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«Stop ai contatori “strozza-Veneto”»

Post n°1306 pubblicato il 18 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il sito web della Liga Veneta calcola secondo per secondo quanto Roma succhia al territorio

di Andrea Accorsi

VENEZIA - Tutti i soldi che il Veneto versa allo Stato italiano, secondo per secondo. Sul sito internet della Lega Nord-Liga Veneta un contatore calcola in tempo reale quanto il Governo Monti sta succhiando al Veneto con la sua manovra. Mentre un altro contatore conteggia quanto la regione sta regalando allo Stato centrale in termini di residuo fiscale: tasse e trasferimenti che scendono a Roma per non tornare più, ma per mantenere la baracca statale. Sono 524 euro al secondo.
Il primo contatore, ben visibile sulla homepage del sito www.leganord.veneto.it, chiarisce meglio di tante parole quanto giovani, imprese, lavoratori, famiglie e pensionati veneti stanno contribuendo alla manovra “Salva Italia”: ovvero con 50 euro al secondo, pari a 3.004 euro al minuto, 180.214 euro l’ora, 4 milioni e 325.137 euro al giorno, 1 miliardo e 583 milioni l’anno.
I dati sono calcolati a far data dal 1° gennaio di quest’anno e sono basati su elaborazioni dei dati Plancia, lo strumento di management politico del Gruppo regionale veneto del Carroccio. Sull’argomento il Gruppo ha pubblicato lo scorso marzo uno studio intitolato L’impatto delle manovre Monti sulla società veneta: “salva Italia” o “strozza Veneto”?. Dallo studio emerge come la manovra dei tecnici al governo sia costituita per l’80 per cento da maggiori entrate, faccia schizzare al 44,8% la pressione fiscale sul Pil, aumenti del 55% le tasse alle aziende, ritardi la pensione per 13 mila lavoratori veneti, riduca del 3,2% i prestiti alle industrie e del 2% quelli alle Pmi, e limiti all’1% gli interessi sulla tesoreria unica agli Enti locali. «Con queste premesse - commenta il Gruppo Lega Nord nel Consiglio regionale del Veneto -il rischio che la manovra “Salva Italia” si trasformi in “strozza Veneto” è più che reale, visto che l’impatto sul Pil regionale sarà dell’1,1%».
Come se non bastasse, anche il conto per le famiglie venete è salatissimo. Da una simulazione condotta su un nucleo-tipo di tre componenti con reddito complessivo di 40 mila euro annui, dallo stesso studio emerge che l’aggravio totale delle varie misure ammonta ad almeno 628 euro. Insomma, «un impatto devastante, cifre che non dobbiamo dimenticare» scrivono i leghisti veneti sul loro sito.
Il secondo display, invece, conteggia quanto costa al Veneto lo Stato centrale. «Soldi dei veneti - si legge subito sotto - che dovrebbero essere usati in servizi ai veneti e che invece pagano i debiti del malgoverno meridionale e centrale». Una cifra pari a 16 miliardi e 585 milioni l’anno, cioè 45.314.208 euro al giorno, 1.888.092 l’ora, 31.468 al minuto, 524 al secondo. «Sarà per non privare Roma di questi denari veneti - osserva ancora il Gruppo regionale - che Monti insabbia il Federalismo, unica riforma in grado di produrre tagli alla spesa, responsabilità amministrativa e vera equità?».
Il Gruppo regionale del Carroccio, guidato dal capogruppo Federico Caner, invita gli internauti a diffondere questi dati per «non farli dimenticare. Sono cifre reali, numeri impressionanti - insiste - che danno la misura, secondo per secondo, di come Roma sta strangolando il Veneto e i veneti senza che il Governo faccia nulla per fermare questi contatori».

dalla Padania del 6.5.12

 
 
 

«Ecco come non far pagare l’Imu»

Post n°1305 pubblicato il 18 Maggio 2012 da accorsiferro
 
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Massimo Colombo, sindaco di Lonate Ceppino (Va): «Aliquota al minimo ed esenzione illimitata»

di Andrea Accorsi

LONATE CEPPINO (VA) - Il modo di non far pagare l’odiosa Imu sulla prima casa esiste. Basta volerlo. A Lonate Ceppino, comune varesotto di 5 mila abitanti nella media Valle Olona, l’esenzione dalla tassa sugli immobili è già realtà. Con buona pace di Monti. E per la gioia dei residenti, in buona parte anziani che non navigano certo nell’oro.
«Non mi sento un genio, il modo di farlo c’è. Basta avere i conti a posto e non voler ricorrere all’Imu per ripianare i debiti». Massimo Colombo, dirigente in un’azienda di telecomunicazioni, è sindaco di Lonate Ceppino dal 2009, dopo due mandati come vice sindaco. L’esperienza amministrativa, insomma, non gli manca. E, com’è prassi degli amministratori locali leghisti, concretezza e buongoverno sono gli strumenti grazie ai quali il bilancio del suo Comune è a posto, con una fiscalità ridotta ai minimi termini. Quasi un miracolo. Come la “sparizione” dell’Imu.
«Ho abbassato l’aliquota da 0,4 a 0,2, il minimo, e alzato la detrazione per ogni famiglia, lasciandola libera, senza tetto». Così, qualunque sia l’importo calcolato sull’immobile, il proprietario non pagherà un centesimo. Domanda: ma se Roma per una volta resterà a bocca asciutta, il Comune non rischia di vedersi privato di risorse? La cancellazione dell’Imu, infatti, comporterà un mancato incasso di circa 100 mila euro all’anno, su un bilancio di 4 milioni.
«Durante tutti i miei mandati ho lavorato molto sul personale, riducendolo al minimo. In Comune dovrei avere 26 dipendenti, invece ne ho 16, di cui 8 part time». Meno dipendenti, meno costi, of course. Grazie a questa politica di risparmio, nel comune monocolore leghista basterà applicare l’Imu su seconde e terze case. In sostanza, saranno esentati dal pagamento ben duemila proprietari.
«Abbiamo 220 abitazioni da tassare con l’aliquota dello 0,86: le loro entrate pareggiano le mancate entrate dell’Imu sulla prima casa per le altre 1.920 abitazioni». Una sorta di patrimoniale... immobiliare, dunque. «Abbiamo fatto un’eccezione sulle cessioni di fabbricato: in questo caso gli immobili vengono considerati seconde case. È il caso in cui un padre cede il fabbricato al figlio: non si tratta di una vendita, ma di un semplice usufrutto. Quegli immobili pagano da 300 a 800-1.000 euro. Qui sono state costruite soprattutto le classiche villette di paese: ce n’è una marea, e i tanti pensionati che vi abitano avrebbero dovuto pagare l’Imu. Il sistema aliquota al minimo più detrazione libera è stato pensato per venire incontro a loro. Le grandi ville, anch’esse esentate, non mi cambiano la vita: sono appena una ventina. Invece recupereremo risorse dagli oltre 300 affitti e dalle 200 cessioni di fabbricato».
Colombo porterà il suo “modello” alla riunione dei sindaci del Carroccio venerdì prossimo a Seriate (Bergamo). Senza presunzione, ma tenendo presenti le differenze anche notevoli nella consistenza immobiliare dei vari comuni. E tiene a ringraziare Massimo Garavaglia, vice presidente della commissione Bilancio del Senato, per la consulenza che ha confermato la bontà della sua iniziativa. Verrebbe da suggerirgli di applicare lo stesso metodo a tutte le altre imposte comunali... «Ma qui - sottolinea orgoglioso Colombo - l’addizionale Irpef è dello 0,2 contro lo 0,4 o lo 0,6. E nella classifica delle tariffe per i rifiuti, per la Tarsu, il nostro comune è l’ultimo della provincia. Insomma, come sindaco morirò povero...».

