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Creato da lucfar1 il 18/01/2008

La Chiesa siamo noi

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MERCOLEDÌ DELLE CENERI

Post n°983 pubblicato il 22 Febbraio 2012 da lucfar1

Oggi inizia la Quaresima, tempo forte della Chiesa, un periodo di quaranta giorni da vivere in modo diverso o meglio rispetto al resto dell’anno. Un tempo di penitenza, propizio per la conversione del cuore, un avviamento a vivere tutto l’anno in modo pienamente cristiano. Sembra difficile, quasi non ci si pensa eppure la Quaresima serve proprio a farci entrare nel Triduo Pasquale che culmina con la Domenica di Risurrezione, con una rinnovata spiritualità.

“Memento homo… Ricordati”. L’uomo però non ricorda più chi l’ha creato, chi lo tiene in vita, chi gli permette di restare nel mondo. Ci vuole Fede, è vero, ma è colpa dell’uomo se distoglie occhi e cuore da Dio e li volge altrove. Prenda l’opportunità da questo Mercoledì delle Ceneri e inizi una vita penitente, non la penitenza pubblica come si faceva secoli fa e da cui prende spunto questo giorno liturgico. La vera penitenza è nel proprio cuore, poi c’è la penitenza esteriore.

La Madonna ha parlato a Medjugorje del digiuno a pane e acqua il mercoledì e il venerdì, è chiaramente una forma di digiuno più stretto, rispetto a quello che indica la Chiesa e che qui ripropongo dalla Nota pastorale della CEI «Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza» del 1994:

«1) La legge del digiuno «obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate».

2) La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, come pure dei cibi e delle bevande che, ad un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.

3) Il digiuno e l’astinenza, nel senso sopra precisato, devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri (o il primo venerdì di Quaresima per il rito ambrosiano) e il Venerdì della Passione e Morte del Signore Nostro Gesù Cristo; sono consigliati il Sabato Santo sino alla Veglia pasquale.

4) L’astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di Quaresima, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come il 19 o il 25 marzo). In tutti gli altri venerdì dell’anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l’astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.

5) Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni fino al 60° anno iniziato; alla legge dell’astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno di età».

Il digiuno di questo Mercoledì è particolare, comunque chi sceglie pane e acqua fa già una buona penitenza. Chi non riesce perché non ha avuto il coraggio di osare o non ha pregato Gesù per ricevere aiuto nella scelta di questo digiuno più stretto, può consumare un solo pasto in questo giorno, anche suddiviso tra mattina, metà giornata e sera.

Questo tempo di digiuno dal peccato e da quei comportamenti viziosi che aprono le porte al peccato, serve soprattutto a purificare il corpo, addirittura a disintossicarlo dall’abbraccio della materialità e a rinnovarlo. Chi vive questo tempo di Quaresima con impegno e vigilanza spirituale, ne riceverà abbondanti benedici di Grazia.

Questo Mercoledì delle Ceneri inizia con il digiuno e l’astinenza dalle carni, ad indicare che bisogna riscoprire le cose essenziali della vita, non sono i beni materiali a portare pace e gioia all’esistenza terrena. Privarsi di qualcosa a tavola o addirittura fare il digiuno a pane e acqua è in realtà un aiuto enorme a chi l’osserva.

Si sentirà più forte spiritualmente, più intuitivo e lucido, meno oppresso da confusione e pesantezza, determinato a vincere ogni forma di tentazione.

Sempre il documento della CEI chiarisce lo scopo del digiuno: “Mira a determinare e mettere ordine nei nostri desideri, vincendo l’abbandono agli istinti e alle sollecitudini del consumismo e dell’edonismo, costruendo una cultura della sobrietà e del sacrificio”.

Diventa più facile amare Gesù, Lo avverti vicino e intimo, parli con Lui come se fosse presente. E lo è nell’anima di chi pratica la penitenza e si sforza di vivere il Vangelo. Giorno dopo giorno scoprirà sempre più l’Amore di Dio, fino a mettere al centro di tutto proprio Dio. Chi arriva a questo traguardo è certamente benedetto. Diventa un potente mediatore di Grazie presso Gesù e Maria.

Ma occorre lottare contro lo spirito del male, la Quaresima è anche una lotta più determinante al peccato.

