Un po' di noi...

Libri, articoli e altro di Andrea e Daniela

 

I NOSTRI LIBRI

- I personaggi più malvagi della storia di Milano
(2013)

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- Milano giallo e nera (2013)

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- Gli attentati e le stragi che hanno sconvolto l'Italia (2013)

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- Le famiglie più malvagie della storia (2011, II edizione)

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- 101 personaggi che hanno fatto grande Milano (2010)

  

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- Il grande libro dei misteri di Milano risolti e irrisolti (2006, III edizione)

 

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- Milano criminale (2005,  esaurito)

 

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I LIBRI DI DANIELA

- Le grandi donne di Milano (2007, II edizione)

  

- L'eterno ritorno, un pensiero tra "visione ed enigma" (2005)

 

I LIBRI DI ANDREA

I grandi delitti italiani risolti o irrisolti (NUOVA EDIZIONE AGGIORNATA, 2013)

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- Bande criminali (2009) 

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- I grandi delitti italiani risolti  o irrisolti (2005, esaurito)

 

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 - La sanguinosa storia dei serial killer (2003, esaurito)

 

 

 

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Renzi: «No al Mediterraneo CIMITERO del MONDO» E i morti di Mare Nostrum?

Post n°1747 pubblicato il 29 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Di ritorno dagli Usa, il premier affida lo sproloquio quotidiano a un videomessaggio, “dimenticando” una delle facce oscure dell’operazione. Intanto ne sono arrivati altri 354

di Andrea Accorsi

Di ritorno dagli Stati Uniti, Matteo Renzi affida il suo sproloquio quotidiano a un videomessaggio per ammonire che il Mediterraneo non dev’essere «il cimitero del mondo». Peccato che, anche grazie a Mare Nostrum, continui ad esserlo, con centinaia di immigrati che ogni giorno si affrettano a partire verso le nostre coste su ogni genere di imbarcazione, anche la più precaria, prima che finisca la bella stagione e contando sul passaggio loro gentilmente offerto dalla Marina Militare italiana. E con conseguenti altri naufragi, morti e dispersi: a meno di un anno dall’inizio della sciagurata operazione, le vittime si contano a migliaia.
È andata bene l’altra notte ai 118 clandestini (dei quali 68 uomini e 50 fra donne e bambini) di origine siriana soccorsi dalla Guardia costiera. Intorno alle 20 di venerdì è arrivata alla Centrale operativa di Roma, tramite un Gsm, la consueta richiesta d’aiuto da un motopesca che segnalava di essere in navigazione in prossimità delle nostre coste. Dopo aver individuato la posizione dei clandestini, la Centrale operativa ha inviato in zona due motovedette della Guardia Costiera e ha dirottato la motonave Diego, battente bandiera italiana. Raggiunto il barcone, a 123 miglia a sud-est di Portopalo di Capo Passero, nel Siracusano, la motonave ha atteso l’arrivo delle motovedette che, intorno alle 23.15, hanno effettuato il trasbordo dei clandestini, poi fatti sbarcare nel porto di Augusta alle 3 di notte.
Sempre ieri, nel porto di Pozzallo (Ragusa) sono arrivati in 166 a bordo di una nave battente bandiera panamense. Fra i sedicenti profughi anche 19 donne e venti minori. Due donne, in stato di gravidanza, sono state ricoverate nella divisione di ostetricia dell’ospedale di Modica.
«Noi vogliamo che il Mediterraneo sia il cuore dell’Europa e non il cimitero del mondo. Vogliamo che il Mediterraneo torni a essere il luogo dove persone di culture e religioni diverse possano tornare a dialogare e costruire quella pace che manca in Libia e in Palestina». Così il premier sull’aereo che lo riporta in Italia dopo la visita negli Usa. Il presidente del Consiglio ha ripercorso le tappe del suo viaggio, in particolare il palazzo dell’Onu «dove tante speranze sono riposte dai diseredati e senza diritti di tutto il mondo. Nel mio intervento alle Nazioni unite, portando la voce dell’Italia - ha aggiunto Renzi - ho voluto portare la dignità e l’orgoglio di 60 milioni di italiani. Ma ho voluto portare anche la voce degli 80 mila (in realtà quasi il doppio, nda) salvati dalla Marina nell’operazione Mare Nostrum, che sono stati strappati dal Mediterraneo». E regalati all’Italia.

dalla "Padania" del 28.9.14

 
 
 

Meno PIL per tutti La Germania frena, Francia al palo: l’Europa AFFONDA

Post n°1746 pubblicato il 25 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Rallenta la crescita del manifatturiero tedesco. Servizi in contrazione Oltralpe. E nel 2015 anche il deficit della virtuosa Danimarca sforerà il tetto del 3% del Pil

di Andrea Accorsi

Frena la Germania, la Francia è già ferma da un pezzo. E la piccola Danimarca annuncia che il suo deficit sforerà il 3 per cento del Pil nel 2015, in barba ai vincoli europei. È un quadro dalle tinte decisamente scure quello disegnato dagli ultimi dati sull’economia in Europa.
A settembre, l’indicatore chiave nella zona euro è sceso al livello più basso degli ultimi nove mesi. Il Purchasing Index (pmi) del settore manifatturiero e dei servizi è sceso al 52,3 a settembre, rispetto al 52,5 registrato ad agosto. Bisogna considerare che la quota 50 separa le fasi di espansione da quelle di contrazione dell’economia: si può allora comprendere quanto sia più vicina quest’ultima prospettiva.
In Germania, Paese che dovrebbe essere la locomotiva del Continente, lo stesso indice pmi che monitora l’andamento del settore manifatturiero è sceso questo mese a 50,3 da 51,4 di agosto, segnalando una crescita ai minimi da quindici mesi. Le attese erano per un calo più contenuto a 51,2.
L’indice pmi complessivo della Germania resta in espansione (si attesta a 54 punti dai 53,7 di agosto) grazie alla crescita di quello dei servizi, salito da 54,9 a 55,4 punti. Secondo l’istituto Markit che divulga questi dati, l’economia tedesca «continua ad espandersi», ma potrebbe «indebolirsi» nel terzo trimestre.
Sarà un caso, ma anche in Germania gli euroscettici sono in costante crescita. Dopo il debutto in tre parlamenti regionali dell’Est (Sassonia, Turingia e Brandeburgo), l’Alternative für Deutschland (AfD), partito anti-euro tedesco, ha raggiunto il 10% dei consensi in tutto il Paese.
«Non chiederei mai alla Germania di risolvere i problemi della Francia» ha confessato ieri il premier francese, Manuel Valls, al presidente della Confindustria tedesca (Bdi), Ulrich Grillo, che aveva affermato: «La Germania non è responsabile dei problemi della Francia e la Germania non deve risolvere questi problemi». La Bdi si è detta invece d’accordo con Parigi sulla necessità di investire, anche fondi pubblici, per sostenere la congiuntura europea.
Valls ha illustrato il progetto del suo governo, rilevando che «la Francia va avanti», ma sottolineando che «non accetterei mai che qualcuno mi dica che cosa fare», mentre ha definito «impossibile» per il suo Paese realizzare l’anno prossimo risparmi per 50 miliardi necessari per rispettare il Patto di stabilità. Valls ha anche detto di voler correggere presso una gran parte di tedeschi l’immagine di una Francia considerata «il malato» dell’economia europea: «Se la Germania è riuscita ad avere successo nelle riforme - ha detto il capo del governo francese -, perché anche la Francia non dovrebbe riuscire?».
In realtà, la Francia se la sta vedendo brutta. Il clima di fiducia degli imprenditori francesi si è indebolito a settembre. Non ha certo favorito il clima l’economia in stallo nel secondo trimestre di quest’anno, periodo nel quale il Pil d’Oltralpe ha registrato crescita zero, come nei primi tre mesi. Nel quarto trimestre del 2013, invece, il Pil aveva registrato una modestissima crescita dello 0,2%.
L’istituto di statistica francese ha tratteggiato il quadro di un’economia in rallentamento, facendo notare che, se il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato nel secondo trimestre dello 0,5% rispetto al primo, per le aziende francesi le cose continuano a peggiorare. L’attività del settore privato ha registrato un leggero calo a settembre: l’indice pmi è sceso a 49,1, rispetto a 49,5 di agosto. Sotto la fatidica quota 50 è sceso anche il settore dei servizi, a 49,4 a settembre rispetto a 50,3 di agosto.
I dati negativi dell’indice pmi di Germania e Francia a settembre hanno contribuito a trascinare al ribasso le Borse europee dopo la chiusura in perdita, l’altra sera, a Wall Street, e le tensioni geopolitiche con l’avvio del raid Usa in Siria.
Ultima notizia negativa della giornata, l’anno prossimo il deficit danese sforerà il tetto del 3% del Pil. Lo ha annunciato la banca centrale danese, rilanciando così il dibattito sulla necessità di rispettare i vincoli europei per uno dei Paesi fra i più virtuosi d’Europa in materia di conti pubblici.
A pesare sul disavanzo, una crescita inferiore alle attese, solo +0,8% nel 2014 (contro l’iniziale +1,5%) e +1,7% nel 2015 (contro il precedente +1,8%). Da qui un deficit al 3,2% il prossimo anno, contro il 2,9% atteso in precedenza.

