannaggi, con un secondo provvedimento il re nominò ministro il conte di Chialamberto e distribuì le più alte cariche ai fratelli: il duca d’Aosta fu governatore della città di Cagliari, del capo Meridionale e della Gallura, oltre che generale delle armi; il duca di Monferrato, governatore della città di Sas­sari e del capo Settentrionale; il duca del Genovese, comandante della fanteria e dei miliziani; il conte di Moriana comandante la cavalleria; il duca del Chiablese, zio del re, fu presidente dell’am­ministrazione delle torri. Tutti i Sardi che fino a quel momento ri­coprivano quelle cariche furono estromessi e destinati a minori funzioni., Ciò contrastava con le precedenti concessioni fatte agli isolani, di occupare tutte le cariche e gli impieghi con la sola esclu­sione di quella di viceré. Nessuno osò protestare allora e neppure quando al sopruso s’aggiunse la beffa: perché non vi fosse più nes­suna distinzione fra le due popolazioni, quella isolana e quella di terraferma, il re volle nominare alcuni piemontesi a importanti funzioni in Sardegna, come Giuseppe De Maistre a reggente la Real Cancelleria, e alcuni Sardi ad altrettanto importanti cariche in Piemonte; col risultato, naturalmente, che i Piemontesi presero subito possesso dell’impiego, e i Sardi rimasero in Sardegna solo col titolo onorifico, essendo il Piemonte occupato dai Francesi” 1.

  1. Il giudizio di un contemporaneo del re Carlo Emanuele IV e del vicerè Carlo Felice, Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.

“L’arrivo della famiglia reale a Cagliari e i primi atti di clemenza del sovrano sono visti in una luce favorevole, nel senso che Carlo Emanuele IV, nonostante le pressioni contrarie del ceto feudale, bene fece ad estendere l’amnistia generale ai rei di delitti e di opinioni po­litiche. Qui si manifesta l’avversione del Lavagna ai feudatari, del cui accanimento contro i presunti giacobini dà una giustificazione abba­stanza sensata: ai baroni cioè non importavano in sé e per sé le con­vinzioni politiche dei villici e dei loro sostenitori cittadini; importava invece ottenere dal governo i mezzi e i modi per costringere con la forza i riluttanti a pagare i tributi. Affiora in ciò l’interpretazione in chiave economico-sociale dei sommovimenti del I795, che molti scrittori dell’800 hanno poi colorato di motivazioni ideologiche.

Il motivo dominante della critica del Lavagna è però la condotta politica del ministro Chialamberto, orientata essenzialmente verso due fini: ottenere con imposizioni fiscali straordinarie un cospicuo aumento del «donativo» per far fronte alle esigenze finanziarie della corte esiliata e del governo, e abolire progressivamente i benefici del Diploma dell’8 giugno ‘96 affidando le leve del potere politico, mili­tare ed economico ad elementi piemontesi e a pochi sardi supina­mente ligi alle sue direttive.

Sul primo punto il dissenso del Lavagna è netto. In sostanza egli nega ogni legittimità in fatto e in diritto all’Editto con cui Carlo Ema­nuele IV, sentita una delegazione stamentaria, decreta un esorbitante «donativo» straordinario e ne fissa il «riparto» fra le varie classi della popolazione. Il tributo è ritenuto illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Certe inadempienze costituzionali non potevano sfuggire a un giurista ben provveduto di dottrina come il Lavagna, il quale per al­tro non si perita di accusare i principi reali di altrettanto gravi inos­servanze; come quella di non aver prestato il dovuto giuramento nel­l’assumere le rispettive elevate cariche: il duca d’Aosta quella di Generale delle Armi e di Governatore del Capo di Cagliari e Gallura, il duca di Monferrato quella di Governatore del Capo di Sassari e Lo­gudoro, Carlo Felice, duca del Genevese, quella di Vicerè.