In questa Quaresima c’è da comprendere che il bene deve essere il punto centrale di ogni parola e di ogni opera, senza insuperbirci. Gesù ci invita a fare del bene in silenzio, nel nascondimento, come facciamo quando preghiamo per i bisognosi e quanti vivono situazioni di sofferenza.

Cercare la stima degli altri è vanagloria, invece è grande opera di amore fare del bene senza cercare gli applausi degli altri. La nostra natura è debole e cerca il consenso, ma così ci chiudiamo in noi stessi, non facciamo esplodere la vampata di Amore che ci dona il Signore. Questo periodo ci deve aiutare a comprendere il valore dell’umiltà, della verità.

È più forte la preghiera intima e segreta, che quella esteriore e presuntuosa.

Il momento più forte della liturgia di oggi è l’imposizione delle Ceneri, quando il celebrante pronuncia le parole: “Memento homo pulvis e set in polvere reverteris” (“Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”), oppure: “Convertiti, e credi al Vangelo!”. Le ceneri erano considerate nelle culture non cristiane come simbolo di morte, di fugacità, di pentimento e di penitenza. Quando il Cristianesimo utilizza le ceneri, dà un significato più penitenziale e un richiamo alla purificazione interiore. Le ceneri manifestano la distruzione di qualcosa, così sarà anche per il corpo umano.

Le ceneri per noi sono molto importanti perché provengono dai rami bruciati delle palme benedette dell’anno precedente, e le palme esprimevano gioia e lode al Signore mentre entrava trionfante a Gerusalemme. Dalle palme che esprimevano gioia rimangono le ceneri che indicano la fragilità e la transitorietà di ognuno di noi.

Chi vive con intensità la Quaresima, la notte di Pasqua ha una forza maggiore per incontrare nella Fede il Signore risorto.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.

Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.

Proposito

Oggi inizierò a impegnarmi per conoscere meglio me stesso, per comprendere quali virtù e difetti predominano in me, al fine di intraprendere un sano cammino di crescita spirituale.

 

Pensiero

Quando un figlio abbandona i genitori per obbedire alla vocazione, Gesù Cristo prende il suo posto nella famiglia. (San Giovanni Bosco)

Per superare le prove dolorose, non soccombere dinanzi gli attacchi dei nemici e ricevere Grazie particolari, anche miracoli impossibili, vi consiglio di recitare ogni giorno la preghiera efficace, già utilizzata da decine di migliaia di fedeli. Sono migliaia le testimonianze di guarigioni e di liberazioni da attacchi malefici, moltissimi hanno superato prove difficili e ottenuto Grazie. Recitatela ogni giorno, è un potentissimo atto di Consacrazione alla Madonna.

 
 
 

Il Padre nostro e l’Ave Maria

Post n°982 pubblicato il 22 Febbraio 2012 da lucfar1

di Padre Giulio Maria Scozzaro

Il Padre nostro

La recita del Padre nostro, è il momento in cui -dopo avere focalizzato il mistero da contemplare-, l’animo si innalza verso il Padre. è la preghiera insegnata dal Figlio. Gesù sempre ci porta al Padre, in ogni mistero Gesù continuamente si rivolge e volge noi verso il Padre.

Gesù ci porta al Padre attraverso la recita del Rosario, perché anche noi dobbiamo fare la sua esperienza, e il Padre nostro ci introduce nell’intimità del Padre. Recitando il Padre nostro nel Rosario, entriamo in rapporto con il Padre, e così siamo fratelli di Gesù e fratelli tra di noi. La preghiera del Padre nostro introduce l’Ave Maria, è base della preghiera cristologico-mariana, ci permette di fare la continua esperienza ecclesiale, anche se il Rosario lo si recita da soli.

Nel Rosario ci rivolgiamo soprattutto al Padre insieme al Figlio Gesù, guidati da Maria. Contempliamo il Padre perché Lui ha mandato il Figlio e il Figlio è nato dalla Vergine Maria, salutata per conto di Dio dall’Angelo con l’Ave Maria.

Nel Rosario siamo guidati dallo Spirito del Padre e del Figlio, siamo condotti a fare l’esperienza trinitaria, e lo Spirito è l’Amore della Santissima Trinità.

Il Padre nostro è la preghiera che ci unisce e ci rende veri fratelli, uniti dallo stesso amore verso il Padre. Recitato in unione a Gesù, il Padre nostro assume il carattere infinito, che solo la mediazione di Gesù ci può dare. È una preghiera che rende l’umanità una sola famiglia, che rende il Cielo come la Patria di tutti, che ci fa innamorare di Dio Padre, che ci fa sentire vicini a tutti, anche se la preghiera è strettamente personale.