dalla Padania del 24.9.14

 
 
 

FALLIMENTO ITALIA In 3 mesi ko 4 mila imprese, più colpito il Mezzogiorno

Post n°1745 pubblicato il 25 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Tra aprile e giugno procedure aumentate del 14,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Fra le cause tasse, burocrazia, crollo dei consumi e credit crunch

di A. A.

Nuova impennata dei fallimenti. Tra aprile e giugno, più di quattromila imprese hanno aperto una procedura fallimentare, segnando un incremento del 14,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013. È quanto emerge dai dati trimestrali diffusi dal Cerved, che evidenziano come la crescita a doppia cifra porta i default oltre quota ottomila se si considera l’intero semestre, +10,5% rispetto al livello già elevato dell’anno precedente e record assoluto dall’inizio della serie storica, risalente al 2001.
«Stiamo vivendo una fase molto delicata per il sistema delle Pmi italiane - commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved -. La nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato con successo la prima fase della crisi e che stanno pagando il conto del credit crunch e di una domanda da troppo tempo stagnante».
L’incremento più sostenuto si osserva fra le società di capitale, la forma giuridica in cui si concentrano i tre quarti dei casi, che superano nel primo semestre quota seimila. L’analisi condotta da Cerved mostra come i fallimenti riguardano tutta la Penisola.
«I tassi di crescita - prosegue De Bernardis - sono ovunque a doppia cifra ad eccezione del Nord-Est, in cui si registra un incremento del 5,5%, il livello più basso. In crescita del 14% rispetto al primo semestre 2013 i fallimenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, del 10,7% nel Nord-Ovest e del 10,4% nel Centro».
A livello settoriale, la maglia nera spetta ai servizi, con un aumento del 15,7%, in netta accelerazione rispetto al primo semestre del 2013. Continuano, anche se con ritmi più lenti, le procedure nelle costruzioni e nella manifattura: i fallimenti di imprese edili crescono nei primi sei mesi del 2014 dell’8,2%, mentre per le imprese manifatturiere l’aumento è del 4,5%.
Per Confcommercio i dati sui fallimenti «confermano che la crisi continua a dispiegare i suoi effetti, costringendo molte imprese, che finora hanno resistito, a chiudere. Tutti i territori e tutti i settori continuano ad attraversare una crisi senza precedenti che sta destrutturando il nostro sistema produttivo, pregiudicando anche le fragili prospettive di una ripresa che comunque arriverà solo nel 2015». È dunque «evidente che le imprese, per il perdurare della stagnazione dei consumi, per una pressione fiscale che non accenna a diminuire, per l’impossibilità di far fronte ai fabbisogni finanziari, come alla scarsa offerta del credito, e per il calo di fiducia, fronteggiano un quadro economico ancora di crisi strutturale».
Tasse, burocrazia, credit crunch e crollo dei consumi interni sono le cause che hanno messo in affanno l’artigianato anche per il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi. Secondo i dati dell’Ufficio studi della Cgia, tra il 2008 e il 2013 il costo dell’energia elettrica è aumentato del 21,3%, quello del gasolio del 23,3, mentre la Pubblica amministrazione ha allungato i tempi di pagamento di 35 giorni. Gli artigiani vivono dei consumi delle famiglie: dal 2008 al 2013 la contrazione di questi ultimi è stata fortissima, -6,6%. Sul fronte del credito la situazione è altrettanto preoccupante: in sei anni di crisi gli impieghi bancari alle imprese con meno di venti addetti sono diminuiti del 10%.

dalla "Padania" del 24.9.14

 
 
 

POPOLI PER LA LIBERTA'

Post n°1744 pubblicato il 23 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Oneto: «L’esito del voto in Scozia era del tutto prevedibile considerata la potenza di fuoco mediatica della controparte. La strada da seguire resta quella democratica della creazione del consenso»

di Andrea Accorsi

Gilberto Oneto, come giudica l’esito del voto in Scozia? Era prevedibile?

«Un famoso libro (Il Libretto rosso di Mao Tse-tung, nda) ci ricorda che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Neppure la secessione è un the con i pasticcini. Insomma non è roba facile, e trovare quasi la metà dei membri di una comunità che prende una decisione del genere senza la sollecitazione di qualche evento drammatico è miracoloso. Quindi, per quanto doloroso, si deve dire che sì, la cosa era del tutto prevedibile e probabile. Secondo la Legge di Murphy, se una cosa potrebbe andare storta, andrà storta. Se poi è anche difficile che vada diritta...».

Perché ha perso il sì?

«Per tutto quello che si è detto, cui si deve aggiungere la potenza di fuoco mediatica degli avversari, che si sono attaccati a tutto, senza escludere menzogne, minacce e ricatti. Staccarsi (proprio come divorziare) è una scelta psicologicamente difficile e non tutti hanno il coraggio e il vigore di farlo. In questo senso è illuminante la differenza antropologica tra i sostenitori delle due fazioni: da una parte gente tranquilla, timorosa e mediamente più anziana; dall’altra tipi baldanzosi, giovani ed entusiasti. I fautori del no hanno fatto qualche sobria festicciola: pensiamo a quale allegra baldoria avrebbe scatenato la vittoria dei sì. Insomma, ci vuole coraggio e non tutti ce l’hanno. Vengono in mente le parole di Braveheart: “Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi per avere l’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo, ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà?”».