Alle spese di mantenimento e suntuarie della corte il Lavagna dedica particolare attenzione: egli le considera uno sperpero del pub­blico denaro che, già inammissibile in tempi normali, diventa addi­rittura delittuoso se fatto in momenti di carestia e a carico di un po­polo povero e oppresso dai tributi. Ne sarebbero risultati riflessi ne­gativi sotto tutti i riguardi: il popolo, già cullatosi nella speranza di poter contare sui tesori e sulle ricchezze che il re profugo avrebbe portato con sé per dispensarli ai sudditi, incominciava a ricredersi e a mormorare contro lo sfarzo inutile e offensivo della corte e dei cor­tigiani; da parte loro gli aristocratici sardi, stando a contatto con que­sto ambiente, erano portati a gareggiare con la famiglia reale nel lusso, e siccome per gli eventi trascorsi anche le loro finanze apparivano in dissesto, c’era il pericolo che per far fronte alle nuove esigenze si ac­canissero maggiormente sui vassalli nell’esazione dei tributi” 2.

  1. Pietro Martini.: “La corte a Cagliari fu una grandissima ventura per i baroni e nobili sardi”.

“Questa venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi. I quali affettando devozione illimitata al trono e all’altare e lamentando la malvagità dei tempi, seppero immedesimare la causa loro con quella della dinastia regnante. Quanto vollero ottennero quei magnati; onoranze di corte, insegne cavalleresche, alte cariche civili e militari, riserve di gradi sì maggiori che minori nell’armata, more a pagar debiti, giudizi eccezionali in controversie civili, ordinazioni precise per la salvezza degli amplissimi privilegi. Queste aristocratiche fortune provennero anche dall’alleanza dei sardi patrizi con quelli che dal Piemonte avevano seguito i passi del re e dei reali principi: uomini, quanto volgari di mente, altrettanto alteri e propugnatori dell’antico. Costoro erano l’anello che stringeva l’aristocrazia sarda alla casa regnante.

Alla laicale dava la mano l’aristocrazia di chiesa, bisogna pur essa dell’egida della monarchia assoluta per la salvezza della decima e degli immensi suoi privilegi” 3.

La permanenza di Carlo Emanuele IV in Sardegna fu di pochi mesi soltanto, perché dopo i successi in Italia degli austro-russi fece ritorno nei suoi Stati, sui quali dopo il pericolo francese incombeva ora quello austriaco; ma dal Piemonte fu costretto a fuggire, poi, precipitosamente, incalzato ancora una volta dagli eserciti di Napoleone.

Per lui la Sardegna fu una brevissima e non esaltante paren­tesi: “Partì finalmente da Cagliari per Livorno il 19 settembre re Carlo Emanuele, ebbe acclamazioni, ma poche, e queste o furono comprate o vennero dagli uomini del privilegio, del favore e della reazione; e se alcuni di cuore gli fecero plau­so, più che al re, mirarono al principe colmo di virtù private (sic!). Né altrimenti poteva avvenire. Stavano in duolo i sinceri so­stenitori del diploma del 1796 poco anzi distrutto, il medio ceto calpestato dalle due aristocrazie, i nemici al feudalismo, gli amatori del progresso politico e civile, irati al ribadimento delle catene feudali, ai reintegrati ordini militari e dispotici. Dolevansi i Cagliaritani del comando passato in mani a loro nemiche. In una generale era il contristamento per le nuove gravezze, per la tema di maggiori, pel terrore destato dalle recenti incarcerazioni arbitrarie e dalla crescente reazione. Ondeché, se il 3 marzo fu d’entusiasmo, di speranza, d’amo­re, il 19 settembre fu giorno di tristezza, di disinganno, di timore di tempi peggiori”4.

Dopo aver errato per la Toscana, l’Umbria, Roma e Napoli, il 22 maggio decise di rinunziare al trono a favore del fratello, duca d’Aosta, riservandosi, precisa sempre il Martini, il titolo e la dignità di re, ed una annua pensione vitalizia di dugento mila lire, da aumentar si proporzionalmente [col miglioramento dello] stato delle regie finanze.

I protagonisti  del nuovo corso politico furono perciò in un primo momento Carlo Felice, divenuto viceré alla partenza di Carlo Emanuele IV per il Piemonte, e successivamente Vitto­rio Emanuele I, costretto dalle strepitose vittorie francesi a slog­giare definitivamente da Napoli, dove si era rifugiato, e a rien­trare a Cagliari nel febbraio 1806.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 838.

