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Antonio Montanari

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Amarcord la scuola

Post n°12 pubblicato il 11 Aprile 2018 da antoniomontanari

Ho frequentato l'Istituto Magistrale alla fine degli anni Cinquanta. Allora la lotta per la supremazia studentesca era affidata in città ai duelli pedagogici di Ragioneria e Classico, l'un contro l'altro armati nella pretesa di sfornare «la meglio gioventù».
I loro presidi (Remigio Pian ed Arduino Olivieri) rappresentavano con onestà un mondo sgretolato dalla guerra: lo vivevano ancora dentro l'animo, ma non esisteva più. Si legga il regolamento dettato da Olivieri in quegli anni: sembra uscito dalla penna di qualche istitutore della Restaurazione o della Controriforma.

Alcuni dei miei docenti sono stati anche insegnanti nel «Giulio Cesare», come il preside Ermenegildo Prosperi ed i professori Campagna e Micheli.
Prosperi, al ritorno dalla vacanze estive, pretendeva che sapessimo il latino dell'anno prima. Ci affascinava però con le sue lezioni di storia del '900, quando sostituiva qualche insegnante assente.
Campagna in terza magistrale ci aprì nuovi orizzonti. La letteratura mi piaceva, lui citava continuamente Francesco De Sanctis, io ne lessi di corsa la storia della letteratura nei due volumetti editi da Feltrinelli. Non amava molto la Storia. Nel libro di testo usato allora, ho ancora i «no» relativi ad importanti argomenti che ci fece 'saltare'. Era gustosamente polemico.
Come tema ci propose una volta di sceneggiare un episodio dantesco. Mi cimentai con quello di Paolo e Francesca. Al momento del «disiato riso» e prima del bacio, facevo congiungere le loro mani. L'idea non piacque a Campagna. Neppure quando, guarda caso, la trovai realizzata in un carosello televisivo.

Micheli aveva una capacità di esposizione eccezionale, ma non sapeva mantenere la disciplina. Oltre il primo banco, non si udiva parola del suo brillante eloquio. Non fece mai lezione di Geografia, prima dell'Esame di Abilitazione, per pura precauzione, mi premurai di guardare l'indice del testo.

La vita scolastica ha uno strano destino. I nostri ricordi ci rimandano spesso non alla sapienza che ci ha trasmesso od ha creduto di fornirci, quanto alle nostre follie studentesche. Ecco perché più della dottrina di un prof, resta la memoria di un suo particolare esistenziale. Come in questa citazione fatta da un giornaletto del «Giulio Cesare»: «Dato un basco, trovare il preside Ceccarelli».

Se io non sono riuscito mai a capire bene la Matematica, lo debbo ad una professoressa detta Cerbero, conosciuta anche come «DDT» perché non faceva volare una mosca. Terribile, distaccata, gelida, saliva (lei piccolina) su di una cattedra altissima, e ci scrutava con la noia di uno squartatore di pollastri, infastidito dall'odore delle interiora. Dagli occhi traspariva un qualcosa d'indefinibile, come certi gelati fatti in casa, senza gusto e senz'anima.
La Chimica non l'ho mai assimilata grazie al carosello di nove supplenti succedutesi in sei mesi, e poi sparite dalla circolazione, tutte in congedo per maternità.

In Italiano, ho rimediato un quattro, quando scrissi che mi piaceva correre in bicicletta sotto la pioggia. Ai nostri tempi non c'era libertà di pensiero. Alla prof. di Lettere volevo regalare una copia della scespiriana «Bisbetica domata», ma non consideravo l'aggettivo corrispondente alla realtà.
La scuola era come l'antico Olimpo: nella parte di Giove tonante, c'era il preside, mitico eroe della burocrazia e protagonista di mille omeriche battaglie contro merende, sigarette, camicie senza cravatte, cravatte senza giacche e giacche senza bottoni.
Minacciava una sua circolare: «È vietato fumare nel raggio di 300 metri dalle aule». Fu così che, per puro fatto urbanistico, sotto la sua giurisdizione scolastica finirono il municipio, l'ospedale ed alcune banche.

Mi iscrissi alle Magistrali, conseguendo nel primo anno un risultato pressoché disastroso. Confermato nella mia antipatia verso la Matematica, fui rimandato ad ottobre, come si diceva dimenticando che gli esami di seconda sessione si svolgevano a settembre. Pagavo pegno per la lettura sottobanco della «Gazzetta dello Sport» in quelle noiosissime ore trascorse in un silenzio surreale che aveva come unica alternativa un ben più compromettente sonnellino. Dopo quell'estate trascorsa chino sui libri, smisi di leggere i quotidiani sportivi.
Ma la Matematica non fu sola. Dovetti riparare non so perché in Francese, nonostante una discreta pronuncia (insolita in città, dove l'influsso dialettale è deleterio), grazie alla capacità linguistica di mio padre il quale parlava correntemente anche il Tedesco (che però non m'insegnò mai).

