Blog
Un blog creato da neottolemo06 il 12/03/2007

In memoriam

1914-18: dedicato al ricordo degli eventi della Prima Guerra Mondiale e alle sue vittime

 
 

IN EVIDENZA

La Guerra Cantata
Tradizione orale e canto popolare nella grande guerra

Pagina a cura della Regione Trentino Alto Adige, con numerose foto e file audio
Contiene le relazioni del convegno svoltosi a Vermiglio (Tn) il 18-19 agosto 2001

http://www.regione.taa.it/giunta/conv/vermiglio/guerra_pag_it.htm

 

LA FOTO

immagine

Interno della chiesa di Livinallongo distrutta dopo i bombardamenti che colpirono la zona dolomitica dal maggio 1915.

L'immagine era esposta nella mostra fotografica sulla Grande Guerra sulle Dolomiti allestita nell'estate del 1995 da Luciana Palla e Raffaele Irsara nel Comune di Livinallongo,  proprio alle pendici di quel Col di Lana che significativamente fu ribattezzato "Col di sangue".

VISITA LA MOSTRA:
http://www.webdolomiti.net/Luciana_Palla/vicende_di_guerra.htm

 

TAG

 
Citazioni nei Blog Amici: 6
 

APPUNTAMENTI

La Grande Guerra in Friuli
Storie e memorie
dal 10 marzo al10 aprile 2007

Cave del Predil, Chiusaforte - Sella Nevea, Timau, Malborghetto, Osoppo, Ragogna, San Daniele del Friuli, Grimacco, Cividale del Friuli, Udine, Campoformido, Palmanova, Tapogliano, Aquileia

immagine

Mostre, convegni e iniziative varie per ricordare la Grande Guerra in Friuli

Per informazioni e programma, visita il sito:
http://www.militaryhistoricalcenter.org/

 

FACEBOOK

 
 

NOTIZIE

???

 

LA LEGGENDA DEL PIAVE

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!

Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava andare avanti.

S'udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l'onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò: Non passa lo straniero!

 Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poichè il nemico irruppe a Caporetto.

Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.

S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde.
Come un singhiozzo in quell'autunno nero
il Piave mormorò: Ritorna lo straniero!

E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!

No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!

Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l'onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: Indietro va, o straniero!

Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l'ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!

 Infranse alfin l'italico valore
le forche e l'armi dell'Impiccatore!

Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri.

E. A. Mario

 

GLI EDITORI

NORDPRESS EDIZIONI:
http://www.nordpress.com/
Di Montichiari (Bs), edita una collana di libri dedicati alla Prima Guerra Mondiale e una pregevole collana "Sui campi di battaglia"

GASPARI EDITORE
http://www.gasparieditore.com/
Di Udine, pubblica saggi e interessantissime testimonianze sulla Grande Guerra

EDIZIONI GINO ROSSATO
http://www.edizionirossato.it/
Specializzato in opere di Storia Militare presenta un ricco catalogo di opere e raccolte fotografiche sulla Prima e Seconda Guerra Mondiale

 
LIBRERIA EDITRICE GORIZIANA (LEG)
http://www.leg.it/
Libreria antiquaria ed editrice, pubblica saggi e testimonianze sulla Grande Guerra

MURSIA
http://www.mursia.com/
Ha in catalogo numerose testimonianze e saggi sul periodo 1914-1918



 

 

SEGNALO MOLTO VOLENTIERI QUESTA INIZIATIVA...

Post n°41 pubblicato il 13 Novembre 2008 da neottolemo06
 

Paesi in guerra: le retrovie nel Comune di San Canzian.

BEGLIANO di San Canzian d’Isonzo, dal 22 novembre al 8 dicembre 2008

Un gruppo di ricercatori ed appassionati che fa capo alla Sezione Isontina della Società Friulana di Archeologia ha voluto ricordare in questo modo i 90 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, che ha segnato profondamente la storia, la società e l’immaginario delle popolazioni di tutta l’Europa.

Tale dramma ha colpito dolorosamente i nostri territori, le nostre genti cadute al fronte o vittime civili della guerra, le famiglie delle nostre comunità, divise al loro interno a causa del conflitto.

Questa mostra non vuole soltanto rivendicare il diritto dei nostri caduti a non essere dimenticati, ma ha anche lo scopo di interpretare, illustrare e rileggere la sofferenza provocata da questo conflitto attraverso fotografie e documenti inediti che ne mettono in luce gli aspetti più tragici ed umani.

L’esposizione è allestita, grazie alla gentile collaborazione della famiglie Eredi Marchesi de Fabris e Zorzet di Begliano, nel palazzo De Fabris, in un contesto particolarmente evocativo: distrutto dai bombardamenti nel settembre del 1915, fu ricostruito ed adibito ad ospedale militare da campo per tutto il periodo della guerra, divenendo testimone degli aspetti più sconcertanti che accompagnano ogni conflitto: il dolore e la morte.

Le immagini che presentiamo – molte delle quali inedite – vogliono far riemergere e ridare dignità a quelle sofferenze, a quei lutti, a quelle ferite.

La Mostra si trova presso il Palazzo Marchesi de Fabris a Begliano.

Orari d’apertura: tutti i giorni h. 10,00-12,00 e 16,00-18,00.

Inaugurazione: sabato 22 novembre 2008, ore 15,00.

www.archeofriuli.it

 
 
 

Post N° 40

Post n°40 pubblicato il 13 Novembre 2008 da neottolemo06
 

A 90 anni dalla Grande Guerra presentazione dei libri


DA VERSAILLES AL MILITE IGNOTO

Rituali e retoriche della Vittoria in Europa (1919-1921)

di Alessandro Miniero

L'OCCHIO DEL NEMICO

Fotografie austro-ungariche della Grande Guerra

a cura di Giuseppe Talamo e Marco Pizzo


A 90 anni dalla fine della Prima guerra mondiale, l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano presenta due libri editi dalla Gangemi Editore di Roma.


“Da Versailles al Milite Ignoto. Rituali e retoriche della Vittoria in Europa (1919-1921)” di Alessandro Miniero. Il volume analizza e descrive i rituali e le retoriche con cui le nazioni vincitrici celebrarono la Vittoria alla fine della Grande Guerra, dalle grandi parate alla costruzione di monumenti che tenessero vivo il ricordo del conflitto. Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati morti in guerra e la cerimonia della sepoltura del Milite Ignoto portò quel culto al livello più alto. Utilizzando cronache di giornali e riviste del periodo, insieme a testimonianze di vari osservatori, l'autore presenta un quadro analitico delle diverse scelte operate dai governi, soffermandosi in particolare sulle esperienze francese, inglese e italiana. Attraverso un tessuto di citazioni, si offre al lettore la ricostruzione di un momento significativo della storia europea, nelle sue implicazioni politiche, sociali e di costume. (pp. 270)


“L'occhio del nemico. Fotografie austro-ungariche della Grande Guerra” a cura di Giuseppe Talamo, Presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano e Marco Pizzo vicedirettore del Museo Centrale del Risorgimento. Nel corso dell'attuale riordino dei documenti custoditi nell'Archivio dell'Istituto, è stato rinvenuto un fondo di circa 3.000 fotografie scattate sul fronte e nelle retrovie austro-ungariche durante la Grande Guerra. Schedate e riordinate, il volume ne presenta una selezione ponendo la domanda: «Può la fotografia di guerra essere un fatto artistico? Questo nucleo di fotografie realizzate da reparti specializzati dell'esercito austro-ungarico sembra rispondere in senso affermativo a questa domanda». (pp.141)


