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cun sa limba e sa cultura sarda - de Frantziscu Casula.

 

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2° CONVEGNO SARDISTA A BOSA 29 ottobre 1967

Post n°833 pubblicato il 31 Luglio 2015 da asu1000

 

2° CONVEGNO SARDISTA A BOSA 29 ottobre 1967

Cari amici, 
ci riuniamo a Bosa, nelle accoglienti sale del Centro di Cultura Popolare dopo quattro mesi dal primo nostro mee­ting del 2 luglio per discutere la situazione politica sarda, per valutare le scelte operate dal nostro Partito sia dopo la crisi di febbraio, sia dopo il fallimento del­la cosiddetta politica contestativa. 
Voi sapete benissimo come la contestazione di Del Rio, la rivoluzione di luglio e gli avvenimenti suc­cessivi, soprattutto per la grinta dura mostrata dai padroni di Roma dei partiti metropolitani, siano approdati al porto della più grande beffa che il popolo sardo, in tutta la sua storia,abbia mai subito.
Il linguaggio aggressivo del Presidente Del Rio non corrispondeva e non corrisponde oggi a una pre­cisa volontà, sua e della Giunta di G0verno, di conqui­stare gli obiettivi che il famoso ordine del giorno-voto del Consiglio Regionale al Parlamento Italiano configu­rava. Il Governo italiano ha respinto tutte le richie­ste del popolo sardo, ha irriso con sprezzante paternalismo le istanze dei nostri legittimi rappresentanti, ha impedito al Presidente Del Rio, rappresentante elet­to del popolo sardo, di parlare alla sua gente per mezzo dello strumento più efficace: la radio.
E si è risolto tutto in un bagaglio inconsistente di promesse:
le solite promesse che da due secoli e mezzo piemontesi e italiani hanno fatto inalla in Sardegna, a questa vera e propria colonia, terra senza speranza di riscatto. Ed è per è per questo che oggi più che mai dobbiamo opporci al regime coloniale che che perdura, nonostante la concessione di una falsa autonomia.

 

Oggi il banditismo, la cui importanza è stata amplificata in Italia e nel resto d'Europa con sadica insistenza dalla stampa di ogni colore, coadiuvata questa dalla compiaciuta complicità della radio e della televisione del monopolio italiano, è assurto a problema nazio­nale. Ma cosa vuol dire oggi in Sardegna, in questa 
terra di conquista e di sfruttamento, questione di importanza nazionale?

 

Significa soltanto che gli organi dello Stato, valicando i limiti delle competenze costituzionali, calpestando anche i brandelli formali dello Statuto Speciale di Autonomia della Sardegna, si sentono in dovere di intervenire. E viene accusato, ormai indi­scriminatamente, il popolo sardo e la sua classe politica; la sua classe dirigente, le migliaia e migliaia di lavoratori: i morti di fame di villaggi e delle borgate lontane, coloro che vivono cioè di sussidi e di rimesse degli emigranti. 
Ecco che un governo debole e inetto, come quel­lo italiano di oggi, ricerca un alibi storico con una inchiesta parlamentare. Ma voi sapete tutti che fine han­no fatto le precedenti inchieste parlamentari. La Sarde­gna è rimasta quella di prima. Sempre più povera e abban­donata. Non a caso, cari amici, accuso formalmente il pre­potere italiano di genocidio delle genti sarde. Perché quando ai sardi si nega il diritto alla vita, non si in­terviene con i finanziamenti stabiliti dalla legge, ma si invia un corpo militare di polizia e di carabinieri per distruggere la piaga del banditismo, con il semplice ri­sultato di sottoporre le popolazioni ad angherie, a so­prusi, a minacce di ogni genere, ebbene, allora si agisce secondo i più brutali e odiosi sistemi coloniali. Si ripe­te l'errore della Francia in Algeria. E le province dell'Algeria settentrionale per chi non lo rammentasse, erano considerate territorio metropolitano con uno Statuto speciale di autonomia. E gli al­gerini, nonostante questa concessione suprema della Repub­blica francese,si sono ribellati, sino a cacciare i francesi dal loro territorio e conquistare così, col sacrifi­cio e col sangue, la piena libertà e l'indipendenza. Ma gli algerini erano fiancheggiati dagli altri popoli arabi, dai marocchini, dai tunisini, dai libici e dalla Lega Araba. La loro guerriglia era sorretta dalla simpatia dell'opinione pubblica mondiale e, nella stessa Francia, paese civile, larga parte della popolazione me­tropolitana, gli intellettuali e i potenti, parteggiava per la liberazione dell'antica colonia. Noi, che siamo nelle stesse condizioni dell'Algeria di allora, non abbiamo nessuno, né stati amici né lega araba né popoli che parlino la nostra lingua che ci appoggino, ci sostengano, e sposino la nostra causa. Noi siamo soli, terribilmente soli, alla mercé della prepotenza italiana, della polizia italiana, dei prefetti-governatori italiani. E in mezzo a noi fioriscono come le rose di maggio i traditori, l prezzolati, i venduti, i servitori del padrone d'oltremare. Tutto ciò dovrebbe consigliarci a desistere dal­la lotta. A lasciar cadere le istanze, condendole soltanto di qualche protesta lecita, civile, ma del tutto inutile e vana. Ma noi difendiamo il diritto del nostro popolo. Noi vogliamo liberare il nostro popolo dalle pastoie colonialiste, vogliamo soprattutto informare il nostro popolo e indicargli la via da percorrere per la sua effettiva resurrezione.

