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Non ti arrendere mai,
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(San Leone Magno)

 

 

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L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile…

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La lepre e le rane

Una lepre stava a rammaricarsi per la sua incorreggibile paura che la faceva sempre scappare da ogni cosa, e faceva grandi propositi di comportarsi più coraggiosamente quando un rumore la fece fuggire a gambe levate.
Arrivò allo stagno e tutte le rane, non appena la udirono, si tuffarono in acqua e si nascosero nella fanghiglia.
“Meno male!” si consolò la lepre.
“Per quanto si possa essere paurosi, c’è sempre chi ha più paura di noi!

 

 
Creato da: fabiana.giallosole il 18/02/2012
COPDUS - Coordinamento Provinciale Docenti Utilizzati di Sassari

 

 

Dispersione

Post n°2807 pubblicato il 18 Aprile 2014 da fabiana.giallosole
 

 

Da “OrizzonteScuola”


Dispersione scolastica. VII Commissione: "Italia investe poco", estendere misure ai BES e potenziare "anagrafe studenti"


red - Il 16 aprile la 7a Commissione della Camera ha deliberato lo svolgimento di un’Indagine conoscitiva sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica. Vi riportiamo la parte relativa alle azioni di contrasto attualmente in atto e le prospettive di intervento.

Azioni di contrasto

Per contrastare la dispersione, il modello adottato dalla scuola italiana ruota intorno all’obiettivo dell’inclusione, così come dichiarato nella 53 del 2003, a partire dall’innalzamento legge n. dell’obbligo di 296 del istruzione/formazione a 16 anni (legge n. 2006) e dal diritto-dovere di istruzione e formazione. Si ricorda, infatti, che nell’attuale ordinamento italiano l’obbligo di istruzione riguarda la fascia di età compresa tra i 6 ed i 16 anni e viene assolto con la frequenza del primo ciclo di istruzione e dei primi due anni di scuola secondaria di secondo grado o, in alternativa, con percorsi di formazione professionale sviluppati dalle Regioni o dagli Istituti professionali.

Dopo i 16 anni sussiste l’obbligo formativo, come definito dal decreto 76, all’ legislativo 15 aprile 2005, n.articolo 1, concepito come «diritto-dovere all’istruzione e alla formazione sino al conseguimento di una qualifica di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età». L’obbligo formativo può essere assolto terminando la scuola superiore fino al conseguimento del diploma, frequentando, dopo il primo biennio di scuola superiore, un corso professionale per il raggiungimento della qualifica e, infine, lavorando con un contratto di apprendistato o altro tipo di contratto che preveda comunque la frequenza di attività formative esterne 167 all’azienda, come indicato dal decreto legislativo n. del 14 settembre 2011 (Testo unico dell’apprendistato).

76 del 2005, in merito al Il citato decreto legislativo n. diritto-dovere all’istruzione e formazione, recava – all’articolo 4 – norme «per la realizzazione di piani di intervento per l’orientamento, la prevenzione ed il recupero degli abbandoni, al fine di assicurare la piena realizzazione del diritto-dovere all’istruzione ed alla formazione, nel rispetto delle competenze attribuite alla regione e agli enti locali per tali attività e per la programmazione dei servizi scolastici e formativi».

Perr quanto riguarda l’integrazione degli immigrati, le linee di indirizzo sono contenute sia nelle «Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione 24 del 2006) sia nel degli alunni stranieri» (Circolare ministeriale n. Documento del MIUR «La via italiana per la scuola interculturale e integrazione degli alunni stranieri» del 2007 in cui sono stati individuati i principi e le strategie per l’inclusione.

Sono stati messi in atto, inoltre, interventi specifici diretti alla scolarizzazione di alunni e studenti immigrati, rom e sinti (fondi per le aree a forte processo migratorio), nonché scuole in carcere o in ospedale.

Tuttavia, la scuola italiana investe poco e in modo residuale contro la dispersione. Il 90 per cento del bilancio è speso in risorse correnti (in particolare retribuzione del personale) e non in innovazione. Il problema centrale non è stato affrontato dalle azioni di contrasto, spesso episodiche e settoriali, oltre che intraprese con scarse risorse.

I principali interventi di carattere generale – di carattere sistemico – svolti contro l’abbandono scolastico negli ultimi anni sono stati realizzati con i Piani Operativi Nazionali (PON). Dal 2002 al 2006 il PON «La scuola per lo sviluppo» ha svolto diverse Azioni contro la dispersione. Nel 2007-2013, nell’ambito dei PON – Obiettivo specifico F – Promuovere il successo scolastico, le pari opportunità e l’inclusione sociale – sono stati investiti 270 milioni di euro (5700 progetti, 450.000 partecipazioni) per le 4 Regioni dell’Area Convergenza (Calabria, Campania, Puglia, Sicilia). Nell’ambito del PAC – Piano di Azione Coesione – Priorità Istruzione dal 2012 è in svolgimento l’AZIONE 3 (circolare 11666 del 31.7.2012) recante «Realizzazione di prototipi di azione educativa in aree di grave esclusione sociale e culturale», dedicata al recupero dei soggetti in difficoltà (42,9 MEuro). La prima tranche del programma ha interessato 30 province e quasi 400 istituti di scuola secondaria di primo e secondo grado. Gli interventi sono finalizzati alla promozione di «esperienze positive di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica e formativa, che potranno essere diffusi come modello di intervento, prototipi, per tutte le istituzioni scolastiche.» Oltre al metodo per prototipi, la misura si caratterizza per l’approccio «multi-attore», cioè reti di scuole e privato sociale.