-839).

2.  da Le Carte Lavagna e l’esilio di Casa Savoia in Sardegna di Carlino Sole (Giuffrè editore, Milano 1970, pagina 26-27.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ed. Ilisso, Nuoro, 1999, pagine 63-64.
  2. Ibidem, pagina 86.
 
 
 

Vittorio Amedeo III

Post n°905 pubblicato il 02 Luglio 2017 da asu1000

Vittorio Amedeo III (1773-1796)

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A Carlo Emanuele III il 17 febbraio 1773 succede il figlio Vittorio Amedeo III: facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Abbiamo già visto che questo giudizio è per lo meno ridondante ed eccessivo. Certo però è che Vittorio Amedeo III segna un regresso: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori: basti pensare all’esempio di Lascaris, conte di Sant’Andrea e ad Allì di Maccarani.

  1. Anche i vicerè e governatori piemontesi veri e propri tiranni

Destituito il conte Bogino, “i vicerè ripigliarono l’antico loro dispotismo”1, con Filippo Ferrero, marchese della Marmora ( 1773 – 1777) ma soprattutto con Giuseppe Lascaris di Ventimiglia, marchese della Rocchetta ( 1777 – 1781) che fu molto più violento.

Di lui scrive Giovanni Maria Angioy (in Progetto di un’opera sulla «Legislazione antica della Sardegna») : “Fra tanti altri saggi di dispotismo sarà sempre memorabile l’arresto praticato d’alcuni membri del Consiglio civico di Cagliari perché altamente riprovavano la di lui condotta e gli ordini irregolari che dava per l’amministrazione dei redditi di quella città, non meno che per molte altre spese enormi. Si fece compilare un processo contro detti membri, ma essi alla fine furono dal Magistrato riconosciuti innocenti, e quindi ne fu ordinato il rilascio. In questo medesimo tempo governava la provincia di Sas­sari e Logudoro il marchese Allì di Maccarani suo parente. Esso era un vero ti­ranno, vendea pubblicamente la giustizia, avev’ammassato delle ricchezze ben considerevoli e faceva de’ monopoli ancora nei grani destinati alla sussistenza dei popoli. Ciò diede luogo a una emozione popolare in Sassari nell’aprile del 1780, dopoché il popolo, avendo fatto delle alte reclamazioni e doglianze contro di colui al viceré, non fu punto ascoltato.//

[c.16v] Ma il conte Sant’Andrea nizzardo, che fu uno dei successori d’esso marchese Lascaris, sorpassò gli altri nel dispotismo, crudeltà ed in ogni specie di vessazione. Egli fu detestato da tutta la nazione; egli volea mischiarsi negli affari giuridici, civili e criminali di qualunque sorta, e perfino sospendere il corso delle sentenze”2.

  1. La causa del banditismo? E’ nella natura dei sardi!

,Un precedente viceré, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) ebbe a scrivere che “la causa [del].male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli [sardi] poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” 3.

L’abate anticipa e prepara brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame sui sardi con il dna delinquenziale.

Lo stesso abate scrive che i banditi avevano il sostegno della Chiesa e dei baroni, da cui venivano spalleggiati e protetti: Chiesa e baroni però che il viceré e la politica sabauda si guarda bene dal colpire!

A parte la protezione strumentale da parte dei feudatari e della Chiesa gli è che, scrive Girolamo Sotgiu “Il banditismo si poneva oggettivamente come un movimento di contestazione che operava all’interno dello Stato…si può azzardare l’ipotesi che il banditismo fosse la manifestazione di un complesso di valori, e quindi di una cultura, espressi e accettati da strati ampi di masse subalterne, composte soprattutto di contadini e pastori, che un sistema di valori, e quindi una cultura, sopraggiunta dall’esterno, non solo rifiutava di fare propri, ma anzi cercava di distruggere con la violenza”4.