 

Non siamo degli illusi, cari amici, e abbiamo le nostre buone ragioni per parlarvi con questa schiettezza e durezza di linguaggio. Noi, proprio perché siamo sardi, e ci vantiamo di esserlo, siamo alieni da qualunque trasformismo, di tipo siculo-meridionale. Noi abbiamo sempre seguito questa linea politica. E questa è la linea di Bellieni, di Luigi Battista Puggioni, e di qualcuno che è qui presente e che ha sempre dato al Sardismo.
Noi dobbiamo diffondere queste nostre idee. Dobbiamo lottare perché anche nei centri più lontani si conosca questa che è una corrente di pensiero ben definita, chiara, responsabile. E' la linea autentica, dura forse, ma l'unica che oggi possiamo seguire. Senza compromessi con nessuno. Sia ben chiaro.
Se non ci opponiamo a questa situazione coloniale, nella quale l'Italia ci ha lasciato, il nostro compito diventa inutile, vuoto, improduttivo, ridicolo.
Ci chiamano separatisti. Con disprezzo e con malcelata ironia. Ebbene, se separatisti ci chiamano, noi possiamo fare di questo termine una bandiera e non soltanto uno spaventa-passeri per i nostri avversari politici.
La via dell'indipendenza è lunga, difficile, costellata di trabocchetti, di sofferenze, di rinunce, di amare delusioni, e - soprattutto - di sconfitte. Ma noi crediamo, dobbiamo credere, dobbiamo far credere anche i nostri fratelli. Illuminarli e cancellare le loro illusioni integrazioniste, spazzare il servilismo di sempre. Noi abbiamo il dovere di seguire questa linea, perché soltanto così non tradiremo il Sardismo, ma soprattutto serviremo il popolo sardo, questo piccolo grande popolo che ha paura di essere salvato da un avvenire pieno di caligine e di miseria. Questo popolo che vuole essere distrutto.
Noi lottiamo e lotteremo per la libertà della Sardegna. Con tutti i mezzi, con tutte le nostre forze. Non rinunciamo alla dignità di uomini liberi.
Viva la Sardegna. Viva la libertà.
Antonio Simon Mossa

 

 

 
 
 

La truffa dell'Unità d'Italia

Post n°832 pubblicato il 21 Luglio 2015 da asu1000

 

La truffa dell'Unità d'Italia e il mito di Garibaldi.

di Francesco Casula

Il 4 luglio scorso ricorreva il 208° Anniversario della nascita di Garibaldi. Fortunatamente, ci sono state risparmiate le ondate patriottarde che negli anni scorsi avevano alluvionato giornali e media. Ma covano sicuramente sotto la cenere. Quando invece, quello che occorre è iniziare a far le bucce al "Risorgimento" italiano e alla conseguente "Unità", senza essere tacciati di leghismo o, peggio, di essere etichettati come clericali, filoborbonici e dunque arretrati, regressivi e premoderni..

A questo proposito voglio ricordare - anche perché mi sembra molto illuminante - un curioso episodio. Negli anni '70 escono una serie di saggi, prevalentemente di giovani intellettuali e storici meridionali ( Nicola Zitara, Edmondo Maria Capecelatro, Antonio Carlo e altri).

Nei loro saggi attraverso una puntuale e rigorosa analisi socio-economica del Meridione preunitario, sostengono e dimostrano con dati e numeri inoppugnabili, (per esempio sull'industria agro-alimentare ma anche siderurgica nel Napoletano ma non solo) che al momento dell'Unità il divario Nord-Sud non esistesse (o comunque non fosse determinante) sicché a determinare il sottosviluppo del Sud sia stata l'azione politica dello Stato unitario, In altre parole sostengono che la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata nell'ambito di uno spazio economico unitario - quindi a unità d'Italia compiuta - dominato dalle leggi del capitale.

Tale tesi -  che si ricollega fra l'altro a una serie di studi sullo sviluppo ineguale del capitalismo, in modo particolare di Paul A. Baran, di Andre  Gunter-Frank e Samir Amin  - tende a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell'altra e viceversa e dunque il sottosviluppo del Sud è il risultato dello sviluppo capitalistico e non della sua assenza.

Zitara, Capecelatro e Antonio Carlo furono accusati e tacciati di "nostalgie borboniche". Perché? Per le differenti analisi - parzialmente anche rispetto a Gramsci -  sulla Questione Meridionale?