Elemento distintivo dell’azione dei PON è la costituzione di reti, nelle quali operano, in una logica sinergica e di integrazione, «i diversi attori presenti nei singoli territori, rappresentati non solo dalle scuole, ma anche da altre agenzie educative e sociali che partecipano attivamente alla realizzazione del progetto come «comunità educante».

È evidente come sia necessario seguire e valutare tali ingenti misure di sostegno. A questo scopo, sono stati istituiti presso il MIUR il Comitato di coordinamento e supporto delle reti scolastiche, ed è stato avviata la procedura per la valutazione indipendente delle attività realizzate.

Una valutazione sui rendimenti dei partecipanti ai PON, svolta nel 2007 (MIUR, La ricerca continua. La dispersione scolastica nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia: l’esperienza dei PON, 2007) ha, però, dato risultati non all’altezza delle aspettative sia per i dati sulle promozioni, che sulle votazioni e sulle assenze, dimostrando che sono necessari tempi lunghi e cambiamenti profondi per vedere effetti delle azioni intraprese, spesso estemporanee e frammentarie. Appare prioritario, quindi, acquisire una puntuale e specifica valutazione degli interventi già svolti per verificarne l’impatto, individuare le migliori pratiche e i punti di forza delle azioni messe in atto.

Nell’ambito dell’autonomia delle scuole, inoltre, gli istituti possono organizzare, all’interno della quota «libera» del curricolo, iniziative di sostegno, recupero e orientamento, oltre che programmi e interventi da finanziare con il Fondo permanente per il Miglioramento dell’Offerta Formativa. Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, il predetto MOF e il FIS – Fondo di istituto sono diminuiti (si veda, ad esempio, il problema del pagamento degli scatti stipendiali degli insegnanti attraverso il MOF).

Nella XVII legislatura, nell’ambito di attuazione di politiche in linea con le predette raccomandazioni europee, il Parlamento ha approvato la conversione del decreto-legge 12 settembre 2013, n.104 (convertito, con 128 del 2013), modificazioni, dalla legge n. contenente misure di spesa per 15 milioni di euro (3,6 milioni per il 2013 e 11,4 milioni per il 2014), volte a prevenire la dispersione scolastica. L’articolo 7 del predetto decreto-legge prevede un programma di didattica integrativa che contempla, tra l’altro, ove possibile, il prolungamento dell’orario scolastico per gruppi di studenti, il rafforzamento delle competenze di base e l’individualizzazione dei percorsi. Il programma è rivolto a scuole di ogni ordine e grado, nella prospettiva Pag. 161della prevenzione degli abbandoni, concentrati soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado.

Il relativo decreto ministeriale attuativo prot. 87 del 7 febbraio 2014, in attuazione del citato articolo 7, recante misure in materia di apertura delle scuole e prevenzione della dispersione scolastica, ha avviato i bandi per le reti di scuole che intendono partecipare al progetto. I moduli base prevedono due modalità di intervento: azioni per piccoli gruppi di studenti cui dedicare percorsi di recupero, individuati in base a indicatori di rischio di evasione, e laboratori/attività per tutto l’istituto, di tipo artistico, culturale e ricreativo.

Per quanto riguarda l’inclusione e l’integrazione dei figli degli immigrati, si sono messi in atto – in questi anni – numerosi interventi e soluzioni adottate per ridurre il gap linguistico e culturale. Anche di queste misure andrebbero valutati gli esiti e gli effetti, che consistono nell’utilizzo di personale specializzato nell’insegnamento della cosiddetta L2, uso di mediatori, didattiche integrative, progetti interculturali e laboratori linguistici di transizione. Occorre, però, distinguere tra interventi volti a prevenire lo svantaggio tra i minori arrivati dall’estero e quelli di seconda generazione, che non sono interamente sovrapponibili. In ogni caso, la scuola italiana necessita di misure strutturali e continue, al di là dell’emergenza e del «fai-da-te» operato dalle singole scuole.

Prospettive di intervento

In sintesi, nonostante le numerose iniziative avviate, il problema della mancata valorizzazione di quell’immenso capitale umano, che è la formazione dei giovani, risente di una carenza di decisione e progettualità da parte delle forze politiche e dell’istituzione, oltre che una forte resistenza a mettere in questione il modello curricolare tradizionale e gli stili professionali consolidati. Si pone la necessità, quindi, di sviluppare strategie che consentano di intercettare il disagio, e che riescano a ri-orientare lo studente verso percorsi di istruzione e formazione idonei alle proprie attitudini, prevenendo, così, sia la dispersione scolastica che l’insuccesso nell’età universitaria e migliorando sensibilmente la capacità di ingresso nel mondo del lavoro.