dalla "Padania" del 18.5.12

 
 
 

Per la ripresa i soldi ci sono, li blocca il Patto di stabilità

Post n°1304 pubblicato il 18 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

A causa del Patto di Stabilità, i Comuni non possono investire miliardi di euro che hanno in cassa. Strade, scuole, servizi: se potessero, ne trarrebbero beneficio cittadini, imprese e l’intera economia nazionale. A "costo zero"

di Daniela Ferro

http://www.ilvostro.it/cronaca/per-la-ripresa-i-soldi-ci-sono-li-blocca-il-patto-di-stabilita/8906/

 
 
 

Le sirene della Svizzera fanno emigrare le industrie italiane

Post n°1303 pubblicato il 17 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

INCHIESTA / Così i Paesi confinanti ci rubano lavoro e imprese (terza puntata) - In Svizzera si rilanciano soprattutto le aziende lombarde e piemontesi. Dal Bresciano c'è chi porta ogni giorno oltreconfine i suoi operai

di Daniela Ferro

http://www.ilvostro.it/economia-e-lavoro/inchiesta-le-sirene-della-svizzera-fanno-emigrare-le-industrie-italiane/8540/

 
 
 

Rivolta contro Moody’s: «Fa terrorismo finanziario»

Post n°1302 pubblicato il 17 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

L’Abi: giudizi infondati e destabilizzanti, l’Europa li ignori

«Un attacco fazioso e dalle conseguenze imprevedibili». Di più, «Un attentato alla nostra economia». Non è piaciuto a operatori e politici italiani l’ultimo declassamento (leggasi stroncatura) del nostro sistema creditizio ad opera di Moody’s. L’agenzia internazionale di rating ha corretto al ribasso lo “stato di salute” di ben 26 banche italiane, aggiungendo pure che le prospettive sono negative. Il rating delle banche nostrane si riduce così fra i più bassi nelle economie avanzate europee.
La bocciatura di Moody’s non ha risparmiato nessuno. E per qualche istituto il declassamento è stato decisamente pesante. Per dieci banche Moody’s ha tagliato la propria valutazione di un “gradino”, per altre otto di due. È andata peggio per altri sei istituti, ridimensionati di tre gradini, mentre le restanti due banche si sono viste ridimensionate di ben quattro gradini in un colpo solo.
Nello specifico, fra i maggiori gruppi del credito nazionale Unicredit e Intesa SanPaolo sono state “tagliate” di un gradino (da A2 ad A3), Monte dei Paschi è passata da Baa1 a Baa3 e Unione Banche Italiane da A3 a Baa2. Come dire che le nostre banche sono fra le meno in salute d’Europa.
Ma questa raffica di stroncature ha scuscitato un’ondata di reazioni tra il piccato e l’indignato. «Irresponsabile, incomprensibile, ingiustificabile»: così l’Associazione bancaria italiana (Abi) giudica la decisione di Moody’s. «Ancora una volta le agenzie di rating si confermano come un elemento di destabilizzazione dei mercati con giudizi parziali e contradditori - si legge in una nota -. Per abbassare il rating questa volta si tirano addirittura in ballo le misure di austerità varate dal Governo Monti, “riducono la domanda economica di breve termine”, che una volta le stesse agenzie invocavano allorché disegnavano l’outlook negativo delle imprese bancarie», continua la nota dell’Abi ricordando un passaggio delle argomentazioni usate per bocciare gli istituti di credito del Belpaese.
Per l’Abi da Moody’s è arrivata una vera e propria «aggressione all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini» contro cui saranno valutate, preannuncia l’associazione, tutte le azioni per tutelare gli interessi dell’economia. «Abi reitera la richiesta alle autorità europee e alla Banca Centrale affinché venga finalmente varata una severa disciplina di controllo nei confronti di questi soggetti». Non basta: «Chiediamo con forza che la Bce e le istituzioni europee non tengano conto dei giudizi delle agenzie di rating» sbotta il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, secondo il quale «si entra in un corto circuito da cui non usciamo».
Severa anche l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: «Siamo di fronte a una situazione che sta penalizzando fortemente il nostro éaese, le banche, le imprese e i cittadini. Questi giudizi - aggiunge - dovrebbero essere dati con più attenzione. La situazione è delicata e c’è un attacco continuo che preoccupa».
Perfino il placido Pier Ferdinando Casini se l’è presa a male e definisce «di una gravità inaudita» la decisione di Moody’s di declassare le banche italiane, sottolineando «la necessità di rilanciare l’idea di una agenzia di rating europea. Ieri le agenzie di rating erano distratte, oggi rischiano di essere parte di un disegno criminale anti-europeo e anti-italiano. È una vergogna - prosegue il leader Udc - che in presenza di nessun elemento nuovo, salvo il deterioramento delle situazioni economiche, e questo vale per tutti i Paesi del mondo e per l’Europa, oggi ci sia il declassamento delle nostre banche. È un attentato all’economia di questo Paese e noi riteniamo che la perdita di credibilità delle agenzie di rating da oggi sia totale. Queste agenzie sono le stesse che ieri erano sorde e cieche: non hanno visto i disastri dei derivati e di un’economia costruita sulle bolle speculative e oggi, in presenza di condizioni che erano quelle di ieri, declassano le nostre banche».