No: semplicemente perché avevano osato dissacrare quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista, del Risorgimento. Avevano osato mettere in dubbio e contestare le magnifiche sorti e progressive dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e a centro aveva sempre ritenuto che tutto si poteva criticare in Italia ma non l'Italia Unita e i suoi eroi risorgimentali.

Come spiegare diversamente - ma è solo un esempio - l'atteggiamento nei confronti di Garibaldi? Durante il ventennio fu santificato ed eletto "naturalmente" come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu "fascista".  Dopo il fascismo, prima nel '48, alle elezioni politiche, la sua icona fu scelta come simbolo elettorale del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni 80 fu osannato da Spadolini - e dunque divenne repubblicano - "come il generale vittorioso, l'eroico comandante, l'ammiraglio delle flotte corsare e l'interprete di un movimento di liberazione e di redenzione per i popoli oppressi". Fu poi celebrato da Craxi - e dunque divenne socialista - "come il difensore della libertà e dell'emancipazione sociale che univa l'amore per la nazione con l'internazionalismo in difesa di tutti i popoli e di tutte le nazioni offese". Infine fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare  democristiano.

    Ecco, è proprio questo unanimismo, questa unione sacra - destra, sinistra centro, tutti d'accordo -  intorno al Risorgimento e ai suoi personaggi simbolo, che non convince. E' questa intercambiabilità ideologica dei suoi "eroi" che rende sospetti. Ecco perché bisogna iniziare a fare le bucce al Risorgimento, ecco perché occorre iniziare a sottoporre a critica rigorosa e puntuale  tutta la pubblicistica tradizionale - ad iniziare dunque dai testi di storia - intorno a Garibaldi, liquidando una buona volta la retorica  celebrativa del Risorgimento. Per ristabilire, con un minimo di decenza un po' di verità storica occorrerebbe infatti, messa da parte l'agiografia e l'oleografia patriottarda italiota, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi: Bronte e Francavilla per esempio. Che. non sono si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l'Unità d'Italia. Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per "traslocare" manu militari, il popolo meridionale, dai Borboni ai Piemontesi. Altro che liberazione!

 Così l'Unità d'Italia si risolverà sostanzialmente nella "piemontesizzazione" della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri - da Cavour in primis - dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud - il blocco storico gramsciano - contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud;  contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l'agricoltura e a favore dell'industria.

 

 

 
 
 

Colonialismo in Sardegna

Post n°831 pubblicato il 01 Luglio 2015 da asu1000

 

Colonialismo italiano in Sardegna:dagli

COLONIALISMO, sardegna,STORIA,Francesco Casula

 

www.dazebaonews.it

 

ROMA - La politica italiana nei confronti della Sardegna (e del Sud) è tutto giocata sul colonialismo interno. Fin dai primordi dell'Unità. Tanto che un neomeridionalista come Nicola Zitara, scriverà un libro dal titolo emblematico: L'Unità d'Italia- nascita di una colonia

Ma di "colonialismo" italiano parlerà anche Gramsci a più riprese: fra  l'altro scrivendone il 16 Aprile  1919 in un articolo dell'Avanti, avente per titolo "I dolori della Sardegna". 

"Nel cinquantennio 1860-1910 - scriveva -  lo Stato italiano nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché-aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato «spende» per l'Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale"? 

Proseguirà ricordando che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione  alle risorse di cui poteva disporre l'Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. "Il balzello" finiva così per "paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio". Lo stesso Gramsci il 14 Aprile del 1919, in un altro articolo, titolato significativamente "La Brigata Sassari" aveva parlato di sfruttamento coloniale della Sardegna da parte della classe borghese di Torino oltre che con le tasse sproporzionate, con la rapina delle risorse, segnatamente attraverso lo sfruttamento delle miniere e la distruzione delle foreste sarde. Soprattutto in seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a beneficio delle industrie del Nord, quando fu colpita a morte l'economia meridionale e quella sarda. UInfatti con la "guerra" delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini, vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato. Nel solo 1883 - ricorda lo storico sardo Raimondo Carta-Raspi - erano stati esportati a Marsiglia 26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma l'intera economia sarda.

Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti. Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili. Discende bruscamente il prezzo del vino e del latte. E s'affrettano a sbarcare in Sardegna quelli che Gramsci chiama "Gli spogliatori di cadaveri". La prima categoria di tali "spogliatori" è quella degli industriali del formaggio. "I signori Castelli - scrive Gramsci - vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l'esattore, l'industriale affitta i soldi per l'affitto  del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale".

Il prezzo del formaggio cresce ma va ai caseari e ai proprietari del pascolo o ai grandi allevatori non ai pastori che conducono una vita di stenti, aggravati dalle annate di siccità e dalle alluvioni:conseguenze del disboscamento della Sardegna, opera  di un'altra categoria di spogliatori di cadaveri: gli industriali del carbone. Il cui lascito per la Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L'Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali - soprattutto toscani - ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi. "A un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza", scrive Gramsci.