Gli indirizzi forniti dall’Amministrazione del MIUR per abbattere la dispersione scolastica (audizione del sottosegretario Marco Rossi Doria del 22 gennaio 2014), in diminuzione nel tempo, ma non in misura sufficiente, consistono in tre linee di azione:

  1. costanza nel tempo delle azioni e coordinamento tra i promotori delle politiche, nonché valutazione dei risultati;
  2. approccio basato sulle competenze di base e personalizzazione degli apprendimenti;
  3. alleanze tra scuola, territorio, famiglia, agenzie educative.

L’indagine conoscitiva che si intende avviare ha lo scopo di verificare se i processi avviati dalle istituzioni e le stesse azioni previste dal citato 104 del 2013 (nonché dal decreto-legge n. 87 del decreto ministeriale n. 2014), corrispondano a tali indirizzi e indicatori di qualità, assumendo, in particolare, la prevenzione e il recupero della dispersione come obiettivo specifico; è infatti evidente il rischio che i finanziamenti per azioni mirate alla dispersione vengano, invece, utilizzati per azioni di carattere generale, di finanziamento alle attività ordinarie, nonché estemporanee.

In questo quadro, due sono i princìpi ispiratori delle azioni di contrasto alla dispersione scolastica da considerare con attenzione. Il primo è la prevenzione precoce degli abbandoni; il secondo è un approccio integrato che considera la scuola all’interno di un insieme di reti, quali la famiglia, l’associazionismo, il mondo del lavoro.

Per quanto riguarda il primo, occorre migliorare i dati e le informazioni utili per intervenire tempestivamente sul capitale umano del nostro Paese; in questo senso, un elemento importante di contrasto riguarda l’integrazione dell’anagrafe nazionale degli studenti (istituita con il decreto legislativo 76 del 2005) con n. le anagrafi regionali nel sistema nazionale delle anagrafi studentesche (già prevista dalla normativa vigente, in base alla 179 del 2012, 221 del 2012, di conversione del decreto-legge n. legge n. ma non ancora attuata) prevista dall’articolo 13 del decreto-legge 104 del n. 2013.

Emerge come particolarmente utile la costituzione presso gli USR (uffici scolastici regionali) di gruppi di controllo e monitoraggio del fenomeno delle assenze saltuarie. Si tratta di rendere obbligatoria la rilevazione delle assenze, con conseguente comunicazione periodica al gruppo di ricerca come strumento fondamentale per la prevenzione.

Al fine di avere una conoscenza tempestiva della situazione sulla dispersione scolastica ed il rischio di abbandono degli studi, è necessario proseguire in tale lavoro di miglioramento del sistema Anagrafe nazionale degli studenti, che non fornisce una mera elencazione degli alunni frequentanti, ma – per ogni singola istituzione scolastica – presenta l’esatta composizione delle classi, con l’indicazione nominativa degli alunni frequentanti; indicando inoltre il tempo scuola presente e l’indirizzo di studio, con il relativo carico orario settimanale per ciascun percorso di scuola secondaria di secondo grado.

La suddetta Anagrafe nazionale degli studenti costituisce un efficace strumento di contrasto alla dispersione scolastica fino al compimento dei 14 anni, età nella quale è possibile per lo studente iniziare un percorso formativo professionale. Si tratta di una vera e propria banca dati, che permette di intervenire tempestivamente sul fenomeno dell’abbandono degli studi, in quanto le scuole sono chiamate ad intervenire in tempo reale sull’anagrafe, segnalando la reale frequenza o l’abbandono dei ragazzi iscritti nel proprio istituto. In questo quadro assume una particolare importanza la scuola dell’infanzia, come luogo di formazione precoce che permette di acquisire le competenze di base necessarie per il successivo successo formativo. La frequenza regolare, la diffusione (e l’eventuale considerazione dell’obbligo di tale opportunità formativa) vanno inquadrati nell’ambito della prevenzione dello svantaggio scolastico.

Va inoltre analizzato e approfondito il coordinameno tra tali tipi di misure e quelle previste dalla recente normativa sui cosiddetti BES – Bisogni educativi speciali (Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 »Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica»). Accanto ai disturbi di apprendimento specifici e alla disabilità, i BES comprendono anche «lo svantaggio sociale e culturale e le difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse». Si indica, così, una vasta area di alunni per i quali va applicato in modo particolare il principio della personalizzazione 53 del 2003, e che rientrano dell’insegnamento, sancito dalla legge n. tra gli alunni/studenti a rischio di dispersione. È evidente che i due campi di azione dovrebbero essere coordinati anziché procedere in modo parallelo.

Un approccio integrato alla dispersione deve permettere di potenziare tutte le forme di prevenzione del disagio e di sperimentazioni di innovazioni didattiche che riavvicinino i giovani alla scuola. In questo senso sono da valorizzare i partenariati e le collaborazioni tra gli enti locali e le istituzioni scolastiche a tutti i livelli, in una cooperazione anche con il mondo del terzo settore e del volontariato, che possano rendere efficace un comune sforzo nell’aiutare le giovani generazioni a portare a termine – con successo – il loro percorso formativo.