Interverranno: Vittorio Vidotto e Marco Pizzo coordinati da Giuseppe Talamo


Presentazione libri
MERCOLEDÌ 19 NOVEMBRE 2008ore 17,00
Museo Centrale del Risorgimento - Ala Brasini
Complesso del Vittoriano

Via S. Pietro in Carcere - Roma


Ingresso libero

 
 
 

Post N° 39

Post n°39 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da neottolemo06
 

Trieste - dal 29 ottobre 2008 al 25 gennaio 2009
Trieste 1918. La prima redenzione novant'anni dopo


 [Vedi la foto originale]
SEDI VARIE
vai alla scheda di questa sede
Exibart.alert - tieni d'occhio questa sede
(34121)
individua sulla mappa Exisat
individua sullo stradario MapQuest
Stampa questa scheda
Eventi in corso nei dintorni

Una grande mostra diffusa su cinque sedi e 11 sezioni, dibattiti, film per ricordare "Trieste 1918"
vernissage: 29 ottobre 2008. ore 18
editore: SILVANA
ufficio stampa: STUDIO ESSECI
telefono evento: +39 0406754068
genere: documentaria
web: www.triestecultura.it
Trieste fu l'obiettivo non solo simbolico di una delle più cruente guerre di tutti i tempi, la Prima Guerra Mondiale. Una guerra che si concludeva giusto novant'anni fa conquistando all'Italia la capitale giuliana. Si compiva così la "prima redenzione" ; la seconda sarà invece datata 1954, quando la città tornò nuovamente italiana.

L'Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste (Direzione Area Cultura, Civici Musei di Storia ed Arte) ricorda quello storico momento con un esteso programma di manifestazioni che prenderà il via il prossimo 30 ottobre per proseguire sino a gennaio 2009. L'intento non è tanto celebrativo ma di indagine storica, a più voci e su più fronti, per approfondire un momento cruciale nelle vicende della città ma egualmente fondamentale nella storia d'Italia.

«Rievocare a Trieste il novantesimo della vittoria italiana e la fine del primo conflitto mondiale - chiarisce l'Assessore Massimo Greco - implica uno sforzo progettuale all'insegna della serietà e della originalità. Per evitare di cadere nello scontato, nel già visto, in una sorpassata tonalità cocardier. Significa ricordare una vittoria e molte sofferenze, il compimento di un percorso storico e l'apertura di nuovi scenari di criticità istituzionale, politica, sociale. L'Europa, dopo il primo conflitto mondiale, non sarebbe stata più la stessa e Trieste è stata drammatico sismografo delle vicissitudini continentali".

Con il titolo complessivo di "Trieste 1918" viene proposto un percorso espositivo che si dipana in cinque diverse sedi e altrettante esposizioni. Si tratta di vere e proprie mostre monografiche, una delle quali - quella allestita nelle Pescheria - a sua volta articolata in sei sezioni.
A completare il progetto, affidato ad una equipe di studiosi di numerose università italiana e europee, un fitto programma di dibattiti, letture, spettacoli, film e documentari d'autore. Il tutto per dare preciso conto dello status quo della ricerca, proponendo il punto di arrivo di importanti studi ma allo stesso tempo ponendosi come punto di avvio per ulteriori riflessioni. In Italia, afferma Adriano Dugulin, direttore dell'Area Cultura e Civici Musei di Storia ed Arte, si tratta del più ampio ed organico tentativo di approfondimento storico di quel particolarissimo e cruciale momento che fu la fine della Grande Guerra.

Vediamo alcuni degli appuntamenti. Cominciando da una mostra triestinissima dal carattere particolare, quella allestita nella sala Attilio Selva di palazzo Gopcevich: Il tesoro riscoperto. Una preziosa eredità austriaca nell'Archivio di Stato di Trieste. L'eredità è costituita da tremila preziosi consegnati fin dal '700 al Tribunale di Trieste come depositi giudiziali - mai reclamati dai proprietari -, trasferiti dal governo austriaco a quello italiano, oggi custoditi nell'Archivio di Stato di Trieste. Uno spaccato di storia sociale, una originale occasione per ricostruire stili e gusti di epoche trascorse. Attraverso la schedatura di questo "tesoro" si è potuto ricostruire l'attività di alcune botteghe orafe triestine e regionali.
Con La posta degli irredenti. Documenti dei volontari giuliani e dalmati del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa ci si addentra nel discorso letterario, ripercorrendo la vita di alcuni soldati insigniti della medaglia d'oro, tra cui noti scrittori giuliani - arruolati nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale -, anche attraverso le loro lettere spedite dal fronte. Sfilano nomi celebri come quelli di Slataper, Stuparich...
Le giornate di fine ottobre e inizio novembre del 1918, giornate di entusiasmo popolare per il passaggio di Trieste all'Italia, giornate di manifestazioni e di atti simbolici - come la rimozione dell'aquila bicipite dal palazzo della Luogotenenza -, sono documentate dal corpus di immagini fotografiche esposto a palazzo Costanzi nella mostra Trieste liberata. La cronaca nelle immagini della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte.
Il percorso si snoda poi attraverso l'esposizione Eroi in divisa. Uniformi dalle collezioni civiche, allestita nel Civico Museo del Risorgimento, dove vengono esposte per la prima volta otto divise del Regio Esercito Italiano. Lo stesso Museo, nel suo allestimento permanente, propone un itinerario per la comprensione dell'irredentismo giuliano, dai moti del 1848 alla prima guerra mondiale.
Nel grande spazio dello splendido Salone degli Incanti (ex Pescheria centrale), affacciato sul golfo, 6 sezioni per un'unica grande mostra danno il titolo all'intera iniziativa: Trieste 1918. La prima redenzione novant'anni dopo. Reperti bellici appartenuti all'esercito italiano e a quello austriaco - provenienti dal Civico Museo di guerra per la pace "Diego de Henriquez" e da collezioni private - danno il via alla visita, che prosegue attraverso la sezione dedicata alla rappresentazione della Grande Guerra nelle strisce dei fumettisti, nelle pagine di alcuni letterati giuliani, come Giani e Carlo Stuparich, Scipio Slataper, Giulio Camber Barni, Enrico Elia e Umberto Saba, inseriti nel più vasto contesto storico-letterario del primo Novecento. Ancora, nelle fotografie scattate da un ufficiale dell'esercito comune austro-ungarico, comandante dello squadrone di pionieri del reggimento, in vari teatri di guerra: fronte russo, fronte rumeno, fronte italiano. Per poi addentrarsi nei diversi aspetti della vita civile, economica e culturale di una città in guerra come Trieste durante il primo conflitto. Fino ad attraversare, come ideale conclusione del percorso, i "luoghi della memoria" disseminati sull'altopiano carsico, camminando tra croci, lapidi, plastici e riproduzioni fotografiche.
All'interno del Salone degli Incanti, in un auditorium creato appositamente, si svolgeranno ogni giorno, per più di un mese, incontri e dibattiti con docenti universitari e studiosi sul tema della Grande Guerra, affrontata da diversi punti di vista. Verranno inoltre proiettati film e documentari di grandi autori della cinematografia internazionale.