Così - continua l'intellettuale di Ales -"L'Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un'invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche". 

Massajos ridotti in miseria dalla politica protezionista di Crispi e pastori spogliati dagli industriali caseari, s'affollano alla ricerca di un lavoro stabile nel bacino minerario del Sulcis Iglesiente. Dove troveranno altri spogliatori di cadaveri. Sono quelli che arrivano dalla Francia, dal Belgio e da Torino per un'attività di rapina delle risorse del sottosuolo. I Savoia per quattro soldi le daranno in concessione a pochi "briganti", in genere stranieri ma anche italiani.

"Essi si limiteranno - scrive Gramsci -  a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione".

Nel ventennio del brutale regime fascista l'economia sarda si inabisserà ulteriormente: l'Isola continuerà ad essere considerata una colonia d'oltremare. "Più volte - scrive Carta-Raspi - Mussolini aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da stanziare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse".

Con la nuova Italia democratica, il colonialismo nei confronti della Sardegna continuerà: certo assumendo forme più sofisticate e meno brutali ma non per questo meno devastanti. Continuerà l'emigrazione e proprio in coincidenza con il boom economico dell'Italia degli anni '60. L'Isola sarà utilizzata come stazione di servizio per industrie nere e inquinanti: quelle petrolchimiche in primis. Senza per altro risolvere il problema dell'occupazione. E come area di servizio della guerra (con il 65 per cento di tutte le aree militarizzate in Italia). Con i Sardi privati del proprio territorio. Con 1/5 della costa sarda - ben 437 Km - vietata alla balneazione, specie a causa delle basi militari. Ed ora lo Stato e il Governo italiano, contro l'unanime opposizione dei Sardi, vorrebbero costringere l'Isola ad essere ricettacolo delle scorie nucleari. Trasformandola in un vero e proprio muntonargiu de aliga mala. Permanente e pericolosissima. 

 

 

 
 
 

Una giornata memorabile

Post n°830 pubblicato il 22 Giugno 2015 da asu1000

 

di Francesco Casula

Un fiume di emozioni. Straripanti da un mare di ricordi. De amentos de su tempus colau. Di quando eravamo pitzinnos alligros e sanos/sighinde jogu, iscola e cresia/preghiande a Zesusu e a Maria (dalla poesia di Michele Podda).

Quando Abiles semenatores/aratores,putatores/de sas prendas costoitas/vin sos Padres Gesuitas (dalla poesia di Gino Farris).

Una giornata memorabile per assaporare sa durcura 'e sa prima pitzinnia/cando biadu, mi sonni aia/orizzonte luntanos tintos d'oro  (dalla poesia di Santino Marteddu)

Siamo diventati nostalgici? Forse sì. Perché a dispetto dei realisti e cinici, la nostalgia - come scrive Borges - è la relazione migliore che un uomo possa avere con il suo passato. (E con la sua Terra).

Ma poi, il passato è passato del tutto? O non è ancora incarnato e incardinato nel nostro presente? Nella nostra cultura? Nel nostro fare, agire e pensare e non solo come memoria storica? Aggrappandosi con i suoi artigli alle nostre persone?

Avremmo noi potuto interrare, seppellire, rimuovere e dimenticare gli anni più belli della nostra adolescenza e giovinezza? Anni di studio matto e disperatissimo - per evocare un'espressione leopardiana - e insieme anni di altissimi ideali e sogni e speranze e progetti?

Bene, la giornata del 14 giugno scorso è stata una giornata memorabile: di ricordi e di emozioni. In 28  ex alunni dei Gesuiti ci siamo ritrovati a Cagliari: sardi e piemontesi. Con molti non ci si vedeva da 55/50 anni. Una vita. Dopo essere stati insieme, giorno e notte, gomito a gomito. A studiare, giocare, pregare. 

A Bonorva o a Cagliari. A Cuneo o a Torino. E persino ad Avigliana. Dove abbiamo messo le basi della nostra cultura. Del nostro essere omines e cristiani: nel senso più compiuto. A quel periodo, a quegli anni, strategici e determinanti per la nostra formazione, per la nostra crescita intellettuale e umana, dobbiamo interamente quello che poi ciascuno nella sua professione, siamo diventati.

Ci siamo ritrovati la mattina del 14 nella Chiesa di San Michele: di cui abbiamo ammirato la meravigliosa architettura esterna come l'interno a pianta ottagonale irregolare con quattro cappelle per lato, comunicanti tra loro che colpisce per la ricchezza delle decorazioni con gli elementi lapidei scolpiti, gli stucchi, gli affreschi e i marmi policromi.

Tre colte guide  ci hanno poi illustrato la sagrestia, edificata alla fine del Settecento, di forma rettangolare, in stile rococò ricchissima in arredi, pavimentazione, affreschi, portali e dipinti: tra questi sono degni di pregio i dipinti raffiguranti i Misteri del Rosario e le sculture in legno dell'artista sardo Giuseppe Antonio Lonis, rappresentanti i Misteri della Passione, che vengono portate in processione durante i riti della Settimana Santa.

