Dakarlicious

Un viaggio nella Sperimentazione (Dr. Chiara Barison)

 

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Imparare il distacco. Godere della temporaneità.

Post n°345 pubblicato il 28 Marzo 2016 da djchi

 

Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa
Jules Renard


Fonte: SUNU NATAAL Pagina Facebook

 

Ho spesso l’impressione che questa sia una terra di passaggio, difficile mettere radici. I senegalesi, abituati a partenze improvvise e a ritorni a sorpresa, gestiscono probabilmente meglio le separazioni. Uno dei miei più cari amici, cresciuto nella periferia di Dakar, ha creduto talmente tanto che un giorno sarebbe partito che c’è riuscito davvero. Vive a Berlino, lavora nel mondo della notte e si è sposato con una bella ragazza dai capelli lunghi, biondi e gli occhi verdi. Hanno avuto pure una bimba e lui è per molti l’emblema della riuscita.

Poco tempo fa è tornato per un viaggio lampo a Dakar. Non l'ha detto a nessuno, altrimenti avrebbe dovuto gestire le orde di parenti in visita e in attesa di una lauta ricompensa (per la visita si intende!), così invece no, sarebbe arrivato a casa all’improvviso e, altrettanto velocemente se ne sarebbe andato, il tempo di non doversi giustificare per il mancato incontro con il numeroso parentado.

Nonostante il poco tempo a sua disposizione è venuto a trovarmi portando un regalo per mio figlio. Sembravano passati decenni dall'ultimo nostro incontro eppure fino ad un paio d'anni fa ci vedevamo a Pikine. Sono talmente integrata che nel vederlo, ho avuto anche io la certezza che il suo progetto migratorio fosse assolutamente riuscito.

Lo vedevo bene, felice. Si occupa lui della moglie, mi raccontava, perché così lei ha tempo di stare con la bambina di pochi mesi. Chi ci crederà qui che la bianca se ne sta a casa mentre lui la mantiene, pensavo io nel frattempo.

Partire e stabilirsi in Europa è ancora un obiettivo per molti ed è ancora così radicato che esperienze migratorie come la mia appaiono quasi paradossali.

Perché mai decidere di venire in Senegal e di battersi e lottare per raggiungere quello che probabilmente in Europa era già un punto di partenza?

Nella mia mente scorro i nomi degli amici senegalesi incontrati in questi anni e sono quasi tutti partiti: Svizzera, Germania, Stati Uniti, Francia, Canada. Tutti o quasi venivano da situazioni di difficoltà economica e da quartieri poveri.

Oggi la loro vita fa capolino da profili Facebook riempiti di foto e di post di nuovi amici e di un'altrettanto nuova vita.

Visti da qui, ognuno di loro ha migliorato la propria esistenza, vero o meno che sia, questo è quello che appare. Qui restano quelli che vorrebbero e non possono; vorrebbero e non riescono.

Intanto molti occidentali sbarcano in Senegal alla ricerca di una nuova vita, in pochi organizzati, molti entusiasti, tanti non ancora consapevoli che saranno solo (un) di passaggio.

Tra i senegalesi della diaspora molti cominciano a prospettare nuove opzioni, culturalmente rivoluzionarie, come decidere di stabilirsi per sempre all’estero.

Il ritorno in patria, un tempo meta fissa per la maggior parte dei migranti senegalesi, oggi non è più così sicuro ed evidente. I viaggi che lo precedono, sempre più frequenti e sempre più brevi, mostrano non solo una certa e frequente accessibilità al paese natale ma anche che il dover rientrare per sempre è oggi una libera scelta della persona.

Non tutti i senegalesi della diaspora hanno voglia di investire in Senegal, soprattutto visto la grande lucidità che acquisiscono stando lontani per anni e la capacità di analisi delle difficoltà legate all’imprenditoria in loco. Un rischio che non tutti si sentono di prendere.