L’Ave Maria

Sarebbero decine di migliaia le affermazioni bellissime dei Santi sul grande valore dell’Ave Maria, sulla validità straordinariamente efficace della sua recita.

Santa Matilde affermava: “Il saluto dell’Ave Maria è tanto gradito a Maria, che ogni volta Ella risente le gioie dell’Incarnazione”. San Vincenzo dè Paoli diceva: “Dopo la Santa Messa, la devozione al Rosario ha fatto scendere nelle anime più Grazie che tutte le altre devozioni, e con le sue Ave Maria compie più miracoli di ogni altra preghiera”. Sicuro il Santo Curato d’Ars: “Una sola Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno”.

Dobbiamo comprendere meglio il significato dell’Ave Maria. «È questo l’elemento più corposo del Rosario e insieme quello che ne fa una preghiera mariana per eccellenza. Ma proprio alla luce dell’Ave Maria ben compresa, si avverte con chiarezza che il carattere mariano non solo non si oppone a quello cristologico, ma anzi lo sottolinea e lo esalta. La prima parte dell’Ave Maria, infatti, desunta dalle parole rivolte a Maria dall’Angelo Gabriele e da Sant’Elisabetta, è contemplazione adorante del mistero che si compie nella Vergine di Nazareth. Esse esprimono, per così dire, l’ammirazione del Cielo e della terra e fanno, in certo senso, trapelare l’incanto di Dio stesso nel contemplare il suo capolavoro -l’incarnazione del Figlio nel grembo verginale di Maria-, nella linea di quel gioioso sguardo della Genesi (cfr Gn 1,31), di quell’originario “pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani”.

Il ripetersi, nel Rosario, dell’Ave Maria, ci pone sull’onda dell’incanto di Dio: è giubilo, stupore, riconoscimento del più grande miracolo della storia. È il compimento della profezia di Maria: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno Beata” (Lc 1,48). Il baricentro dell’Ave Maria, quasi cerniera tra la prima e la seconda parte, è il nome di Gesù. Talvolta, nella recitazione frettolosa, questo baricentro sfugge, e con esso anche l’aggancio al mistero di Cristo che si sta contemplando. Ma è proprio dall’accento che si dà al nome di Gesù e al suo mistero che si contraddistingue una significativa e fruttuosa recita del Rosario.

Già Paolo VI ricordò, nell’Esortazione apostolica Marialis cultus, l’uso praticato in alcune regioni di dar rilievo al nome di Cristo, aggiungendovi una clausola evocatrice del mistero che si sta meditando. È un uso lodevole, specie nella recita pubblica. Esso esprime con forza la Fede cristologica, applicata ai diversi momenti della vita del Redentore. È professione di Fede e, al tempo stesso, aiuto a tener desta la meditazione, consentendo di vivere la funzione assimilante, insita nella ripetizione dell’Ave Maria, rispetto al mistero di Cristo. Ripetere il nome di Gesù -l’unico nome nel quale ci è dato di sperare salvezza (cfr At 4,12)- intrecciato con quello della Madre Santissima, e quasi lasciando che sia Lei stessa a suggerirlo a noi, costituisce un cammino di assimilazione, che mira a farci entrare sempre più profondamente nella vita di Cristo.

Dallo specialissimo rapporto con Cristo, che fa di Maria la Madre di Dio, la Theotòkos, deriva, poi, la forza della supplica con la quale a Lei ci rivolgiamo nella seconda parte della preghiera, affidando alla sua materna intercessione la nostra vita e l’ora della nostra morte» (RVM 33).

Nessuno qui sulla terra può comprendere il valore di un’Ave Maria recitata bene. Santa Teresa d’Avila, dopo la morte, apparve ad una sua suora e disse: “Quale gioia si gode nel Paradiso, non c’è paragone a quella della terra. Però tornerei tra voi per un motivo solo: recitare un’Ave Maria per acquistare tanti meriti”.

L’Ave Maria è l’inno di giubilo di chi sa di essere stato redento e scopre l’amore della Madonna, la sua stupenda Maternità e la sua totale disponibilità ad ascoltarci, curarci, guidarci e renderci degni della Grazia.

