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« BOCCA SE NE VA, RESTANO ...L'IMMACOLATA PRESCRIZIONE »

FESTIVAL DI SAN REMO 2012 : PREDICOZZI, FARFALLE, PATATEPASSERE E CANZONACCE

Post n°210 pubblicato il 18 Febbraio 2012 da chinasky2006
 

Foto di chinasky2006

Il pulsante quadro di un irreversibile degrado fisico. Potendo, e sapendo tenere un pennello in mano, mi sarei fatto un mirabile autoritratto dal titolo: “la morte di uno spirito agonizzante”. 14 Febbraio, festa degli sciocchi innamorati che non ho mai santificato, nemmeno quando davo ad intendere che il mio prepuzio fremesse d’amor cortese, e mi trovo ridotto ad un cencio. Nella solitudine meditabonda, ho spento il pc. Bollito patate e cicoriette selvatiche. Mi piacciono assai le cicoriette, per quel sapore amarognolo che rimanda a sopite atmosfere incontaminate e spontanee. Ho cenato ascoltando il cinegiornale alla radio transistor. Poi mi sono appollaiato stancamente sulla poltroncina da attempato spettatore televisivo, con le babbucce a forma di paperella ed una copertina di lana a riscaldare i ginocchi artritici da ex atleta in pensione. Capello arruffato, dolori alla schiena, qualche linea di febbre. Alla tv c’era San Remo, il Festivàl, con quelle rutilanti esibizioni canzonare e maramalde scenette, che tanto piacciono, fanno discutere le genti e danno il quadro della salute di un paese. Ad onor del vero, non era necessario vedere la kermesse, per capire che siamo un paese ormai alla deriva. Eccomi qui allora, il 14 Febbraio, con una spremuta di arance tarocche nella destra. Niente birra, niente sigarette, nessuna insana ed inconsciamente masochistica voglia di autodistruzione. Cos’altro vuoi distruggere? Sono già morto.
Via allora ad uno spumeggiante pagellone festivaliero, che lo scorso anno mi era tanto piaciuto stilare. Anche se manca l’ultima giornata, che temo non guarderò in quanto intento a sbronzarmi come si deve.

Gianni Morandi: 6 politico. Come lo scorso anno, il presentatore del circo. Per carità, mi sta anche simpatico. Provoca molta tenerezza. Ha quasi settant’anni ma coi capelli di un color castagno naturale e le movenze ancora brillanti. Però a tratti mostra l’impacciata lentezza da anziano dei giardinetti, malgrado le migliaia di chilometri macinati durante l'anno. Anche quel “Io non sono contro i gay”, lo lascerei cadere come quasi normale dazio da pagare al tempo. Invece Platinette (quella che fa le conferenze stampa in onore di Lele Mora e Berlusconi difendendo l’innocentissimo “meglio amare le donne che essere gay”), lo bacchetta con fare piccatissimo. In sostanza, ascolti alla mano e malgrado gaffes sciorinate come fosse tambureggiante grandine, salivazione azzerata, mani sudate ed inglese che manco La Russa, gli ascolti sono dalla sua. Avrei comunque preferito Pino Scotto o Richard Benson, ai microfoni.
Belen: 5, alla patatapassera. L’aura di primordiale sfiga che avvolge l’inizio festival (artata anch’essa, forse), vuole la titolare della cattedra di valletta, tal Ivanka (5,5. Bellona dell’est con due zanne da roditore che farebbero felice un’equipe di coraggiosi odontoiatri muniti di motosega) dare forfait per le prime due giornate, causa torcicollo. Anche le gnocche ne soffrono. Ecco allora che dall’armadio degli abiti usati riciclano le due passere della scorsa edizione. Le vallette di riciclo (ma come, il tanto vituperato "velinismo", qui in voga da oltre sessant’anni, non sconvolge?) obbediscono. Una sempre più insostenibile Canalis (2-) fa il suo ingresso nel siparietto di Celentano con l’occhio pesto, vestita di stracci e coi capelli arruffati. Doveva rappresentare l'Italia in crisi. Più realistico mostrare un rapporto contro natura con un simil mandingo abissino (che poi, viste le dicerie, Canalis forse non avrebbe nemmeno protestato più di tanto col bruno abissino). La Eli possiede il dono di risultare incapace in ogni cosa che fa. Non sa fare proprio niente. A guardare quell’infelice e maldestro videotape non si direbbe, ma la sua compagna Belen sa fare più cose. E’ smaniosa e sovraeccitata. Talmente talentuosa ed istrionica che ci tiene ad esibire l’inguinale farfalla tatuata nei paraggi più nobili. Va bene che il pubblico sanremese, e quello davanti alla tv, ha un’età media attorno ai 75anni e quindi non avrà potuto goderne della visione in rete per problemi di cataratta, ma la regal patatapassera di questa argentina è stata abbondantemente esibita in ogni salsa, inquadratura, angolazione e primo piano. Di quel vigliacco video ella s’era anche costernata con fare da virginal pulzelletta. Ora ci ostenta la farfalletta svolazzante. Quale altro scandalo voleva ancora provocare? L’attrice hard Selen, per sbalordire, s’era rapata a zero. I capelli. Perché mostrando furtivamente un tatuaggio sulla ciccabaffetta, sarebbe risultata grottesca.