Non c'è due senza tre: nell'ultimo trimestre mi rovinai (o per meglio dire, mi fu rovinata) la più che sufficiente media in Italiano. Nel compito in classe conclusivo scelsi il titolo che diceva semplicemente: «Quando piove». Ispirandomi al proverbiale svolgimento del Pierino delle barzellette, che dovendo trattare di «Quando passa il treno» condensò i suoi pensieri in un laconico: «Mi sposto», mi sarei forse salvato se avessi scritto soltanto: «Apro l'ombrello». Invece mi dedicai con aperta vena confidenziale a spiegare quanto fosse «bello» andare in bicicletta sotto l'acqua.
Apriti cielo, fu proprio il caso di dire nel fatidico giorno della pubblica correzione dei compiti quando ognuno di noi veniva messo alla berlina se di sesso maschile, od elogiato se apparteneva alla eletta schiera delle femmine che chissà perché sapevano fare tutto, e se anche non capivano granché trovavano in genere completa comprensione da parte delle insegnanti, e anche da parte degli insegnanti (maschi) nei casi rari e particolari in cui alla capacità subentrassero esclusivamente simpatia o bellezza.
Pure in seconda ripassai a settembre per Italiano perché la nuova professoressa non gradiva le mie spiegazioni letterarie.
Trascorsi l'estate ad esercitarmi con un amico di mio padre, il prof. Nevio Matteini, noto scrittore e studioso di storia riminese. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere». Le cose filarono lisce in terza e quarta, soprattutto in Italiano.

In terza il prof. Campagna s'accorse che c'erano allievi bravi allo scritto ma che poi facevano scena muta all'orale. Ideò un tranello, un compito in classe all'improvviso in cui i furbi vennero scoperti. (Uno di loro era molto organizzato. Per lo scritto di Latino portava a scuola pagine e pagine di versioni già tradotte. Una volta si smascherò da solo non essendosi accorto che il testo datoci dalla insegnante era più breve di quello che ricopiò lui.)
Avevamo il turno pomeridiano. Con la terza che andava al mattino, e quello stesso giorno aveva affrontato pure essa il compito in classe, il prof. Campagna s'era vantato del tranello preparato. Qualche compagno di lotta e di sventura ci avvertì del progetto punitivo e soprattutto dei temi assegnati, che sarebbero stati gli stessi anche per noi. In pochi minuti chi sapeva qualcosa di letteratura poté documentarsi su argomenti di una pignoleria terrificante, e fare ottima figura con grande soddisfazione anche del docente.

In terza e quarta magistrale ho avuto due ottimi insegnanti di Lettere. Tutti presi dalla Letteratura trascuravano con spaventosa impudicizia l'insegnamento della Storia.
Conservo ancora i libri di quest'ultima materia: il volume del glorioso Saitta di terza, in certi capitoli ha l'annotazione di mano mia (e volontà del docente), "Saltare".
Riaprendoli adesso mi vergogno non di quella scritta ma del taglio, che ci privava di antefatti e punti di collegamento.
A quello che la scuola non poteva o non voleva dire, cercavo timidamente di porre riparo leggendo libri e giornali. La domenica era il giorno sacro, con il pomeriggio tutto dedicato a sfogliare carta.
Non mi piaceva andare a ballare come facevano molti compagni di scuola, preferivo leggere. Non so se sia servito a qualcosa. Se è servito, il merito va soltanto a chi scriveva su quei giornali, a chi li cucinava bene o male secondo gusti e tendenze dell'epoca, a chi tutto sommato ci apriva la mente per capire qualcosa del mondo.

Quando frequentavo nella primavera del 1960 la quarta magistrale, comperai nel mitico negozio dei fratelli Sarti che ne furono i primi importatori, un completo di tela di jeans, giacca e calzoni, che feci debuttare in un tranquillo pomeriggio a scuola. Il preside mi vide all'ingresso, mi tenne d'occhio, e durante la ricreazione venne ad accertarsi della mia tenuta nel corridoio vicino alla nostra aula. Impassibile, mi fece un giro attorno guardando con attenzione (soltanto curiosità e nessuno scandalo, immagino) alla stoffa che indossavo. Racconto l'episodio per spiegare che bastava poco per essere messi sotto osservazione e passare per «gioventù bruciata» come si diceva allora ripetendo il titolo di un celebre film del 1955 con James Dean.