  1. Le armate napoleoniche invadono la Sardegna.

“Lo stato sabaudo invaso dalle armate napoleoniche – scrive Carlino Sole – era in pieno disfacimento e lo stesso Vittorio Amedeo III, nelle trattative di pace col Direttorio, aveva espressamente dato facoltà ai suoi plenipotenziari di cedere alla Francia l’Isola di Sardegna, pur di mantenere i suoi possessi di terraferma e di ingrandirli eventualmente con altri territori della pianura padana sottratti agli Austriaci”5. Lo stesso Sole scrive: “Ancora nel 1784 Vittorio Amedeo III, attraverso i segreti canali della diplomazia, aveva offerto l’Isola all’Austria di Giuseppe II in cambio di adeguati compensi in Lombardia”6.

Si spiega in questo modo l’atteggiamento del viceré e dei suoi capi militari nei confronti dell’invasione francese, addirittura incerti se resistere o arrendersi. Tanto che un testimone diretto di quelli avvenimenti, Padre Tommaso Napoli scrive che: “sul principio della comparsa della flotta francese, al timore di un prossimo attacco, il Governo, o perché credesse di non poter fidarsi dei sardi, senza il cui aiuto non avea forze di resistere, o per qualche altro segreto fine non si diede il minimo moto per mettere la Piazza e il regno in stato di difesa”7.

  1. I miliziani sardi (non l’esercito sabaudo) respingono e sconfiggono i francesi.

L’impresa sembrava facile: era noto ai Francesi – sottolinea lo storico Carlino Sole – il malcontento delle popolazioni sarde. E il Carta-Raspi, altro storico sardo, aggiunge:la Sardegna si sapeva sguarnita, con poca artiglieria, nell’impossibilità di organizzare una valida difesa.

Sollecitata da due patrioti Corsi, Cristoforo Saliceti e Mario Peraldi, il tentativo di occupare l’Isola si rivelò invece un fallimento: non solo perché i Francesi permisero agli Stamenti di organizzare la difesa – le operazioni militari decretate nel Settembre del ’92 iniziarono di fatto a metà Gennaio del ’93 – ma soprattutto perché, come osserva ancora il Carta-Raspi,“le truppe transalpine si rivelarono un’accozzaglia di volontari indisciplinati, male inquadrati e peggio comandati… ad iniziare dall’inetto ammiraglio Truguet” 8.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour. Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro. Difficile dire se fu un bene per la Sardegna: molti storici infatti ritengono che sarebbe stata più utile per l’Isola una vittoria delle armi francesi perché avrebbe messo fine al feudalesimo, inserendola nel più vasto circuito e flusso economico dell’Europa. Fatto sta che l’invasione francese fu respinta soprattutto per merito dei Sardi: su questo non vi è alcun dubbio, neppure da parte degli storici filopiemontesi.

  1. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”9.

Infatti – ricorda ancora Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”10.

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

A questo proposito commenta opportunamente il Carta-Raspi: ”Il significato fu chiaro: più che un’umiliazione ai membri degli stamenti, doveva considerarsi un monito per i sardi, ai quali non era concesso di chiedere più di quanto ricevevano dall’iniziativa del sovrano e cioè nulla” 11.

E ancora: ”L’avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione di impieghi, come già durante l’ultimo periodo della signoria spagnola e come hanno fatto credere i dispacci del viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza”12.

   E’ dentro questo corposo e significativo contesto storico, culturale e psicologico che occorre situare “la cacciata” dei Piemontesi il 28 Aprile del 1794.

Note Bibliografiche

  1. Antonello Mattone-Piero Sanna, Settecento sardo e cultura europea, Ed. Franco Angeli, Milano, 2007, pagina 294.
  2. Ibidem, pagine 294-295.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editori Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 17.
  4. Ibidem, pagina 31.
  5. Carlino Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Editore Chiarella, Sassari, 1984, pagina 245.
  6. Ibidem, pagina 176.
  7. Ibidem, pagine 137-138.
  8. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 783.
  9. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 394.
  10. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, op. cit. pagina 150.
  11. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 793
  12. Ibidem, pagina 793.