Che cosa cambia ora nel cammino verso l’autodeterminazione dei popoli?

«La cosa ci toglie un po’ di facile entusiasmo, ma ribadisce che quella della libertà non può che essere una strada democratica e civile da perseguire tramite l’acquisizione del consenso della gente. Ora la Scozia è comunque più libera e - nessuna paura! - l’appetito viene mangiando, e la libertà è un delizioso manicaretto».

Il voto scozzese rafforza l’Europa?

«Questa Europa di burocrati, banchieri, statalisti, parassiti e massoni non può andare lontano perché verrà soffocata dagli escrementi che essa stessa produce: miseria, insicurezza, instabilità, ingiustizie... Prima del voto scozzese, Cameron aveva tuonato che la secessione sarebbe stata per sempre. Un po’ rincuorato, dopo il voto ha detto che anche l’unione sarà per sempre, ma sa benissimo che non è vero: ha solo rimandato il problema di qualche tempo. Se l’Europa avesse la dignità morale e culturale di un grande impero, saprebbe accogliere tutti i suoi popoli liberi. Ma è solo una prigione, e nessuna prigione resta in piedi per troppo tempo».

Quali prospettive si aprono per il prossimo voto in Catalogna e per le Regioni padane che aspirano all’indipendenza?

«Tutti devono capire che la libertà si ottiene solo convincendo la gente che “si può fare”, che l’indipendenza è comunque un vantaggio, moltiplicato dai fattori economici, dallo sfruttamento fiscale e dall’oppressione culturale. In Catalogna l’hanno capito da tempo e vanno diritti per questa strada. Che cosa succederà? Vedremo. Noi padani abbiamo perso tempo, abbiamo cambiato obiettivi, ci siamo divisi in conventicole litigiose. E, soprattutto, non abbiamo tenacemente battuto la strada della creazione del consenso mediante la diffusione di idee e di informazione. Prendiamo esempio dagli altri: abbiamo argomenti anche più concreti. Soprattutto abbiamo un avversario più subdolo e rodomontesco, ma sgangherato».

dalla Padania del 21.9.14

 
 
 

Scozia, caduto tabù sul REFERENDUM per l’indipendenza

Post n°1743 pubblicato il 23 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Maroni: «Spiace per il risultato ma è stata affermata la strada da percorrere». Zaia: «Una delle pagine più belle della democrazia, ora tocca al Veneto»

di A. A.

Speravano in un altro risultato. Ma rimarcano la lezione di democrazia offerta e guardano già avanti, alle prossime tappe lungo il loro cammino per l’autonomia. Alla vigilia della Manifestazione federale di Cittadella, nella quale prenderanno la parola per ultimi prima di Matteo Salvini, Roberto Maroni e Luca Zaia tornano sul risultato del voto in Scozia per la sua indipendenza dalla Gran Bretagna.
Il Governatore della Lombardia esprime il suo rammarico in quanto al risultato. Ma plaude al fatto che si sia affermato il principio di applicare lo strumento del referendum su un argomento di tale portata. «Spiace per il risultato - ha affermato Maroni ai microfoni di SkyTg24 - ma è stata affermata la strada del referendum. Plaudo a Cameron che ha consentito al popolo di esprimersi. È un tratto di civiltà europea che è applicata in Gran Bretagna ma non in altri Paesi, come in Italia o in Spagna».
Per il Governatore del Veneto, il referendum di giovedì scorso in Scozia «è un passaggio epocale: ha fatto crollare il tabù del referendum, ha cambiato il modo di guardare all’indipendenza e all’autonomia. Chiedere di potersi esprimere adesso è normale. O meglio: così dovrebbe essere. Dato che in Italia questo legittimo diritto non è consentito - afferma Zaia in una intervista al Gazzettino -. Dopo la Scozia c’è il Veneto. Poi viene la Catalogna. Il Veneto va avanti per la sua strada ancora più motivato. Difenderò fino in fondo i due referendum»: il riferimento del Governatore è ai quesiti referendari approvati dal Consiglio regionali ma impugnati dal governo davanti alla Corte Costituzionale.
«Faremo un percorso a tappe di avvicinamento - prosegue il Governatore veneto -, una road map talmente chiara e definitiva che per lo Stato il sentiero si stringerà ogni giorno di più. Sono un indipendentista pragmatico che vuol far le cose per bene».
Su come andrebbe a finire se si votasse in Veneto, Zaia mostra prudenza: «Sono convinto che l’area del sì è maggioritaria, ma non dobbiamo dare nulla per scontato, va consolidata».
Ancora Zaia osserva: «La democrazia inglese cozza contro la dittatura borbonica romana. Qui non si può chiedere ai veneti cosa ne pensano in merito all’indipendenza e all’autonomia». Quanto alla Scozia, «non ha perso. Ha sdoganato il concetto di referendum e di indipendenza. Si è scritta una delle pagine migliori della democrazia e non a caso si è svolta in Inghilterra e non Italia», ribadisce.

dalla "Padania" del 21.9.14

 
 
 

Campanella d’allarme PRECARI a spasso e cattedre VUOTE ma Renzi fa passerella

Post n°1742 pubblicato il 16 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il governo “occupa” gli istituti nel giorno in cui riprendono le lezioni tra propaganda, vuoti annunci e l’immancabile inno di Mameli

di Andrea Accorsi

Un altro show, l’ennesimo. La solita passerella un po’ furba, condita degli immancabili annunci. Ma pure di qualche contestazione. Con un’aggravante: il tutto sulla pelle di ignari bambini, che forse avranno un motivo in più per non ricordare con piacere il loro primo giorno di scuola.
Come minacciato, pardon annunciato da Renzi, il rientro in classe per gli studenti nella maggior parte delle regioni italiane è coinciso con il ritorno fra i banchi dei ministri del governo. Purtroppo non per prendere lezioni delle quali dimostrano di avere sempre più bisogno a mano a mano che procedono con il loro mandato, ma per una mera e un po’ grottesca operazione di propaganda.
«Altro che Corea del Nord, qui siamo alla farsa - sbotta Matteo Salvini -. Riaprono le scuole, con centinaia di cattedre vuote... ma intanto le cronache raccontano che, in una scuola toscana, i bambini hanno atteso schierati la ministra Boschi all’ingresso, e hanno cantato per lei l’inno di Mameli». Le stesse cronache precisano che la scuola scelta dal ministro delle Riforme istituzionali, e da lei frequentata in gioventù, era a Laterina (Arezzo).
Il premier ha invece optato per la scuola intitolata a don Pino Puglisi a Palermo, nel giorno del 21° anniversario della morte del sacerdote che osò sfidare la mafia. Renzi ha ascoltato l’inevitabile esecuzione dell’inno nazionale, suonato dall’orchestra della scuola, e ha consegnato dieci borse di studio agli alunni più meritevoli dell’istituto.
Fuoriprogramma sgradito per il capo del governo, il presidio di edili disoccupati ma soprattutto insegnanti precari che lo hanno accolto al grido di «buffone, buffone».
Matteo Renzi, da parte sua, è stato colpito da un improvviso attacco di annuncite. «Nella scuola ci sono 149 mila persone per le quali vi è un obbligo che siano assunte. E faremo di tutto perché lo siano - ha promesso riferendosi agli insegnanti precari -. Faremo di tutto per assumerle. Non vuol dire che le butteremo dentro, ma che stiamo cambiando il sistema per far sì che ciò avvenga. Ma occorre fare uno sforzo da parte di tutti per cambiare il sistema».
Rotto il ghiaccio, il premier è diventato un fiume in piena. «Tutti coloro i quali hanno assunto un diritto, ovvero quelli che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento, saranno assunti nel settembre 2015 con il nuovo anno scolastico. Però - ha aggiunto - dobbiamo cambiare le regole del gioco: noi siamo disponibili a portarvi dentro la scuola in modo definitivo e a smettere con la “supplentite”, che è stata una delle malattie della scuola, ma aiutateci a valorizzare il merito».
«Siamo qui - ha rincarato la dose - perché è la scuola che consente di far ripartire un Paese, perché oggi è l’anniversario della nascita e della morte di Padre Puglisi, perché noi vogliamo che tutti gli insegnanti e le famiglie nei prossimi due mesi discutano delle proposte del governo, perché per la prima volta nella storia repubblicana» eccetera eccetera.
«Cattedre vuote, precari a casa, bimbi soli - ribatte Salvini in un post intitolato “Disastro scuola” -. La Lega chiede ufficialmente a tutti i Provveditori di verificare, scuola per scuola, tutte le “presunte malattie” che stranamente hanno già colpito centinaia di insegnanti. E con i concorsi pubblici regionali, il problema si risolverebbe».

