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Post N° 99

Post n°99 pubblicato il 24 Novembre 2008 da Nekrophiliac
 
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MURCOF: COSMOS (2007)

Il cielo sopra Tijuana. Murcof è un nome d’arte, dietro cui si cela Fernando Corona, messicano di nascita, ma residente in Spagna. Professione: musicista. Laureato in Analisi dei Sistemi e Programmazione, Murcof si è formato tra pianoforte e violoncello: dal padre poli-strumentista, infatti, ha ereditato una sconfinata passione per la musica classica. E, quindi, ai primi pc ha affiancato sintetizzatori e molto altro ancora per estrapolarne note e toni. Così ha inizio la sua strabiliante carriera, che si fonda sulle visioni di Arvo Pärt e Henrik Gorecki, pur elaborando un nuovo concetto di musica elettronica: una miscela, non esplosiva, di ambient, minimal/techno e inserti glitch. Al pari delle opere dei suoi maestri, le produzioni di Fernando Corona sono lente ma evocative, cinematiche e suggestive. Le differenze sono, però, ovviamente numerose. In particolare, Murcof ricorre a campionamenti di strumenti acustici recuperati da registrazioni di musica classica o contemporanea, e all'unione di impolverate armonie elettroniche, ritmi disturbati e schegge di violoncello, organo a canne, o altri strumenti canonici, per un qualcosa che risulta, oltre che originale, musicalmente affascinante. Tali gocce acustiche, frammentate in un mare elettronico, cadono al di sopra di un contesto, comunque serio e piacevole. meno sacrale e maggiormente vicino ai profani. L'equilibrio tra le varie parti della composizione, la precisione autodidatta e la cura ossessiva dei dettagli, l'atmosfera sonora a tratti dolce a tratti maestosa, il complesso equilibrio tra silenzi e campionamenti, rendono, senza ombra di dubbio, Murcof una delle figure chiave del moderno compositore colto. Perché è il silenzio a ricevere in dote il compito di lasciare all’ascoltatore la vera essenza della musica stessa. Oltre che rivestire il ruolo di massimo comune denominatore delle sue produzioni anteriori: Martes (2002), Utopia (2004) e Remembranza (2005). Quest’ultimo titolo – ispirato al tema della memoria, che s’iscrive su vari registri espressivi – probabilmente, rappresentava l’apice creativo, dato che calibrava in maniera magistrale un beat appena marcato, tra accennati silenzi e improvvise ripartenze di strumenti classici, ricercando profondità altamente immaginifiche, in cui i violoncelli emergevano per manciate di secondi, rilasciando poi il proprio eco tra rumori di fondo. Come in una gelida stanza vuota. Affatto fredde furono le celebrazioni per questo visionario e poliedrico progetto.

Fuori dal precedente schema. Cosmos, invece, dimostra di poter scavalcare l’unione di sintetici beats generati da un laptop e da samples di musica classica. Rispetto ai suoi scorsi lavori qui c'è molto più materiale armonico e, in generale, una maggiore apertura verso drones e tappeti sonori a scapito dell'attenzione che Fernando Corona aveva verso i suoi tipici ritmi distorti – realizzati utilizzando frammenti noise – ma ciò non rende affatto la sua creativa musica meno interessante, anzi, introducendo nuovi colori sulla sua tavolozza musicale riesce ad essere più vario e sempre più capace di avvolgere e trascinare l’ascoltatore nel suo universo. La ricerca di Murcof si sposta allo spazio, a quel cosmo che superficialmente potrebbe assumere il ruolo di ispiratore più ordinario e retorico, ma che tra le mani di Fernando Corona disorienta, a tratti, per la sua connotazione intimistica. Cosmos «è un’evoluzione logica rispetto a ciò che volevo esprimere in questo nuovo lavoro: sapevo che le strutture usate in precedenza non erano pienamente adatte e ho ridotto la parte ritmata, concentrandomi di più su armonia e texture. Questa volta ho attinto maggiormente dalle strutture musicali classiche piuttosto che dall’elettronica» perché «tutti i miei dischi riflettono un periodo preciso della mia vita. Per esempio, il primo disco corrisponde ala nascita di mio figlio, il secondo è legato alla morte di mia mamma, questo quarto disco riflette il mio spostamento da un continente all'altro, dato che mi sono recentemente trasferito a Barcellona e la mia interpretazione della vita è cambiata. Cosmos è una celebrazione della nostra esistenza, dell'universo: bisogna guardare al di là dei palazzi che ci circondano, bisogna guardare in alto, le stelle e il cielo». Contatto con gli elementi terreni e la natura, oltre che con la tecnologia: ecco le sue caratteristiche. La ricetta può sembrare trita e ritrita, ma il sapore è denso, frutto di un tocco perfezionista, conferiscono al suono del Big Bang uno spessore e una veemenza uniche nel loro genere. A un primo ascolto, infatti, si può sottovalutare il rapporto tra il vuoto – che nelle sibilanti estensioni rinviene la sua foggia sonora più adeguata – e il senso di tormentata trasformazione che spettrale appare fugacemente.

Che rumore fa il silenzio. E può essere riempito. È questo il rarefatto tema che fa da base al climax di Cuerpo Celeste. Un climax sommesso, cupo, ma che riecheggia tremante nei suoi quasi dieci minuti di crescita, fino a far vibrare le casse con la sola forza del silenzio.



Le pulsazioni più elettroniche compaiono al secondo episodio dell’album, Cielo, che fa sì che si possa ammirare un Fernando Corona dal volto più familiare, capace di elaborare un campionamento vocale in maniera così struggente da far credere che sia un lamento ai margini dell’universo. Le due title-track, Cosmos I e Cosmos II, confermano la sensazione di un continuo avvicinarsi all'ambient, alla ricerca di nuove soluzioni per allontanarsi dalla contingenza: nessun ritmo, soltanto meri suoni e basse frequenze pronte a far collassare i padiglioni auricolari, lasciando la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di primordiale e oscuro.



A separare le due quasi omonime tracce si innestano i battiti sintetici di Cometa, che fa il paio con Cielo nel suo rimandare ai trascorsi del passato, eguagliandone in parte la forza emotiva. In tal senso si dischiudono illusorie vie di fuga da silenzi ancora più incombenti, laddove la natura e l'artificio sono nient’altro che bagliori sovrapposti all'orizzonte. Infine, Oort, caratterizzata da improvvise deflagrazioni sonore: questa volta si è, davvero, in presenza di un tentativo di pura e nuda avanguardia, per una conclusione che prevede l’utilizzo minimo dell’elettronica, affiancata da un sottofondo imprevedibile e destrutturato di strumenti classici. I saliscendi emozionali della lunga suite si alternano tra dolci strepiti che lambiscono il silenzio e lancinanti esplosioni corali. Cosmos, in definitiva, è la colonna sonora dell’immensità degli abissi celesti, desta vita nel silenzio del vuoto astrale, nonché filtra l’assoluta mancanza di atmosfera e di materia.

 
 
 
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