In molti hanno ormai una vita altrove, un lavoro, una famiglia. Le storie di doppie vite a cavallo tra due o più continenti è ormai storia di vecchie generazioni. I tempi cambiano e i pensieri si adeguano.

Il Senegal preso a piccole dosi sembra quasi la soluzione migliore. I modou modou hanno forse capito prima di noi, sicuramente più di noi, che essere capaci di prendere da ogni luogo il meglio e sapersi spostare da un luogo all’altro senza troppo attaccamento e sempre e solo per un buon motivo sono le chiavi della riuscita.

Vedo amici partire costantemente. Pensare di instaurare relazioni e pensarle sulla lunga durata è ormai un’utopia. Per una che ha tendenza ad attaccarsi alle persone è stato un percorso educativo difficile e importante. Il Senegal mi ha insegnato a staccarmi, a lasciar andare, anche a sostituire, laddove necessario e ad aspettare partenze, ritorni, passaggi, momenti. Delle persone ho imparato a godermi gli istanti, come i senegalesi riescono a fare anche e soprattutto dei luoghi e, devo dire, che come condizione non è poi così male.

 

Fonte: SUNU NATAAL Pagina Facebook

 
 
 

Gri gri, ndeup, famiglie allargate. L'immenso micromondo di Yoff

Post n°344 pubblicato il 26 Ottobre 2015 da djchi

 

Celui qui veut assassiner un peuple, détruira son âme, profanera ses croyances, ses religions, niera sa culture et son histoire (J.M. Adiaffi)


E’ graziosa e sorridente. Esile e leggiadra. La guardo camminare con eleganza tra le viuzze insabbiate del villaggio di Yoff. Con una classe che è di poche, saluta tutti, indistintamente e per ognuno trova sempre il tempo di discutere sembrando davvero interessata.

Io la seguo, più goffa e lenta. Se non fosse per il mio lavoro in televisione passerei per la solita turista impacciata che si fa guidare tra i meandri di uno dei villaggi lebou della capitale senegalese.

La gente è dovunque in un brulicare che stordisce. Disseminate qua e là piccole boutique, sartorie di strada, signore con il pagne tradizionale e la polo che mescolano, instancabili, le noccioline nella sabbia calda. Sento il profumo di pannocchie grigliate, questo è il periodo e si comprano a soli cento franchi mentre da dietro secchi di plastica colorati osservo ragazzi peul riempire sacchetti di sow (latte cagliato) con una rapidità che mi impressiona nonostante l’abitudine.

Yoff è un pozzo senza fondo. Impossibile, anche volendo, scoprirne tutti i suoi infiniti misteri.

   (Foto 1. Fonte: Google.sn)

Dalle case si entra e si esce, attraversando corti e sfiorando montoni. Qui tutti sono parenti, o meglio, tutti sono imparentati. Amina mi presenta tutti quelli che incontra e saluta. Molte sono zie, altri cugini. Il marito di sua madre lo chiama “père” (padre) ma non è suo papà. Sua madre si è risposata ed è seconda moglie. La incontriamo mentre passeggiamo e avvolta nel suo velo, imponente e matrona, mi punta il dito: “Ciara ana mew pour sama bébé?”, “C(h)iara, dov’è il latte per la piccola?”. Non so cosa risponderle. Amina mi dice di dirle che glielo porterò, InchAllah. La neonata, ovviamente, non è della mamma di Amina che la sua età già ce l’ha, eccome. E’ un’orfanella la cui vera madre è morta di parto. Sopravvissuta miracolosamente è stata affidata alla famiglia di Amina. Vivrà lì, almeno per ora.

Succede spesso che al villaggio gli orfanelli siano “dati” ad una famiglia. Qui i servizi sociali non arrivano, tutto si gestisce autonomamente con il beneplacito degli “chef”(capi) di quartiere.