Celentano: 6. Cosa c’entri con un festival di canzoni la sua accorata filippica, non lo si riuscirà mai a capire. Ha il dono d’esser dichiaratamente popolare e di parlare facendosi capire da tutti. Un po’ un Berlusconi, che però dice cose giuste, sulle quali non si può non essere d’accordo: Il referendum cassato dalla consulta, la guerra, gli armamenti, il vaticano in tutte le sue abominevoli contraddizioni. Arriva anche ad auspicare una rapida chiusura dei giornali cattolici. Adriano l’intransigente chierichetto scagliatosi contro la legge sull’aborto, ora si lancia  abomba come un kamikaze contro le oscenità di una chiesa che ha smesso di svolgere le sue funzioni. In ogni caso, un violentissimo predicozzo politico di quasi un’ora, nel mezzo di un festival di canzonette. Perché non da Santoro o da Floris? Forse, e qui l’intento sembra chiaro, sfrutta la sua popolarità per poter predicare come il messia in una manifestazione nazional popolare, seguita da milioni di spettatori. Per farlo, novello Robin Hood, si fa anche lautamente pagare con soldi che devolverà ai poveri. Diabolica mente. Meglio la sua lunga invettiva solitaria, del siparietto con Morandi e Pupo (Pupo? Sì, Pupo). Poi canta anche, ed ancora bene, quasi migliorando con gli anni.
Rocco Papaleo: 6,5. Lui a me fa ridere. Ed è un attore molto bravo. Ragion per cui lo ritenevo fuori posto su quel palco. Invece ne esce alla grande. Poi leggo sul giornale che alla nipotina del duce capoccione ha dato molto fastidio, ed allora la mia convinzione si rafforza.
Sabrina Ferilli: 1. Queste due tette enormi attorno ad un becero nulla indisponente, fanno rimpiangere Celentano. Intervista imbarazzante. La più inutile del millennio. Discute di televisione, dei tanti canali e financo dell'invenzione del secolo: il telecomando... mica un caso che questa qui è il simbolo della sinistra ed era lo sponsor di Veltroni e Rutelli.
Pellegrini: 2. Eccola lì, a riempirci di spocchiose ovvietà. Balla con un imbarazzato Morandi, impaurito che il suo sguardo possa ricadere tra le tette inesistenti. Sta a Sanremo come la Santanché in parlamento. Con quell’arravogliato accento, fa calare le mie povere pudenda sotto i tacchi. E dire che l’accento veneto, da cultore dei film del Maestro Tinto Brass, in una donna mi piace anche.
I soliti idioti: -2. Sarò anche anziano, ma non avevo mai visto questo duo che imperversa tra i decerebrati adolescenti. Quanto di più stupidamente pecoreccio e trash sulla faccia della terra. La versione moderna, più banale e sciocca, del duo Bombolo-Milian. Con in più i soliti stucchevoli luoghi comuni suoi froci, per far ridere.
Dolcenera 4,5. Una specie di ragnetto esagitato, dotato di fornace dentata al posto della bocca. Il ciuffo argenteo  la fa tanto nipotina di Morgan. L'atteggiamento estenuante la rende sorella illegittima di Emma Marrone, più sfigata perché non è ricaduta sotto l’aura protettrice di Maria. Anfibi e vestito con paillettes sono il simbolo di una personalità disturbata e non ancora definita: ragazzaccia alternativa da osteria, o femme fatale di un metro e mezzo. La canzone, pur musicalmente non tra le peggiori, è di una banalità disarmante. Lei la interpreta gridando a bocca spalancata, inframmezzandola con ghirigori che rimandano ad una Vanoni avvinazzata. Il testo, dicono impegnato, non l'ho sentito.
