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TagMenuI miei Blog AmiciCitazioni nei Blog Amici: 4 AVVISOQuesto blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto i post vi sono pubblicati senza alcuna periodicità e in mera casuale relazione alla disponibilità di tempo di chi li scrive e non può, pertanto, essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. I post del presente blog non possono neppure considerarsi alla stregua di un "aggiornamento", dal momento che non può sussumersi sotto tale concetto l'esporre in sequenza opinioni pubblicamente formulate e dibattute da secoli, con riferimento ad alcuni dei testi nei quali esse potevano e possono leggersi. |
Post n°880 pubblicato il 31 Dicembre 2010 da Ledantec
Secondo un autore cattolico (E. Florit, "Ispirazione e inerranza biblica", Roma 1943, pag. 5 e seguenti), per stabilire se un libro è divinamente ispirato o no, cioè per stabilire quali libri facciano parte delle Sacre Scritture e contengano la rivelazione divina, occorrerebbe, scartati altri criteri, come il criterio storico, quello dell'esperienza personale, ecc., riconoscere come unico criterio valido quello della "testimonianza formale di Dio stesso, che ci proviene dalla Tradizione apostolico-ecclesiastica". E' facile notare la circolarità dell'argomento: un'opera potrebbe considerarsi "sacra scrittura" se tale la ritiene la Chiesa, che a sua volta, però, può ritenersi depositaria del potere magisteriale d'individuare le sacre scritture, di rettamente interpretarle, ecc., perché il conferimento di tale potere si deduce da alcuni passaggi scritturali. Circolare è anche l'argomento quando chiama in causa la "testimonianza formale di Dio stesso", identificata con la "Tradizione apostolico-ecclesiastica": tale identificazione si fonda anch'essa, in ultima analisi, su passaggi scritturistici, la cui "sacertà" e la cui infallibilità dovrebbe a sua volta provarsi a partire da quella medesima Tradizione... Il serpente che si mangia la coda.
Post n°879 pubblicato il 31 Dicembre 2010 da Ledantec
Tag: BESTEMMIA E POTERE
Forse è da ingenui lo stupirsi del fatto che il "Premier" della Repubblica Italiana Dott. Silvio Berlusconi sia riuscito addirittura ad indurre, nell'alta gerarchia ecclesiastica, lassismo nel giudizio su condotte, come le bestemmie, tradizionalmente considerate con orrore dalla Chiesa Cattolica e non solo. Il riferimento è al noto episodio della bestemmia inserita in una storiella che si vorrebbe "umoristica", raccontata da Berlusconi in pubblico, anche se non in una circostanza ufficiale (e ci mancherebbe pure), per dileggiare Rosy Bindi. E' altresì noto l'invito di sapore giustificazionistico formulato dall'alto papavero ecclesiastico cattolico Mons. Fisichella a "contestualizzare" la bestemmia berlusconiana. In realtà, come i puristi dell'etica cattolica avranno notato, in questo caso il contesto non agisce da attenuante, ma da aggravante della bestemmia: sia per la fatuità dell'occasione (una stupida barzelletta), sia per la finalità della barzelletta, destinata, come si è detto, al dileggio di una persona, verso la quale rappresenta quindi una mancanza di carità. Queste considerazioni rendono ancora più incomprensibile la presa di posizione di Mons. Fisichella, ove non si tenga conto che la Chiesa Cattolica, prima e più che un fenomeno di ordine religioso, è un fatto di potere, un organismo che vive in simbiosi con il potere politico.
Post n°878 pubblicato il 07 Giugno 2010 da Ledantec
Nel Vangelo attribuito a "Marco" (Mc. 7,1-8) si legge di una polemica tra Gesù e i Farisei sul fatto di lavarsi le mani prima di mangiare: "Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito [...] osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - quei farisei e scribi lo interrogarono [...]". Si è autorevolmente dubitato che il lavarsi le mani prima dei pasti fosse, al tempo di Gesù, una "tradizione", per giunta osservata non solo dai farisei, ma da "tutti i Giudei": si tende a ritenere che solo a partire dal 65 d.C. circa si sia affermato il lavaggio delle mani per scopi di purità rituale; in precedenza, l'unica forma di lavaggio rituale riguardava l'intero corpo. A parte l'anacronismo addebitabile al succitato passaggio del Vangelo attribuito a "Marco", vi è un'altra considerazione da fare, e cioè che le usanze, contro le quali polemizza "Marco", hanno una solida giustificazione sotto il profilo igienico (lavarsi le mani prima dei pasti, lavare bicchieri e stoviglie usati: chi oggi polemizzerebbe contro queste "usanze"?).
Post n°877 pubblicato il 07 Giugno 2010 da Ledantec
Nel "Vangelo dell'infanzia" contenuto nei primi due capitoli del Vangelo attribuito a "Luca" si legge, tra l'altro, di un viaggio della c.d. "Sacra Famiglia" a Gerusalemme fatto "quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosé" (Lc. 2,22). L'aggettivo possessivo usato da "Luca", cioè "loro", denota nell'autore del Vangelo una conoscenza assai approssimativa dei costumi giudaici. Secondo la Legge ebraica, infatti, solo la madre del neonato o della neonata doveva purificarsi in seguito al parto, perché "impura" (si veda il dodicesimo capitolo del Levitico); quindi "Luca" avrebbe dovuto scrivere della "sua" purificazione, cioè della purificazione della madre di Gesù, non della "loro" purificazione. Forse, nell'usare l'aggettivo possessivo al plurale, "Luca" pensava non solo alla purificazione della partoriente, ma anche al "riscatto" del primogenito - "riscatto" anch'esso previsto nella Legge ebraica. Il "riscatto" del primogenito, tuttavia, era cosa ben diversa dalla purificazione della madre: il "riscatto" non era una forma di purificazione. Il dettaglio dell'aggettivo possessivo ci rivela una conoscenza non certo profonda delle usanze giudaiche da parte dell'autore evangelico.
Post n°876 pubblicato il 02 Giugno 2010 da Ledantec
Fino all'enciclica "Providentissimus Deus" (1893) del Pontefice Leone XIII la Chiesa Cattolica ha sostenuto una concezione hard della cosiddetta "inerranza biblica": in quanto "divinamente ispirato", l'autore biblico non può mai sbagliare, poiché ciò significherebbe attribuire un errore a Dio stesso. Con il progredire delle conoscenze scientifiche, tuttavia, divenne poi insostenibile, ad esempio, la tesi secondo la quale i primi capitoli del libro della "Genesi" darebbero un quadro della storia dell'Universo da prendersi alla lettera. Fu allora elaborata la tesi dei "generi letterari", che, accolta ufficialmente nell'enciclica "Divino afflante spiritu" (emanata nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, quando c'era per moltissimi ben altro a cui pensare), fornì la chiave per poter sostenere la falsità storica della lettera del testo biblico senza "apparenti" danni per la dottrina dell'inerranza biblica e quindi per quella connessa dell'ispirazione divina. Secondo la teoria dei "generi letterari", per intendere "rettamente" il testo biblico occorre determinare il "genere letterario" secondo il quale esso fu composto: tale "genere" può essere diverso da quello dell'opera storiografica o scientifica e, in tal caso, è legittimo ritenere che non sia letteralmente vero quanto si legge nel testo biblico. La trovata "liberalizzò" in una certa misura l'esegesi cattolica, costretta, ancor più dai tempi della reazione antimodernistica, a ricorrere a capriole interpretative pur di non entrare in conflitto con la concezione tradizionale dell'inerranza biblica e dell'ispirazione divina.
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