DA EXIBART:

http://www.exibart.it/profilo/eventiV2.asp?idelemento=61900

 
 
 

Post N° 38

Post n°38 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da neottolemo06
 

DA   
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/La-Grande-guerra-vista-da-Gorizia/2046686/6
A NOVANT’ANNI DALLA FINE
La Grande guerra vista da Gorizia
Sandro Scandolara
Mostre, concerti, visite guidate per non dimenticare
 
GORIZIA «Gorizia non è il nome di una vittoria ma il nome di una comune sofferenza», disse Giuseppe Ungaretti nel 1966 dall’alto del colle del San Michele, la pietraia di cui aveva fatto esperienza cinquant’anni prima. Una comune sofferenza nata agli albori del Novecento e che è proseguita nel corso del secolo, in una città continuamente contesa e più volte redenta a causa del suo ruolo di cerniera linguistica e culturale. E ideologica per molti periodi.
Oggi questa comune sofferenza non c’è più. Sono spariti i blocchi confinari, nessun cambio di valuta, niente davvero da dichiarare. E fra pochi giorni scade l’anniversario di questa storia senza fine, la fine della Grande guerra, della «guerra europea», come la chiamava Hemingway. A novant’anni di distanza ci si ritrova senza fanfare: «C’è piuttosto da far capire la tragedia, il senso e il non senso della guerra; sono passati novant’anni e dobbiamo esser in grado di guardare a quanto accaduto...», dice Antonio Devetag, assessore alla cultura del comune di Gorizia, la città che a buon motivo si sente depositaria delle memorie di una guerra ormai lontana ma così presente non solo negli esiti statuali ma anche negli oggetti, nelle foto di famiglia, negli strafanicci di casa. Quasi a dire che la guerra del ’15-’18 è sempre lì, è come una nebbia che non vuole abbandonare le terre che per un secolo ha avvolto.
Il Comune di Gorizia, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, ha predisposto un ricco calendario di appuntamenti che vanno dalle mostre ai concerti, dalle visite guidate alle rassegne filmate con materiali d’epoca. Va ancora detto che alla ricca offerta di iniziative del Comune se ne sono aggiunte altre di associazioni private, a ulteriore dimostrazione sia del peso assunto dall’anniversario che della vitalità culturale del territorio. Lunga la lista.
La mostra «1918: la Vittoria» sarà inaugurata lunedì 3 novembre, 17.30, nella sala degli Stati provinciali del Castello di Gorizia: l’esposizione ripercorre l’ultimo anno del conflitto mondiale, dal Piave alla vittoria del 4 novembre 1918. Rari documenti, preziosi cimeli, fotografie inedite unitamente a reperti bellici, le bandiere innalzate su Udine e Gorizia riconquistate, lo spartito originale dell’«Inno del Piave» di E. A. Mario. Lo stesso Castello, sala delle Carceri, ospita un’altra esposizione dedicata a «Il Castello di Gorizia nella Grande guerra: storia di un maniero risorto»: si tratta di un percorso espositivo con riproduzioni fotografiche del Castello in cinque distinti periodi, dal periodo prebellico, all’occupazione italiana, alla riconquista austriaca ed al periodo postbellico.
Nella sala del Conte, sempre in Castello, il conflitto bellico viene riproposto con gli occhi di un pittore: e sono 19 quadri di «Italico Brass, reporter della Grande Guerra»; a disposizione anche una cartella di 15 dipinti eseguiti dall’artista fra il ’15 e l’agosto del ’16, data della presa di Gorizia. L’occhio del pittore appare quello di un datato paesaggismo mentre quello di altri artisti, che in Gorizia operavano e che da lì avevano dovuto scampare, era già quello delle avanguardie; restano, quelle di Brass, testimonianze importanti. Così come importanti restano le testimonianze cinematografiche, previste per giovedì 6 novembre, ore 18, cinema Vittoria, con l’austriaca «Gorizia distrutta» del 1916, «Umanità», 1919, di Elvia Giallannella, e «Gloria», 1921.
Un’altra mostra di rilievo si apre oggi, alle 18, ai Musei provinciali di Borgo Castello, ed è dedicata a «Diaz, dalla Libia a Vittorio Veneto», al generale della vittoria il cui fondo, documenti, fotografie, medaglie, è in dotazione ai Musei goriziani.
Altre mostre, che si collegano a quelle organizzate dal comune, sono già aperte. Alle scuderie di villa Crononini Cronberg c’è quella, stupenda, su «Le crocerossine nella Prima Guerra mondiale»: documentazioni fotografiche, giornalistiche ma anche attrezzi chirurgici del tempo e la ricostruzione di un «ospedale attendato». Nella stessa sede di villa Coronini si apre una mostra di cinquanta fotografie di Arnaldo Grundner che ripercorrono i luoghi del disastro, il Carso e Monte Nero, Tolmino e Pontebba, e i cimiteri nel bosco e le incisioni sulla pietra di chi in vita poteva lasciare solo quell’ultimo segno. Altra notevole mostra è quella predisposta dall’associazione Isonzo su «1918, dal Piave a Gorizia», visibile sino all’11 novembre all’Auditorium di via Roma: foto, uniformologia, oggettistica a ripercorrere, coi materiali d’epoca, l’ultimo anno del conflitto. Quel 1918 in cui un quotidiano goriziano, L’Eco del Litorale, si domanda «Che diranno di noi nel 2000?» e si risponde: «Mi pare di vedere in sogno i giornalisti del secolo venturo in cerca di curiosità da dare in pasto ai loro lettori. Per noi sarà riservato certo un senso di profonda commiserazione. Diranno che ci mancava tutto, viveri e vestiti, ma che la guerra continuava allegramente come se nulla fosse. Si viveva a base di surrogati, si vestiva e si calzava a base di carta. Diranno che uomini armati fino ai denti ed a pancia vuota lavoravano a sbudellarsi allegramente. Ci chiameranno pazzi da catena».
Era sempre quel 1918 che si conclude, per Gorizia, con un manifesto del Governo provvisorio della Provincia, datato 6 novembre, che dice: «Nell’impeto della gioia scordate ogni rancore e con persone di nazionalità diversa conservate un contegno corretto e dignitoso. Siano i fratelli che abbracciano i fratelli». Eran solo novant’anni fa.
(29 ottobre 2008)
 

 
 
 

Post N° 37

Post n°37 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da neottolemo06

Ricostituiamo il 4 Novembre festa nazionale

Il 4 novembre 1918 l'Italia vinceva la Grande Guerra. Per ridare all'Italia Trento e Trieste erano morti settecentomila soldati e molti altri erano rimasti mutilati o invalidi. Questo sacrificio non può essere dimenticato, anche per il futuro.

L'Italia che aveva vinto nel 1918, infatti, si era sollevata dalla più grande catastrofe che l'avesse mai colpita: Caporetto. In solo un anno aveva fermato il nemico e l'aveva sconfitto. Oggi che il nostro Paese è in crisi - morale prima che economica - il ricordo del fatto che già altre volte ce l'ha fatta è uno stimolo prezioso affinchè gli italiani possano credere in loro stessi e nel loro Paese.

Inoltre, oggi che siamo amici ed alleati di Austria, Ungheria e Germania, possiamo ricordare i morti di tutte le parti, con eguale commozione e riconoscenza.

Ridiamo all'Italia il suo 4 novembre!

FIRMA QUI:
http://firmiamo.it/sign/petition/4-novembre-festa-nazionale

 
 
 

Post N° 36

Post n°36 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da neottolemo06
 

Addio a Delfino Borroni,
ultimo bersagliere della Grande Guerra

Aveva 110 anni, io l'avevo conosciuto....