Matia Bazar: 3,5. Per carità. Lei mi fa un discreto sangue. E’ elegante, con vestito da strega cattiva ed anello sbrilluccicante a coprirle tutto l’anulare. Ma da quando il Baudelaire di Trastevere Franco Califano, agitando la linguetta da rettile, provò a baciarla languidamente dopo essersi strafogato una padella di pajata, non è più lei. Ha perso serenità mentale. La canzone ha il pregio di riportarmi al 1989. Rimangono in gara fino a venerdì, e ci vuole Platinette per farli eliminare.
Samuele Bersani: 6-. Cantautore bravo, in genere. Ricordo qualche bella cosa scritta, anni addietro. Qui si limita al minimo sindacale, con una filastrocca cantata sul pallone sgonfiato come metafora della crisi italica e del dorato ed illusorio mondo dello spettacolo. L’estro è tutto in quelle scarpe da calcetto sotto il vestito da pinguino.
Noemi: 3. Dicono sia brava. Forse lo è, ad interpretare. Quanto abbia una bella voce, e forse ce l’ha. A me proprio non piace, a pelle. Con quell'ugola forzosamnete graffiata ed i capelli rosso arancio fluorescente, sembra la nipote di Gabriella Ferri travestita da Milva che delira al festival degli obesi di Brandeburgo. Canta una canzone modesta e senza infamia. “Sono solo parole”, ripete per quasi tre minuti. A trovarle, quelle parole. Con qualcosa di più moderno ed originale, farebbe meglio.
Marlene Kuntz: 7+. Ogni edizione del Festival deve sempre avere un gruppo alternativo o rock, utile a farci capire quale spazzatura sia il resto. E quanto vetusta sia la tradizione musicale italiana, se questi gruppi vengono puntualmente sacrificati in luogo degli Albani o dei Matii Bazar di turno. Cantano una bellissima canzone nel loro ricercato stile rock graffiante e raffinato, mettono sul palco uno storico duetto con Patty Smith (la signora McGenious), vincono il premio della critica, si prendono l’eliminazione e se ne vanno. Tutto nella norma.
Chiara Civiello: 1,5. Non sapevo chi fosse. Mai ignoranza fu più salutare. Morandi ce la presenta come la cantante jazz migliore della sua generazione, nel mondo. Wow! Uno si aspetta una struggente esibizione, in stile putativa figlioccia di Miles Davis, accompagnata da un morente sassofono. Invece questa ragazza che pare una monachella, sciorina una canzoncina che nemmeno Gigliola Cinquetti nel 1957. Eliminata solo al venerdì. Sempre troppo tardi.
Eugenio Finardi: 7,5. Monumento assoluto della musica italiana, fuori posto sul palco sanremese. Presenta una  canzone dal bellissimo testo, interpretata da par suo, in modo intenso. Il migliore in assoluto. Potrebbe ricalcare le orme di Vecchioni, ma i miracoli si verificano una sola volta. E la canzone sembra avere sonorità meno ammiccanti e nazional popolari rispetto a quelle di Vecchioni, trionfatore lo scorso anno.
Emma Marrone: 4=. L’hanno travestita a gran femmina fatale, mentre in realtà è solo una ragazzina dal portamento maschio. E infatti, quella barcolla sui tacchi come un’avvinazzata che esce a notte fonda da un bar dove s’è presa una ciucca biblica. Canta una canzone dei Modà, al solito struggente come un’ernia fulminante e sofferta quanto una colica renale (buon dio, liberateci dai Modà). Perché a questa ragazza, che in fondo interpreta neanche malaccio, danno sempre brani terrificanti? Una canzone talmente raccapricciante e con un testo così pseudo-impegnato-a chiacchiere, che potrebbe anche vincere. O andarci vicinissimo. Lo scorso anno fu battuta da Vecchioni. Quest’anno rischia d’esser uccellata da Gigi D’Alessio. Bello scatto di carriera.
Arisa: 1-. Ha sbancato qualche edizione fa, truccata come una piccola fiammiferaia sciocca, cui manca qualche venerdì. Occhiali enormi e bardamento da racchia. Con una vocina demente, cantava filastrocche imbarazzanti e snervanti. Levato il trucco di scena, tira fuori un'altra identità. Decolté in bella mostra, sguardo maliardo e voce poderosa, malgrado l’urticanza di fondo. Perché allora prenderci per culo gli anni passati? Finta e ridicola, semplicemente. Allora, come adesso. Arriverà tra i primi tre. Forse terza.