 
 
 

Angheleddu Carboni

Post n°904 pubblicato il 31 Maggio 2017 da asu1000

 

Angheleddu Carboni, omine de gabale e grandu iscritore dat su "Benennidu" a sos partetzipantes a s'Atobiu de Patada su 27 de maju.

Su benennidu a istranzos, poetas, patadesos de 'idda e de fora, a cantos sun acudidos pro unorare e ammentare a padre Luca.
Legende cantu azis imbiadu, mi paret de bos connoscher dae una vida, no pro su chi azis nadu de su poeta, ma pro s'amore e sentidu chi 'onzunu de a bois mustrat iscriende. Grascias de coro!
E grascias a su professore Francesco Casula, ollolaesu che Ospitone, che a isse, tzerrimu e autorevole difensore de sos sardos e de sa Sardigna.
Unu de sos istoricos e pessadores pius lughidos e sabios de sa Sardigna de oe, e no lu so nende ca est inoghe chin nois.
Connosco dae meda sos iscritos e bideas suas; s'istima mia 'alet pagu,de fronte a cussa de maigantos sardos e de fora.
Bos prego de ascultare sas paraulas suas chin atenzione manna, ca sun friscas che abba de roca, ca, in custa faina noa, dat una descriscione atenta, e pretzisa che sempre, de s'isula nostra in su tempus de s'ocupascione de sos Savoia e de sas issoro malefatas.
Vicendas chi, a dolu mannu, no s'issinzan in sos bancos de iscola, contadas dae un'istudiosu, testimonzu e mastru de sardidade, chin sa umilidade e cultura de unu sardu 'eru, nodidu e forte.
Un'invitu a sos giovanos de su sotzìu S'Alveschida, a tales chi sigan a esser de puntorzu e istimulu pro fagher torrare sa 'idda a esser ghia e esempiu che in tempus passadu.
A su comune, pro loco, associaziones, partidos, pro chi ponzan a banda rivalidades e peleas individuales e politicas, e apan su solu isetu e aficu de no che 'ogare dae sa paùle de su desertu de sa mancanzia de tribagliu, de sas noas povertades e de s'individualismo e indiferenzia de sos coros cunzados e de sas giannas tancadas, chin s'ajudu de 'onzi patadesu e bantinesu.
So siguru chi sos amigos Tonino, Nanni, chi no isco s'est resessidu a benner, Barore, Bruno, Carmela, tenores, cantadores a chiterra e coros, bos an a tratenner in custu sero longu, ma pesso e ispero, chena cascos de ifadu, ricu e de ammentare.
Apo lassadu a s'assegus cussu chelvijudu de Rino, grande e sintzeru amigu; cando si ponet in conca una idea, resessit a la 'atire a cumprimentu.
Li chelzo solu ammentare, chi su manigare meda, su cabidale segat, e chi sa richesa de cust'abboju, pro la dissipare menzus, forsi podiat pienare divescios seros, ma bi sun sa 'oza de dare totu e luego, su fatu de no istare inoghe, pro cussu lu cumprendo e devimus cumprender.mancari ch'istet atesu, s'amore e impignu pro sa 'idda, pro sa cultura e istoria, devet mover e ischidare sas cusciescias de totu. Chie lu connoschet, ischit bene chi, in cantu faghet, no b'at perunu disizu de si ponner in mustra, de fama, si no s'istima pro sas raighinas patadesas, orunesas e sardas.
Unu esempiu pro maigantos!
Auguramus a totu unu sero de paghe, gustu, ispraju, creschida, e chi 'onzunu si che recuat a domos e biddas chin su coro pienu e chin su disizu de unu printzipiu nou, chi no apat mai fine.

 

 

 
 
 

Sa Die de sa Sardigna

Post n°903 pubblicato il 26 Aprile 2017 da asu1000

 

 

 

 

SA DIE DE SA SARDIGNA

Pubblicato il 26 aprile 2017


SA DIE DE SA SARDIGNA

di Francesco Casula

Per ricordare La cacciata dei Piemontesi è nata "Sa Die, giornata del popolo sardo" - ma io preferisco chiamarla "Festa nazionale dei Sardi" - con la legge n.44 del 14 Settembre 1993.