Tante Ave Maria compongono il Rosario, questa preghiera è l’oasi dell’anima mia.

Il diavolo viene sempre fortemente disturbato quando si recita il Santo Rosario. Non appena si invoca il Santissimo Nome di Maria con il saluto Angelico, è costretto ad allontanarsi dalla persona che disturba e dai luoghi infestati dalla sua presenza.

“L’Ave Maria si chiama salutazione angelica perché comincia col saluto che fece a Maria Vergine l’Arcangelo Gabriele… Nel salutare la Santissima Vergine con le parole dell’Arcangelo, noi ci rallegriamo con Lei, facendo memoria dei singolari privilegi e doni, che Dio Le ha conceduti a preferenza di tutte le altre creature. Nel dire le parole di Santa Elisabetta ci rallegriamo con Maria Santissima della sua eccelsa dignità di Madre di Dio, e benediciamo Dio e lo ringraziamo di averci dato Gesù Cristo per mezzo di Maria”, scriveva San Pio X.

Con le continue ripetizioni di Ave Maria, il nostro terreno pellegrinaggio si colora di Cielo, il colloquio con Dio comincia a dare suggestioni più intense.

È molto bella la preghiera di San Giovanni Eudes alla Regina del Santo Rosario:

Ave Maria, prescelta dal Padre per essere la Sposa dello Spirito Santo.

Ave Maria, che hai dato alla luce il Figlio di Dio fatto Uomo.

Ave Maria, Tempio dello Spirito Santo, Tempio di tutta la divinità.

Ave Maria, Vergine umilissima da cui volle nascere il Re del Cielo.

Ave Maria, Madre amorosa del Figlio Tuo che è Dio.

Ave Maria, Regina dei Martiri, la cui Anima fu trapassata da una spada di dolore.

Ave Maria, Sovrana del mondo, a cui è stato dato ogni potere in Cielo e sulla terra.

Ave Maria, Madre mia carissima, mia vita, mia dolcezza, mia speranza.

Ave Maria, Madre di misericordia, Tu sei la Piena di Grazia, il Signore è con Te, Tu sei la Benedetta fra tutte le donne e Gesù, il frutto del Tuo seno è benedetto.

 
 
 