Osservo la piccolina, è nera (davvero nera) e ha ancora le sopracciglia dipinte come tradizione impone vengano fatte per il battesimo. E’ avvolta in una pesante coperta di lana nonostante i trenta gradi ed il sole cocente.

Resta per me un mistero questa moda dell’avvolgere i neonati con le coperte di lana che a Padova spopolano tra le comunità di immigrati.

Amina mi porta da una zia, è infermiera ma quando torna a casa il suo ruolo è ben più importante, socialmente parlando: legge le conchiglie. Anzi, non proprio. Legge in una tazza d’acqua. Tradotto, genera speranza.

(Foto 2. Fonte: Google.sn)

La casa è come tante, tutte uguali. La corte è affollata di gente: uomini, donne, bambini. Alcuni lavorano, tutti parlano.

Entro e mi vergogno un pò. “Ziara Ndiaye Guewel”, sussurra qualcuno dicendomi che mi “vede” alla TV. Annnuisco e saluto. Saluto tutti come Amina, sempre sotto la sua vigilanza attenta e protettiva.

La zia leggerà il mio presente e il mio futuro, facendomi passare per prima. C’è una fila di donne e ragazze impressionante, tutte in attesa. Alcune si sventolano con il ventaglio, nessuna proferisce verbo. Dal parlare incessante della corte-mercato al silenzio di una sala d’attesa che ricorda quelle dei dentisti in Italia.

La mia presenza desta un certo stupore, soprattutto dopo che, piegandomi per allacciare le scarpe, dal mio pantalone spunta la corda di un gri gri.

Thiey! Il Senegal sta cambiando” avranno pensato le signore .

(Foto 3. Fonte: Google.sn)

Entro, mi siedo e resto affascinata da quel salotto, così pieno e così zeppo da rendermi claustrofobica. Pelouche impolverati, centrini ingrigiti, fiori finti, l’immancabile televisione accesa, un frigo bar con annesso altro centrino e foto, tante foto. Foto che immortalano la zia in varie posizioni e vari eventi: matrimoni, battesimi e affini, sempre bellissima e sempre truccatissima. Al centro la foto con il marito, incorniciata da cuori e cuoricini, kitsch come solo i fotografi di Pikine riescono a fare.

Vorrei immortalare quel salotto con una foto ma ho paura che si offenda. Lei, la zia, è vestita con un abito lungo di seta rosso che lascia intravedere il reggiseno leopardato, sempre rosso.

Mi piace.

Io ascolto e su suggerimento di Amina non parlo, per non indirizzarla nelle risposte. Devo ammettere che ci azzecca e pure molto.

Elenca i sacrifici da fare e Amina prende nota meticolosamente. Dopo il terzo sacrificio, due cola rosse da dare con la mano destra a donna sposata, mi perdo.

Ho mal di testa, mi sento soffocare.

Usciamo e ripartiamo, donne in attesa, saluti di Amina, corte-mercato, saluti di Amina, stradine sterrate, saluti di Amina.

Amina mi infila subito in boutique e mi compra le cose per i primi sacrifici, come mi dice lei, è sempre bene farli, l’importante è non fare e non volere il male di nessuno ma proteggersi, quello sì.

Penso che abbia ragione, credo nel mistico, nell’energia.

Torniamo a casa sua dove cerca di radunare i bambini per vedere chi tra loro ha i requisiti necessari per prendere i sacchetti di latte cagliato da cento franchi che io dovrò offrire.

I bambini ascoltano e obbediscono. Per loro i sacrifici sono un’abitudine che non desta più alcuna sorpresa.

Uscendo Amina mi spiega che attorno alla corte vi sono tutte camere di mogli. Camera di moglie di fratello, camera di moglie di cugino, camera di moglie di fratello che però non è fratello ma è come se lo fosse; la moglie però è morta, mi precisa. “A Yoff muore tantissima gente” mi dice tendendo l’orecchio alla moschea che annuncia proprio un decesso.