A. A.

dalla "Padania" del 16.5.12

 
 
 

Griffe per tutte le reti

Post n°1301 pubblicato il 16 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Piccola guida ai "brand" virtuali e a vere e proprie vetrine on line che funzionano come club esclusivi riservati ai soci, non solo abbienti

di Daniela Ferro

Leggi l'articolo qui: http://www.ilvostro.it/stili-di-vita/griffe-per-tutte-le-reti/8082/.

 

 
 
 

Accorsi e Ferro intervistati dalla "Prealpina"

Post n°1300 pubblicato il 15 Maggio 2012 da accorsiferro
Foto di accorsiferro

"Il nero si scrive meglio in due": con questo titolo il quotidiano la Prealpina pubblica oggi, martedì 15 maggio 2012, una lunga intervista ad Andrea Accorsi e Daniela Ferro, "coppia di penna e di fatto, autori di punta per Newton Compton". Nell'intervista, firmata da Ambretta Sampietro, il metodo di lavoro dei due autori e qualche anticipazione sui loro prossimi libri.

 
 
 

Il Governo non cede gli immobili, Comuni sempre più in crisi

Post n°1299 pubblicato il 14 Maggio 2012 da accorsiferro
 
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Buona parte dei beni demaniali appartenenti allo Stato doveva passare ai Comuni, secondo un provvedimento del precedente Governo. Ma adesso Mario Monti fa orecchie da mercante. E i primi cittadini, con i bilanci alla canna del gas, s'arrabbiano

di Andrea Accorsi

http://www.ilvostro.it/politica/il-governo-non-cede-gli-immobili-comuni-sempre-piu-in-crisi/2831/

 
 
 

La Lega da sola tiene sul territorio

Post n°1298 pubblicato il 14 Maggio 2012 da accorsiferro
 
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Fuori dall’alleanza di centrodestra, il Carroccio passa da 36 a 25 Amministrazioni, con altri 6 candidati sindaci al ballottaggio. Molte riconferme, qualche nuova conquista, meglio nei piccoli che nei grandi centri e nelle “periferie” rispetto alle aree metropolitane