dalla Padania del 16.9.14

 
 
 

Oneto: così i POPOLI fanno TREMARE “quelli che contano”

Post n°1741 pubblicato il 15 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

«Il diritto di autodeterminazione è inalienabile: c’è, punto e basta. E se una comunità non vuole dipendere da un’altra, è naturale che sia un po’ xenofoba e populista»

di Andrea Accorsi

Gilberto Oneto, sul Corriere della Sera Massimo Nava sostiene che il diritto dei popoli all’autodeterminazione “non è eticamente negoziabile e non può essere rispettato a geometria variabile”. Che cosa significa?

«L’autodeterminazione è un diritto inalienabile e indisponibile, non può cioè essere limitato e neppure vi si può rinunciare. È una sorta di “libero arbitrio” dei popoli. C’è, punto e basta. E non può essere “modellato” o interpretato a seconda delle esigenze o delle circostanze. Si può tutt’al più discuterne le modalità tecniche di applicazione. Nava dice una cosa sacrosanta, che poi contraddice nel resto dell’articolo».

Secondo lo stesso autore, “le aspirazioni indipendentiste non vanno confuse con le spinte populiste e antieuropee” (sottinteso ma chiaro il riferimento, fra gli altri, alla Lega): è così?

«È proprio qui che il “politicamente corretto” del Corriere sconfina nella negazione dell’universalità del principio. Se l’autodeterminazione “non è negoziabile”, perché si comincia a fare dei distinguo sulla “qualità” (che poi è una opinione politica) di chi la vuole esercitare? Possono farlo solo quelli che sono biondi, hanno la cravatta e piacciono all’estensore dell’articolo? Il principio vale per tutti, anche per le comunità di cannibali, per gli infibulatori e per quelli che hanno il naso storto: nessuno può porre dei limiti. Nava nega il diritto agli xenofobi e ai populisti. Se la comunità A vuole l’indipendenza dalla comunità B, è piuttosto probabile che non abbia in grandissima simpatia i B, e sia perciò in qualche misura xenofoba, e vuole convincere della bontà della sua richiesta l’intero popolo degli A, quindi è populista».

L’Europa è davvero “silenziosa” e “distaccata” rispetto alle spinte disgregatrici che percorrono le entità statuali del Vecchio Continente?

«Neanche un po’. Ogni giorno Barroso minaccia sfracelli e agita il grembiulino contro tutti gli indipendentisti. Quando non possono ignorarli o minimizzarli, i grandi mezzi di comunicazione li demonizzano. Hanno inventato il sacro dogma dell’intangibilità dei confini: basta una scorsa alla storia per capire che è una balossata. In realtà, quello che lorsignori (e confratelli) ritengono sacro e intangibile è il loro potere, sono le loro finanze e il loro scarso rispetto per la democrazia che trovano scomoda. È il suo bello: più è scomoda, più è democrazia».

Esiste un concreto rischio di “balcanizzazione” dell’Europa, se “nessun divorzio è indolore”?

«Un’altra corbelleria che appartiene al repertorio della conservazione. I Balcani sono da sempre un luogo di turbolenze: proprio le “indipendenze” lo hanno reso più tranquillo. E anche prospero: perché tutte le nuove “indipendenze” hanno migliorato le proprie condizioni economiche. È vero che “nessun divorzio è indolore”, ma le cattive convivenze sono molto peggio. Nell’articolo di Nava si parla di Scozia, un po’ di Catalogna e di qualche altro, ma è evidente che pensieri e paure vanno alla Padania, che non viene mai nominata. Tutti “quelli che contano” fingono in questi giorni di interessarsi alle Highlands, ma in realtà temono per la terra che hanno sotto i loro piedi».

dalla Padania del 14.9.14

 
 
 

Padova, i primi 100 giorni di Bitonci sindaco: «Migliorata la vita di tutti»

Post n°1740 pubblicato il 13 Settembre 2014 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

«La città sta cambiando: lo riconoscono anche i cittadini che ci fanno sentire il loro appoggio. I divieti? Per dare davvero opportunità servono regole»

di Andrea Accorsi

Sindaco Bitonci, il suo mandato è arrivato ai primi cento giorni. Che cosa è cambiato a Padova?

«In cento giorni abbiamo ridotto gli stipendi di assessori e sindaco, abbiamo tagliato le auto blu, chiuso un bilancio non nostro, riuscendo anche, per la prima volta, a tagliare le tasse. Abbiamo dato il via a una serie di consultazioni con i residenti per ridiscutere scelte di mobilità imposte dalla precedente Amministrazione, che non aveva tenuto conto delle reali esigenze della città. Grazie al lavoro della Giunta siamo stati capaci, in attesa dell’approvazione definitiva da parte del Consiglio comunale del nuovo regolamento di polizia urbana, di ridurre drasticamente il fenomeno dell’abusivismo commerciale, concentrandoci nella lotta al degrado».

“Cambiamo Padova”, del resto, era il suo slogan...

«Ci ha accompagnato durante la campagna elettorale e ad esso quotidianamente ci ispiriamo. Ora Padova sta cambiando: non lo dice solo l’Amministrazione, lo ripetono anche i cittadini che ci fanno sentire il loro appoggio».

A differenza di Napoli, qui le regole si fanno rispettare. Anche se certa stampa parla di “città dei divieti”: è così?

«No. Padova non è la città dei divieti, ma delle opportunità. E perché le opportunità siano davvero per tutti, devono esserci regole. Dove le regole mancano o non sono rispettate, regnano arbitrio e sopraffazione».

Rientra in questo ambito anche il - da taluni contestato - nuovo regolamento di polizia urbana? Ricordiamo che esso prevede misure severe contro chi, tra l’altro, lorda il suolo pubblico, lancia uova o farina, ospita in casa un numero eccessivo di persone, si sdraia sulle panchine, circola con abiti che offendono il comune senso del pudore, si bagna in una fontana, sale sugli alberi...