Con essa la Regione Autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo - dicevo - dell'insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei "Vespri sardi" che portarono all'espulsione da Cagliari e dall'Isola dei piemontesi e di altri forestieri (nizzardi e savoiardi) ligi alla corte sabauda ed espressione del potere e dell'arroganza, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.

Quanti?

Alcuni storici (Girolamo Sotgiu) dicono 514; altri (Luciano Carta) 600-620. Pochi?

Moltissimi, se si pensa che Cagliari alla fine del '700-inizio '800 contava 20 mila abitanti e dunque vi era un "burocrate" piemontese per meno di 40 cagliaritani!


-Precedenti, cause motivazioni della "Rivolta"

 

  1. Tentativo francese di occupare e conquistare la Sardegna.

I Francesi sbarcano e occupano l'Isola di San Pietro l'8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant'Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant'Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour.

Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell'artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l'attacco fu respinto. Anche Sant'Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l'intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro.


Perché i francesi tentano di conquistare la Sardegna?

Motivazioni ideologiche (ovvero chiacchiere): esportare la rivoluzione e con essa i  principidell'89: Liberté, Égalité, Fraternité.

I motivi veri:

  1. "approvvigionare con i suoi grani e il suo bestiame l'esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato" (Girolamo Sotgiu);
  2. "l'avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima, era stimato utilissimo"(Carlo Botta).

Evidentemente i francesi ritenevano inevitabile la guerra con l'Inghilterra - come di fatto avverrà - e dunque vogliono dotarsi di una bella base militare ad hoc.


Chi difenderà la Sardegna, respingendo i francesi?

Non l'esercito regolare dei re sabaudi ma i miliziani, i volontari sardi, sostenuti e finanziati dagli Stamenti: ovvero da nobili e clero ostili ai rivoluzionari francesi che consideravano demoni mangiapreti ma anche da democratici come Angioy o il Marchese di Flumini.


Hanno fatto bene i sardi a difendere la Sardegna?

E' una questione storiografica aperta: il problema è però chiarire che i sardi più che difendere il regno dei sabaudi difendono la loro terra.


  1. Sardi vincitori presentano "il conto" al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi  - cito lo storico Natale Sanna - "dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l'elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano".

Infatti - ricorda Girolamo Sotgiu - "seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé... e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l'istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari...".

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo - composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) - riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un'ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose "5 domande":

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai "nazionali" sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall'arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt'altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l'anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l'amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare, ).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento... non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.


  1. La rivolta cagliaritana e la cacciata dei piemontesi

Ecco come lo storico sardo da Girolamo Sotgiu descrive il fatto:

"E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache «si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata». La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma "sull'ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci­tare qualche preoccupazione fino a quando «sull'un'ora all'incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza» ad arrestare Vincenzo Cabras.

«Avvo­cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam­pace»2, nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente.

I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.

L'arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l'inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.

Da qui l'accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, (almeno 2 mila, il 10% dell'intera popolazione cagliaritana) l'assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l'irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All'insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.

La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l'uno dall'altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.

Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L'assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l'uno sopra l'altro», i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.

Così, il 7 maggio 1794, 514 (secondo Girolamo Sotgiu) o 600-620 (secondo Luciano Carta) tra piemontesi savoiardi e niz­zardi furono costretti ad abbandonare l'isola, e, «divulgata per tutto il Regno l'espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu univer­sale l'approvazione»; ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l'esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Ca­gliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingom­bra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisi­tezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che «scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i mag­giori ministri», trasportando «al porto le loro masserizie con quelle del viceré». All'apparire di tanta «abbondanza di car­riaggi», si levò un solo grido:Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipar­tono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre.

E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell'animo l'indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d'araldo, ferma­tevi, grida a quei furiosi:

quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? Ed esortati i carrettieri a muoversi, «la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l'onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio»9.

Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa:

Lasciateli andare - sembra che il Leccis abbia detto - che i sardi benché poveri non han bisogno della M... dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia .


 

 
 
 

Recensione di Pino Aprile

Post n°902 pubblicato il 29 Marzo 2017 da asu1000


Pino Aprile recensisce il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi di Francesco Casula

Pino Aprile, già  vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell'inchiesta a puntate Viaggio nel sud e a Tv7, settimanale di approfondimento del TG1. È autore di libri tradotti in più lingue. Nel marzo 2010 ha pubblicato il libro Terroni, un saggio giornalistico che descrive gli eventi che hanno penalizzato economicamente il meridione, dal Risorgimento ai giorni nostri. L'opera è divenuta un bestseller, con 250.000 copie vendute.

A maggio 2016 pubblica Carnefici, un saggio storico che documenta, in maniera ancor più approfondita di Terroni, per via delle ricerche più recenti condotte dallo stesso giornalista in cinque anni, le stragi commesse al Sud durante l'unificazione.

Gli ultimi suoi saggi sono Terroni 'ndernescional. E fecero terra bruciata, Milano, Piemme, 2014 (on interi capitoli dedicati alla Sardegna in cui cita abbondantemente gli storici sardi e in particolare i due Casula, Francesco e Francesco Cesare) e Carnefici, Milano, Piemme, 2016.

COME I SAVOIA DEPREDARONO LA SARDEGNA
E CREARONO LA PRIMA QUESTIONE MERIDIONALE

di Pino Aprile

Perché vi parlo di “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, del professor Francesco Casùla (edizioni Grafica del Parteolla)? Quando mi chiesi dove fosse la Sardegna, nella storia d'Italia, volli cercare una risposta veloce e mi trovai impelagato (tanto per cambiare) in una montagna di libri antichi e moderni (più gli uni che gli altri). E scoprii che la Questione Meridionale (sorta con l'invasione del Regno delle Due Sicilie da parte dell'esercito piemontese, prima nascostamente, con i 22 mila soldati ufficialmente disertori al seguito di Garibaldi; poi ufficialmente, con l'esercito calato a prendere possesso della refurtiva), aveva un antenato: la Questione Sarda. 
Quando, a inizio del 1700, i Savoia ottengono l'isola, con un trattato internazionale, iniziano a spogliarla di ogni risorsa, escludendo i sardi da ogni possibilità di intraprendere o dirigere, salvo quei possidenti che si metteranno al servizio del nuovo padrone, per aiutarlo nel saccheggio e intascare le briciole. Le proteste, le rivolte, vengono soffocate nel sangue, con la ferocia e l'arbitrio. E giustificate con l'inciviltà della popolazione che i sabaudi, ovviamente, trattenendo eroicamente il ribrezzo, tentavano di dirozzare.
Seppi, così, che tutto quel che i Savoia fecero in Sardegna, fu solo replicato, più in grande, nel Regno delle Due Sicilie (i sardi erano circa 600mila, al momento dell'Unità, i duosiciliani quindici volte tanto). Da questa osservazione e dalla scoperta che, pur senza paesi rasi al suolo e lo sterminio della popolazione, le stesse tecniche erano state adottate dalla Germania Ovest in quella Est, dal giorno della riunificazione, nacque il mio “Terroni 'ndernescional”. 
Al Sud ci si lamenta, non a torto, della disattenzione del resto del Paese nei confronti delle regioni del Mezzogiorno. Ma la Sardegna, a parte la recente scoperta turistica, è del tutto assente. Il che parrebbe incredibile se, con una popolazione modesta, rispetto a quella di regioni di dimensione paragonabile, può vantare due presidenti della Repubblica, il segretario più amato del partito della sinistra italiana e altri dirigenti di rilievo nazionale.
Eppure, i sardi si raccontano, e molto, e bene; hanno scrittori di grande valore, un premio Nobel alla Letteratura (Deledda). Ma non riescono a farsi ascoltare dagli altri, un po' perché, quando comunicano, paiono avere come interlocutori primi gli stessi sardi; un po', perché gli altri, oltre che a godere della Sardegna, non mostrano grande interesse a sapere dei sardi (ma chi comincia, vuole diventare sardo, come De André e tanti altri).
Negli ultimi anni, una rinnovata produzione culturale, letteraria, di pari passo con una potente risorgiva di orgoglio isolano mai scemato, ripropone i temi della sardità e della colonizzazione. In questo, Francesco Casùla si è distinto con un'opera grandiosa, “Letteratura e civiltà della Sardegna”, in due volumi. E oggi con il libro su Carlo Felice e i suoi sanguinari parenti. 
Il saccheggio dell'isola fu di tale ferocia che persino dopo l'Unità, nel 1864, in occasione dell'ennesimo inasprimento di tasse imposto dai Savoia, metà della somma rastrellata in tutto il Paese fu sottratta ai soli sardi. La disistima dei sabaudi per gli isolani era tale che tendevano a impedire i matrimoni “misti”, ritenevano i sardi “nemici della fatica, feroci e dediti al vizio”; e per de Maistre erano peggio dei “dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il Sardo la odia”. 
Una scia di razzismo e pregiudizio che viene da lontano (per Cicerone, i sardi erano per natura “ladruncoli, inaffidabili e disonesti”, in quanto africani) e arriva a oggi: appena qualche decennio fa, il noto giornalista Augusto Guerriero (Ricciardetto), scrisse che i barbaricini bisognava “trattarli” con gas asfissianti; e nel 2016, il procuratore di Cagliari, nell'inaugurare l'anno giudiziario, parlava di “istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina)”.
Nessuna meraviglia che a gente ritenuta incivile (osavano ribellarsi alla spoliazione dei loro beni, dell'intera isola: proprio selvaggi!), si applicassero metodi sbrigativi. Naturalmente, anche lì si trattò di estirpare il “banditismo” (nell'ex Regno delle Due Sicilie “brigantaggio”): il marchese di Rivarolo in tre anni scarsi fece incarcerare tremila persone, giustiziarne 432, con “cerimonie” pubbliche ferocissime: torture, fustigazioni che riducevano il malcapitato a brandelli, poi la forca e la decapitazione, con la testa portata in giro nei paesi in una gabbia di ferro (lo rivedremo al Sud, quando decidero di “liberarlo”).
Ma il più sanguinario fu Carlo Felice, detto Feroce, vicerè e poi re, per disgrazia dei sardi “...orrendamente torturati, trucidati nelle strade o nelle prigioni... I villaggi del Logudorese vennero assaliti dalle truppe regie, cannoneggiati, incendiati e, molti dei loro abitanti uccisi o arrestati in massa”. Spaventosi i tormenti cui fu sottoposto il patriota Francesco Cilocco, la cui testa pure fu esposta in una gabbia di ferro, il corpo bruciato e le ceneri