di Andrea Accorsi

Poteva andare molto peggio. Sul territorio la Lega conferma il suo radicamento e il buongoverno degli Enti locali. Ancora una volta, molte delle Amministrazioni leghiste uscenti sono state rielette, anche laddove non hanno potuto ripresentare lo stesso sindaco dopo due mandati consecutivi. Non solo. Il Carroccio conquista nuovi Comuni sui quali mai prima d’ora era stato issato il Sole delle Alpi. Una tendenza costante da est a ovest della Padania, dal Piemonte al Friuli passando per Lombardia e Veneto. Proprio in quest’ultima regione arriva il risultato migliore, con 13 sindaci eletti più altri due che andranno al ballottaggio.
In totale, sono 25 i sindaci eletti al primo colpo, due dei quali in comuni sopra i 15 mila abitanti (Verona e Cittadella) e quindi senza passare dal ballottaggio. “Caso” Verona a parte, la Lega si mantiene sopra l’11 per cento delle preferenze a Monza e vicina al 5% a Genova. Insomma, non è stato il disastro annunciato da tanti “gufi” che sognavano di trasformarsi in avvoltoi per predare le spoglie di un Movimento in caduta libera. Tutt’altro.
Ciò non toglie che i risultati negativi non manchino, anzi. I dati ormai definitivi mostrano una Padania a macchia di leopardo. In generale, la Lega stenta nei grandi centri: non solo Genova, Parma e Piacenza (dove però Massimo Polledri ha raggiunto il 6,3%) ma anche Cuneo (con il candidato sindaco Claudio Sacchetto  intorno all’11%), Asti (Pierfranco Verrua si ferma al 4%), Alessandria (dove a scrutinio ancora in corso Roberto Sarti è al 6,3%), Como (Alberto Mascetti era intorno al 7,3% su un dato molto parziale) e Belluno (Leonardo Colle sotto il 5% a due terzi dello spoglio).
Ma a Gorizia, con il suo 4,8%, il Carroccio è stato decisivo per la vittoria del candidato del centrodestra Ettore Romoli (in Friuli-Venezia Giulia, a differenza di tutte le altre regioni, Lega e Pdl erano alleati proprio come nelle precedenti Amministrative).
Va meglio, molto meglio nei centri medi e soprattutto piccoli, dove più diretto è il contatto tra cittadini e Palazzo e le preferenze degli elettori si orientano assai di più verso le persone anziché verso i simboli dei partiti.
Assai differente, in questo voto che come sempre nelle Amministrative presenta molteplici sfaccettature, è anche il risultato ottenuto da regione a regione e, all’interno di queste, da provincia a provincia.
La Lega non sfonda sotto il Po, dove non conquista neppure un Municipio (ma a Comacchio, nel Ferrarese, è sopra il 7%, in provincia di Firenze sfiora il 4 e a Mulazzo, provincia di Massa-Carrara, ottiene un eclatante 44,5%). Per contro, riscuote consensi in tutte le altre regioni cispadane.
All’interno di esse, i risultati migliori arrivano dalle “periferie” regionali piuttosto che dalle aree metropolitane. È il caso della Lombardia, dove nessuno dei candidati sindaci è risultato eletto in Brianza e nelle circoscrizioni milanesi del Ticino e della Martesana. Lega a secco anche nel Comasco, Cremasco e Lecchese.
Per contro, in altre province lombarde il Carroccio ha fatto il pieno, portando alla vittoria tutti i suoi candidati sindaci. Così in provincia di Pavia, con tre sindaci vinti su tre a Gravellona Lomellina, Marzano e Mortara. L’en plein si ripete in provincia di Sondrio (dove però c’era un solo candidato sindaco leghista).
Tiene la Bergamasca, dove a Capriate San Gervasio e Brembate di Sopra si aggiunge la “new entry” Cisano. Salgono sul Carroccio anche la bresciana Rovato, Castiglione d’Adda nel Lodigiano mentre a Castiglione delle Stiviere (Mantova) Andrea Dara è andato a un soffio dal ballottaggio.
Andranno invece al voto-bis Nicola Molteni, che a Cantù (Co) partirà in vantaggio rispetto al rivale Claudio Bizzozero, sostenuto da ben sette liste civiche; Riccardo Pase a Senago (Mi); Giorgio Taveggia a Meda (Mb), in testa a metà scrutinio col 29,6% contro il 23,9 del candidato di centrosinistra Gianni Caimi; e Gianfranco Crosta a Tradate (Va), appena indietro - di un centinaio di voti su 15 mila - rispetto alla rivale Laura Cavalotti (centrosinistra). Un dispiacere per il Senatùr arriva dalla sua città natale, Cassano Magnago, dove Stefania Federici si è fermata al 19,1% ma potrà essere decisiva al ballottaggio nell’apparentamento col centrosinistra o il candidato di Pdl e Udc.
In Piemonte, la Lega fa il pienone in provincia di Vercelli, aggiudicandosi sia Serravalle Sesia che Varallo. In Friuli, Dorino Favot, appoggiato dalle liste Progettiamo il futuro e Lega Nord, è stato eletto sindaco di Prata di Pordenone con il 45,45% dei voti.
Bene il Veneto, con ben cinque sindaci eletti nella Marca trevigiana, con percentuali comprese tra il 44 e l’80% dei voti; l’elezione col “botto” di Giuseppe Pan nella Cittadella del dopo-Bitonci, cui si aggiunge nel Padovano Vescovana; la riconferma di Rosà, la conquista di Sandrigo e il ballottaggio per Maria Rita Busetti a Thiene nel Vicentino; la riconferma di Gianluca Forcolin a Musile di Piave (Ve); mentre l’effetto-Tosi si fa sentire anche nella provincia, con le vittorie di Andrea Vecchini a Gazzo Veronese, di Ellen Cavazza a San Giovanni Ilarione e il ballottaggio di Fabrizio Zerman a San Giovanni Lupatoto da netta posizione di vantaggio (36% contro il 19,3 del candidato di centrosinistra Federico Vantini).
In definitiva, prima di questa tornata elettorale la Lega Nord contava 36 delle 159 Amministrazioni per le quali si è candidata. Se ne ritrova oggi 25, che potrebbero salire a 31 tra due settimane. E tutto questo, diversamente dalle precedenti elezioni amministrative, senza l’alleanza con il primo (ma lo è ancora?) partito nazionale, ovvero il Pdl, ma correndo da sola contro tutti, ma proprio tutti. Non è un trionfo. Ma neppure un disastro.

dalla "Padania" dell'8.5.12

 
 
 

Amministrative, default politico dell’Abc

Post n°1297 pubblicato il 07 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Dietro il boom delle liste civiche (quasi tremila) le pastette dei partiti centralisti, tutt’altro che radicati sul territorio e invisi ai cittadini per l’appoggio al Governo Monti

di Andrea Accorsi

Il fallimento politico della triade Alfano-Bersani-Casini: ecco cosa si cela dietro il boom delle liste civiche, ben 2.742, nelle Amministrative che si svolgeranno oggi e domani. Certo, fra quelle migliaia di liste ci sono le solite “civette”, liste di disturbo. Poi ci sono quelle di appoggio ai candidati ufficiali dei partiti e che sono davvero espressione della società civile di una comunità: è il caso delle liste civiche che appoggiano la Lega Nord, non a caso il partito che vanta il maggior numero di liste elettorali ufficiali (153 in tutto). Ancora, non mancano liste civiche che si giocano la partita fra loro nei Comuni più piccoli, dove gli echi della politica nazionale sono talmente lontani da non trovare riscontro.
Ma dietro tante altre si nascondono i maggiori partiti nazionali: gli stessi che sostengono il Governo Monti ma che non hanno radicamento sul territorio, nel Paese reale, nel cuore dei cittadini. E non hanno neppure il coraggio di presentarsi al giudizio degli elettori. Si vergognano al punto da celare volti, nomi e perfino i simboli ufficiali.
Pensate che il Pd, su un migliaio di Comuni, ha presentato appena 138 liste, una in più del Pdl, mentre l’Udc si è fermata a 130. Alla faccia dell’alleanza stretta nei Palazzi romani «in nome della crisi» e sbandierata come «temporanea» e «responsabile», i partiti romani hanno il coraggio, questo sì, di unirsi in apparentamenti sottintesi o espliciti matrimoni di convenienza anche sul territorio, appoggiando lo stesso candidato sindaco. Emblematico il caso di Thiene (Vi), dove il borgomastro uscente, la leghista Maria Rita Busetti, se la deve vedere da sola contro tutti, ovvero il patto contro natura Pdl-Pd-Udc che sostiene all’unisono un candidato centrista, puntualmente mascherato da civico. Scelte simili si ripetono in centinaia di Comuni. E in molti hanno spaccato al loro interno i partiti dell’Abc, con mal di pancia, polemiche ed espulsioni, fino a scissioni vere e proprie, con liste para/Pd o para/Pdl contrapposte a quelle ufficiali.
Due anni fa, a Vigevano (Pv), per tentare di sbarrare la strada al leghista Andrea Sala si erano messi insieme tutti, ma proprio tutti, dai Verdi ai neofascisti. Risultato: Sala ha stravinto con il 73% dei voti. Perché la gente è meno scema di quello che pensano nelle Segreterie dei partiti nazionali. Speriamo che anche stavolta gli elettori sappiano riconoscere in liste patacca e patti scellerati le solite pastette all’italiana. Le stesse che ci hanno regalato l’attuale Esecutivo e i suoi provvedimenti sciagurati. Talmente impresentabili da spingere chi li ha sostenuti a non farsi vedere neppure sulla scheda da mettere in mano agli elettori.