LE RELIGIONI NON SONO TUTTE UGUALI: SOLO UNA E' VERA ED E' IL CRISTIANESIMO

Post n°981 pubblicato il 20 Febbraio 2012 da lucfar1

di Pierluigi Vajra

Mi chiamano missionario.
Dopo quasi vent'anni mi ci sono così abituato che qualche volta lo dico anch'io, se non c'è tempo per le distinzioni.
Eppure lo dico ancora con un certo disagio.
Generalmente si pensa al missionario come a un sacerdote che va in Paesi in via di sviluppo per aiutare i poveri a cavarsela meglio. L'eventuale lavoro in diocesi, parrocchie o seminari viene visto in prospettiva del servizio ai poveri. In questo senso credo di non usurpare la qualifica.
Per secoli, però, il missionario non era solo questo. Non richiamava principalmente lo sviluppo, ma l'annuncio del Vangelo. Troviamo nella storia numerosi esempi di missionari che hanno raggiunto popoli prosperi, di una prosperità culturale, o sociale, o economica, o tutte insieme. Ed anche quando si raggiungevano popoli materialmente poveri e ci si adoperava per il loro sviluppo, si considerava che la povertà più profonda era quella spirituale, l'ignoranza della "verità tutta intera". I frammenti, o i "semi" non sono sufficienti: occorre che il seme produca il suo albero ed il suo frutto. Solo allora lo sviluppo è completo ed può persino essere duraturo e camminare sulle proprie gambe.
Nelle scorse settimane ho vissuto la GMG da lontano, restando al mio posto. Ho seguito gli interventi del Papa ed ho avuto accesso a testimonianze dirette di partecipanti, inclusi alcuni amici. Non ho fatto l'esperienza del solleone e del temporale, ma nel luogo dove vivo non mi mancano.
Alla fine di quei giorni intensi non riuscivo a reprimere il desiderio di partecipare al mandato che il Papa ha dato ai giovani. Io, "missionario", come posso intensificare la lotta alla dittatura del relativismo? Un missionario dovrebbe offrire e rafforzare la fede cattolica.
È ovvio che la fede è un dono, e che esso non può essere imposto. Come non si può imporre ad alcuno di corrispondere all'amore: non sarebbe amore, non sarebbe fede. Un battesimo forzato, o ricevuto in vista di qualche vantaggio economico o sociale, è immorale ed invalido, perché non ha il libero consenso di chi lo riceve.
I fedeli di altre religioni sono oggi più consapevoli della loro identità, spesso anche sotto la spinta del lavoro di promozione svolto dai missionari e dello studio di accademici cristiani. Noi cattolici, dal canto nostro, viviamo un più diffuso apprezzamento delle varie tradizioni religiose dell'umanità. Il risultato da ambedue le parti, positivo, è il rifiuto di ogni conversione che non sia sincera e genuina.
Molto spesso l'effetto di questi sviluppi è la rinuncia all'annuncio del Vangelo. Non si offre più la fede.
Due episodi esemplificativi.
Incontro un sacerdote, parroco di una parrocchia numerosa, piuttosto povera, ma abbastanza vivace. Chiedo il suo benestare a che alcuni giovani della parrocchia partecipino ad un programma di formazione nella cui organizzazione sono coinvolto. Il benestare mi viene dato all'istante, con calore. Bene. Poi arriva la spiegazione: «Io incoraggio i miei fedeli ad andare dovunque possano trovare quello che cercano per la loro crescita spirituale. Se trovano quello che cercano in una moschea, vadano tranquillamente; se lo trovano in un gruppo protestante, li seguano pure».
In un'altra occasione entro nel recinto di una cattedrale. Incontro un sacerdote della zona. Vedo che ha appena finito di parlare con una persona che conosco: ha un'ottima reputazione, non è cristiana, ha un alto livello di istruzione e consapevolezza delle cose del mondo, si è mostrata ripetutamente interessata alla fede cattolica, e nulla permette di pensare che le sue ragioni che non siano genuine. «Quella signora - mi aggiorna il sacerdote - mi chiedeva di essere battezzata. L'ho scoraggiata, le ho spiegato che non è necessario: è sufficiente che viva bene secondo i dettami della religione in cui è stata educata, e che segua la sua coscienza».
Purtroppo questo modo di pensare è molto comune. Non mi stupirebbe se qualche lettore si stesse chiedendo cosa c'è di male in quelle risposte, oppure stia già archiviando il mio nominativo nella cartella "fondamentalisti".
Potrei fare numerose considerazioni, sono lì che spingono perché le lasci uscire dalla tastiera. Faccio invece una confessione: io stesso, fino ad alcuni anni fa, avrei detto e fatto cose simili ai due sacerdoti di cui sopra, i quali – lo so bene – hanno agito con le migliori intenzioni. Perché? Perché, sebbene nessuno abbia dato istruzioni esplicite, quell'atteggiamento relativista ("tutto va bene", "Dio è lo stesso per tutti", ecc.) andava per la maggiore tra noi cattolici.
Ed è ancora così, sebbene si vedano i segni di un cambio di direzione. Mi vengono in mente vari amici italiani che, fino a qualche anno fa, pensavano in quello stesso modo. Ora, anche a ragione del fatto di essere stati esposti all'immigrazione, sono più decisi nel tracciare i confini della propria identità di fede.
Anch'io, durante gli anni passati, ho fatto i miei passi. Ripensando al mandato del Papa ai giovani, vedo due modi concreti per dare una mano: 1) continuerò a studiare la mia fede per farla uscire da quei confini angusti in cui il relativismo l'ha chiusa e resa innocua; 2) condividerò questo mio cammino di ricerca con tutte le persone che mostrano un qualche interesse. Non siamo in pochi. Sono tante le persone che hanno iniziato a porsi queste domande. Da qualche tempo questa condivisione diventa sempre più proficua.
La fede cattolica è il tesoro più prezioso dell'umanità - anche se mi sembra che l'Unesco non l'abbia mai inserita tra i "patrimoni" da difendere. Io che l'ho ricevuta non ho diritto di tenerla per me. La posso scoprire, conoscere, gustare, vivere; ma anche offrire, come un dono. Se la considero il mio bene più prezioso, non è possibile che non desideri condividerla con i miei amici, con rispetto. Se non desidero offrirgliela, allora o 1) la mia fede non m'importa poi un granché; oppure 2) i miei amici non m'importano poi un granché.
Occorre guadagnarsela, la qualifica di missionario, lo vedo bene.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 22/10/2011

 
 