Pubblico qui di seguito l'articolo apparso su Il SOLE 24 ORE.COM:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/10/addio-delfino-borroni.shtml?uuid=5a9da286-a398-11dd-b30f-c9cb57ae068c&DocRulesView=Libero

  |
26 ottobre 2008

E' morto l'ultimo combattente italiano nella prima guerra mondiale. Delfino Borroni, centodieci anni, aveva combattuto a Caporetto. Si arruolò nel gennaio 1917 nel 6° Reggimento Bersaglieri, combattendo sul massiccio del Pasubio e in Valsugana. Ferito a Caporetto, fu fatto prigioniero dagli Austriaci e costretto a scavare trincee, sino alla sua fuga prima della fine della guerra. Chi lo aveva intervistato riferiva che nel fare i nomi dei commilitoni morti si commuoveva ancora: ripeteva di come nell'estate del '17 vide la morte in faccia sul Monte Maio, con gli austriaci cento metri più avanti, e soprattutto undici metri più in alto.

E poi raccontava di Caporetto, nell'imminenza dell'ultimo attacco. Mandato in avanscoperta, scampò la morte, dice, perché una pallottola colpì il tacco della sua scarpa, facendolo cadere tra due cadaveri di austriaci che gli fecero da scudo contro il fuoco nemico. Dopo la guerra fece il macchinista del tram «Gamba de Legn», sulla tratta Milano, Magenta, Castano Primo, dove ha a lungo abitato, e qualcuno forse lo può ancora ricordare. Viveva in una casa di riposo nel milanese ed era considerato l'uomo più longevo di'Italia. Nei mesi scorsi sono morti gli ultimi altri due veterani italiani: Lazzaro Ponticelli, il 12 marzo 2008 e Francesco Domenico Chiarello, il 27 giugno 2008.

OLTRE ALLA MIA INTERVISTA, CHE TROVATE QUI SOTTO NEL BLOG:
http://blog.libero.it/grandeguerra1418/2523198.html

SEGNALO:
http://it.wikipedia.org/wiki/Delfino_Borroni
http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/diari/borroni.htm
http://www.delfinoborroni.com/
http://www.youtube.com/watch?v=8OG0_UGQieY

RIPOSA IN PACE, GRANDE EROE.....

 
 
 

Post N° 35

Post n°35 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da neottolemo06
 
Tag: News
Foto di neottolemo06

Incontro con lo storico Gerardo Unia

"Il sacrificio della provincia di Cuneo nella Grande Guerra”

 

Sabato 8 novembre 2008, alle ore 16,30, nei locali dell'Antico Palazzo di Città di Mondovì Piazza (in via Giolitti, 1), in occasione della Festa delle Forze Armate che quest'anno coincide con il novantesimo anniversario dell’Armistizio di Villa Giusti (3 novembre 1918 - 3 novembre 2008), che sancì la vittoria italiana ed il termine del primo conflitto mondiale, si terrà l'incontro pubblico dal titolo "Il sacrificio della Provincia di Cuneo nella Grande Guerra". In tale occasione lo storico Gerardo Unia, partendo dai risultati dei suoi lavori di ricerca, recentemente riassunti all'interno di apprezzate pubblicazioni, argomenterà intorno al sacrificio sopportato dalla società civile della Provincia di Cuneo negli anni del primo conflitto mondiale. L'incontro – che sarà introdotto dal vice sindaco di Mondovì, Marco Manfredi – è ad ingresso è libero.

 

 

 

GERARDO UNIA è un appassionato ricercatore che si occupa in prevalenza della Grande Guerra. Come altri scrittori è stato motivato dalla ricerca della memoria del nonno paterno, caduto sulla Bainsizza. Dopo un triennio di lavoro intenso fu pubblicata "L’undicesima battaglia" il libro che raccontava la storia del Caporale Lorenzo Unia morto a Siroka Nijva il 26 Agosto 1917. La sua lettura è una di quelle che mettono insieme la storia e le emozioni più intense. Gerardo proseguì nel cammino e pubblicò altri libri di grande interesse: Il caso Araldi, il generale cuneense che si oppose al massacro dei suoi soldati sul Carso (Ediz. L’Arciere, Dronero 2002); Verso l’estate del ’17 (Edizioni Nerosubianco, Cuneo 2003); Figli di questa terra. I caduti di Cuneo nella Grande Guerra (Nerosubianco, Cuneo 2005); Il 2° Reggimento Alpini, dalle origini a Kabul, libro ufficiale dell’ 80.a adunata nazionale degli Alpini (L’Arciere, Dronero 2007). Le  opere sono ormai diffuse quanto la  popolarità dell’autore nel mondo degli appassionati e degli storici. L’ultima fatica di Gerardo Unia è Diario Siberiano, pubblicato da L’Arciere (Dronero 2007). Utilizzando i diari di due artiglieri italiani  si narra di un aspetto fra i meno noti della Grande Guerra : l’attività del Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente, specie in Siberia, organizzato dal nostro governo, nell’ambito dell’Intesa con Inglesi, Francesi e Americani, per aiutare i “Russi bianchi” contro i "Bolscevichi" e  per difendere, innanzitutto, la grande ferrovia Transiberiana  ripetutamente attaccata e sabotata dai bolscevichi antizaristi ed antimperialisti  nei pressi di Kranojarsk (Provincia dello Jenissei). La celebre linea ferrata era l’unica infrastruttura  in grado di assicurare agli Alleati il sostegno del  Governo Russo, ancora in guerra. La spedizione italiana, al comando del tenente colonnello Edoardo Fassini –Camossi, era composta da una sezione ordinaria di carabinieri reali, da una compagnia di fanteria e due sezioni di mitragliatrici con l’ulteriore aggiunta di una sezione di artiglieria da montagna costituita presso il deposito di Torino. I due diaristi dal quale è stato ispirato il libro, Gonella e Peirone,  annotarono le diverse fasi del lungo ed avventuroso viaggio, iniziato a Napoli e terminato in Cina, e dei combattimenti nei quali furono coinvolti i nostri soldati nell’inconsueto e gelido scenario siberiano. Come ha scritto G. Maschio nella prefazione al testo " leggere Diario Siberiano vuol dire affrontare e conoscere problemi di interesse politico e militare che hanno coinvolto tutto il mondo e determinato un nuovo corso storico.Ma significa anche vivere le giornate di uomini che  lontano dal loro Paese hanno compiuto il proprio dovere di soldati fino a quando sono tornati in Patria nell’aprile del 1920 a guerra finita da un anno e mezzo. Un libro che merita l’attenzione del lettore che potrà’ inquadrare ancora meglio il senso della vastità di quel sanguinoso conflitto che passò alla storia come Prima Guerra Mondiale".

 
 
 

PUBBLICO VOLENTIERI QUESTA MOSTRA:

Post n°34 pubblicato il 30 Dicembre 2007 da neottolemo06
 

Istituto per la storia del Risorgimento Italiano

Vittoriano

 

L’OCCHIO  DEL NEMICO

Fotografie austro-ungariche

della Grande Guerra

Nel corso dell’attuale riordino dei documenti custoditi nell’Archivio dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, recentemente è stato trovato un fondo di circa 3.000 fotografie scattate sul fronte e nelle retrovie austro-ungariche durante la Grande Guerra. Schedate e riordinate, prima di essere ricollocate in archivio, sono presentate al grande pubblico con una mostra, dal titolo: “L’occhio del nemico. Fotografie austro-ungariche della Grande Guerra.

 

Curata da Marco Pizzo e allestita nell’Ala Brasini del Museo Centrale del Risorgimento di Roma al Vittoriano, in esposizione una selezione di oltre 150 fotografie (scelte tra le più significative) segue un percorso articolato in quattro sezioni: Ritratti; Paesaggi; Particolari; Città. Le quattro sezioni prendono spunto dai diversi soggetti ritratti: ufficiali e semplici soldati; momenti di riposo e svago; attività di sussistenza nelle retrovie; donne al lavoro; scorci di città, panorami.