Queste righe raccolgono cose da me scritte in varie sedi, dal settimanale riminese " il Ponte" al web.


 
 
 

1735, lavori al porto

Post n°11 pubblicato il 22 Settembre 2016 da antoniomontanari
Foto di antoniomontanari

La lapide del 1735 che è stata sistemata al Ponte di Tiberio, si riferisce ai lavori eseguiti al Porto, dopo l'alluvione del 1727.


Per altre notizie, visitare questa pagina in "Fuorisacco".

 
 
 

La pagina bianca

Post n°10 pubblicato il 06 Agosto 2016 da antoniomontanari

Dal volume di liriche «Note al testo», in corso di composizione, presentiamo la prima, intitolata:

La pagina bianca

Diceva: adesso cominciamo.
Da dove non sapevamo.
Annunciava impavido:
benissimo si va, se commentiamo.
Niente sotto gli occhi o tra le mani,
batteva il tempo col piede sinistro,
pausa faceva poi con quello destro,
accanto si spostava, e ripeteva
che si stava andando a cominciar.
Senza una carta, un foglio un libro appena,
precedeva la domanda ed avvertiva:
si comincia dal nulla, come quando
il mondo non era che nella mente
del Creatore. Il quale non aveva carte,
libri o congegni vari per misurare,
calcolare, dare, dire, valutare.
E ripeteva: adesso cominciamo
le nostre note al testo,
e se capite e valutate, vedrete
che il testo lo costruirete voi,
che adesso non lo conoscete,
perché non lo avete tra le mani.

 
 
 

Mi sono mal educato

Post n°9 pubblicato il 16 Marzo 2015 da antoniomontanari

«Scegliere la strada dell'ironia, ha osservato qualcuno, vuol dire cercare la giustizia.»
Ezio Raimondi.

Metto le mani avanti, assolvo tutti quanti hanno avuto che fare con me. Delle mie mancanze e colpe sono l'unico responsabile.
Ciò premesso, si rende necessaria un'aggiunta. La mia dichiarazione è oltremodo pericolosa non per le responsabilità personali che potrebbero diventare oggetto di denuncia morale da parte di persone particolarmente pie e vocate alla condanna delle altrui condotte. Ma perché tale dichiarazione sposta il soggetto delle situazioni personali da quell'assieme di presupposti per cui ogni persona è vista come il deposito di caratteri ereditari, di scelte provvidenzialistiche, di maturazioni sociali provocate dall'ambiente di provenienza o di formazione delle prime esperienze di vita.

Per chi raggiunge successo e fortune indicibili, si fanno le pulci e ponti d'oro. Proprio a Rimini s'è visto Lapo Elkan tenere una lezione all'università. Quando si dice avere santi in paradiso. Per chi può fregiarsi soltanto di batoste ricevute per decenni, basta ed avanza una risata che dovrebbe trasformarsi in un sorridente pernacchio, come in quella scena di Amarcord dove c'è il sordino, l'equivalente al rumore sbeffeggiante alla Totò, secondo un vecchio termine locale.
La pernacchia oggi è qualcosa di più sofisticato, da conventicole segrete che non ammettono che uno che sta libero e giocondo possa dire la sua nei limiti della legge, senza offendere nessuno, ma soltanto attraverso lo studio o qualche scritto occasionale di commento ai fatti della vita.
Quelle conventicole segrete spesso sono la trama quasi biblica che teologi carnevaleschi e manovratori ambiziosi al limite dell'impudicizia tessono, nel silenzio generale, perché sai com'è la vita, non si sa mai, possono servirmi in caso di bisogno.

A queste cose sono allergico, e dicendo così mi contraddico, perché le allergie sono un fatto patologico determinato da una certa predisposizione biologica, della quale non ci si può vantare, ma di cui si deve tener conto per una certa serie di comportamenti. Non posso dire che mi creo da solo le allergie. Sono certissimo invece del fatto che una psoriasi in zona oculare nel 2005 s'è sviluppata quando il mio sito «storico», ovvero quello più antico, nato nel 1999, venne chiuso d'autorità dal gestore. Il quale aveva ricevuto da uno studio legale la comunicazione falsa secondo cui ero sottoposto ad indagine giudiziaria per diffamazione a mezzo web.
Tutto falso, come l'ambiente e la società riminese in cui la mia inesistente vicenda personale andava e va collocata. Non si voleva che uno qualsiasi, uno che non voleva inginocchiarsi davanti a nessuna autorità economica dispensatrice di grazie, e che non voleva sottostare alle griglie interpretative della storia e della cultura imposte da quell'autorità non per dono divino, ma per affermare il principio secondo cui nessuna foglia doveva o poteva muoversi senza il suo permesso.