dalla Padania del 6.5.12

 
 
 

La carica dei 159 sindaci della Lega

Post n°1296 pubblicato il 05 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

AMMINISTRATIVE 2012 / Il Carroccio vanta il maggior numero di liste e di candidati: nessun altro partito così presente sul territorio

di Andrea Accorsi

La Lega Nord, presente in 159 Comuni, vanta il maggior numero di liste elettorali in questa tornata di elezioni amministrative. Il primato del Carroccio è dovuto alla presenza di suoi candidati in moltissimi di quei Comuni, spesso piccoli, in cui gli altri partiti hanno deciso di fare un passo indietro a favore delle liste civiche.
LEGA-PDL SOLO IN FVG. In molti casi capita dunque che la Lega si presenti da sola, contrapposta esclusivamente a liste civiche. Ma anche nei centri più grandi il Carroccio corre in solitaria, con l’unica eccezione del Friuli-Venezia Giulia: qui la Lega si ripresenta alleata con le altre forze del centrodestra, sotto il segno della maggioranza che governa la Regione.
In tutte le altre regioni gli ex alleati del centrodestra si presentano separati. Opposto l’approccio scelto dal centrosinistra, che scommette sullo “schema Vasto” e si schiera in tutti i centri più importanti con l’alleanza fra Pd, Idv e Sel, cui si aggiungono di volta in volta la Federazione della Sinistra (che unisce Rifondazione comunista e Comunisti italiani) e liste civiche locali.
CHIAMATI ALLE URNE IN 7,2 MILIONI. Secondo i dati del Viminale, riferiti ai Comuni delle Regioni a Statuto ordinario, sono 769 i Comuni interessati al voto. Ad essi si aggiungono, laddove presenti, i Consigli circoscrizionali. Il corpo elettorale risulta pari a 7.202.146 elettori. Contando anche le Regioni a Statuto speciale, il totale dei Comuni al voto supera il migliaio, con 2.810 candidati a sindaco.
Non si vota, invece, nelle sei Province che quest’anno avrebbero dovuto rinnovare i loro organi amministrativi: Genova, La Spezia, Ancona, Como, Belluno e Vicenza, queste ultime tre con amministrazioni uscenti leghiste. Il decreto “Salva Italia” varato a dicembre dal Governo Monti ha infatti trasformato le Province in “Enti di secondo livello”, cioè non eletti direttamente dai cittadini.
Nei Comuni chiamati alle urne spicca il boom delle liste civiche: sono in tutto 2.742. I due maggiori partiti dell’attuale maggioranza di governo si equivalgono: il Pd ha presentato 138 liste, 137 il Pdl. Seguono a ruota Udc (130) e Idv (126). Massiccia anche la presenza delle liste di Sel, in 102 Comuni.
Il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo conferma le speranze di successo alimentate dai risultati delle scorse Amministrative e si presenta in 96 Comuni, superando in quanto a presenze partiti più consolidati come Rifondazione comunista-Comunisti italiani (68), Futuro e Libertà (54) La Destra (38), Api (37), Mpa (20), Grande Sud (19) Fiamma Tricolore (14) e Partito comunista dei lavoratori (12).
QUINDICI CAPOLUOGHI, UNO DI REGIONE. Sono quindici i capoluoghi padani che dovranno rinnovare il Consiglio comunale: oltre a Genova, che è il solo capoluogo di regione coinvolto, si tratta di Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno, Verona, Gorizia, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia e Carrara. In tutti è presente un candidato sindaco della Lega tranne che a Gorizia, dove il Carroccio appoggia il candidato del Pdl, Ettore Romoli.
I borgomastri leghisti uscenti sono in tutto 36.
Infine, non si voterà questo fine settimana in Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Sardegna: in queste tre Regioni a Statuto speciale i 69 Comuni interessati al rinnovo di sindaci e Consigli comunali si recheranno al voto rispettivamente il 20, il 27 maggio e il 10 giugno.

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Rixi: «Pronti a ripartire per il futuro di Genova»
Il candidato sindaco leghista: «Fra gli elettori delusione e voglia di cambiamento. Città in crisi nera, serve una svolta. Doria? Farebbe rimpiangere la Vincenzi»