Le sperimentazioni più efficaci nascono dalla consapevolezza che la scuola, da sola, non basta ad affrontare il fenomeno, sia per la scarsità di risorse in continuo calo, sia per le cause esterne alla scuola stessa. Un nuovo modello di governo riguarda il livello territoriale, come avviene in varie regioni come la Lombardia, dove cooperano le province, i Centri di formazione professionale, i Centri per l’impiego e così via.

 

 
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Bibloteche Scolastiche

Post n°2806 pubblicato il 18 Aprile 2014 da fabiana.giallosole
 

Da "Docenti Inidonei e +"


 Utilità delle Biblioteche Scolastiche nella lotta contro la dispersione scolastica.


 

Finalmente ci siamo!!! Il 16 aprile la 7a Commissione della Camera ha deliberato lo svolgimento di un’Indagine conoscitiva sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica.

In merito a quest’ultima,la Commissione Cultura afferma che:  “l’Italia investe poco” e che sarebbe opportuno estendere misure ai BES e potenziare "anagrafe studenti".

E’ risaputo che il decreto ministeriale attuativo prot. 87 del 7 febbraio 2014, “in attuazione dell’art.7, recante misure in materia di apertura delle scuole e prevenzione della dispersione scolastica” , ha avviato i bandi per le reti di scuole che intendono partecipare al progetto".

Contempla l’esistenza di moduli base che prevedono due modalità di intervento: azioni indirizzate a piccoli gruppi di studenti ai quali dedicare percorsi di recupero, e laboratori/attività per tutto l’istituto, di tipo artistico, culturale e ricreativo.

Allora, dopo tanto penare, FINALMENTE, nell’ambito dell’attuazione dei laboratori/attività,si deciderà di tenere nella giusta considerazione l’UTILITA’ delle Biblioteche Scolastiche e le stesse saranno riconosciute come il primo mezzo adatto a contrastare, A COSTO ZERO, la dispersione scolastica?

Le biblioteche scolastiche sono e possono essere utilizzate ulteriormente nei progetti contro la dispersione scolastica e nelle iniziative culturali. Ciò è possibile grazie alla professionalità di chi vi opera, alle competenze acquisite dal personalei , (ottenute grazie ai corsi di formazione organizzati dal MIUR e frequentati dai Docenti idonei ad altri compiti) ,al buon rapporto con gli utenti  nonché alla buona dotazione di volumi posseduta.

Attualmente le biblioteche scolastiche sono gestite da docenti che per problemi di salute hanno chiesto di essere utilizzati in questa attività, garantendo un servizio di trentasei ore settimanali cioè  un apertura quotidiana per 6 giorni alla settimana. .

Purtroppo negli  ultimi quattro anni  c’è stato il tentativo di trasferimento coatto dei docenti bibliotecari in altre amministrazioni o in settori amministrativi delle istituzioni scolastiche .

Tale tentativo  ha creato un grave clima di incertezza tra i docenti utilizzati che ha impedito loro di svolgere il proprio lavoro con la necessaria serenità e rendendo precaria la loro condizione professionale.

Dopo una dura lotta sindacale,sostenuti eslusivamente dai COBAS, i docenti bibliotecari sono stati confermati nel loro utilizzo sino al 2016 ,ma, tra tre anni ,è  prevista la loro messa in  mobilità verso altre amministrazioni con la conseguenza di disperdere la professionalità acquisita.

A questo punto è indispensabile che i politici, la Commissione Cultura ed il MIUR rivalutino l’operato dei Docenti Utilizzati in altri compiti.
Ricordiamo a tutti loro che gli alunni frequentano regolarmente le biblioteche scolastiche ed accedono ai servizi offerti ossia:
1 - prestiti brevi Dizionari
2-  prestiti testi di narrativa e di approfondimento delle varie discipline facenti parte del corso di studio
3- ricerche online attinenti alle materie di studio
 4- consultazione libri e riviste , consigli sulle tesine oggetto di discussione nell'ambito dell'esame di stato,
5-laboratori di lettura, scrittura; studio
6- fruizione del prestito dei testi scolastici in comodato d'uso

7- lettura e prestito delle riviste facenti parte delle emeroteche delle scuole

.8- incontri con scrittori

Le biblioteche sono un punto di riferimento costante per gli alunni.

I Docenti Idonei ad altri compiti utilizzati nella loro gestione  propongono nel corso dell’anno vari progetti finalizzati al conseguimento di vari obiettivi tutti mirati a contrastare la dispersione scolastica ;

-Incrementare l'interesse e l'attenzione degli alunni nei confronti della lettura e della scrittura

- favorire la socializzazione tra gli studenti

- Far conoscere agli studenti i vari reparti delle Biblioteche

- Fornire informazioni sul sistema di classificazione usato"

- Apprendere le modalità di consultazione dell'OPAC  (catalogo online)

Tali progetti sono a costo zero, contrastano nel modo migliore la dispersione scolastica e consentono agli alunni di approfondire la loro cultura rendendoli protagonisti di un programma nel quale possono esprimersi e mettere in luce le loro capacità.