 

LA DANIMARCA APPROVA IL PROGETTO DI ELIMINARE TUTTI I DOWN

Post n°980 pubblicato il 20 Febbraio 2012 da lucfar1

di Gianfranco Amato

Nel suo prometeico tentativo di diventare una "società perfetta", la Danimarca sembra procedere a tappe forzate nel progetto di eliminare tutti i soggetti affetti dalla sindrome di Down. Nel 2004 il governo danese ha impresso una possente spinta a questa battaglia eugenetica offrendo la possibilità di ricorrere gratuitamente alle diagnosi prenatali per l'identificazione, e la conseguente eliminazione a mezzo aborto, dei nascituri "difettosi".
L'obiettivo pare sia quello di raggiungere il primato di unico Paese al mondo «Down Syndrome Free». Esiste anche una data entro cui realizzare il sogno: il 2030.
A rivelarlo è stato, sul finire di quest'anno, un articolo del giornalista Nikolaj Rytgaard apparso sul quotidiano danese Berlingske, con l'inquietante affermazione che «presto nascerà l'ultimo bambino danese affetto dalla sindrome di Down».
Se si considera, poi, che il mezzo da utilizzare per entrare nel Guinness dei primati è l'eliminazione fisica dei feti rischia di apparire alquanto sinistra l'entusiastica definizione di «impresa davvero straordinaria» data al progetto da Niels Uldbjerg, professore di Ginecologia e ostetricia all'Università di Aarhus. È l'eterna tentazione dell'uomo di raggiungere la perfezione senza Dio. Un sogno che è destinato – come la storia dimostra sempre – a trasformarsi in incubo.
Quel campione di realismo cristiano che fu Agostino d'Ippona l'aveva capito già 1.600 anni fa, quando, nel suo scritto Contra Academicos, affermava che l'uomo non può essere perfetto se non raggiunge il suo fine, che è quello di cercare con tutto l'impegno la verità di Dio. Ma spiegava pure che per quanto l'uomo cerchi di essere perfetto, è tuttavia destinato a restare sempre "umanamente uomo": «Perfectum, sed tamen hominem».
Tornando al tentativo danese, risulta difficile sottrarsi a qualche interrogativo.
Siamo davvero sicuri che possa considerarsi migliore una società composta da esseri umani geneticamente perfetti, in cui non ci sia più bisogno di sperimentare alcun sentimento di amore, di carità, di solidarietà nei confronti di soggetti deboli e indifesi, nella quale non sia più necessario comprendere e accogliere chi appare fisicamente diverso? In assenza di un valore etico, su cosa si fonda il criterio per stabilire chi debba far parte della razza geneticamente superiore autorizzata a eliminare quella geneticamente inferiore? Chi determina i requisiti per ammettere una persona nella 'società perfetta'? E chi garantisce i limiti di quei requisiti? Chi può escludere, ad esempio, che il prossimo passo in Danimarca non sia l'eliminazione dei nascituri affetti da diabete, da malattie cardiache, da cecità...? Siamo proprio sicuri che per raggiungere la perfezione occorra far prevalere la logica spartana del Monte Taigeto rispetto all'esortazione evangelica di amare il prossimo come se stessi?
Molti hanno avuto la fortuna di ascoltare all'ultimo Meeting di Rimini la toccante testimonianza di Clara Gaymard, la figlia di Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome di Down, detta anche trisomia 21. Parlando dei propri ricordi personali, Clara ha raccontato che un giorno un ragazzo trisomico di dieci anni si presentò allo studio di suo padre, piangendo convulsamente. La mamma di quel ragazzo spiegò che il figlio aveva visto un dibattito in televisione, in cui si discuteva della possibilità di eliminare i nascituri affetti da sindrome di Down. Il ragazzo gettò le braccia al collo di Lejeune, supplicandolo: «Dottore, vogliono ucciderci tutti; la prego ci protegga, siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli!». Fu da allora che Lejeune decise di dedicare la sua vita alla difesa di quelle fragili esistenze. Oggi Lejeune, purtroppo, non c'è più. Ma gli sterminatori di quelli che lui definiva «i miei piccoli» sono ancora in circolazione, e invocano sempre lo stesso pretesto: la realizzazione di una società perfetta.
Quella in cui, ovviamente, oltre all'imperfezione umana dev'essere bandito Dio.