 

Dell’autore purtroppo non si ha nessun dato ma, accertato l’alto livello utilizzato per le tecniche di ripresa e la scelta dei soggetti fotografati è certo che fosse un professionista e, molto probabilmente, inquadrato nelle file dell’esercito austro-ungarico.

Veri e propri documenti visivi che si prestano a una doppia lettura: come viveva al fronte il soldato austro-ungarico (organizzazione, tempo libero, riti, abitudini) e come questi, attraverso l’obiettivo di un fotografo, vedeva la guerra. Un’inedita pagina di storia che, a distanza di novanta anni, ritorna per documentare e far riflettere. La mostra consente, inoltre, di vedere come, sulla fotografia, possa sommarsi al valore estetico-artistico sempre quello storico-documentario.

           Apertura della mostra

 

MERCOLEDÌ 12 DICEMBRE 2007

dalle ore 10,00 alle ore 12,30

 consegna della cartella stampa e visita per i giornalisti

 

Museo Centrale del Risorgimento – Ala Brasini

Complesso del Vittoriano

Via S. Pietro in Carcere – Roma

 

Ingresso libero

    L’Istituto per la storia del Risorgimento italiano con l’Archivio e il Museo Centrale sono anche on-line

www.risorgimento.it

SCHEDA INFORMATIVA

 

 

Apertura della mostra:                            mercoledì 12 dicembre 2007– ore 11.00

Chiusura:                                                    mercoledì 30 aprile 2008

 

Orari:                                                            dal lunedì alla domenica  9.30 – 17.30    

           

Ingresso:                                                    gratuito

Segreteria della mostra

c/o Istituto per la storia

del Risorgimento Italiano:                 Tel. 066793598 – 066793526***

PUÒ LA FOTOGRAFIA “DI GUERRA” DIVENTARE UNO STRUMENTO ARTISTICO?

di Marco Pizzo

Questo nucleo di fotografie realizzate da reparti specializzati dell’esercito austro-ungarico sembra poter rispondere in senso affermativo a questa domanda. L’elegante semplicità delle inquadrature, la classicità degli atteggiamenti e delle pose, la nitidezza della luce che scolpisce i particolari quasi lenticolari della natura, lo sguardo partecipato e solenne, presuppongono una cultura estetica non comune specie se raffrontato con le fotografie realizzate dai reparti italiani dove prevale un taglio più documentaristico e di reportage fotografico. Nelle fotografie italiane lo scopo è quello di fare cronaca, di documentare i luoghi, le attività, dare il senso del tutto, evitando sempre il particolare, che là dove affiora è del tutto casuale. In queste fotografie al contrario è sempre evidente la preoccupazione di analizzare con precisione il dettaglio. E anche lì dove il soggetto sembra indistinto e confuso, come nel caso di alcune fatte nel buio delle trincee o delle camerate, avanza prepotente il senso emotivo del luogo, del momento, della condivisa partecipazione hic et nunc.Le fotografie diventano perciò il filtro attraverso il quale confrontarsi con una diversa concezione dell’arte, un  modo di vedere il reale.  

Ritratti: Una serie di ritratti fotografici. Si tratta di soggetti non identificati. Il fotografo si sofferma sui volti, sulle espressioni dei singoli soldati, sulle divise, cogliendo il tutto con esatta nitidezza. I soldati sono descritti all’interno di stanze o in quinte arboree messe a fuoco con analitica precisione. L’uomo ritorna ad essere un elemento della natura, parte integrante del paesaggio. Viene così recuperata una tradizione estetica che affonda le sue radici in Dürer e nei fiamminghi. La guerra sembra lontana e se ne coglie un meditato riverbero sono osservando le armi, le medaglie sulle divise, i pugnali. La fotografia incornicia vedute, apre finestre sul fronte della prima guerra mondiale, inquadra gli scatti.

Particolari: Le fotografie ritraggono particolari di stanze, di corsie di ospedali, di trincee. L’obiettivo del fotografo si sofferma su particolari: una stufa, un letto, una catasta di legna, una scala, una feritoia nella roccia, il riflesso di una medaglia. La volontà è quella di descrivere, analiticamente, selezionando i particolari, facendo posare lo sguardo con insistenza su aspetti meno evidenti, che affiorano solo se diventano i protagonisti della fotografia. Gli scatti sono solo apparentante casuali. Si tratta di inquadrature posate con studiata meticolosità: sui letti non si increspano pieghe, le stufe sono ben pulite e nuove e suggeriscono ambienti caldi e confortevoli. La fotografia inventaria e descrive, registra il reale. 

Città: Alcune fotografie ritraggono vie e piazze di città. Per un unico soggetto due orientamenti. Da una parte la volontà di illustrare la vita quotidiana che trascorre durante la guerra in assenza della guerra: le occupazioni sono quelle usuali, le vie e le piazze sono ritratte affollate di persone intente a passeggiare, ad oziare sulle porte o a chiacchierare. La normalità. Altre fotografie indugiano invece nei disastri dei bombardamenti, nelle case distrutte, nell’invasione dei militari che modifica lo spazio urbano. Le vie sono deserte di civili, si vedono solo soldati, autoveicoli, cavalli e cannoni. La guerra. Una immagine su tutte: il cielo sopra la città di Trieste.    

Attività: Quali sono le attività illustrate da queste fotografie? La risposta potrebbe essere: il prima  e il dopo. Prima: la truppa negli alloggi e sui pagliericci stretti delle trincee; l’austerità borghese delle stanze degli ufficiali; pittori e scultori intenti a ritrarre i protagonisti - e per traslato i soldati ritratti dal fotografo -; il taglio dei capelli; le docce e gli svaghi del bagno ristoratore; la fumata di una sigaretta stesi sulla branda; le attività di lavoro nelle retrovie (la preparazione del pane, la macellazione, la falegnameria). Dopo: le corsie dell’infermeria, i campi di prigionia, i cimiteri.    

 

 

 

 

 
 
 

Post N° 33

Post n°33 pubblicato il 27 Giugno 2007 da neottolemo06

immagine

Marco Pluviano e Irene Guerrini
LE FUCILAZIONI SOMMARIE NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Prefazione di Giorgio Rochat 
Gaspari Editore
pp. 220, illustrate, € 15

  

Per la prima volta un rigoroso studio storico fa il punto sulla giustizia sommaria nell'esercito italiano durante la Grande Guerra. 95 episodi analizzati individualmente, 300 vittime accertate tra civili e militari e 6 casi di fuoco sulle truppe che causarono un numero imprecisato di morti. Il volume presenta numerosa documentazione inedita tratta dalla Relazione sulle esecuzioni sommarie dell'Avvocato generale militare (1919), dall'Archivio centrale dello Stato e dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. 
 
  

 
 
 

Post N° 32

Post n°32 pubblicato il 07 Giugno 2007 da neottolemo06
 

ADDIO AD ANTONIO CARTA, 107 ANNI,  IL PIU' ANZIANO SOLDATO DELLA BRIGATA SASSARI  

Ci ha lasciato la notte tra il 5 e il 6 giugno  a Mores (Sassari) il più anziano soldato della gloriosa Brigata Sassari, il caporal  maggiore del151esimo fanteria, Giovanni Antonio Carta. E’ stato, come  egli amava spesso ricordare con orgoglio, l’ultimo dei 100mila sardi  che aveva partecipato alla campagna di Guerra del '15-'18, quando  furono mobilitate le classi dal 1876 al 1899, per un totale di  5.000.000 di uomini.
  Lo scorso 28 dicembre Carta aveva festeggiato il suo compleanno in  compagnia del comandante della  Sassari, generale Luigi De  Leveranno, e del ministro della Difesa, Arturo Parisi. Il ragazzo del  '99 in quell'occasione aveva raccontato con commozione di aver compiuto i suoi 18 anni in prima linea, combattendo con i colori del 151esimo  sull'altipiano di Asiago sul Piave. Carta è stato negli ultimi anni  un vero e proprio monumento vivente, con una lucidità sorprendente,  spesso attorniato da giornalisti e fotografi ma anche da tanti  giovani, con i quali amava ripercorrere i tempi passati.  Con lui se ne va un altro pezzo di Storia.