 

 disperse.
Con la legge delle chiudende, che consentì ai possidenti e ladroni di appropriarsi delle terre pubbliche e recintarle come proprie (distruggendo l'uso di libera terra che aveva retto da tempo immemorabile economia e comunità sarde) e sulla “proprietà perfetta”, la millenaria civiltà dell'isola fu atterrata. La rivolta salvò il costume sardo solo in alcune aree; scorse molto sangue, sorsero odi insanabili, che durano in alcuni casi ancora oggi, e grandi patrimoni inutilizzati da un manipolo di profittatori. 
Ci fu una coraggiosa denuncia, nel Parlamento di Torino, da parte del deputato sardo Giorgio Asproni, che sembra anticipare, in copia, quella del duca di Maddaloni, nello stesso Parlamento, ma ormai “unitario”, nel 1861: “La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spami delle famiglie per i solo cari mandati in esilio per ingiusti sospetti; gli schiaffi e le battiture di detenuti carichi di ferro in mezzo a' birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni...”; e così via, nell'elenco degli orrori.
Sino a costruire, con la violenza, l'oppressione e la rapina, un “sottosviluppo che non è ritardo ma superfruttamento”. Fu la prima Questione meridionale. L'isola aveva avuto altre dominazioni, nel tempo (fenici, romani, pisani, genovesi, spagnoli), ma Casùla non ha dubbi su chi siano stati “i più crudeli, spietati, insipienti, famelici e ottusi (s)governanti che la Sardegna abbia avuto nella sua storia: i Savoia”.

 
 
 
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Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.

Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).

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