Amina presta molta attenzione e io la osservo ancora, bellissima. E’ una delle mie poche amiche senegalesi, una delle poche che mi ha sempre aiutato come fosse una sorella.

Vive in Spagna ma torna spesso, imprenditrice fai da te e moderna rivoluzionaria che anni addietro si oppose con forza ad un matrimonio combinato dalla mamma-matrona-peul.

“Mi taggano di “rew” (maleducata) in tanti” mi dice, forse per quel suo atteggiamento pank (duro) e ribelle che nessuno è riuscito mai a domare, penso io.

“Buttagli i 500 franchi sul sedile!” mi ha urlato qualche giorno fa quando un tassista si era rifiutato di portarmi fino a dove avevo concordato. Dopo averlo fatto tacere con tre frasi di cui non ho osato chiederle la traduzione, si è girata, mi ha preso per un braccio ed ha sbattuto la portiera.

Io ho gettato i soldi con sprezzo, come mi aveva ordinato e per un secondo mi sono sentita Rambo.

(Foto 4. Fonte: Google.sn)

Amina mi fa entrare subito dopo in una camera che dà accesso ad un’altra camera. Intravedo una signora anziana, distesa, addormentata.

“E’ malata”, mi dice una delle sue figlie.

Questa vecchietta non è una vecchietta qualunque. Mi porgono qualcosa. Lo afferro e leggo “medaglia all’onore”, firmato, il Presidente della Repubblica.

Mi rendo conto di essere in presenza di una personalità. “E’ la sacerdotessa ndeup di Yoff”, mi dicono ed ha 105 anni. La medaglia all’onore le è stata conferita per tutte le persone che ha guarito nella sua lunga carriera.

Una signora-zia-parente ci tiene a farmi vedere un piccolo giardino recitanto e, quasi sussurrando mi dice: “E’ qui che si fa lo ndeup”.

“E’ costoso?” chiedo a Amina. “Eh si, ci vogliono milioni” mi risponde.

Sono un pò delusa. Speravo meno. Quasi quasi l’avrei fatto fosse stato meno caro ma oggi, in tempo di crisi, anche e soprattutto i toubab, non c’hanno 'na lira....

 
 
 

Quando la seconda moglie è bianca

Post n°343 pubblicato il 11 Ottobre 2015 da djchi
 

 

Si scorge sempre il cammino migliore da seguire, ma si sceglie di percorrere solo quello a cui si è abituati
Paulo Coelho

 

La poligamia è una tematica ostica, complessa e sempre d’attualità. Parlarne oggigiorno solleva dibattiti animati e accesi e questo perché tocca al tempo stesso: appartenenze culturali, sistemi valoriali, credenze religiose e, spesso, esperienze personali.

Numerosi paesi tollerano la poligamia senza incoraggiarla apertamente (vedi foto 1). E’ il caso, non solo della quasi totalità dei paesi a forte popolazione musulmana, all’eccezione della Turchia (che l’ha interdetta nel 1926) e della Tunisia (che l’ha interdetta 1957) ma, ugualmente, di qualche paese animista africano.

 

                                       

  (Foto 1: Paesi che autorizzano la poligamia. Fonte: Wikipedia)

 

Qualche stato autorizza anche la poliandria (pratica che consente ad una donna di avere più mariti), come nel caso del Bhutan (fonte Wikipedia)

 

 

     

       (Fonte: Google)


Nei paesi dove la poligamia è autorizzata o tollerata, tra il 60% e l’80% delle uinioni sono matrimoni monogami di fatto.

 

               

  (Fonte: Google)


La poligamia è  una pratica culturale molto antica. Osservata per lungo tempo da numerose comunità ebraiche e mormone, era appannaggio di uomini benestanti, i soli aventi le possibilità economiche di sopperire ai bisogni materiali di più mogli.