 
 
 

Post N° 31

Post n°31 pubblicato il 05 Aprile 2007 da neottolemo06
 

Questa intervista è stata realizzata nell'ottobre 2004. A quanto ne so, Delfino è ancora vivo. Se qualcuno ha notizie...

DELFINO, CLASSE 1898: «VI RACCONTO LA MIA GUERRA»

Nato a Turago Bordone (Pavia), il bersagliere Borroni ha combattuto sugli Altipiani e ha vissuto la drammatica ritirata di Caporetto, finendo prigioniero degli austro-tedeschi.  Ecco la sua storia


di ELENA PERCIVALDI

Per chi si occupa di Storia per lavoro e per  passione, poterla incontrare e, addirittura,  poterle parlare è un’esperienza incredibile, che difficilmente si può trasmettere a parole. Non tutti sono così fortunati da poterlo fare. Noi invece sì. Pochi giorni fa  la Storia  l’abbiamo vista in faccia, l’abbiamo interrogata, l’abbiamo addirittura abbracciata, baciata e  anche ringraziata. La Storia, lunedì, in una mattinata di ottobre freddina e un po’ velata, si è materializzata in una casa di riposo di Castano Primo, paesotto insubre ai confini tra le lande di Novara, Milano e Varese,  nel volto scavato e nelle mani bianche  di Delfino Borroni. 
Nato il 23 agosto di un lontanissimo 1898 a Turago Bordone, provincia di Pavia, Delfino è uno degli ormai pochissimi reduci della Grande Guerra. Quel conflitto immenso, assurdo e terribile che novant’anni fa, tra il 1914 (1915 per l’Italia) e il 1918, vide scannarsi tra  loro popoli e genti diverse e finire i propri giorni nelle trincee e sui campi di battaglia il fior fiore della gioventù di tanti paesi del mondo. La prima guerra della modernità con le sue armi di distruzione in serie, le sue condizioni di vita disumane, la  sua morte di massa.
Di quella generazione perduta, di quei giovani ormai polvere dimenticata Delfino porta con sé ogni giorno il ricordo, e di quella tragedia che inghiottì  oltre nove milioni di uomini ha negli occhi ormai spenti alla luce del sole quasi le stimmate. Potergli parlare e potergli stringere le mani per noi è stato un onore, poter raccontare la sua storia in queste pagine dedicate al  ricordo di quei tragicissimi eventi è  un dovere morale oltre che giornalistico e documentario. Perché quella guerra e i suoi protagonisti non devono essere dimenticati.
Delfino fu chiamato alle armi nei primi mesi del 1917. Faceva il meccanico e aveva diciannove anni.  Bersagliere ciclista, sarebbe stato congedato il 16 ottobre 1920.  Mentre era in guerra ebbe modo di conoscere l’orrore delle trincee e il freddo degli Altipiani, di vedere la morte di nemici e  commilitoni, di sperimentare la paura e il coraggio, di vivere  in prima persona la disfatta di Caporetto e la prigionia in mano al nemico. Delfino, quindi, è la memoria storica di un’epoca sempre più lontana. La  lucidità straordinaria di questo centoseienne ci ha sconvolto, tanto quanto i suoi ricordi.
Quando inizia l’intervista, Delfino si avvicina e mi prende la mano. Quando gli parlo, lo devo fare da vicino perché fa fatica a sentire. Ma quando incomincia a raccontare, è un fiume in piena.  Che non si può fermare. 
«Sono stato chiamato alla visita - parte in quarta -  il 7 gennaio 1917 e subito mi hanno destinato al 6° Bersaglieri  a Bologna. La chiamata alle armi è arrivata a marzo, e a metà maggio partivo per il fronte. Alla fine del mese, ai primi di giugno, dopo aver  aspettato con i feriti e i convalescenti, mi hanno caricato sul treno prima per Castelfranco Veneto, poi per Bassano: passando oltre il ponte sul Brenta, sono arrivato a   Marostica  e da qui, zaino in spalla, fino  ad Asiago.  Dopo una sosta  di qualche giorno in certe baracche, ecco che mi hanno spedito sull’Altopiano. Tre, quattro giorni sono passati senza che noi si facesse niente, poi all’improvviso mi hanno spedito sul Pasubio e qui per me  è iniziata la guerra, quella vera. I tedeschi a metà pomeriggio ci hanno attaccato per due volte, e per due volte li abbiamo respinti. E qui ci siamo bloccati. Non si andava più né avanti né indietro.  Ma gli attacchi sono andati avanti, eccome. Tre volte sul Monte Maio, due proprio sul cocuzzolo  e una sul fianco destro. C’erano sassi e rocce dovunque, si passava uno alla volta. A Cismon c’erano le batterie. Ricordo una pineta, e davanti a noi, a una trentina di metri, un campo pieno di sassi. Una sera  un gruppo di alpini che portava i rifornimenti e il rancio al reggimento si era smarrito in mezzo a tutta quella confusione. Ricordo bene le loro voci che chiamavano il reggimento, e subito dopo una raffica e poi più niente. Un macello. Avevamo una gran fame. Sono uscito cercando di fare più silenzio possibile, senza farmi vedere. Ho visto lì per terra la marmitta col rancio e l’ho aperta... C’era dentro del riso, duro, gelato come il marmo. L’ho mangiato con le mani».

Delfino parla e racconta, noi lo lasciamo fare in religioso silenzio. Abbiamo quasi paura ad interromperlo. Paura di fermare l’incanto, di spezzare il filo della sua memoria prodigiosa.  Nella stanza ci sono il figlio Angelo, 66 anni, la figlia Erminia, 76, la giovane moglie del nipote Silvia e il piccolo Filippo, 10 mesi, il pronipote. Vivacissimo, capelli biondi e due occhioni grandi così, sarà l’unico a portare il cognome  del bisnonno.   Filippo è un po’ irrequieto, gioca con la madre e ogni tanto cinguetta allegramente e sbatte i piedi, ma Delfino non sembra farci caso. E va avanti lungo la  strada dei ricordi. «Via di là  - continua  - sono stato mandato a Cismon, poi in un sacco di altri posti. Continuavo a girare di qua e di là. A settembre sono arrivato in Valsugana. Qui, ricordo,  c’era in pianura una stazione piena di mucche, e distribuivano le pagnotte: una costava 15 centesimi, e ne davano una a testa e una soltanto. Io avevo fame, sempre fame. Allora mi sono presentato  con la divisa, e ho preso la mia pagnotta. Poi ho provato a rifare la fila smanicato... e sono riuscito a prenderne una seconda. Quella volta lì sono stato fortunato».

Delfino, quando ha visto le trincee per la prima volta?