 

Coordinamento Provinciale Docenti Utilizzati Sassari

 
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GIANNINI

Post n°2805 pubblicato il 18 Aprile 2014 da fabiana.giallosole
 

Da “Tuttoscuola”


Giannini, bene se alcuni insegnanti guadagnano di più


“Se si da più autonomia alle scuole, se si fa più valutazione, c’è la possibilità - ha spiegato - di distribuire le risorse in maniera differenziata, valorizzando chi si impegna di più, chi assume funzioni di coordinamento.

"Mi augurerei che alcuni insegnanti guadagnino di più. Se si guarda al merito e all'impegno e lo si traduce in riconoscimento sociale ed economico questo significa ridare dignità e attrattività a un mestiere che le ha perse". In una video-chat su la Stampa.it il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, torna a insistere sulla necessità di ridare centralità alla figura dell'insegnante.

Se si da più autonomia alle scuole, se si fa più valutazione, c’è la possibilità - ha spiegato - di distribuire le risorse in maniera differenziata, valorizzando chi si impegna di più, chi assume funzioni di coordinamento. Perchè insegnare non è solo questione di talento, ma di impegno e di lavoro costante”.

Insomma anche Stefania Giannini ci prova, dopo Berlinguer (centro-sinistra, che ci rimise la poltrona di ministro), Moratti (centro-destra, il cui insegnante-tutor fu stoppato dai sindacati) e Aprea (che esplorò senza successo, in Parlamento, la via bipartisan). Vedremo se in una situazione di sostanziale blocco della spesa pubblica, di cui quella per l’istruzione è parte preponderante, ci sarà spazio – politico, economico e sindacale – per riaprire il discorso, come Giannini promette.

 
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Una squadra

Post n°2804 pubblicato il 18 Aprile 2014 da fabiana.giallosole
 

Da "La ricerca"


Una squadra fortissimi


Sperereste di essere reclutati da un coach catenacciaro, gioco a zona o calcio-champagne? Da un allenatore ruvido ed intransigente o da un fine psicologo, che saprà come farvi dare il meglio di voi stessi? Conte o Guardiola?

Marina Boscaino 

Qualche giorno fa il ministro dell’Istruzione Giannini è ritornata sul tema del reclutamento dei docenti, auspicando la chiamata diretta da parte dei dirigenti. Lo ha fatto nel consueto linguaggio informale – per molti inopportuno – che caratterizza lo stile comunicativo della nuova compagine governativa: il dirigente scolastico deve “potersi scegliere la propria squadra”. Si tratta di un tema delicato, sul quale sarebbe il caso di riflettere con minore velocità e maggiore ponderatezza.

All’ipotesi si oppone, innanzitutto, l’art. 97 della Costituzione, che al comma 3 recita: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. La ventata di tendenza privatistica, allargata anche alla scuola pubblica; la perdita progressiva del principio di scuola come istituzione dello Stato, a vantaggio di quello di scuola come agenzia di servizi, non devono far dimenticare che il concorso pubblico – senza dubbio perfettibile, in alcuni casi inficiato dall’italica propensione al malcostume o da errori – è non solo garanzia del principio di pari opportunità nel reclutamento; ma anche di pari opportunità per il diritto all’apprendimento degli studenti. Nonché del fatto che, tra i principali strumenti che lo Stato ha a disposizione per configurare il principio di uguaglianza (comma 2 dell’art. 3 della Carta: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), c’è anche e soprattutto la scuola pubblica. La scuola, cioè, come strumento di emancipazione da destini socio economici determinati dalla nascita, come “ascensore sociale” che permette di migliorare se stessi e se stessi all’interno della società attraverso la cultura, poggia la propria ragione di essere e interpreta la propria funzione nell’ambito di un sistema nazionale di istruzione che, nelle sue componenti fondamentali,  deve contemplare ordinamenti generali e procedure  condivise da Sondrio a Lampedusa.