Quindi la Messa, concelebrata da sei Gesuiti, fra cui Padre Enrico Deidda, cagliaritano e Padre Prefetto a Cagliari a fine anni '50 e tre nostri "compagni": i sardi Salvatore Zanda, di Desulo e attualmente "maestro" di spiritualità a Roma, Giampietro Cherchi di Villanova Monteleone ora ad Alghero e Antonino Taliano, piemontese, missionario in Madagascar.

La Messa è stata conclusa dal Canto in lingua sarda, suggestivo e struggente di Deus ti salvet Maria,

Dopo la Messa tutti a un Ristorante del Poetto di Cagliari: a gustare un delizioso pranzo a base di pesci ma soprattutto a conversare e a ricordare, emozionati, fatti, episodi, avventure di 50-55 anni fa, che hanno segnato in modo indelebile la nostra esistenza. E ancora continueranno a segnarla.

A condire e "innaffiare" il pranzo, oltre il vermentino e il cannonau, è stata la poesia sarda: di tre valenti poeti in limba, ex alunni e nostri "compagni": Santino Marteddu, Michele Podda e Gino Farris (di cui pubblichiamo i testi).

Dopo il pranzo un gruppo numeroso visita il Museo Archeologico Nazionale di Cagliariper ammirare i Giganti di Mont' 'e Prama.

 

Chiudo con un ringraziamento a tutti gli ex alunni (molti con rispettive consorti) che hanno voluto partecipare all'Incontro ma segnatamente voglio ringraziare i Gesuiti di San Michele, Ignazio Pinna e Stefano Bergesio che hanno fortissimamente voluto e organizzato l'iniziativa.

 

 Qui di seguito le poesie scritte da tre ex alunni appositamente per l'Incontro del 14 giugno a Cagliari: Santino Marteddu di Orotelli, Gino Farris di Lodè e Michele Podda di Ollolai.

 

Salude, amicos caros !

Salude, amicos caros ! Non podia

mancare a custu apellu e no m'isporo,

fintzas si como m'istracat su coro,

de che torrare ancora àtera 'ia.

A poi 'e sessant'annos ssaporo

sa durcura 'e sa prima pitzinnia,

cando, biadu, mi sonniaia,

orizontes luntanos tintos d'oro.

 

Comente e cando afranzo a nepodeddos

astringher bos cheria in amistade

pro bos intender su coro a tocheddos.

 

Sa forte emotzione,a custa edade,

leat respiros, tropeit faeddos,

ma su 'entu 'e s'amore, in libertade,

olat in artu supra a sos isteddos.

-

S'auguriu est chi, che frore 'e campu,

nascat a nou in tempus benidore

un'aterunu Innasssiu, in d'unu lampu.

E si non bastan a li dare onore

sos versos mios fatos mesu a trampu,

Deus e Santos l'apan in favore.

 

E pro nois, Sennore 'e su perdonu,

pro more 'e Giampietro chi at sichidu

sa 'oche Tua cando l'as mutidu,

irmentica s'ofesa e sias bonu !

 

Santino Marteddu

 

 

         ATTOPPU

 

 

Duas coseddas solu de sos chentu e chentu vonos ammentos de su tempus de sa pitzinnia colata in s'iscola de sos Padres Gesuitas. Bois de sicuru ammentates chi in cuss'iscola bi vini pitzinnos de guasi tottu sas iddas de sa Sardigna. B'it unu tzertu Salvatore Sechi de s'Alighera, romasu e longhiriddone, ma in s'iscola vit meta de memoria. Sa contierra chin mecus vit pro su vattu chi isse naraiat chi sa idda sua vit meta menzus de sa mea, jeo so de Lodè, no mi lassaia cumminghere e isse no la poniat chin Deus chi jeo no arepo crumpesu chi non b'aiat paragone tra s'Alighera e Lodè e jeo puru non crumpedia comente mai isse no aret crumpesu chi sa idda mea vit ed est sa menzus de su mundu. Ma sa situatzione s'est impeorata cando m'at natu chi in bidda mea vimos tottu prenos de machine. Jeo l'aio rispostu, comente rispondiat  un'omine saviu de idda, chi vit beru chi aiamos unu pacu de machine ca Deus nos l'aiat pathitu pacu a donzunu, imbetzes in bidda sua su machine l'aiat datu tottu a isse e in prus aia annantu chi a   bidere a isse gai romasu chi andaiat rue rue, in sa idda sua bi deviat aere peri gana. Nde l'amos finita in causa addainnatis de su Rettore e apo intu sa causa ca su Rettore,  omine de bonu sentzu, at sententziatu chi pro donzunu sa idda sua est sa menzus de su mundu. Dae sa die chin s'aligheresu, pitzinnu pacu crumpesu, no amos prus briatu,  ma sa erita li vringhiat e jeo bi godia, vimos creschende.