«Il nuovo regolamento di polizia urbana, licenziato dalla Giunta, è uno strumento che consentirà di migliorare la vita di tutti, dando a tutti nuove opportunità, a scapito di maleducati, balordi e professionisti dell’illegalità. Invece di interpretare le novità sostenute dalla nuova Giunta, certa stampa tenta di sbeffeggiare il nostro operato, senza accorgersi che, così facendo, sbeffeggia le richieste dei cittadini e definisce negativamente se stessa. La sinistra si presta al gioco, incapace di trovare una sintesi tra la camicia bianca di Renzi e le urla dei centri sociali».

Perché se certi regolamenti li fanno i sindaci del Pd vanno bene, ma se li fa un sindaco della Lega sollevano polemiche?

«Perché un sindaco della Lega dà fastidio. A Padova il risultato elettorale delle recenti Amministrative parla chiaro. I cittadini hanno votato il cambiamento, promuovendo un programma elettorale che stiamo realizzando punto dopo punto. Cosa strana, veniamo attaccati per provvedimenti che, in parte, sono in vigore in altre città amministrate dalla sinistra, quali Vicenza, per restare in Veneto, o Bologna. Le polemiche strumentali non ci interessano: noi siamo al servizio dei cittadini».

A proposito di cittadini: che cosa li attende da qui alla fine dell’anno fra i provvedimenti più importanti che prenderà la sua Giunta?

«La prossima settimana daremo ai padovani un nuovo regolamento per l’assegnazione delle case popolari. Privilegeremo quella classe di esclusi dalle precedenti Amministrazioni, che hanno premiato, per vizio ideologico, una categoria specifica di persone, dimenticandosi dei padovani. Per ristabilire un minimo di giustizia sociale, nelle assegnazioni inseriremo il criterio di anzianità di residenza, secondo uno schema che preveda più punti per chi vive a Padova da 5, 7, 10 e 15 anni. Successivamente daremo il via a tutta una serie di opere pubbliche che la città attende da anni e la sinistra non ha mai saputo realizzare, per incapacità di fare sintesi o per mancanza di visione».

dalla Padania del 13.9.14

 
 
 

Ue, nuove sanzioni contro la RUSSIA Putin: inefficaci

Post n°1739 pubblicato il 13 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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Colpite aziende dell’energia e della difesa. Errori nella lista pubblicata da Bruxelles. Trema il sistema della moda: a rischio esportazioni per 2,3 miliardi

di A. A.

Sono entrate in vigore ieri le nuove sanzioni decise dalla Ue contro la Russia a causa della crisi ucraina. Prevedono il blocco dell’accesso ai mercati finanziari Ue per le società energetiche Rosneft, Trasneft e Gazprom Neft, come per alcune industrie del settore della difesa quali Opk Oboronprom, Uralvagonzavod e United aircrat corporation.
Proibita poi la vendita di beni “dual use”, che possono cioè essere usati a scopo civile e militare, a nove aziende del settore della difesa, fra cui quella produttrice dei kalashnikov e Almaza-Antey, che fabbrica il sistema missilistico Buk che potrebbe essere stato utilizzato nell’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines nell’est dell’Ucraina il 17 luglio, in cui sono morte tutte le 298 persone a bordo. Proprio ieri il capo della Procura olandese Fred Westerbeke, responsabile dell’inchiesta internazionale, ha detto che lo scenario «più probabile» è l’abbattimento avvenuto da terra.
Bruxelles ha inoltre deciso di inserire altre 24 persone nella lista degli individui russi e ucraini colpiti dal congelamento dei beni e dal bando dei visti, portando a 119 il totale. Fra questi ci sono Alexander Zakharchenko e Vladimir Kononov, rispettivamente premier e ministro della Difesa dell’autoproclamata repubblica di Donetsk. Nella lista nera sono finiti anche il leader ultranazionalista russo Vladimir Zhirinovsky, Sergei Chemezov, capo della holding per lo sviluppo di armi e tecnologia Rostec, e alcuni parlamentari russi.
La lista delle nuove sanzioni pubblicata sulla Gazzetta ufficiale contiene diversi errori. Zhirinovsky, ad esempio, non è nato il 10 giugno 1964, come riporta il bollettino, ma esattamente diciotto anni prima, nel 1946. E non è nato ad Eidelshtein, in Kazakhstan, ma ad Alma-Ata (poi rinominata Almaty nel 1993): Eildeshtein era il cognome del padre. Nella lista anche errori di spelling: il nome di Gennady Tsypkalov, indicato come il «primo ministro» dell’autoproclamata Repubblica di Luhansk, viene scritto “Tsyplakov”.
«Le sanzioni come strumento di politica estera sono poco efficaci e non hanno mai portato ai risultati attesi»: questo il commento del presidente russo Vladimir Putin. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha dichiarato che la Russia risponderà alle nuove sanzioni Ue «con calma, in modo adeguato e tenendo conto come prima cosa della difesa dei suoi interessi».
Il direttore generale di Sistema Moda Italia, Gianfranco Di Natale, teme riflessi sul settore abbigliamento-moda-tessile, il cui export verso la Russia vale 2 miliardi e 300 milioni di euro. «Preoccupazione» esprime anche Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio.

dalla "Padania" del 13.9.14

 
 
 

L’inchiesta in EMILIA getta il PD nel CAOS: salta direzione nazionale

Post n°1738 pubblicato il 12 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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Il segretario regionale Bonaccini davanti ai pm: «Chiarito ogni eventuale addebito, sono sereno»