Ciò detto, è noto che i fan della “chiamata diretta” sono stati molteplici. Tra questi una delle massime sostenitrici è stata Valentina Aprea, un tempo presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati in quota Forza Italia-Popolo della Libertà, ora assessore della Regione Lombardia. Aprea aveva già dichiarato tale sua preferenza  nel 2008, nell’ambito del suo indimenticabile omonimo disegno di legge, che ha avuto l’indubitabile pregio di raccogliere un tale livello di dissenso da creare una mobilitazione permanente, contraria anche ai ritocchi che, nel tempo, furono apportati al progetto originario (la cosiddetta Aprea-Ghizzoni). Divenuta assessore per l’istruzione alla Regione Lombardia, 2 anni fu tra gli ideatori della legge Regione Lombardia n. 7 del 18 aprile 2012 “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”. Ecco il testo dell’art. 8: “Al fine di realizzare l’incrocio diretto tra domanda delle istituzioni scolastiche autonome e l’offerta professionale dei docenti le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi per reclutare il personale docente con incarico annuale. E’ ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola iscritto nelle graduatorie provinciali fino ad esaurimento’‘. Di cosa si trattava? Della possibilità per gli istituti scolastici di formare proprie graduatorie interne – indipendenti dai punteggi attribuiti ai singoli insegnanti in quelle provinciali – dalle quali attingere per i contratti ai supplenti. Una visione soft della chiamata diretta, pur sempre svincolata da criteri uguali e garantiti per tutti. La legge fu impugnata dal Consiglio dei Ministri presso la Corte Costituzionale per violazione dei principi fondamentali in materia d’istruzione, dal momento che un intervento sul reclutamento dei docenti "eccede dalle competenze regionali" (secondo l’art. 117 della Costituzione) e quindi sarebbe incostituzionale. La Corte accolse il ricorso e cassò la legge.

L’Aprea (“consentire alle scuole di scegliere gli insegnanti è un dovere che abbiamo nei confronti dei nostri cittadini”) sostenne che l’obiettivo della legge era “rafforzare le autonomie scolastiche anche sul piano della responsabilità della scelta dei docenti. Nello stesso tempo, punta a ridurre il rischio di mancanza di continuità didattica legato alla percentuale di supplenti annuali”. In realtà essa avrebbe consentito di ignorare graduatorie e diritti acquisiti, segnando un fatale passo avanti da una parte verso una visione privatistica della scuola della Repubblica, dall’altra dando il via ad un reclutamento basato su cordate, interpretazioni soggettive, conoscenze, segnalazioni, improprie intromissioni e selezioni opinabili (ipoteticamente: adesione sindacale, provenienza regionale, stile didattico, laicità o confessionalità e così via). Un’insidia, in linea più generale, a due principi costituzionali: quello di laicità e quello della libertà di insegnamento.

È tanto tempo che ho smesso di professare la religione “insegnanti, tutta brava gente”. Ho dismesso quella lettura un po’ romantica, un po’ utopica che, nei primi tempi della mia collaborazione su quotidiani (risalente ormai a quasi 15 anni fa), mi sembrava il modo più efficace per esigere quel rispetto che sentivo molti di noi meritano non solo per la passione e l’impegno con cui mettiamo a disposizione le nostre competenze, ma anche per la funzione – semplicemente – che abbiamo deciso di svolgere all’interno della società: la più politica, nel senso letterale del termine, se pensiamo al concetto di cittadinanza. Quella le cui prerogative sono scandite limpidamente e semplicemente dalla nostra Costituzione. A poco a poco ho cambiato parere. E mi sono accorta che l’abbassamento dei livelli di competenze, i salari con un potere d’acquisto sempre più avvilente, lo scarso investimento sul ruolo del docente e sulla scuola pubblica che ha – trasversalmente, purtroppo – scandito le politiche scolastiche degli ultimi lustri, hanno avuto effetti negativi sulla motivazione di molti. Il disagio cresce quotidianamente, e si concretizza persino nella scelta di alcuni di fare dell’insegnamento la sinecura che garantisca di portare a casa uno stipendio con uno sforzo a basso costo.

D’altro canto, di persone serie – è sotto gli occhi di tutti – ce ne sono molte in giro. Questo lo sanno benissimo anche gli sconsiderati cantori dell’epica del “fannullonismo”, che a più riprese sono intervenute su temi quali reclutamento, valutazione, premialità. La perdita di una funzione culturale e di uno statuto sociale dei docenti di una società che si alimenta di ben altri miti, sono sintetizzati da due estremi, altrettanto demagogici e occhieggianti a consensi opposti, che danno in maniera analoga il senso di una professione che non riesce più a trovare una collocazione significativa all’interno di questa società: da una parte la glorificazione – a salario fermo e contratto bloccato da tanti anni – di coloro che ci hanno chiamato e ci chiamano eroi; dall’altra la ventata di strategie diffamatorie dell’intera categoria degli insegnanti – inaugurata da alcuni interventi sui più importanti quotidiani di economisti editorialisti come Ichino, Panebianco, Giavazzi – che sono alla base di un’asfittica e punitiva visione della valutazione e di una premialità legata a criteri fluttuanti, lontani anni luce da ciò che si deve sapere e saper fare per interpretare dignitosamente ed efficacemente la nostra professione. Spesso inconsapevoli di ciò che la scuola è, nella sostanza. O ansiosi di giustapporre al “luogo scuola” – con le sue particolarità e specificità – i limiti angusti, e ad esso incoerenti, delle realtà aziendali.

Si tratta di due rappresentazioni che denunciano la perdita di contatto tra la società e chi continua a svolgere questo lavoro con passione e responsabilità: tantissimi, nonostante tutto. In questo smarrimento del senso, in questo patto infranto – quel patto che ha consentito cooperazione, idem sentire, condivisione tra il dentro e il fuori della scuola, negli anni che hanno reso solide le basi della nostra democrazia – gli insegnanti oscillano tra una sfiduciata dismissione culturale e relazionale, che accompagna quella sociale; e un ostinato esercizio della vocazione missionaria che molti di noi hanno; quella vocazione che ha consentito  alla scuola di andare avanti comunque, tentando di tamponare e di neutralizzare i danni che gli strateghi delle politiche dell’istruzione producevano impunemente.