 

             

            (Fonte: Google)


Abramo, Mosè, il re Davide e il re Salomone furono a loro volta poligami.

La Sura IV del Corano, An-nisa, “le donne”, contiene i versetti su cui si basa il diritto alla poligamia:

“E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due, o tre, o quattro tra le donne che vi piacciono, ma se temete di essere ingiusti, allora sia una sola, ciò è più atto ad evitare di essere ingiusti”

La parola chiave del versetto (e che ritorna costantemente in tutto il testo sacro) è giustizia. Il Corano invita il fedele a prodigarsi per diventare il quanto più possibile, giusto. Conoscendo però i limiti e le debolezze che sono proprie ad ogni essere umano così viene precisato nel versetto 129:

“Non potrete mai essere equi con le vostre mogli anche se lo desiderate. Non seguite però la vostra inclinazione fino a lasciarne una come in sospeso”

Poligamia dunque come possibilità ma solo qualora si dia prova di una reale giustezza, reale giustezza che appare quasi un miraggio, considerata la naturale imperfezione dell’uomo. E, allora, meglio conoscere i propri limiti (ed essere giusti nel quadro di un’unione monogama) che peccare di ingiustizia (avendo per esempio una preferenza, all’interno di un’unione poligama).

Il profeta Mamometto fu lui stesso monogamo per un lungo periodo, più precisamente fino alla morte della sua prima moglie, Khadija. Solo successivamente sposò altre nove donne. Delle unioni importanti che avevano lo scopo primario (visto il periodo storico in cui vennero stipulate) di unire le famiglie, come nel caso dei matrimoni con Aisha e Hafsa, le due figlie dei suoi zii, Abu Bakr e Omar; consolidare i gruppi e garantire la pace tra le differenti comunità, come nel caso dei matrimoni con Rayhana, ebrea e Mariyah, cristiana copta.

Doveroso precisare che nelle società pre islamiche le donne non avevano nessun diritto. L’Islam diede loro per la prima volta il ruolo di soggetti, di persone. Il Corano garantì per la prima volta il rispetto delle donne, ridando (o dando) loro l’umanità che meritavano e la poligamia, inserita in un contesto storico e culturale specifico, garantiva in qualche modo, protezione e sussistenza.

 

Pour vaincre ma rancoeur, je pense à la destinée humaine. Chaque vie recèle une parcelle d'héroïsme, un héroïsme obscur fait d'abdications, de renoncements et d'aquiescements, sous le fouet impitoyable de la fatalité

Mariama Ba, Une si longue lettre

 

In Senegal i matrimoni poligami sono il 12%.

Le regioni dove viene praticata maggiormente la poligamia sono: Diourbel, Kaolack, Kaffrine, Tambacounda, Sedhiou, Kolda e Kedougou.

Le regioni dove viene praticata con meno frequenza sono invece: Matam, Fatick, Ziguinchor, Thiès e Dakar.

 

         

   (Fonte: Google)


Differenti i fattori all’origine di questa pratica. Nell’ordine:

·         Fattori economici (il valore produttivo di donne e bambini, specie nelle zone rurali);

·         Fattori religiosi (il 90% della popolazione è di religione musulmana);

·         Fattori sociali (la poligamia aumenta il prestigio dell’uomo, essendo considerata uno status symbol);

·         Fattori culturali (la poligamia garantisce e perpetua l’unione tra famiglie e la sopravvivenza del gruppo).

  

In questo quadro socio-culturale i giovani senegalesi cominciano pian piano a prendere distanza dalla poligamia. Una pratica a detta di molti insostenibile sia finanziariamente che a livello di gestione quotidiana (troppi i problemi che nascono dalle numerose dispute tra le mogli).

Le senegalesi, da parte loro, nonostante non disdegnino fino ad oggi la possibilità di essere seconde o terze mogli laddove il marito sopperisca in maniera soddisfacente ai loro bisogni, esigono però la separazione "fisica" dalle altre mogli.