GENOVA - Già era dura in partenza. Perché la Superba, si sa, è da sempre feudo della sinistra. La scelta di correre da soli, con ogni probabilità, avrebbe premiato il Carroccio, che all’inizio della campagna elettorale era dato in doppia cifra: come dire che avrebbe potuto triplicare i consensi, guardando persino al ballottaggio. Poi, da un mese a questa parte, tutto è cambiato. Genova è la città del plurindagato ex tesoriere della Lega Belsito, ed è evidente che qui il Movimento pagherà dazio più che altrove. Ma la campagna elettorale pancia-a-terra del candidato sindaco leghista, Edoardo Rixi, e le ultime malefatte del governo Monti, puntualmente attaccato dalla Lega in nome degli interessi della gente comune, potrebbero di nuovo spostare i pronostici, regalando qualcosa di più di un posto in Consiglio comunale.
Il primo a crederci è proprio Rixi, che peraltro non nasconde le difficoltà. «C’è molta voglia di cambiamento - osserva il candidato sindaco della Lega nell’ultimo giorno di campagna elettorale -. Sicuramente molti sono rimasti delusi dalle vicende giudiziarie. Ma proprio negli ultimi giorni tanta gente è tornata a dare fiducia al Movimento per l’opera di pulizia interna. E i nostri obiettivi, Federalismo, padroni a casa nostra e soprattutto l’opposizione a Monti sono molto sentiti».
A livello locale, poi, gli spunti per criticare l’Amministrazione uscente non mancano. «In questi anni Genova non ha avuto prospettive di sviluppo. Ha perso imprese, popolazione, attrattività verso le nuove generazioni, sta diventando sempre più vecchia. Noi vogliamo invertire la tendenza, con investimenti sul Porto, sull’insediamento di imprese, sulle infrastrutture. E soprattutto vogliamo dare vivibilità e sicurezza a quei quartieri che sono ostaggio di bande di delinquenti comuni, extracomunitari e centri sociali che creano problemi ad abitanti e turisti».
Rixi da chi si deve guardare di più: Vinai (centrodestra) o Doria del centrosinistra? «Da entrambi, ma anche dal centrista Musso. Mi fa molto paura una vittoria di Marco Doria perché non conosce la città e non ha rapporti umani con i cittadini: farebbe rimpiangere Marta Vincenzi, il che è paradossale visto che l’unica cosa che ha fatto l’ex sindaco è stata unire i genovesi contro di lei. Ma sono riusciti a scegliere un candidato peggiore, che ha vinto le primarie con l’appoggio dei centri sociali e di don Gallo. Doria è un nobile che vive in un palazzo di famiglia, non ha neanche un vicino di casa, possiede decine di appartamenti nel centro ma vuole far pagare l’Imu al massimo. È contro lo sviluppo della città, ha una visione chiusa di Genova, ha detto che è ricca e quindi va capito chi ci viene a rubare. E per tutta la campagna elettorale ha rifuggito ogni confronto pubblico perché si sente già sindaco e non ha bisogno di confrontarsi con gli altri».
In definitiva, difficile se non impossibile fare pronostici. «Sto trovando un grande consenso sulla mia candidatura, ma bisogna vedere gli umori della gente, quanto distinguerà figure e programmi. E non credo al voto disgiunto. Di certo il nostro voto sarà il 40% del potenziale di un mese fa. Molti non andranno a votare o non so cosa voteranno. Ma le mie risposte personali sono positive e spero in un risultato sopra il 5-6%».

dalla Padania del 5.5.12

 
 
 

Il caro benzina frena gli acquisti

Post n°1295 pubblicato il 04 Maggio 2012 da accorsiferro
Foto di accorsiferro

Coldiretti: spese alimentari tagliate per carne, pasta, latte e frutta

Non solo merci più care, ma anche meno acquisti. È un altro, pesante effetto del caro-benzina. Mentre Eni gongola per il primo calo dei prezzi di benzina e diesel dopo mesi, calo peraltro modesto e limitato ad alcune marche, c’è chi scopre un’altra brutta conseguenza della corsa dei carburanti al prezzo di 2 euro al litro.
«L’aumento record dei prezzi spinto dal caro carburanti fa svuotare il carrello della spesa, che evidenzia un calo del 2 per cento degli acquisti dei prodotti alimentari in quantità». La stima proviene da Coldiretti e si riferisce all’andamento dell’inflazione ad aprile secondo i dati divulgati ieri dall’Istat, che evidenziano un aumento del 4,7% dei prezzi per il carrello della spesa. Secondo Coldiretti per effetto della riduzione del potere di acquisto, le famiglie hanno tagliato anche le spese alimentari che già lo scorso anno si erano ridotte dell’1,3% con meno carne bovina
 (-0,1%), pasta (-0,2%), carne di maiale e salumi (-0,8%), ortofrutta (-1%) e addirittura meno latte fresco (-2,2%).
A pesare nei prossimi mesi, sottolinea l’associazione, sarà l’aumento del carico fiscale ma anche il record raggiunto dal prezzo della benzina e del gasolio, dal momento che in Italia l’88% dei trasporti commerciali avviene su strada. L’aumento dei costi energetici si ripercuote, per la Coldiretti, «sull’intero sistema agroalimentare, produzione, trasformazione e distribuzione, dove si stima che i costi di trasporto e della logistica siano circa un terzo del totale. Il prezzo dei prodotti alimentari è cresciuto ad aprile meno dell’inflazione (2,4%) rispetto allo scorso anno, con riduzioni consistenti per frutta (-3%) e patate (-4,7%) mentre aumentano in misura consistente il caffè (+11,6%) e le uova (+4,2%)». Nel ponte del Primo Maggio, è intanto arrivato un primo ribasso sulla rete carburanti. Eni ha diminuito il prezzo raccomandato della benzina di 1 centesimo di euro al litro e quello del diesel di 0,5. Fermi tutti gli altri, anche se gli effetti non si dovrebbero fare attendere. Leggeri ribassi si registrano anche a seguito di politiche locali di sconto, mentre le no-logo diminuiscono i prezzi con maggiore evidenza sia sulla verde che sul diesel.
Le medie nazionali sono adesso a 1,901 euro/litro per la benzina in modalità servito (solo Shell e Tamoil ancora sopra 1,900), a 1,779 per il diesel e 0,882 per il Gpl. Punte massime poco variate. Benzina no-logo in discesa a 1,781 euro/litro. Per il diesel si passa dall’1,767 euro/litro di Eni all’1,779 di Q8 (no-logo a 1,645).

A. A.

dalla "Padania" dell'1.5.12

 
 
 

La crisi uccide, ma per il Professore non abbastanza

Post n°1294 pubblicato il 03 Maggio 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