 

S'ateru ammentu curtzu curtzu est custu. Bois ammentates chi sas tràmutas dae unu locu a s'ateru ( dae sa cresia a s'istudiu, dae su refettoriu a su drommitoriu) deviana essere fattas chena vaeddare, mutos che pisches. Una orta o vortzis prus d'una,  s'ardia (su Prefetto) mi paret chi vit propiu Padre Deidda m'at sichitu in crimines. Sa punitzione vit: una die intrea chena manicare. Su manzanu e su mesudie nde l'apo affrontata discretamente, ma su sero e su notte sa gana pitzinnina m'at trebutatu tantu chi apo detzisu un'azzardu. Cando mi so abizatu chi s'ardia vit drommita ca corcaiat paris chin nois mi nde so pesatu dae lettu e a bellu a bellu so achirratu a su refettoriu. Ischia chi onzunu su sero lassaiat in d'una ispetzia de parastazu restos de pane pro lu manicare su manzanu imbeniente chin su caffellatte. Ischia ive vit postu e tzertu no ipo abaitande si vit tostu. M'apo prenatu sas pettorras de pane e so torratu lepiu comente un'umbra a su drommitoriu. Neune s'est sapitu de nudda e sa chena l'apo ata mancare a tardu in d'unu gabinetto, su locu non fit su prus adattu ma mi so thathatu. Su manzanu vit unu andali e beni de lamentas chin su Prefetto ca a metas mancaiat su pane ch'aian lassatu su sero prima. Non credo apan pessatu a soriches ma jeo, mutu che pische, no so mai istatu imputatu e nemmancu mi nde so ocatu a tempus colatu. Oje, lu conto ca  diamos narrere "il reato è prescritto" . Chin salute.

 

 

                                               SONETTO

                                     (Pro s'attoppu de sos apostolicos )

 

                                                               Unu pacu apo brullatu

                                      de su tempus ch'est colatu

                                      tempus vit de minorìa

                                      e de vona massarìa

 

                                      Abiles semenatores

                                      aratores, putatores

                                      de sas prendas costoitas

                                      vin sos Padres Gesuitas

                  

                                      Mai apo immenticatu

                                      sa cara risulana

                                      de Puggioni Padre amatu

 

                                      Tra sos santos collocatu

                                      intro luche soverana

                                      preco siat onoratu.

Gino Farris

                                              

 

BENEBENNIOS !

 

Benebènnios a sos de Continente

e a sos Tomasinos isolanos

dande de coro astrintas de manos

àteros annos torrande a sa mente

intrande in tempus como in su presente

tando pitzinnos alligros e sanos

sighinde jogu, iscola e cresia

preghiande a Zesusu e a Maria.

 

Cuddu terrazzu e cuddu campu mannu

brincos e curtas ja nd'an bidu duos

tando sos libros donzunu sos suos

affideaos po colare s'annu

imbenucraos in bancu o iscannu

de funtziones a fagher concruos

ostia cunfessione e pentimentu

donzi die nos daban su cuntentu.

 

Paret eris e sunu chimbant'annos

chi fimus semper paris notte e die

totus ordiminzande che a mie

in presse a crescher e fagher a mannos

a ponner cantu prima cuddos pannos

e mover in missione pro a chie

non fit a tretu de andare a chelu

no ischinde ite esseret Evanzelu.

 

A perdonare, Babbu Soberanu

si no amus sighidu sa mutida

cudda idea no l'amus traida

galu semus in cherta 'e ponner manu

po li porrire a donzi cristianu

azudu in custu mundu e in custa vida

a ponner paghes e fagher acontzos

belle chi semus preides iscontzos.

 

Benvenuti, a quelli del Continente/e agli ex S. Tomaso isolani/porgendo di cuore strette di mano/

richiamando alla mente altri tempi/avanzati con l'età al presente/allora ragazzi sani e spensierati/

a praticare gioco, scuola e chiesa/e a pregae Gesù e Maria.

 

Quella terrazza e quel grande campo/salti e corse ne han visto in quantità/poi i libri e lo studio individuale/impegnati a superare l'anno/inginocchiati in banchi o sedie/per assolvere ai doveri religiosi/

ostia confessione e pentimento/ogni giorno ci davano serenità.

 

Sembra ieri e sono cinquant'anni/che eravamo insieme giorno e notte/tutti a ripromettersi come me/

di crescere in fretta e diventare adulti/per indossare quanto prima quell'abito/e partire in missione in favore di chi/

non era in grado di conquistarsi il cielo/non avendo conoscenza del Vangelo.

 

Perdonaci, Signore Dio Padre/se non abbiamo seguito la chiamata/quell'idea non l'abbiamo abbandonata/

ancora cerchiamo di impegnarci/per porgere a tutte le persone/aiuto in questo mondo e in questa vita/

favorendo pace e aggiustamenti/anche se siamo preti mancati.