«A Cima 11 e Cima 12, ma siamo rimasti lì poco perché non c’era bisogno di noi, così è arrivato l’ordine di tornare indietro. Il 20 ottobre in tradotta siamo andati a Cividale, poi il 21 siamo riusciti a fare rifornimento di munizioni e di viveri secchi: quattro  gallette di numero e due scatolette. L’ordine era di conservarli, di tenerli da parte perché non si sapeva né quando, né se avrebbero potuto darcene altri. Poi, su per i monti. La notte tra il  21 e il 22 l’abbiamo passata mangiando castagne, il 23 ottobre  verso le 2 del mattino  depositiamo gli zaini e poi via verso Caporetto.  Me lo ricordo benissimo, erano più o meno le 9. Mentre lasciamo il monte si scatena una tormenta. Vento e acqua gelata. Ci troviamo di fronte una montagna senza piante né rocce, nuda, brulla. Un freddo cane. Ma noi niente, avanti. Siamo arrivati in cima verso mezzanotte. Nel silenzio sentivamo lavorare il nemico».

Era la vigilia della rotta di Caporetto...

«Lì davanti la Germania e l’Austria  avevano portato truppe e mezzi, avevano 140 uomini tra austroungarici e balcanici. All’improvviso, un grido ad alta voce: «Innestate le baionette, sott’ ragazzi, forza ragazzi!». E via, addosso. Ci scagliamo contro il nemico, al buio. Loro si piegano, il nostro coraggio invece aumenta. All’alba ci portano giù a far resistenza  nella valle che porta a Caporetto. Mentre si faceva chiaro si vedeva un formicaio di gente:  erano le  truppe nemiche di rincalzo che arrivavano da Caporetto...    Il mio capitano fa schierare la sezione mitraglieri: c’erano tre mitragliatrici, ma senza munizioni. Sopra di noi gli austriaci  dominavano la valle e sotto, dove tentavamo di fare resistenza, eravamo di nuovo sotto il tiro delle mitraglie.  Arriva il maggiore a cavallo per preparare le munizioni, ma...».

Ma ormai eravate in ritirata...

«Sì. Ma siamo riusciti lo stesso a fare circa 800 prigionieri. Alcuni si sono arresi subito, altri hanno cercato di scappare e sono stati inseguiti e presi  su una piccola altura. C’era una trincea scavata nel mezzo, ci siamo rintanati lì tutti a ferro quasi scoperto.  Verso mezzogiorno il mio sergente, Mosconi Luigi di Como,  mi ordina di andare fuori a vedere com’è la situazione.  Io rispondo: «Muscon,  te me mandet a murì!», e lui mi dice: «Morire per morire, in guerra sì sì». Io non ho mai disobbedito. Con grande dispiacere ho girato la testa. Il mio riparo era solo un palmo di terra. Ero con la pancia per aria.  Lì davanti c’erano i corpi di due tedeschi morti. Li ho rotolati uno vicino all’altro, erano  ancora caldi. Mi spostavo cercando di vedere dove c’era più erba e dove c’erano le rocce, mi portavo avanti piegando le gambe e raddrizzandole ogni 5 o 6 metri, e intanto facevo girare gli occhi. Ad un certo momento vedo delle ombre che arrivano quasi fino a dove ero io. Le accompagnavo con lo sguardo.  Vedevo le sagome di teste alzarsi e abbassarsi, vedevo le tre piante delle mitraglie, il fusto coperto dai rami e dalle foglie appassite, il sole passare attraverso le fessure della trincea. Erano le truppe nemiche che camminavano avanti e indietro.  Allora  io, bocca a terra e sottovoce per non fami sentire da loro: «Sono qui tutti pronti!». I miei non hanno capito. L’ho ripetuto una seconda volta,  ma non più forte. Pensavo che i miei volessero dare l’assalto, non sapevo se stare fermo al buio o tornare da loro. Dopo pochi secondi sento la voce del sergente giù lungo la valle che mi grida: «Borroni, Borroni, si salvi chi può!». Io penso: «Se sto in piedi mi fanno fuori». Davanti a me vedevo in lontananza le case di Caporetto».

Poi cosa è successo?

«Nel momento in cui la testa nemica più vicina che avevo davanti si è abbassata, ho tentato lo slancio di fuga: mi alzo, metto il piede in presa su un sasso, proprio lì in mezzo ai due morti... Alla mia sinistra parte una mitragliata quasi a bruciapelo. Sento due pallottole. Una mi colpisce il calcio del fucile, l’altra al piede destro.   Lo giuro davanti a Dio. Quel colpo mi ha portato via il tallone. Perdo l’equilibrio, cado e sbatto per terra. Allora faccio passare un po’ di tempo fingendomi morto. Appena mi riprendo un poco, barcollando e rotolando tento di riportarmi nel posto dove sono partito. A destra e a sinistra le truppe nemiche mitragliavano e avanzavano chiudendomi in cerchio. Sempre sotto il fuoco incrociato vedo un torrente. Inizio a salire sulla montagna  arrampicandomi come posso,  con le mani e con i piedi, mentre sento le pallottole passare sopra la mia testa e  infilarsi nella terra spruzzandomi addosso la  polvere. Io restavo rasente  terra. Respirando affannosamente,  arrivo in cima, poi di corsa, veloce come non mai, via per  la discesa, a rotta di collo. Prendo il fucile con la mano sinistra e me lo infilo sotto il corpo,  il tascapane alla destra, e  giù a rotoloni senza sapere dove andavo a finire. Da lontano il sergente, il maresciallo  e gli altri soldati mi guardavano  arrivare. Appena dentro, il maresciallo mi prende la testa tra le mani dicendomi: «Borroni, d’ora in poi ti chiamerò scoiattolo! Ma lo sai che davvero nessuno  sarebbe tornato vivo da dove ti abbiamo mandato?».  Tolgo allora la scarpa destra e gliela presento, facendo vedere la sbavatura del sottopiede. «Maresciallo - gli dico -,  questa è stata la mia salvezza. Se non fossi caduto mi avrebbero fatto un’altra scarica, invece è successo un miracolo».  Mi risponde: «Se cessa questa burrasca ti do la medaglia al valore»».

Ma  purtroppo la burrasca non è cessata.

«Ed eravamo sempre di meno. Il 28 ottobre, alla  mattina verso le 5 e poi verso le 8, tentiamo le ultime due resistenze. Prendiamo i pacchetti con le munizioni e i caricatori, io ho male ai piedi, piove e fa freddo. Salgo su una catasta di ghiaia e vedo due che scappano.  Parte una scarica, io vedo una cinta davanti a una roggia e salto dentro per ripararmi. E chi ci trovo? Due tedeschi, uno basso e grassoccio, l’altro più alto e magro. Appena mi vedono cominciano a picchiarmi con il fucile. Quello dei due più alto era un bambino, non aveva neanche la barba. Mentre ero lì il mio capitano moriva, falciato da una mitragliata che lo ha colpito al bacino, e il suo attendente veniva ferito, aveva tutte e due le gambe stritolate.  Il tedesco mi guarda in faccia e mi dice: «Camerata buono». Mi dice di prendere l’attendente e di portarlo via.  Sul monte Maio facevamo i reticolati. Lui aveva la pinza. Avrà avuto quattro, cinque anni più di me ed era meridionale. Mi chiedeva perdono, non so per cosa. Aveva le gambe stritolate. Quel poveraccio l’ho portato via io.  Ed è stato quello il momento più brutto».

Quindi, dopo Caporetto l’hanno presa prigioniero.