di Andrea Accorsi

Nel Belpaese si continua a morire di crisi. Dal Nord al Sud, non passa quasi giorno senza un suicidio di chi ha perso il lavoro, ha visto fallire la propria impresa, non sa più come mettere insieme il pranzo con la cena o come garantire un futuro ai figli. Dall’inizio dell’anno si contano già una trentina di casi. Ultimo in ordine di tempo, il portiere licenziato a Napoli. Prima di lui, l’imprenditore edile che in Sardegna ha dovuto dare il benservito ai figli. E poi uno stillicidio di gesti estremi in Veneto, dove da molti mesi ormai si aggiorna il triste bollettino dei “caduti sul non-lavoro”, per commesse che non arrivano, conti che non tornano e pagamenti dalla pubblica amministrazione che tardano.
Il portinaio napoletano si chiamava Giovanni Caccavale, aveva 56 anni e si è tolto la vita nell’imminenza di dover lasciare l’appartamento dove alloggiava dopo che, un anno fa, aveva ricevuto una lettera di licenziamento. Era in causa con i suoi datori di lavoro. Separato, viveva da solo e una settimana fa aveva perso la madre.
Da gennaio a metà aprile la Cgia di Mestre ha contato 23 suicidi di imprenditori a causa della crisi. È di ieri la pubblicazione di uno studio americano secondo il quale il tasso di suicidio, in generale, «sale e scende in connessione con l’economia». E il record negativo negli Usa si è registrato, non a caso, con la Grande Depressione: +22,8% in quattro anni. In Italia i numeri non lasciano prevedere nulla di buono: tra il 2008 e il 2010, i suicidi per motivi economici sono aumentati del 24,6%, i tentativi di suicidio del 20%.
Venerdì prossimo scenderanno in strada a Bologna le vedove degli imprenditori, artigiani e lavoratori che si sono tolti la vita a causa della crisi economica in un corteo silenzioso che sfilerà con sole bandiere bianche. Ma per il governo forse non è abbastanza. Qualche giorno fa Monti ha rivolto lo sguardo alla Grecia, dicendo che là «negli ultimi due anni ci sono stati 1.725 suicidi». A molti quella frase è suonata tragicamente infelice. Come dire: in Grecia stanno messi molto peggio che da noi. E: in fondo, in Italia non si muore ancora abbastanza.

dalla "Padania" dell'1.5.12

 
 
 

«Lega viva, come le sue idee»

Post n°1293 pubblicato il 30 Aprile 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Il sondaggista Amadori: tutti i grandi partiti in difficoltà, c’è bisogno di capacità progettuale

di Andrea Accorsi

Professor Amadori, quali sono le ultime indicazioni sull’orientamento politico degli italiani?
«Siamo in periodo di silenzio preelettorale per i sondaggi, ma c’è un elevato numero di indecisi e dubbiosi se andare a votare, non solo per chi votare - risponde il sociologo e sondaggista Alessandro Amadori (nella foto), direttore dell’istituto di ricerche di mercato Coesis Research -. Sommando quanti non sanno per chi votare, chi non andrà a votare e chi voterà scheda bianca o nulla arriviamo al 55 per cento del corpo elettorale».
A cosa si deve l’“apoliticità” di oltre la metà degli elettori?
«È un dato che fa riflettere: quasi sei italiani su dieci non si sentono in condizione di esprimere un voto, o non vogliono andare a votare. È un dato certamente consolidato e indica molta delusione per certa politica».
Quali sono i partiti che subiscono di più questa disaffezione?
«I grandi partiti, che sono in difficoltà. Attraversano una fase critica, evidente per il Pdl, meno per il Pd ma vale anche per il Pd. Non era così per la Lega fino a qualche settimana fa, comincia a essere così anche per la Lega. Tutti soffrono di una crisi di investimento affettivo per cause diverse. Tutti, per un motivo o per l’altro, hanno deluso e lasciato perplessi gli elettori».
E chi ne trae vantaggio?
«Premesso che non si vedono fenomeni rivoluzionari né in negativo né in crescita, si rafforzano abbastanza le ali, cioè Sel e Idv. Meno il centro, che cresce ma non tanto da rappresentare una forza dirompente. E poi crescono le nuove offerte di politica, come il Movimento 5 Stelle di Grillo. Non è una crescita esponenziale, ma gli elettori guardano con maggiore disponibilità alla sperimentazione e a forme anomali».
Dunque la politica tradizionale è in crisi.
«La situazione è molto fluida, anche per i molti incerti. Certo, alle prossime elezioni non vedremo il Pdl sorridere. Non necessariamente il Pd e Casini stapperanno bottiglie di champagne. Forse qualcuno, come la Lega, sarà contento di aver limitato i danni. Il vero dato sono il consenso e la fiducia molto bassi per il sistema dei partiti, valori minimi mai registrati prima. Più della metà degli elettori non si riconosce nelle attuali realtà politiche. È come se andassero al supermercato senza sapere cosa comprare e preferissero mettersi a dieta. Il problema è ridare credibilità psicologica e capacità progettuale al sistema politico italiano».
Qual è l’apprezzamento per il governo Monti?
«Se non altro per contrasto con la delusione per la politica tradizionale, è stabile e ancora abbastanza elevato, sopra quota 50%. Però soltanto adesso cominciano a essere percepibili gli effetti reali delle misure prese. Con la dichiarazione dei redditi a giugno vedremo se il consenso resterà o meno. E poi le misure prese sono recessive: come ha scritto Sabelli, una politica orientata al controllo di gestione non può avere effetti positivi sullo sviluppo complessivo del sistema. È un chirurgo che cuce le ferite ma non aumenta la capacità del paziente di fare fitness».
Quali sono le sue previsioni per le imminenti Amministrative?
«Mi limito ai quattro Comuni maggiori. Palermo è attendista, si orienta sulle macrotendenze nazionali, che ora però non ci sono, quindi è un voto veramente difficile da interpretare. Genova ha un voto tradizionalista di centrosinistra e non credo ci saranno rotture di trend. Monza è già più interessante perché città di centrodestra e della Lega, potrebbe essere più incerta. La vera incognita è Verona, città centrale nell’ambito del “modello Nordest” che deve trovare una nuova identità. Non a caso i suicidi di imprenditori avvengono qui: è un territorio molto dinamico, ma che proprio per questo ha ancora più bisogno di un equilibrio e di guardare al futuro in termini di rilancio. Il voto a Verona è meno facile da interpretare per la forte personalità del sindaco uscente, un leghista sempre più orientato su posizioni autonome, con carisma personale: è certamente il test più interessante».
La Lega: quanto avrebbe pagato la scelta di correre da soli, e quanto peserà dopo le recenti inchieste?
«Difficile dirlo. La Lega è un caso paradossale. Sono molto sorpreso di quello che sta accadendo. Ma la Lega ha una promessa molto forte e semplice da capire: laddove la globalizzazione avanza dappertutto, difende il livello locale, recuperando il territorio, l’identità, la comunità. E questo la distingue da tutti gli altri. Mentre è difficile distinguere l’Api dall’Udc, o il Pd dal Pdl nel momento in cui entrambi sostengono Monti».
Sarà questa sua “unicità” a salvarla?
«C’è stato autolesionismo nell’organizzazione. Ma l’identità concettuale della Lega non ha subìto il minimo indebolimento. Il suo potenziale elettorale teoricamente resta tutto inalterato, i suoi temi forti sono tutti lì: si può essere d’accordo o no, ma l’identità è il tema del XXI secolo. Nessuno può non riconoscere che è un partito che nasce su un’esigenza forte. Ha una base motivazionale, nel bene e nel male a seconda di come la si giudica, più forte di tutti gli altri. Certo, è stata deludente nelle modalità organizzative, e ingenua nei meccanismi di controllo. Lo smarrimento di fronte ai pasticci emersi può avere un impatto molto forte, almeno nel breve termine. Ma il meccanismo su cui fonda il suo consenso non è venuto meno».
Dunque non ritiene il Carroccio in caduta libera di consensi, come sostiene qualcuno?
«È possibile anche un dimezzamento, ma non vuol dire che il potenziale elettorale sia perso. Anche in passato ha subìto ridimensionamenti drammatici, salvo poi riprendersi. C’è un prezzo da pagare e va pagato, ma il bisogno sottostante di definire termini come cultura e identità, il rapporto tra globale e locale, i nuovi equilibri, è destinato a diventare ancora più forte in futuro. In definitiva, è possibile che la Lega a breve esca con le ossa rotte, ma ci sono tutti gli elementi perché possa rinascere».
Maroni è ancora il suo candidato più forte, come lei sosteneva tre mesi fa?
«Sì, a maggior ragione. Maroni esce comunque rafforzato perché ha mantenuto di più la rotta originaria e ha dimostrato meno ingenuità e più spessore politico. La politica è anche valutare le persone e le situazioni in modo realistico, l’ingenuità non è un merito politico. Maroni non ha un compito facile, ma esce rafforzato».