 

Micheli Podda

 

 

 
 
 

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Post n°829 pubblicato il 12 Giugno 2015 da asu1000

 

 

Sas Pregadorias antigas

Posted on 12 giugno 2015

 

de Frantziscu Casula

Sete Cunferentzias, in limba sarda ebia, subra SAS PREGADORIAS ANTIGAS

(alle ore 16.30-19.30: a Genuri 17 giugno; Villamar 23 giugno; Sanluri 24 giugno: Pabillonis 2 luglio; Villacidro 13 luglio: Guspini 28 luglio: Serrenti 12 agosto).

 

1) Il risveglio dell'interesse culturale per la religiosità popolare.

L'interesse scientifico, culturale e linguistico per la religiosità popolare non è certo una  prerogativa di questi ultimi anni. Ma è altrettanto vero che da qualche decennio la produzione per quanto attiene alla religiosità si è fatta più intensa e più feconda. E' sufficiente scorrere i lavori di qualche decennio addietro per prender­ne atto. Ne sono prova e documento i lavori dello storico Gabriele de Rosa1, Paolo Giannoni2, P Secondin3 e, recentemente, del Cardinale Jóseph Ratzinger, ora Papa4

  Non mancano, anteriori a questi lavori, sicuri riferimenti anche in alcuni documenti del Vaticano II come nella "Sacrosanctum Concilium"sulla Sacra Liturgia e nella stessa "Lumen Gentium" al N° 13, la nota e celebre Costituzione dogmatica sulla Chiesa, o nel Magistero Pontificio quale la "Evangeli Nuntiandi" di Paolo VI dell'8 dicembre 1975 al V° 48.

  La religiosità popolare è, soprattutto Religione Cristiana, espressione d'una fede autentica che, seppur, talvolta, difettosa e manchevole, rimane ancorata al Vangelo e alle Sacre scritture, tanto che, lo stesso Card. Joseph Ratzinger, con autorità e sicurezza teologica scrive che se "La Religiosità Popolare venne ingiustamente sottovalutata e messa da parte da influenti correnti del periodo postconciliare", la stessa, in realtà, "e la forma fondamentale della fede. Qui la fede diventa vita, qui discende dalla ragione nel cuore, qui dà forma ad atteggiamenti morali e ad abitudini e plasma la sensibi­lità: qui la fede viene radicata nelle profondità dell'anima". E se "il pere­grinare appartiene alla Religiosità Popolare, ma proprio qui emerge come la Religiosità Popolare sia qualcosa di più che folklore e forma esteriore: essa è radicata nella Teologia, in quella profondità nella quale si incontra­no la Rivelazione di Dio e le forme più profonde della sensibilità umana che sono comuni agli uomini di tutte le culture"5 .

  La religiosità popolare in quest'ottica risulta "Una particolare assimilazione dal basso, da parte del popolo, del­l'annuncio cristiano fatto dall'Alto, con codici ufficiali colti"6.

2) Il risveglio dell'interesse per la religiosità popolare in Sardegna

Nell'ultimo Concilio Plenario Sardo, conclusosi agli inizi del 2000, il quarto documento sulla "Chiesa che è in Sardegna" prende in esame la specifica peculiarità della religiosità popolare nell'Isola e della sua singo­lare "sardità cristiana" ove trovano spazio e forte rilevanza le feste patronali, le sagre, la devozione mariana, nelle quali s'è inculturata e innerva­ta la "traditio o transmissio fidei" del nostro popolo. Il documento segna un nuovo interesse per questo tipo di religiosità: interesse peraltro fortemente presente nella società sarda che ha portato Istituzioni e singoli prima a scovare in vecchi archivi e poi a censire, recuperare e pubblicare una produzione letteraria popolare religiosa che altrimenti andrebbe persa o comunque non verrebbe conosciuta nè fruita da un pubblico vasto. Produzione che talvolta è caratterizzata da una cifra letteraria, linguistica e persino poetica di alta qualità.

  In Sardegna, il rinnovato interesse per la produzione religiosa e popolare in limba è da ricondurre soprattutto alla Legge regionale n.26 del 15 Ottobre 1977 su "La promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna" che ha permesso a Enti Locali, Scuole e Università, grazie anche ai finanziamenti messi a disposizione, di fare ricerca e pubblicare spesso delle vere e proprie "prendas", "tesori" letterari e artistici -o comunque linguistici- che rischiavano di rimanere sepolti, interrati e dimenticati in qualche scantinato o archivio polveroso e umido.

 

4) Contenuto, forma e finalità delle pregadorias.

a) Preghiere e Gosos

Le "Pregadorias" sono  costituite da lodi rivolte ai Santi -segnatamente ai Santi protettori dei singoli paesi- ai Martiri ma soprattutto a Gesù Cristo e alla Madonna; da preghiere innalzate in occasione delle Feste liturgiche cristiane, numerose quelle da recitare il Giovedì e Venerdi Santo, ma anche per far esaudire desideri (es: contro il malocchio e contro il mal di piedi) o per chiedere intercessioni, per esempio contro i temporali : Contra is stracias.