Nina Zilli: 4,5. La canzone di un paio d’anni fa, mi era piaciuta. Forse perché ascoltata distrattamente, in radio. Incolonnato a due all’ora sulla Salerno-Reggio Calabria, agevolava il tacco-punta frizione-acceleratore. Intravvedevo una qual certa  originalità. Debbo ricredermi. Vestita come una bambola di carta retrò, con antologiche acconciature parruccate anni ’60 stile Mina delle “mille bolle blu”, e le sempre uguali ed insopportabili mossette ancheggiate, canta una canzone dalle melodie vetuste. "Tanto rumore per nulla", è il sentimento che lascia la sua esibizione. Quasi voglia artatamente scimmiottare una dozzina di altri cantanti (la Winehouse in primis). Rischia anche lei di arrivare sul podio, o appena sotto.
Renga: 4. Bah. La voce questo se la porta da casa. E’ passato da capellone frontman di un gruppo rock metropolitano, a scapigliato singer rock pop, quindi a boccoluto cantante melodico marito di Ambra che vinse l’edizione di qualche anno fa, per finire a quasi lirico romanzo. Il brano presentato (niente di che) è un po’ una summa di questo percorso musicale. La voce continua ad essere una reminiscenza dei poderosi inizi. Solo quella.
Loredana Berté/D’Alessio: 7. Ci fosse solo la Berté, tiferei per lei. Assolutamente fuori come una zucchina panata. Unica a possedere geniale imprevedibilità folle. Nel senso che con quella faccia sfatta e labbroni di caucciù che la rendono simile ad un nefasto incrocio tra Richard Benson e Marilyn Manson, da un momento all’altro speri che possa impazzire sul palco e prendere a cazzotti nelle gengive lo sventurato D’Alessio. Intendiamoci, la coppia è improponibile. La canzone, agghiacciante. Il demente tormentone, assicurato. Ma Loredana è Loredana. La mortale voce al vetriolo c'è sempre. Bizzosa, pazza  e capricciosa, come le star di un tempo, che ancora non vogliono rassegnarsi all'ospizio. E pazienza se canta in playback. Riesce quasi a farmi rendere meno detestabile il Gigione D’Alessio versione badante (che, per sua stessa ammissione, la mette a letto a mezzanotte attento a non farle capire che sono stati eliminati, per evitare che le parta la brocca), vestito da giovinetto con giubbetto di pelle e jeans strappati, o conciato come il quinto dei Village People. Eliminati dalla giuria tecnica, recuperati dal televoto. Gli itaGliani rischiano di farli vincere. In ogni caso, anche nella peggiore delle ipotesi, ci andranno vicini.
Carone/Dalla: 6,5. Non sapevo chi fosse quel ragazzetto coi baffetti poco irsuti, da sedicenne onanista. Poi ho saputo l’amara realtà. Così giovane, già sconta due colpe mortali: L’aver scritto la storica frase “in tutti i luoghi, in tutti i laghi…”, ed essere un figlio di Maria. Però occorre non farsi traviare. Questo giovinetto coi denti storti sa scrivere bene. Presenta una canzoncina delicata che denota un buon talento cantautorale, col sempre sfruttato tema delle mignotte. Certo, trattato in maniera più intelligente rispetto  a come lo fece Al bano lo scorso anno (voglia il cielo se ricordi il titolo dell'abominio). Narrando della meretrice Nanì, si vede lontano un miglio che è cresciuto a “pane e Rino Gaetano”. E questo è già un pregio, rispetto a chi è cresciuto a “pane e Modà”. Lucio Dalla non avrebbe certamente rischiato di macchiare quarant'anni di carriera, accompagnando qualcuno che non meritasse attenzione.
Irene Fornaciari: 0 (zero). Il niente agitato. La figlia di papà Zucchero si scompone tutta come un crotalo obeso, convinta e tarantolata manco fosse Pippo Inzaghi ad Atene 2007. Ogni anno dobbiamo sorbircela sul palco dell’Ariston, quasi fosse una fastidiosa tassa, addobbata come una figlia dei fiori. Anzi, come una che si è mangiata qualche figlia dei fiori, vista la silhouette. Motivetto carino (Di Davide Van de Sfross, quello di Yanez). S
tavolta ci sono dentro il gufo, il merlo, il pipistrello e il gatto nero. Per trascurare le "lune a dondolo", "monete di sole" e "rasoio dei giorni". Testo che avrei potuto scrivere anch'io, dopo essermi fatto due boccioni di vino alla trielina. Cantata da altri, brano nemmeno così male. Ma lei è chiaramente inadeguata. Malgrado continui ad agitarsi tutta.
"I piedi grinzi": 9. Come le mie pudenda a fine serata. Il picco di un Festival dove la scrittura musicale la fa da padrona è quel “malgrado i piedi grinzi”, cantato da una ragazzina, probabilmente pazza, nel mezzo di una canzone dal titolo altrettanto leggendario: “Nella vasca da bagno del tempo".

 
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