Tante volte allora, prima che il sito fosse riaperto nel 2007 soltanto esibendo la foto del giornale locale la cui copertina riportava la notizia di una condanna patteggiata in tribunale dal signore che aveva fatto scrivere la lettera falsa contro di me (e l'avvocata che l'aveva firmata fu assolta dal suo ordine professionale perché l'aveva appunto soltanto firmata e non pure composta…); tante volte prima di allora, dicevo, mi sono assunto la grave responsabilità filosofica e scientifica di dire che erano nato anarchico.
Ma nella vita si nasce o si diventa? Se chi compie una mala azione, come ad esempio quel vecchio amico e collega che negli anni Ottanta spinse il caporedattore del giornale a cui collaboravo con una serie di articoli sulla Rimini del Novecento, ad intimarmi che dovevo fermarmi per cedere il passo e le pagine a quello stesso vecchio amico e collega, dunque costui è nato o è diventato tale da permettersi di impedire ad un'altra persona di scrivere qualcosa?

Non vorrei apparire come colui che divaga dal vero senso delle cose, ma aggiungerei a questo punto qualche dubbio sulla coscienza di quel caporedattore, se non fossi certo che in lui il rispetto gerarchico del potere configurato in un modo che non è mai stato confessato ma anzi confermato con l'attenuante, che riconosco sinceramente, della costrizione a compiere opera di favoreggiamento soltanto per far ricavare all'istituzione a cui appartiene un utile economico al quale lui non partecipa. Quindi il voto dell'obbedienza premia chi comanda e costringe a disprezzare chi crede che essere liberi significhi rispettare tutti e tutto.
A quale biologia politica appartiene chi si ritiene autorizzato a mettere veti perché un misero cronista faccia qualcosa che piacerebbe fare a lui per avere il monopolio dispotico della Storia locale? Come si vede le domande crescono, le certezze diminuiscono, perché il «santo vero» di questa provincia addormentata è soltanto la spaccio trionfante di verità che si cuciono su misura per pararsi la parte del corpo umano che la verecondia vuole non nominarsi.
Come spiegare altrimenti la bugia di quell'avvocato che immaginando i retroscena della vicenda del 2005 mi diceva che ormai i termini per una denuncia era scaduti, mentre non era vero. Come s'accorse il suo assistente di studio quando mi sorprese davanti alla porta dell'ufficio 42 al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Rimini, con in mano la denuncia da presentare, per cui sbottò in una domanda scandalizzata, «Ma che cosa ci fa qui?», come se mi avesse sorpreso in mutande e con i calzoni sul braccio nella stanza di un bordello (ovviamente felliniano).

Questo particolare scompagina non poco l'impostazione del mio racconto. Con una domanda conseguente: perché accadono certe cose? E se certe cose vengono a cambiare il corso della realtà che ci circonda, qual è la forza nostra personale per cercare di imprimere un certo corso agli eventi?
Mia madre aveva un posacenere nella sala da pranzo borghesemente arredata con le mie librerie. Su di esso era tracciata una scritta, «Tutto arriva a chi sa aspettare». Per nobilitare l'oggetto e quelle parole che esso offriva, forse basta la frase manzoniana con Renzo che evoca la Provvidenza. «La c'è la Provvidenza», spiega Ezio Raimondi, come opera di misericordia dell'uomo all'uomo secondo il precetto evangelico della carità, ricordando che all'osteria della Luna piena lo stesso Renzo aveva gridato spavaldo agli avventori di aver in mano «il pane della provvidenza». Che saggiamente Manzoni, aggiungo, scrive questa volta senza iniziale maiuscola.

Gira e rigira mi ritrovo a fare i conti con due Grandi, quel Manzoni che ho sempre amato, ed Ezio Raimondi, Maestro di uno stile non soltanto letterario ma di vita. Ecco perché proprio in capite di queste povere pagine ho inserito quella sua frase, «Scegliere la strada dell'ironia, ha osservato qualcuno, vuol dire cercare la giustizia», che per me ha sempre voluto dire parecchio.
Per tanti anni sui fogli locali ho tenuto rubriche percorrendo quella strada dell'ironia che serviva appunto per cercare la strada della giustizia. Forse per questo motivo, negli ultimi periodi, tanti illustri e potenti reazionari concittadini, alcuni per fissazione maniacale, altri per pregiudizio politico, hanno tentato di farmi sparire dalle pagine. Li ho accontentati. E mi sono ritirato. Da due anni.

Antonio Montanari
(c) RIPRODUZIONE RISERVATA

 
 
 

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Post n°8 pubblicato il 27 Giugno 2013 da antoniomontanari

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