Insomma, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”; ad ognuno il proprio regno, ad ognuna la propria casa.

 

                         

 (Fonte: Google)


In molti paesi occidentali cresce invece il numero delle donne che accettano la poligamia.

Numerosi i casi di matrimoni con senegalesi in cui la prima o la seconda moglie è bianca.

E se mentre in passato molti tendevano a nascondere i matrimoni contratti in Senegal per paura di una reazione negativa delle compagne incontrate all’estero, oggi sembrano più propensi a giocare la carta dell’onestà, visto anche una maggiore accettazione delle donne occidentali di una o altre mogli.

Se dunque la poligamia sembra dettata da differenti motivazioni (economiche, sociali, culturali, religiose), laddove queste motivazioni non sussistano, cosa spinge una donna ad accettare di essere prima, seconda, terza o quarta moglie?

Come riescono queste stesse donne a sopravvivere all'interno di menage poligami quando culturalmente esiste una differente definizione dei concetti di amore e matrimonio?

E, infine, è possibile trovare una risposta razionale laddove entrano in gioco anche i sentimenti?

 

          

    (Caroline Pochon, autrice del romanzo: "Seconda moglie"; Fonte: Google)


E’ partendo da queste riflessioni che ho deciso di trattare il tema della poligamia nella rubrica Parmi Nous che tengo ogni martedi mattina all’interno del programma Yeewuleen sulla TFM.

 

Di seguito la prima parte, martedi prossimo, la seconda con l’analisi dei dati raccolti dalle interviste qualitative condotte su donne tra i 30 e i 60 anni, europee, che vivono attualmente un menage poligamo.

 

                       

 

 Numerose possono essere le motivazioni che spingono una donna ad accettare la poligamia. Personalmente credo che alla base ci sia una differente visione del matrimonio, meno romantica rispetto a come noi occidentali lo percepiamo. Se si considera il matrimonio come una fonte di sussistenza o di realizzazione sociale, sarà più facile l'accettazione da parte di una donna della condivisione del marito. Questa è una visione vicina a quella che possiamo trovare in Senegal. La donna occidentale che accetta un matrimonio poligamo spesso sottovaluta la presenza di una moglie al paese o, allora, sono donne mature che vedono in questo tipo di unione la sola alternativa.

Vanessa Marchese

 

 

 
 
 

Aissatou, Awa, Fanta e Dié. Storie di bonne. Storie di un moderno sfruttamento

Post n°342 pubblicato il 15 Agosto 2015 da djchi
 

 

La schiavitù umana ha toccato il punto culminante alla nostra epoca sotto forma di lavoro liberamente salariato.

George Bernard Shaw, Uomo e superuomo, 1903

 

Agli uomini non interessa né la verità, né la libertà, né la giustizia. Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia e nella schiavitù e nell'ingiustizia. Ci si rotolano come maiali.

Oriana Fallaci, Un uomo, 1979

 

 

 

Aissatou è appena adolescente eppure ha già quel piglio di donna che stona con il suo petto piatto. Dopo anni di Senegal osservo ancora con curiosità la capacità delle donne senegalesi di pulire senza piegare le ginocchia, le gambe tese e la schiena dritta a formare un perfetto angolo retto. Anche Aissatou pulisce il salone, i piedi nudi e le mani a muovere armoniosamente lo straccio umido. Anni fa un antropologo senegalese mi spiegò che questa posizione era dovuta all’uso del pagne, il tipico pareo che le donne si legano in vita e che, stretto sui fianchi e lungo fino alle caviglie, impediva di piegare le ginocchia. Teoria che potrebbe effettivamente essere vera.

Aissatou è sveglia dalle 6 di mattina, lavora per una famiglia senegalese da qualche mese ed è lei che si occupa della casa: pulisce, prepara da mangiare, va al mercato, si occupa dei bambini. Eppure lei stessa è ancora una bambina.