di Andrea Accorsi

Primi scossoni interni al Pd dopo il terremoto alle Regionali in Emilia-Romagna. La Direzione nazionale del Pd, convocata per oggi, è stata rinviata a martedì prossimo. All’odg della Direzione la nuova segreteria ma, dopo gli ultimi sviluppi, anche quanto sta accadendo proprio in Emilia.
Ambedue candidati a succedere al Governatore Vasco Errani, il parlamentare ed ex presidente dell’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna Matteo Richetti e il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini hanno reagito in maniera opposta al loro coinvolgimento nell’inchiesta per le cosiddette “spese pazze” dei gruppi consiliari regionali, che li vede accusati di peculato. Il primo ha rinunciato alla corsa per le primarie regionali del Pd, in calendario il 28 settembre, mentre l’altro è rimasto in gara.
«Ho sentito il sostegno dal partito nazionale e da tutto il gruppo dirigente» ha detto Bonaccini, che ieri pomeriggio, su sua richiesta, è stato ascoltato dai pm in Procura a Bologna per chiarire la sua posizione nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato per peculato.
«Non ho sentito Renzi» ha aggiunto il segretario regionale pidino, che si è detto «determinato a proseguire perché so come mi sono sempre comportato in questi anni. Ero sereno prima e sono ancora più sereno adesso, perché penso che abbiamo potuto dare spiegazioni per qualsiasi eventuale addebito».
La cifra che gli viene contestata dai magistrati ammonta a meno di 4 mila euro in 19 mesi, soldi relativi a rimborsi chilometrici e spese per pranzi e cene. Così almeno secondo quanto reso noto dal suo legale, avvocato Vittorio Manes.
In precedenza, lo stesso Bonaccini aveva difeso il proprio operato su Twitter: «Già in altra occasione fu riconosciuta mia correttezza - ha scritto -. Ho fiducia nei giudici e nella mia onestà». Il riferimento del segretario regionale del Pd è alla passata inchiesta sul caso dell’affido in gestione di un chiosco in un parco pubblico a Modena, per il quale fu prosciolto da ogni accusa. Ma buona parte del popolo del web sembra non aver gradito la sua scelta di rimanere in corsa per le primarie del partito in vista delle elezioni regionali.
Sul suo profilo Facebook sono comparsi commenti di disappunto e contrarietà alla sua scelta. C’è chi cita il filosofo Alexis de Toqueville, ricordando che «la democrazia nelle mani sbagliate rischia di diventare la peggiore delle dittature» e chi traduce il proprio pensiero in una poesia in rima: «Bonaccini non abiura, tiene la candidatura. Posizione che addolora, buona al più per qualche ora. La questione principale è che il ruol di presidente, lo ricopra una figura col miglior coefficiente, sia di spirito morale che di stato intellettuale».
La richiesta più ricorrente è quella di ritirarsi dalla competizione. «Non è vergognoso che lei non si dimetta? L’onestà prima di tutto»: è una delle tante frasi lasciate in bacheca dagli internauti.
«Matteo Richetti ha fatto una scelta che ha motivato soprattutto con ragioni politiche: la ricerca di unità del partito in un momento così difficile. Stefano Bonaccini ha detto che chiarirà. Ho piena fiducia in entrambi, aspettiamo di vedere cosa succede, si tratta di indagini in corso» ha detto il deputato Pd Stefano Fassina, mentre il responsabile economico del partito di Renzi, Filippo Taddei, respinge l’accusa di «giustizia a orologeria» mossa da qualcuno ai magistrati, dopo gli annunci sulla riforma della giustizia. «Da parte della magistratura non c’è dolo - sottolinea Taddei - anche perché un avviso di garanzia non è una condanna. Penso anzi che questi provvedimenti nei confronti di Richetti e Bonaccini siano motivo di imbarazzo per la magistratura in un momento come questo in cui il Pd si appresta a fare le primarie in Emilia-Romagna».
Per Pier Luigi Bersani «il partito in Emilia è in condizione di uscire da questo guaio, assolutamente in grado di uscirne. È una storia di innovazione e percorso che non sono questi incidenti in grado di comprometterla». E a chi gli chiede se potrebbe candidarsi, l’ex segretario ribatte: «Per l’amor di Dio, ho fatto sedici anni, credo di aver già dato».
Stesso rifiuto arriva da fonti vicine all’ex premier Romano Prodi in merito all’ipotesi che il Professore possa inserirsi nella corsa per la presidenza dell’Emilia-Romagna: «No, nel modo più assoluto. È un’ipotesi totalmente destituita di fondamento». Una (possibile) disgrazia in meno.

dalla Padania dell'11.9.14

 
 
 

Forza Italia ci riprova: «Lega e Ncd, uniamoci» Salvini: MAI con Alfano

Post n°1737 pubblicato il 12 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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Prove tecniche di centrodestra sulla base dei programmi comuni. Toti: «È l’alleanza che già regge Lombardia e Veneto...». Brunetta: «Col Carroccio firmati anche dei referendum»

di A. A.

«Solo uniti si vince». È il nuovo appello di Forza Italia a Ncd e Lega per ricostruire la coalizione di centrodestra alle Regionali e gettare le basi per le prossime Politiche. Ma Salvini conferma: mai con Alfano & C., né in Emilia-Romagna né a livello nazionale.
Al termine di una riunione del tavolo azzurro per la scelta dei candidati-governatore, Giovanni Toti, Altero Matteoli, Paolo Romani e Renato Brunetta tendono la mano ad Angelino Alfano e “avvertono” anche la Lega. Bisogna provare a marciare compatti, come una volta, predicano Fi e Ncd, altrimenti si rischia la «balcanizzazione del centrodestra» a vantaggio del Pd renziano e dei grillini.
Brunetta conia addirittura uno slogan: «Uniti si vince e si cambia anche al meglio il Paese». Ed elenca tutti i motivi per una ritrovata alleanza con gli alfaniani: la sicurezza, il lavoro («vale a dire la riforma del mercato del lavoro: il superamento dello statuto dei lavoratori, il superamento dell’articolo 18, più flessibilità in entrata, più flessibilità in uscita»), la giustizia, la politica estera, il fisco («parlo, per esempio, della flat tax, abbiamo addirittura insieme alla Lega firmato dei referendum abrogativi sulle tematiche  fiscali»).
Per Matteoli «nel centrodestra ci sono molte più cose in comune che differenze. Lo so che nulla è facile - aggiunge -. È complicato ritrovarsi con noi per una forza di governo che ora sta con la sinistra, ma affrontiamo le trattative con la vecchia coalizione, con uno spirito di collaborazione e con la volontà di ricostruire il centrodestra». Il presidente del “Comitato azzurro sulle alleanze” lancia poi l’altolà: «Non facciamo accordi a macchia di leopardo, queste geometrie non ci interessano. L’accordo si fa dappertutto, in tutte le regioni, o niente».
Da canto suo, Toti non ha dubbi: «Le elezioni regionali sono un fine per fare diverse cose, ma anche un mezzo per ricostruire un percorso che non si esaurisce con questa esperienza. Sono la premessa per ricostruire l’alleanza di centrodestra». L’europarlamentare punzecchia così il Carroccio: «In Lombardia e Veneto i leghisti sono già alleati con il Nuovo centrodestra». E si rivolge direttamente al Segretario federale: «Vorrei ricordare a Salvini che la Lombardia e il Veneto sono rette da un accordo tra Fi, Lega e Ncd e che Maroni in Lombardia si regge grazie anche ai 9 voti di Ncd...».
Toti rilancia, quindi, la coalizione pensando a un futuro accordo su base nazionale: «Oggi inizia un percorso. I nostri ex alleati sono ora su posizioni diverse, ma noi crediamo, come Fi, di avere il dovere, in quanto primo partito del centrodestra, di tentare di trovare una sintesi fra i vari partiti. Le posizioni non sono così distanti». Anche Romani è fiducioso che si possa ricostruire l’alleanza di centrodestra: «Il segnale che vogliamo dare è quello di fare un lavoro accurato, che tenga conto di tutte le sensibilità espresse dal territorio».
La doccia fredda sulle loro aspettative arriva dal Segretario del Carroccio. «Non può essere alternativo a Renzi chi sostiene Renzi -ribadisce Matteo Salvini -. Un conto sono gli accordi a livello locale, ma a livello nazionale non se ne parla. Con il ministro Alfano che ha la delega all’invasione e che blocca gli stipendi alle forze dell’ordine, io non ho niente a che fare». Anche in Emilia «la Lega non sarà alleata con Ncd».

dalla "Padania" dell'11.9.14

 
 
 