dalla Padania del 22.4.12

 
 
 

«Le banche strozzano le imprese»

Post n°1292 pubblicato il 21 Aprile 2012 da accorsiferro
 
Foto di accorsiferro

Allarme di Confindustria: in atto una preoccupante restrizione del credito, sia in quantità che nei costi

Allarme credito da Confindustria. Per le imprese «è in atto un preoccupante fenomeno di restrizione del credito sia in termini di quantità erogata che di costi applicati». Lo ha affermato il direttore dell’area fisco, finanze e welfare di Confindustria, Elio Schettino, nel corso dell’audizione in commissione Industria al Senato sul decreto legge di correzione sulle commissione bancarie. Il decreto reintroduce le commissioni che erano state dichiarate nulle dal dl sulle liberalizzazioni.
La restrizione del credito nel nostro Paese, ha sottolineato Schettino, «è resa più grave dall’allungamento dei tempi di pagamento sia del settore pubblico, sia tra imprese». Ma il “credit crunch” che toglie risorse alle imprese, tarpando le ali agli investimenti, non è l’unico problema immediato che il governo non ha risolto. «Resta un problema di trasparenza e comparabilità sulle commissioni bancarie nonché della loro entità - ha proseguito il rappresentante di Viale dell’Astronomia - che può incidere in modo significativo sul costo finale del credito».
Secondo un recente studio della Commissione europea sull’accesso al credito, citato nell’audizione, il 48 per cento delle piccole e medie imprese europee, nei sei mesi precedenti la rilevazione svolta tra agosto e ottobre 2011, segnala un incremento dei costi diversi dal tasso di interesse (commissioni, spese, tasse). L’analisi per Paesi indica che l’Italia è fra i Paesi in cui si sono registrati gli incrementi più elevati con il 63% (contro il 44% dell’indagine 2009) delle Pmi intervistate che hanno indicato un aumento dei costi diversi dal tasso di interesse. Quindi, secondo Confindustria, risolte le questioni normative il tema delle commissioni «resta aperto, e il dibattito sull’argomento può rappresentare l’occasione per avviare un nuovo confronto con il sistema bancario».
Analoghi problemi vengono denunciati dalle imprese agricole. Sei su dieci hanno difficoltà ad accedere al credito: è quanto emerge da una analisi della Coldiretti nella quale si evidenzia che il costo del denaro in agricoltura ha raggiunto il 6% e risulta superiore del 30% a quello medio del settore industriale.
Anche per questo nel 2011, continua Coldiretti, sono aumentate di un terzo le aziende del settore in sofferenza nel far fronte ai debiti pregressi, mentre si è fatta sempre più drammatica la stretta creditizia che fa venire meno la possibilità di garantire liquidità. Il settore agricolo e agroalimentare «rappresenta per il settore creditizio - riferisce la Coldiretti - un universo da 43,5 miliardi di euro impiegati. Un ruolo determinante in tal senso viene ricoperto dai consorzi fidi che continuano a sostenere le imprese attraverso il rilascio di forme di garanzia. È il caso di CreditAgri Italia, il primo consorzio nazionale di garanzia fidi e assistenza tecnica e finanziaria, che nell’ultimo anno ha aumentato il volume degli affidamenti, raggiungendo uno stock di erogazioni che sfiora il miliardo di euro».

A. A.

dalla "Padania" del 4.4.12

 
 
 
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INFO


Un blog di: accorsiferro
Data di creazione: 04/03/2006
 

IL FILM CHE ABBIAMO VISTO IERI SERA

Ortone e il mondo dei Chi

Voto: **

Legenda:
* = nefandezza
** = non merita
*** = merita
**** = capolavoro

 

I LIBRI CHE STIAMO LEGGENDO

Daniela:

Il carezzevole
di Massimo Lugli
(Newton Compton)

Andrea:

Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero
di Salvatore Lordi e Annalisa Giuseppetti
(Rubbettino)

 

I NOSTRI LIBRI PREFERITI

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Assassinio sull'Orient-Express di Agatha Christie

Cime tempestose di Emily Bronte

Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche

Guerra e pace di Lev Tolstoj

Illusioni perdute di Honoré de Balzac

Jane Eyre di Charlotte Brontë

Le affinità elettive di Johann W. Goethe

Madame Bovary di Gustave Flaubert

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

 
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