Molte preghiere servivano per scandire la giornata del fedele e del devoto. Tradizionalmente, ovvero nel passato infatti la preghiera non era confinata dentro precisi spazi di tempo e di luogo ma scandivano l'intera vita individuale e sociale. Così precedevano e accompagnavano le attività quotidiane della vita e dei momenti della giornata (dal risveglio alla sera. E nel contempo scandivano le tappe fondamentali dell'esistenza: dalla nascita alla morte: perché la fede era un tutt'uno con la vita.

Ci sono poi le Pregadorias sotto forma di Goccius (in campidanese), "Gosos" (in logudorese) o "Gosus" (un misto fra logudorese e campidanese). I Goggius sono delle antichissime composizioni poetiche religiose popolari in lingua sarda e, rispetto alla forma presentano schemi metrici ben definiti. La parola deriva dallo spagnolo goso e significa gaudio, gioia, canto festoso.

b) Finalità

Le finalità esplicite e dirette di queste "pregadorias" erano certo essenzialmente di natura religiosa, edificante e devozionale. Ed erano soprattutto catechesi: ovvero spiegazione, esegesi, commento e annunzio del messaggio del Vangelo e del depositum fidei, e non sicuramente letterarie, artistiche e poetiche.

c) Alcuni lacerti lirici

Queste comunque non sono del tutto assenti, specie in alcuni gosos e/o preghiere. Come non sono assenti le metafore

E' certo però che, in genere, nelle  Pregadorias più che lacerti lirici e poetici, sono presenti efficaci e stringenti scampoli di oratoria religiosa  finalizzati segnatamente a produrre forti emozioni e sensazioni nei fedeli: ma occorre tener presente che l'oratoria religiosa, specie in occasione di alcune Feste e ricorrenze liturgiche, (è il caso di Venerdì santo: il Giorno per eccellenza del Lutto cristiano) era sommamente apprezzata dai fedeli e dunque utilizzata copiosamente in tutta la tradizione cristiana, dalla Chiesa e dai suoi esponenti. E comunque solo una concezione schematica e riduttiva può separare rigidamente la poesia dall'oratoria o addirittura vedere in quest'ultima la negazione della poesia stessa -come sosteneva, sbagliando, Benedetto Croce- specie a proposito della poesia religiosa di Alessandro Manzoni, che non a caso aveva semplicemente e sostanzialmente ridotto a oratoria e dunque a "non poesia".

Conclusione

Al di là comunque del valore letterario e/o poetico o solo oratorio, lePregadorias costituiscono un consistente patrimonio religioso e culturale di grande valore ma pur anche un originale e prezioso documento sulla Lingua sarda, così turgida e ricca di risonanze latine, più di qualsiasi altra lingua romanza.

Le Sette Conferenze nei sette paesi del Medio Campidano intendono promuovere il recupero della memoria storica sarda, perché nulla vada perduto delle nostre radici storiche e culturali, ma rappresenta anche un contributo importante alla valorizzazione della Lingua sarda.

  Una Lingua, che fino a qualche decina di anni fa, una falsa e male intesa modernità e modernizzazione, voleva seppellire e interrare, come elemento residuale e inutile di una civiltà ormai scomparsa. Una Lingua che oggi invece, giustamente e opportunamente si inizia a dissotterrare, riscoprire, tutelare e valorizzare in quanto elemento costitutivo della storia e della civiltà sarda e dunque della nostra Identità culturale ma anche religiosa.

Note bibliografiche

1) in Che cos'è la Religiosità Popolare, Civiltà. Cattolica, 1979, II, pp. 114-119

2) in Fede, Religione, Religiosità, Torino, 1979 e  Fede Popolare, Torino, 1979, pp.  72-78,

3) in Attualità e complessità della Religiosità Popolare, Roma, 1975, pp. 11-37

4) in Il  Santo viaggio. Pellegrinaggio e vita cristiana,  Roma, 1999.

5) in  La presentazione al volu­me di Carlo Mazza, Santa è la vita, Pellegrinaggio e     vita cristiana. Bologna, 1999).

6in A. Amato, La figura di Gesù Cristo nella cultura contemporanea, Roma, 1980, pp.68-69  

 

 

 
 
 
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Questo blog, bilingue ( in Sardo e in Italiano) a disposizione, in modo particolare, di tutti i Sardi - residenti o comunque nati in Sardegna - pubblicherà soprattutto articoli, interventi, saggi sui problemi dell'Identità, ad iniziare da quelli riguardanti la Lingua, la Storia, la Cultura sarda.

Ecco il primo saggio sull'Identità, pubblicato recentemente (in Sardegna, university press, antropologia, Editore CUEC/ISRE, Cagliari 2007) e su Lingua e cultura sarda nella storia e oggi (pubblicato nel volume Pro un'iscola prus sarda, Ed. CUEC, Cagliari 2004). Seguirà la versione in Italiano della Monografia su Gramsci (di prossima pubblicazione) mentre quella in lingua sarda è stata pubblicata dall'Alfa editrice di Quartu nel 2006 (a firma mia e di Matteo Porru).

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