Creato da Nekrophiliac il 21/02/2005

DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

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Post N° 100

Post n°100 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da Nekrophiliac
 
Foto di Nekrophiliac

QUIET VILLAGE: SILENT MOVIE (2008)

A spasso nel tempo. Nell’ordine: tre intelligenti singoli stampati su dodici pollici e due intriganti remixes realizzati per François K (The Road Of Life) e Gorillaz (Kids With Guns). E una vita parallela per Matt Edwards, maggiormente conosciuto ed apprezzato sotto lo pseudonimo Radio Slave. Il suo partner all’interno del “progetto” Quiet Village di stanza a Brighton, invece, è il produttore Joel Martin, appassionato di musica d’altri decenni, specie se italica e colonna sonora, magari, di uno dei tanti b-movie polizieschi, da poco “riscoperti” e paradossalmente “celebrati” da una certa parte della critica cinematografica, troppo spesso incapace di guardare oltre alcuni orizzonti scontati.



E risulta decisivo tale nobile interesse. Perché Silent Movie è tanto un sterminato recupero di un bagaglio di elementi e stilemi del panorama disco, jazz, lounge, soul, che un nuovo missaggio di tutto ciò con l’aggiunta di frammenti vocali ed altri suoni, quali rumori di sottofondo o direttamente emananti da strumenti, per la realizzazione di un cinematico viaggio. In sospensione tra realtà e fiction galleggiano rimbombi di chitarre blues, svariati archi da camera e un tripudio di grida, risa, versi di uccelli, fino alle onde del mare e la sua immancabile risacca, senza dimenticare il canto di sospiranti sirene. Sì che ogni traccia, connotata da numerose variazioni al suo interno, possa raccontare in note una storia, suggerire un percorso da seguire, invitare alla contemplazione di sfondi, paesaggi, orizzonti. Nell’arco di una sola singola ora di pura musica. Insomma, non si tratta di un disco classificabile come “dance” ma, di certo, non è privo di ritmi e battute. Ugualmente, non è un disco "suonato", ma neanche elettronico nel sound. Debuttare così non è da tutti e il giusto tributo va altresì assegnato alla !K7, già in passato abile nello scovare talenti – e lanciare ad esempio i Cobblestone Jazz – e tra le più apprezzate dell’ultima annata: basti pensare alle varie realeses che spaziano dal live di Henrik Schwarz allo studio album degli Swayzak, passando per la compilation dei Booka Shade, fino ad arrivare alla raccolta di Carl Craig. È apprezzabile il tentativo della storica etichetta tedesca  di allargare il proprio roster di artisti al di fuori di sonorità minimal/techno et similia: equivale a compiere un netto passo avanti per offrire qualcosa di diverso ad un pubblico di appassionati, non necessariamente, in questo caso, dell’ultima ora.

Missione compiuta. Non è mai facile tenere alta la qualità del prodotto finale, oltre che la sempre importante attenzione dell’ascoltatore per un album intero composto di bagliori caraibici, influenze vintage ed una annaffiata d’elettronica: enorme ed incombente è il rischio del già sentito. Eppure, questo fantasma viene presto scacciato. In presenza di un lavoro di un’eleganza indecifrabile, laddove l’obiettivo sonoro è stato ampiamente centrato e splende di luce propria, non resta che rimarcare la tecnica profusa in un simile sforzo. Ogni singola composizione risulta essere misurata, poiché non si registra affatto l’interesse nello stupire con mirabilie di chissà quale sorta, bensì si privilegia un profilo basso, in direzione di una profondità maggiore, avvolgente a tratti. Il merito del duo è proprio quello del sapersi rapportare, con scioltezza, in maniera coerente e mite con il magniloquente e magnifico passato, tra contaminazioni e campionamenti, mettendoci molto cuore per una visione corale, originale, a tratti psichedelica e, perché no, sensuale. Al cuore del genuino chill-out, si favorisce un comodo relax grazie ad una sapiente macchina del tempo. E non è un'operazione nostalgica fine a se stessa, bensì un vero atto d'amore per un sound e per certe atmosfere ancora oggi impregnate d’incanto. Soprattutto per la musica di gran classe. Non è un caso che il nome della band sia preso in prestito dal titolo di una composizione del 1959 di Martin Denny, padre putativo del filone “esotico”, nient’altro che i primi tentativi di mescolanze latine ed orientaleggianti.

Ad occhi chiusi
. È come se fosse l'ultimo minuto. Praticamente, un lampo. In quella frazione di secondo si decide il/un sogno. Di tutta una notte, forse, di una vita. È un qualcosa di istantaneo, scagliato nelle intime profondità dell'anima, sospesa tra recondite paure e raggianti speranze. E se ci si crede davvero, ci si alza in piedi.  Perché è, davvero, un colpo in un istante. E in quella frazione di secondo non si pensa, praticamente, a niente e a nessuno.



E ci si mette metaforicamente a correre, pur restando fermi, in un turbinio di emozioni, udendo il latente e sibilante cinguettio dei gabbiani alti nel cielo, un attimo dopo la fine della sfavillante Victoria’s Secret, tra l’oboe bucolico e placidi violini. A cui seguono stuzzicanti echi funk racchiusi nel miglior pezzo dei dodici proposti dai Quiet Village: Circus Of Horror, semplicemente trascinante con i suoi indimenticabili flauti e le voci di sottofondo. Segue, a ruota, il beat languido di Free Rider, che coniuga un’elettronica dolce in chiave Air con ingredienti dub. Il soul di Too High To Move, piuttosto, cadenzato da note di piano e imbottito di jazz vellutato, deriva da un sample di Fly Too High di Giorgio Moroder. Il cocktail party continua con il coraggioso reggae di Pacific Rhythm prima e il vibrante trip-hop di Broken Promises, che ricorda da vicino i sinfonici gemiti della Cinematic Orchestra. A seguire, la soave e suadente Pillow Talk. Una pausa evocativa che rallenta il flusso downtempo, per poi riprenderlo con rinnovato battito, pulsante ed iscritto in un nuovo frizzante momento, cioè Can’t Be Beat: nient’altro che un re-edit, notevolmente rallentato, di un classico della disco quale The Days Of Pearly Specer di Trademark. Con Gold Rush sono rievocati i Thievery Corporation per un trascinante groove ed un caliginoso mood, impossibili da scrollarli di dosso. Anche l’Africa fa capolino in quest’opera, specie con Singing Sand, per le sue percussioni di mani che hanno accarezzato duemila e più tamburi. Ugualmente notevoli per il rasserenante tocco finale, comunque, finiscono per essere il liquido arpeggio di Utopia e la quiete balearica di Keep On Rolling. Le conclusioni sono quanto mai scontate. Silent Movie non può che essere, senza ombra di dubbio, uno dei dischi dell’anno solare. Da lasciar scorrere dall’inizio alla fine. Per più di una volta. Alla luce o al buio. Non è importante. Ciò che conta è la versatilità cool diffusa nell’aria ad ogni suo ascolto. Sognante.

 
 
 
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