Sbarchi LOW COST Dagli scafisti sconti per LE FAMIGLIE

Post n°1736 pubblicato il 10 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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La tariffa standard per la traversata dalla Libia a bordo di barconi era di 2.800 dollari per ogni adulto, con riduzioni per i nuclei familiari con minori

di Andrea Accorsi

Sconti famiglia per gli immigrati clandestini che vogliono intraprendere il viaggio in mare alla volta dell’Europa. È l’ultima novità degli scafisti in merito alle tariffe per il trasbordo sui “barconi”, tariffe che normalmente ammontano tra gli 800 e i 3.000 dollari a testa.
Lo hanno accertato gli investigatori della squadra mobile di Ragusa durante le indagini che hanno portato al fermo, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di quattro presunti scafisti egiziani. I fermati - Mohammed Fathi Abdi, di 24 anni, Mohammed Hassan Sadek, di 25, Amir Ibrahim Mohamed, di 24 e Ahmed Hamida, di 23 - sarebbero i componenti l’equipaggio dell’imbarcazione con a bordo 244 clandestini siriani, fra i quali molti minorenni e neonati, soccorsa domenica scorsa in acque internazionali da una motovedetta dalla Capitaneria di porto e poi fatti sbarcare a Pozzallo (Ragusa) dal mercantile “Nos Taurus”.
Secondo quanto dichiarato dai testimoni, gli organizzatori hanno incassato 2.800 dollari per ogni passeggero adulto, per un totale di 700 mila dollari, ma avrebbero praticato riduzioni del prezzo per i nuclei familiari. Il costo del viaggio per le famiglie variava da caso a caso a seconda del numero di persone dalle quali era composta, oltre che dal numero e dall’età dei minorenni. Gli investigatori hanno provato a far confessare i presunti scafisti, che però si sono chiusi nel silenzio.
Con l’arresto dei quattro presunti scafisti egiziani, salgono a 120 gli scafisti arrestati dall’inizio dell’anno a Pozzallo, secondo quanto comunica la questura.
Le indagini hanno permesso di appurare che un gruppo di clandestini era partito dall’Egitto e un altro era in Libia, pronto per ricongiungersi davanti alle coste di quest’ultimo Paese per affrontare il viaggio. I migranti hanno cambiato barca più volte e poi, una volta in acque internazionali, hanno chiesto soccorsi. Considerate le condizioni del natante, la vita degli occupanti era in serio pericolo. Ancora una volta, in loro aiuto sono intervenuti alcuni dei mezzi navali coinvolti dall’ottobre scorso nell’operazione Mare Nostrum.

dalla Padania del 10.9.14

 
 
 

Ocse: sale la disoccupazione Giovani, RECORD negativi in molti Paesi dell’Eurozona

Post n°1735 pubblicato il 10 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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I senza lavoro sono 44,8 milioni: 10,2 in più rispetto al 2008. G20: ripresa compromessa almeno fino al 2018

di A. A.

Il tasso di disoccupazione nell’area dell’Ocse è salito dal 7,3 per cento di giugno al 7,4% a luglio. Lo rende noto l’organizzazione internazionale con sede a Parigi.
Nell’area dell’Ocse a luglio i disoccupati sono 44,8 milioni: 5,1 milioni in meno rispetto al picco di aprile 2010, ma sempre 10,2 milioni in più rispetto a luglio 2008. Nell’area dell’euro il tasso di disoccupazione è rimasto stabile all’11,5%. In Italia, rileva l’Ocse, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 0,3 punti a 12,6%.
Il tasso di disoccupazione giovanile nell’area dell’Ocse è stabile al 14,9%: 2,4 punti percentuali al di sotto del livello osservato nel picco di ottobre 2009, ma 1,9 punti in più rispetto al livello di luglio 2009. Il tasso di disoccupazione giovanile è «eccezionalmente elevato» in alcuni Paesi dell’area dell’euro: in Spagna è al 53,8%, in Grecia al 53,1% (a maggio), in Italia al 42,9%, in Portogallo al 35,5% e in Slovacchia al 31,7%.
Nei Paesi del G20, l’ampia e persistente mancanza di posti di lavoro, sia in termini di quantità che di qualità, sta compromettendo la ripresa della crescita economica. È quanto sostiene il rapporto preparato da Ilo, Ocse e Banca mondiale per la riunione dei ministri del Lavoro che si terrà oggi e domani a Melbourne, in Australia.
Nonostante qualche recente miglioramento, la lenta ripresa dalla crisi finanziaria dimostra che molte economie del G20 stanno ancora affrontando il problema della mancanza di posti di lavoro, che persisterà almeno fino al 2018.
Con oltre 100 milioni di persone ancora disoccupate nei Paesi del G20 e 447 milioni di “lavoratori poveri” che vivono con meno di 2 dollari al giorno nelle economie emergenti del G20, la fragile performance del mercato del lavoro sta minacciando la ripresa economica in quanto frena sia i consumi che gli investimenti.
Dal rapporto emerge che, nella maggior parte dei Paesi G20, la crescita dei salari è rimasta molto indietro rispetto alla crescita della produttività, mentre le disuguaglianze salariali e di reddito sono rimaste elevate se non addirittura aumentate. In molte economie avanzate del G20, i salari reali sono in stagnazione, o addirittura diminuiti.
«Il lavoro è alla base della ripresa economica - afferma il rapporto -. I Paesi del G20 hanno bisogno di più posti di lavoro e di migliore qualità per avviare una crescita sostenuta e garantire il benessere delle loro società».

dalla "Padania" del 10.9.14

 
 
 

Una nuova città di CLANDESTINI ogni finesettimana

Post n°1734 pubblicato il 09 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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Sbarcati più di duemila in pochi giorni. Trenta siriani fuggono da hotel in Sardegna, allarme disordini nel centro di Caltagirone

di Andrea Accorsi

Sono più di duemila i clandestini soccorsi nel canale di Sicilia dalle navi della Marina militare e dalle motovedette delle Capitanerie di porto nello scorso fine settimana nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum.
A bordo del pattugliatore “Sirio” ci sono 370 immigrati recuperati in quattro interventi di soccorso da altrettanti gommoni a sud di Lampedusa. Ieri si è concluso il soccorso di altri 416 da parte della nave mercantile maltese “Apageon” con l’ausilio della nave “Fiorillo” e di due motovedette della Guardia costiera, mentre in mattinata è stata intercettata e scortata fino al porto di Pozzallo (Ragusa) una imbarcazione con circa 160 clandestini.
Domenica, la fregata “Euro” ha sbarcato a Reggio Calabria 616 persone, fra le quali una bimba nata a bordo subito dopo il soccorso della mamma, e altri 90 clandestini su un gommone. Sabato, nel porto di Messina, la nave “Chimera” ha sbarcato 283 immigrati. Agenti della squadra mobile della Questura hanno fermato tre presunti scafisti, un eritreo di 25 anni e due senegalesi di 22 e 25 anni. I tre sono stati individuati grazie a numerose testimonianze e riscontri oggettivi.
Al conteggio degli sbarchi vanno aggiunti i 184 imbarcati dal pattugliatore “Borsini”. Totale: 2.119 clandestini. Si ha poi notizia di un barcone di clandestini partito dal porto tunisino di Chebba al Mahdi e diretto in Italia, che è affondato poche miglia al largo della costa nordafricana. Una motovedetta ha tratto in salvo i migranti insieme a una unità navale di Monastir.
La presenza di migliaia di immigrati continua a creare gravi problemi al Sud. L’altra notte, trenta profughi siriani ospiti in un hotel di Sadali, in provincia di Nuoro, hanno abbandonato volontariamente la struttura. Dei 36 arrivati in Sardegna con un volo charter dalla Sicilia, ne sono rimasti nella struttura solo sei. Lo stesso avevano fatto altri 50 loro connazionali, il 25 agosto scorso.
Allarme ordine pubblico per i ripetuti disordini nel centro di accoglienza di Caltagirone (Catania). A lanciarlo il sindaco Nicola Bonanno, che ha chiesto al prefetto di Catania, Maria Guia Federico, l’allontanamento di undici nigeriani richiedenti asilo dalla struttura. Una richiesta giunta, spiega il primo cittadino, «a seguito dei disordini avvenuti il 25 e 28 agosto e il 1° settembre, e del comportamento gravemente violento da loro assunto». Il consorzio che gestisce i servizi nel centro ha comunicato di reputare «impossibile il proseguimento del percorso di accoglienza a causa di gravi e reiterate violazioni delle norme interne al progetto».
A Bari, una cinquantina di persone hanno bloccato il traffico contro la soppressione della fermata dell’autobus della linea 19, disposta per evitare che in quel punto salgano i clandestini del Cara, dopo i disordini di due settimane fa tra questi e baresi.