Fonte: Avvenire, 05/01/2012

 
 
 

PISAPIA E VENDOLA

Post n°979 pubblicato il 20 Febbraio 2012 da lucfar1

di Riccardo Ghezzi

Il giorno del Ricordo è stato istituito per legge, la numero 92 del 30 marzo 2004. Approvata da una larga e trasversale maggioranza: 502 favorevoli, 4 astenuti e solo 15 contrari su 521 presenti. Da quel giorno il 10 febbraio è la data riconosciuta per onorare i martiri delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata, nonostante vi siano ancora tentativi di negazionismo o revisionismo. Scontata la provenienza politica dei 15 che nel 2004 hanno votato contro l'istituzione del Giorno del Ricordo: tutti di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, partiti spariti dal parlamento in seguito alle successive elezioni del 2008.
Tra costoro, però, qualcuno ha fatto carriera. Due soprattutto: Nichi Vendola, divenuto presidente della Regione Puglia nel 2005 (e confermato nel 2010), attualmente leader di Sel, e Giuliano Pisapia, sindaco di Milano dallo scorso anno. E c'era anche Giovanni Russo Spena, papà di quella Maurizia Russo Spena salita alla ribalta delle cronache per aver polemizzato con l'ex ministro Brunetta durante un convegno disturbato da una fantomatica "Rete dei precari" (come se i figli di papà potessero definirsi tali!)
Inutile stupirsi se il buon Giuliano Pisapia toglie la parola agli esuli, umiliandoli durante la cerimonia, o se Nichi Vendola dice di voler abbracciare i "fratelli" Musulmani e Rom ma alle vittime italiane finite nelle foibe proprio non pensa.
L'esito della votazione della proposta di legge per "l'istituzione del giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e della concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati (pdl 1874)" si può trovare sul sito della Camera. I 15 contrari sono stati, per ordine alfabetico:
Armando Cossutta, ex leader dei Comunisti italiani che attualmente si gode un lauto vitalizio, e che non ha mai apprezzato il dibattito interno alla sinistra sulle foibe, parlando addirittura di "revisionismo pericoloso";
Maura Cossutta, figlia del soggetto di cui sopra, approdata in parlamento per evidenti meriti di… parentela;
Titti De Simone, famosa (?) solo per aver fondato l'Arcilesbica a Bologna nel 1994, probabilmente i diritti degli omosessuali per lei valgono più di quelli degli esuli;
Elettra Deiana, feroce femminista attualmente facente parte della presidenza nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà;
Oliviero Diliberto, l'uomo che voleva portare la statua di Lenin a Roma e che in diretta tv ha dichiarato di essere fiero di odiare Berlusconi;
Alfonso Gianni, ex editorialista di Liberazione, anch'egli ora approdato in Sel, il partito di Vendola;
Francesco Giordano, detto Franco, ex segretario di Rifondazione, vendoliano doc, fondatore del "Movimento per la sinistra" poi confluito in Sel;
Ramon Mantovani, l'uomo che ha trasportato dalla Russia in Italia il terrorista curdo Ocalan. Accusato dal governo colombiano persino di avere contatti con le Farc;
Graziella Mascia, in prima fila nell'accusare la polizia in seguito ai fatti del G8 di Genova;
Giuliano Pisapia, il sindaco di Milano che toglie la parola agli esuli;
Marco Rizzo, l'ex pugile ed ex europarlamentare che recentemente ha esaltato il dittatore nordcoreano Kim Jong-il, scomparso a dicembre 2011;
Giuseppe Cosimo Sgobio, detto Pino, ex capogruppo alla Camera del Pdci;
Giovanni Russo Spena, ex Democrazia Proletaria, amico di Mario Capanna, nel 2004 ha anche dichiarato pubblicamente la sua solidarietà a Cesare Battisti;
Tiziana Valpiana, colei che nel 1998 ha cambiato idea all'ultimo momento, votando contro il governo Prodi, poi caduto per un solo voto;
Nichi Vendola, il due volte presidente della Regione Puglia che vuole abbracciare i fratelli Musulmani e Rom. [...]
Quale Paese merita di essere rappresentato in Parlamento da soggetti che non vogliono ricordare una pulizia etnica subita da connazionali? E quale Paese merita di avere un sindaco e un presidente di Regione che hanno votato contro l'istituzione del giorno del Ricordo?

Fonte: Qelsi, 11 feb. 2012

 
 
 
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