Nessuno dei nostri politici ha pagato il conto di errori marchiani (l’abbassamento dell’obbligo scolastico, la diminuzione drammatica delle competenze di lettoscrittura nei quindicenni scolarizzati nel nostro Paese, ad esempio), di scoop ad uso della stampa che si sono tradotti in nulla o – peggio – in operazioni opinabili (la geostoria, il portfolio, il tempo pieno ridotto da diritto a fortunata opportunità, la politica della “semplificazione”). A nessuno è stato presentato il conto di cambiamenti continui – traumatici o a colpi di “cacciavite” – che la scuola ha subito protestando o no, ma troppo spesso sostituendo all’opposizione e alla condivisione della resistenza l’adattamento (responsabile o di comodo) alle novità. Le responsabilità sono fluttuanti: non sappiamo o preferiamo non assegnare a nomi e cognomi, per chiedere ragione delle continue bizzarrie (che di pedagogico – da qualsiasi parte politica siano provenute – non hanno nulla) alle quali, con camaleontico spirito da bricoleur, siamo stati addestrati ad adeguarci.

In questo contesto si inserisce l’insistenza sul tema della chiamata diretta. Inopportuno, dunque, sia dal punto di vista normativo che delle condizioni concrete. Quali sarebbero i criteri che garantiranno identiche condizioni di accesso? Quali le caratteristiche dei profili più richiesti? Per quali motivi gli istituti scolastici meno rinomati (e dunque meno ambiti), già caratterizzati da una popolazione studentesca svantaggiata, dalla localizzazione in zone marginali, dovrebbero – come è ovvio e fisiologico che sia – accontentarsi dei docenti meno titolati, meno referenziati dal punto di vista culturale – ampliando così i margini di svantaggio già esistenti?  Come si misura la capacità di relazione e di cura che un insegnante è in grado di sviluppare? Qual è il vantaggio di amplificare il gap che già esiste tra zone del Paese e – nell’ambito del Paese – tra scuola e scuola? Queste e tante altre le domande.

Le dichiarazioni di Giannini sono in linea con quanto il non ancora premier Renzi affermò circa un anno fa nel programma con cui si candidò alle primarie del centrosinistra, “Una scuola in cui si impara davvero”: al centro l’autonomia, ampia, “anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con una piena responsabilizzazione dei rispettivi vertici e il corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie”.

La scuola, però, non è una squadra. La scuola è il luogo aperto a tutti dove tutti i giovani hanno l’identico diritto – ovunque e in qualsiasi situazione siano nati – di provare a diventare donne e uomini, cittadini consapevoli; di emanciparsi attraverso la cultura; di conquistare pensiero critico e migliorare se stessi; di gettare basi solide rispetto a ciò che saranno in futuro. Di imparare, per capire e per capirsi, e per esistere in maniera tanto più dignitosa quanto più quello – la scuola – sarà stato l’unico luogo in cui saranno entrati in contatto con cultura e pensiero emancipante.

Per questo l’unitarietà del sistema scolastico nazionale è un principio da difendere senza se e senza ma.

 
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TASSE UNIVERSITARIE

Post n°2803 pubblicato il 18 Aprile 2014 da fabiana.giallosole
 

Da “Roars”


Tasse universitarie ed austerità


Di Armanda Cetrulo

 

L’Italia è ultima in Europa per laureati, questo il verdetto di Eurostat. Un dato incontrovertibile, ma divergono le spiegazioni. Le quali non possono prescindere dalla valutazione comparativa dei costi che ricadono sugli studenti

L’Italia è ultima in Europa per laureati, questo il verdetto di Eurostat. Un dato incontrovertibile, ma divergono le spiegazioni. Le quali non possono prescindere dalla valutazione comparativa dei costi che ricadono sugli studenti e le famiglie. Questo articolo di Armanda Cetrulo, pubblicato originariamente su Young Voices of Europe, evidenzia le disparità delle politiche per l’istruzione messe in atto dai paesi del Sud-Est Europa rispetto a quelli del Nord Europa. L’Italia, che staziona a fondo classifica per le borse di studio, presenta un aumento del 63% delle tasse universitarie negli ultimi 10 anni. Con queste premesse, diventa più facile spiegarsi la la maglia nera per numero di laureati.

L’ultimo report della Commissione Europea sui sistemi nazionali di contribuzione e sostegno per gli studenti universitari mostra chiaramente profonde disparità tra i Paesi Europei, confermando anche in questo caso, una sorta di “divisione” tra i Paesi del Nord Europa e quelli del Sud-Est. Non ci sono infatti tasse universitarie (escluse le spese amministrative) in Danimarca, Germania, Austria, Finlandia e Svezia mentre invece in tutti gli altri Paesi sono previste tasse più (Estonia, Lituania) o meno (Francia) alte.