dalla "Padania" del 9.9.14

 
 
 

TAGLIARE la P.A. va bene, ma non rimanga uno slogan e sia fatto CON METODO

Post n°1733 pubblicato il 08 Settembre 2014 da accorsiferro
 
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Garavaglia: «Limitarsi a bloccare gli stipendi non farebbe altro che ridimensionare il Pil. Meglio un blocco secco del turnover negli Enti in sovrannumero, come il Comune di Napoli»

di Andrea Accorsi

Per Matteo Renzi «è doveroso fare dei tagli alla macchina pubblica dove c’è troppo grasso che cola». Nel suo intervento durante l’inaugurazione delle Rubinetterie Bresciane Bonomi a Gussago, in provincia di Brescia, il presidente del Consiglio ha ricordato la scelta del governo di inserire un tetto allo stipendio dei dirigenti pubblici, ma ha anche ricordato il dovere di semplificare le norme per le imprese e di ridurre la pressione fiscale. «Purché non rimanga l’ennesimo slogan» commenta l’assessore all’Economia della Regione Lombardia, Massimo Garavaglia. Che avverte: attenzione, tagli sbagliati potrebbero rivelarsi controproducenti.

Assessore Garavaglia, che cosa pensa dei tagli alla «macchina pubblica» auspicati da Renzi?

«Renzi, per una volta, ne dice una giusta. Noi in tempi non sospetti avevamo già sollevato il tema della necessità di un dimagrimento della Pubblica amministrazione a Torino, quando abbiamo aggiornato il programma della Lega (agli Stati Generali del Nord del settembre 2012, nda). Allora avevamo proposto di ridurre di un milione di posti il contingente della P.a. Ma il tema, semmai, è un altro».

Quale?

«Come arrivare a questi obbiettivi e quali risultati ed effetti ci si propone. Perché ridurre la P.a. solo per ridurre la spesa avrebbe per assurdo un effetto negativo».

Com’è possibile?

«Ad esempio, tagliare di 3 miliardi la spesa del personale della Pubblica amministrazione quando il buco tra entrate e uscite è di 40 circa, avrebbe un unico effetto: quello di ridurre la crescita del Pil nella misura dello 0,2 per cento».

La Pubblica amministrazione è fatta di grandi numeri, posti fissi, sacche di privilegio nelle retribuzioni. Da dove cominciare per risparmiare davvero?

«Si tratta di intervenire in maniera precisa, applicando i costi standard con l’obbiettivo di ridurre i costi delle amministrazioni in sovrannumero e ridurre di conseguenza la fiscalità di questi Enti».

Non c’è il rischio di ripetere quanto sta succedendo alle Province, abolite ma senza nessun taglio al personale?

«Questo più che un rischio è una certezza. Quello di Renzi si propone come l’ennesimo slogan, senza avere dietro uno straccio di ragionamento e di progetto. Limitarsi a bloccare gli stipendi avrebbe l’unico risultato di ridurre la crescita del Pil. Occorre piuttosto intervenire in maniera selettiva, applicando un blocco secco del turnover laddove siamo in sovrannumero. Non è difficile».

Però bisogna volerlo fare...

«Per capirci: il Comune di Napoli ha un costo del personale pro capite, tenendo conto del numero di dipendenti per abitanti, di circa 440 euro. Lo stesso costo per la Regione Lombardia è di 17 euro. Quindi è facile capire dove intervenire. In questo modo si ridurrebbe il costo dei servizi erogati e ci sarebbe quindi una minore tassazione».

Eppure il governo, per contro, vuole stabilizzare 150 mila insegnanti. Com’è possibile?

«Fare un’operazione del genere in modo lineare è folle. Bisogna abbinare il numero del contingente al numero degli alunni e alla qualità del servizio erogato. Oggi le Regioni del Sud hanno un indice Ocse Pisa (un coefficiente dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che valuta qualità dell’insegnamento e livello di preparazione degli alunni nei principali Paesi industrializzati, nda) in linea con i Paesi in via di sviluppo, mentre al Nord siamo in linea con i Paesi del Nord Europa, pur avendo un numero di insegnanti per alunni molto piu basso. Significa che anziché assumere per assumere, devi assumere dove serve. Ma soprattutto devi assumere personale di qualità. E magari pagarlo anche di più».

I sindacati di polizia hanno riproposto la questione della riorganizzazione dei tanti (troppi) corpi di sicurezza. In che modo?

«È fuori di dubbio che ci sia la necessità di razionalizzare e di un migliore coordinamento. Oggi che le Province sono state abolite, pardon, che hanno cambiato nome, c’è da fare un ragionamento sulla polizia provinciale. Ha ancora senso? A questo punto, probabilmente è meglio portare questo corpo a livello regionale. E fare un po’ di razionalizzazione».

L’Associazione bancaria italiana (Abi) si vanta del fatto che le banche hanno erogato quasi 5 miliardi di finanziamenti alle piccole e medie imprese nell’ambito dell’iniziativa “Progetti investimenti Italia” da gennaio 2013 a oggi. È tanto o poco?

«È una goccia nel mare. I dati purtroppo sono drammatici: dal 2009 alla fine del 2013, le banche hanno ridotto i prestiti alle aziende di oltre cento miliardi di euro. Quindi che si venga a dire che per un settore ne sono stati dati 5, fa sorridere».

dalla Padania del 7.9.14

 
 
 
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INFO


Un blog di: accorsiferro
Data di creazione: 04/03/2006
 

IL FILM CHE ABBIAMO VISTO IERI SERA

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Legenda: **

** = merita
* = non merita

 

I LIBRI CHE STIAMO LEGGENDO

Daniela:

Mille splendidi soli
di K. Hosseini
(Piemme)

Andrea:

Milano 1944 Villa Triste
di D. Carozzi
(Meravigli)

 

I NOSTRI LIBRI PREFERITI

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Assassinio sull'Orient-Express di Agatha Christie

Cime tempestose di Emily Bronte

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche

Guerra e pace di Lev Tolstoj

Illusioni perdute di Honoré de Balzac

Jane Eyre di Charlotte Brontë

Le affinità elettive di Johann W. Goethe

Madame Bovary di Gustave Flaubert

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

 
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