Come tante altre coetanee ha deciso di raggiungere Dakar, dal villaggio natale, per cercare lavoro e poter aiutare la numerosa famiglia. Aissatou fa parte di quelle che in Senegal vengono chiamate “bonne” ovvero, domestiche.

Aissatou guadagna poco più di 40 euro al mese. 40 euro.

Una delle cose che mi colpì di questo paese non appena arrivata era stato vedere che anche nella famiglia più povera, nella casa più diroccata, tutte le famiglie avevano almeno una bonne. In molte anche due, una addetta alle pulizie e una alla cucina.

E sono tantissime le donne e le ragazze che cercano quotidianamente lavoro come bonne. Alcune bussano di casa in casa, altre aspettano sedute lungo la strada, fosse solo anche per lavorare giornalmente come lavandaie. Arrivano da tutte le regioni, spesso dai villaggi ma anche dai quartieri poveri della capitale senegalese.

Lavoro o sfruttamento?

Le condizioni delle bonne senegalesi sono spesso difficili. Molte famiglie sono esigenti, chiedono una presenza continua senza orari definiti e, a volte, senza neppure concedere giorni liberi. Il lavoro non manca: i vestiti si lavano ancora a mano in grosse bacinelle di plastica, si prepara da mangiare per numerose persone e si devono pulire case spesso grandi e polverose.

Non sempre poi si ha la fortuna di trovare datori di lavoro comprensivi e amichevoli. Spesso le bonne subiscono abusi fisici e morali, soffocati dal silenzio generale.

“La signora che mi aveva assunto mi insultava ripetutamente. Non le andava bene mai niente di quello che facevo. Bastava una macchia di candeggina su un telo che diventavo peggio di un animale” racconta Awa, trent’anni, bonne.

“Il lavoro che facciamo è difficile, lavoriamo praticamente tutto il giorno e lo stipendio è sempre basso. Io prendo 50 euro e mi va anche bene, altre prendono la metà di quello che prendo io. Al villaggio riesco a mandare venti euro ogni mese” aggiunge.

Molte bonne subiscono abusi sessuali da membri della famiglia e molti sono i casi di gravidanze concepite all’interno delle mura domestiche.

“Il capo famiglia era un signore di mezza età. Con me era gentile, mi comprava spesso della frutta e qualche ricarica del telefono. Non avrei mai pensato che avrebbe potuto fare ciò che ha fatto. Un giorno, in assenza della moglie, entrò in cucina e mi propose dei soldi per un rapporto sessuale. Rifiutai. Allora si spazientì e cominciò ad urlare che mi avrebbe licenziato, che avrebbe chiamato mio padre per dirgli che ero una poco di buono. Mi disse di non dire niente a nessuno e mi violentò nonostante il mio pianto”. A parlare è Fanta, diciotto anni appena.

Fanta rimase incinta del suo datore ed aguzzino e fu costretta ad abbandonare il bimbo all’orfanotrofio di Medina (quartiere popolare di Dakar) per nascondere quelle che sarebbe stata la vergogna più grande per tutta la sua famiglia.

Aissatou, nonostante abbia pulito tutto il salone e sia stanca, rimane elegante e femminile. Ogni tanto si sistema il foulard che ha stretto attorno al capo e stringe il pagne blu e arancione che le segna una linea perfetta. Sorride e mi chiede del mio lavoro in tv.

Sono molte le bonne che seguono le mie trasmissioni perché spesso la televisione è l’unico diversivo, l’unica compagnia della giornata.

“Da qualche anno lavoro per degli europei. Loro pagano di più e sono più gentili” dice Maimouna, quarant’anni, madre di tre figli e domestica a tempo pieno. Come lei, molte sono le domestiche che preferiscono essere assunte da stranieri. La critica comune alle famiglie senegalesi è la durezza nel trattamento e stipendi troppo miseri.