È interessante notare che non solo le tasse differiscono ma anche il tipo di sostegno finanziario per gli studenti varia senza però riuscire minimamente a colmare le differenze in termini di costi sostenuti dagli studenti. Infatti, gli stessi Paesi che non prevedono tasse universitarie sono anche quelli che forniscono un più ampio supporto, in termini di borse di studio per reddito (need-based grants) e premi per merito (merit grants), come riportato nella tabella qui:

Come risulta chiaro, i Paesi del Sud Europa non sono capaci di garantire borse di studio adeguate per la maggiore parte dei loro studenti e la crisi non ha fatto che peggiorare questo aspetto a causa degli elevati tagli al settore dell’istruzione. In Italia, per esempio, le tasse universitarie sono cresciute del 63% negli ultimi 10 anni e uno degli effetti immediati è rintracciabile nella significativa riduzione di numero di iscrizioni all’università (-17% negli ultimi 10 anni). In Grecia, alcune lezioni universitarie e corsi di laurea sono stati sospesi a causa delle difficoltà finanziarie e della mancanza di risorse necessarie per portare avanti molte attività didattiche. Allo stesso tempo, in Germania le tasse universitarie, che erano state recentemente introdotte, sono state poi velocemente abolite in 15 delle 16 regioni del Paese e anche la Sassonia ne ha previsto l’abolizione per il 2014-2015.

Dietro questo tipo di politiche, ci sono diverse e complesse ragioni che bisognerebbe prendere in considerazione: molti Paesi Nordici presentano un sistema economico completamente diverso con un maggiore livello di imposizione fiscale e un impegno più esplicitamente redistributivo da parte dello Stato, e stanno inoltre attraversando una situazione economica decisamente più favorevole. Resta comunque un aspetto, più teorico ed idealista se vogliamo, che andrebbe analizzato. Dietro queste politiche, c’è infatti una diversa visione della società e del ruolo che l’istruzione e la conoscenza giocano nel determinare e dare forma allo sviluppo di un Paese. Adottare un sistema contributivo che non impone eccessivi oneri e costi per gli studenti, fino a non prevedere tasse e fornire contemporaneamente gli aiuti necessari a chi ne ha bisogno, significa investire nel futuro di un paese, stimolando l’innovazione, il progresso e garantire un’emancipazione personale e collettiva, promuovendo l’uguaglianza. Non è allora una coincidenza che proprio i Paesi che hanno smantellato le università pubbliche registrino anche i più alti tassi di NEET (giovani che non sono impegnati in percorsi formativi o lavorativi).

Nel determinare il dato sui Neet, giocano senza dubbio un ruolo fondamentale l’inarrestabile peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro e l’elevato tasso di disoccupazione, ma ciò non basta a catturare pienamente il fenomeno degli inattivi. Tra le giovani generazioni del Sud Europa si sta difondendo un profondo e crescente senso di disillusione e fragilità insieme all’idea pericolosa che alcuni diritti siano troppo “costosi” per essere rivendicati. Oggi, i giovani cittadini europei hanno diritti diversi in termini di educazione, condizioni di lavoro, servizi e possibilità di vita. Questo è un aspetto cruciale che dovrebbe essere richiamato in vista delle prossime elezioni europee se l’obiettivo è quello di risvegliare un senso di identità e cittadinanza europea che sembra oggi profondamente disperso.

Pubblicato originariamente su Young Voices of Europe.

 
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Il Coordinamento provinciale dei Docenti Utilizzati di Sassari (COPDUS), si è costituito ufficialmente nel mese di settembre 2011, in seguito alla necessità di fronteggiare il nefasto articolo 19 della Legge 111 del 15 luglio 2011 col quale si dispone la messa in mobilità intercompartimentale dei docenti inidonei o il declassamento a personale ATA con conseguente riduzione stipendiale.

Esserci costituiti in gruppo è stato per tutti noi fondamentale in quanto ci ha dato da subito la forza e la determinazione, entrambe importanti, per intraprendere tutte quelle azioni di lotta civile allo scopo di trovare soluzioni al problema che ci ha visti coinvolti, assieme ad altri quasi 4000, a livello nazionale.

Ritrovarci con cadenza settimanale ci fa sentire, non solo più uniti e aggiornati sull'evolversi della nostra situazione, ma soprattutto più sicuri e positivi nell'affrontarla.

Per questo motivo, e non solo, abbiamo col tempo sentito il bisogno di creare questo BLOG ossia uno spazio per informarci ed informare anche coloro che trovandosi nella nostra situazione pur non facenti parte del coordinamento di Sassari, avranno piacere di visitarci e saranno i benvenuti.

Al tempo stesso vogliamo che questo sia uno spazio oltre che di informazione anche di incoraggiamento al "ce la faremo" e al "non smettere" e quindi non vuole avere e non avrà aspetti e contenuti sterili o "istituzionalizzati".


e-mail: copdus@gmail.com oppure fabianagiallosole@libero.it

 

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