Quel pomeriggio, entrando nella stanza che ho adibito a vestiario vedo le scarpe di Dié, la mia bonne. Viene dal quartiere vicino ed è una ragazza timida e minuta. Non sono abituata ad avere persone al mio servizio per cui ogni volta che le chiedo di fare qualcosa le dico subito: “Merci” (grazie). Non nego che qui le bonne assomigliano a moderne schiave asservite per pochi soldi e la sensazione di sfruttare l’ho avuta spesso anche io, nonostante Dié riceva un buon stipendio.

A fianco alle sue scarpe la borsa e il cellulare. Noto poi dei quaderni e delle fotocopie. Leggo velocemente e vedo che trattano di medicina.

“Ti sei iscritta a scuola?” le chiedo appena la vedo passare.

“Sì, mi sono iscritta ad una scuola serale per infermiere” mi dice abbassando il capo e riprendendo a pulire.

Sorrido e penso che la volontà e l’ambizione restano comunque le armi più grandi per ottenere la libertà.

 

 

 

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Articolo 4), 1948

 

 

 

 


 
 
 

Sunu Nataal: quando la fotografia insegna a riappropriarsi di un luogo

Post n°340 pubblicato il 30 Marzo 2015 da djchi

 

Se le formiche si mettono assieme possono spostare un elefante (proverbio del Burkina Faso)

Il lavoro di squadra divide i compiti e moltiplica i successi (anonimo)

 

 

Ciò che contraddistingue la professionalità di un lavoro è l'accurato evitare dell'approssimazione, la cura del dettaglio, la capacità ad inglobare differenti punti di vista rispetto ad una sola tematica. La critica che muovo spesso agli occidentali che pretendono occupasi d'Africa non è semplicemente quella di considerare un continente vasto e ricco di diversità come un blocco unico, immobile e statico ma anche e soprattutto di schierarsi in maniera infantile e immatura o nell'inutile idolatria o nell'arrogante denigrazione dello stesso. Il continente africano meriterebbe uno sguardo altro: un'analisi in profondità che possa ridargli il rispetto che merita. Descrivere l'Africa attraverso le immagini diventa ancor più complesso, specie se a farlo sono dei non africani. Ciò che le loro immagini rinviano rispecchia troppo spesso una realtà unica e monolitica che non corrisponde alla totalità e alla ricchezza delle differenti realtà africane. Non solo bambini, non solo povertà, non solo luoghi selvaggi, non solo villaggi.

 

Sunu Nataal è un gruppo di giovani che ha deciso di esprimersi e di parlare attraverso le immagini. Immagini che non hanno la pretesa di descrivere un intero continente ma uno dei tanti paesi che lo compongono, il Senegal. Cambiare i punti di vista per educare al rispetto della diversità. Un Senegal raccontato nei suoi molteplici aspetti e nella sua tipica contradditorietà. Un gruppo che ha come obiettivo un punto di vista tipicamente senegalese ma che insegna, umilmente, che "tipicamente senegalese" non vuol dire che il diritto a descrivere il Senegal appartenga esclusivamente a chi qui ci è nato. 

Sunu Nataal è un gruppo variegato di persone provenienti da più paesi d'Africa, d'Europa, d'America ma che hanno in comune il fatto di risiedere in Senegal. Questo sì è un diritto. Il diritto di chi vive una società a parlarne sapendo di conoscerla e volendo farla conoscere a chi invece lo pretende per sentito dire o per esserci venuto per qualche tempo. 

 

Sunu Nataal è un progetto locale che vuole ridare dignità non solo ad un luogo ma anche ai suoi abitanti e restituire loro il diritto a riappropriarsene. Perché in fondo, l'onestà intellettuale, è quello che manca a tanti estimatori d'Africa (Chiara Barison)

 

Domani, rubrica Parmi Nous, TFM (in diretta, ore 8.30 locali)

 

Foto: Sunu Nataal

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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