«Mi hanno portato prima a Portogruaro, poi a Pordenone e infine in Austria. A piedi. In tutto, sono stato prigioniero un anno. Il primo giorno, lo ricordo bene, ero all’ospedale a portare i feriti. Più o meno, andava tutto bene.  Ma dopo due giorni è arrivata la truppa balcanica e noi ci hanno mandato in Veneto a scavare le trincee per gli austriaci. Una mattina, a Vittorio Veneto, c’erano le guardie, il calzolaio, il sarto, il parrucchiere. Andavano a fare le requisizioni dai contadini con le guardie e poi preparavano da mangiare. Io avevo la febbre. Lo sa che i pidocchi, quando uno ha la febbre, scappano via? Io ero talmente spossato che mi sono appoggiato al muro. Una delle guardie mi ha preso per la spalla e mi ha dato prima una pedata e poi un calcio, così forte che mi è sembrato che mi entrasse un ago nel polmone. Ho pensato: «O muoio, o sopporto il male». Sono rimasto a terra per un’ora a soffrire come un cane, finché non è arrivato un portaferiti. C’era un ufficiale che parlava italiano. Io gli ho detto che stavo male, che avevo la febbre. Mi ha visitato, io ho tolto la giacca e lui ha visto che avevo una macchia nera dietro sul collo,  e mi ha dato otto giorni di riposo. Alle due è tornato e mi ha messo nel pollaio: non c’erano animali, era pulito e asciutto, il pavimento ricoperto di paglia. A quei tempi capivo un po’ di tedesco. Ho sentito quando è uscito e si è messo ad urlare con la guardia, gli ha detto di tutto».

Delfino, lei ha cercato varie volte di scappare.

«La prima volta  da Vittorio Veneto. C’era una carrozza vicino al campo, l’ho presa, sono salito e ho imboccato un sentiero.   Purtroppo, mi sono imbattuto in una pattuglia di gendarmi che mi hanno catturato di nuovo e rinchiuso in un granaio. Mi hanno sbattuto  nel piano alto. Sulla parete, ricordo,  c’era un finestrone a forma di mezzo sole e davanti riuscivo a vedere una pianta di fico i cui rami arrivavano proprio lì, davanti all’apertura. Facendo poco rumore mi sono calato giù e via per i campi. C’era una gran nebbia, non si vedeva niente. All’improvviso spunta una figura d’uomo. Portava davanti a sé una carriola, ma non mi vedeva per via della foschia. Io lo seguo in silenzio finché non arriva davanti a una stalla. A quel punto gli vado incontro e gli chiedo se ha un lavoro da darmi. «Sei prigioniero?», mi chiede a sua volta. «Sì». «Mi dispiace, non si può. Viene lì quella gente, e i prigionieri  che scappano li porta via e li ammazza». Stavo per andarmene quando dalla porta esce una donna, sua moglie, con un paiolo di polenta fumante. Sulla sommità ci aveva scavato un buco e l’aveva riempito di fagioli. «Ah, signora - le dico -,  io con questo ben di Dio campo quindici  giorni».  Finito  di mangiare, riprendo la strada. Dopo una quindicina di chilometri arrivo a Sacile e vedo una donna in un prato. Era lì che scavava i gelsi, liberava il terreno dalle piante. Le chiedo se posso lavorare con lei. «Non ne  ho di sghèi», mi dice.  Dopo aver levato due o tre gelsi, mi ha dato un po’ di polenta. Avevo una fame che non si può dire. Ricordo quando trovavo le patate: si mangiava tutto, scartavo solo le gemme. Alla sera quella donna mi ha preparato dei fichi, un po’ di polenta e una borraccia di vino».

Delfino si ferma con lo sguardo fisso nel vuoto, sembra ricollegare i fili del suo pensiero e dopo aver bevuto un sorso d’acqua riprende il racconto.
«Di notte, camminando, arrivo all’accantonamento. C’è una sentinella appostata in una scuola, quando mi vede mi ferma e mi strappa il tascapane con tutto quello che c’era dentro. Mi ha rubato tutto, la polenta, il vino... Non ci ho visto più e gli ho tirato una borracciata in faccia. Poi, via veloce come il vento». 

Poi, però, l’hanno catturata di nuovo.

«Mi hanno sbattuto in cella con due omoni, due cugini grandi e grossi. Uno dei due ha fatto una corda legando i pantaloni, le mutande e la cintura e si è calato giù dal piano indossando solo la camicia. Al mattino è arrivato il capitano a cavallo insieme ad altri ufficiali, e quando hanno visto che uno dei prigionieri non c’era più, si sono messi a cercarlo tutti quanti. Pensi, uno alla volta, su e giù per quella strada... Una volta eravamo stati accompagnati in cinque o sei alla stazione per prendere in consegna le mucche e portarle al macello. C’erano vari italiani. Io mi ricordo che lì dentro c’era un operaio molto giovane, senza giacca. Avevo fame e avevo non so come del tabacco: gliel’ho dato in cambio di una razione di trippa.  Un bosniaco  se n’è accorto e mi ha fatto la posta, poi mi ha preso la trippa ed è scappato via come un fulmine. Io l’ho seguito. Più avanti c’era un ruscello coperto con alcune fascine di legna e della paglia. Il bosniaco si è messo a lavare la trippa lì dentro, e quando ha finito ha steso gli intestini ai rami di un gelso per far colare l’acqua e asciugarli. Allora io sono andato a chiamare un mio amico di Milano. Si chiamava Turati. Insieme siamo andati nel bosco e ci siamo ripresi il nostro bottino. L’abbiamo  cotto in una latta. Così cucinata, tutta quella trippa l’abbiamo divorata, anzi sbranata. Tutta quanta.  Una volta io ed altri siamo scappati da Cividale a Spilimbergo. Eravamo tanto stanchi. Uno dei miei compagni aveva la spagnola, le sue labbra erano bluastre.  Ci siamo nascosti in un cimitero, poi lungo la ferrovia e infine in un campo dove il grano era ancora lì, tutto da cogliere. Me lo ricordo bene, abbiamo raccattato solo fagioli secchi. Lì accanto c’era una sentinella romena che dormiva russando. In tasca aveva un pacchetto di caffè. Io mi sono avvicinato e, usando uno spago di fortuna, sono riuscito a sfilargli il pacchetto senza che lui se ne accorgesse. Quando smetteva di russare io mi fermavo. Pian piano ce l’ho fatta. Erano gli ultimi estremi della guerra, eravamo stanchi, stremati. Ricordo una giovane donna che lavorava nel campo e ci ha  trovato un ricovero nella stalla. La stalla era vuota, non c’erano più animali. Per nasconderci  ha sistemato un pagliericcio sotto la botola che conduceva al fienile, e poi ha messo il cane di guardia. Ad un certo punto il cane ha cominciato ad abbaiare. Ricordo il rumore dei fucili delle sentinelle, le baionette innestate. Ma per fortuna  se ne sono andati. Così, all’alba, con un  gran freddo, siamo scappati via verso un altro campo che sembrava più sicuro. Stavolta era senza grano, c’erano solo mucchi di sterpaglie. Verso le otto del mattino vediamo uscire la donna con il caffè e la polenta. Noi la chiamiamo, lei  viene verso di noi e ci dice: «Dovete andarvene. Ieri sera i tedeschi sono entrati nella stazione,  hanno preso dieci persone e le hanno fucilate»». 

Quando e come è riuscito a tornare a casa?

«Siamo arrivati al concentramento a Piacenza, ricordo che siamo stati interrogati  vicino al fiume Trebbia. Pensi un po’, ci hanno accusato di tradimento. A noi, a quelli della 4ª Brigata d’assalto, quella del sergente Mosconi! Lì siamo rimasti più di venti giorni. Ci hanno dato mezza pagnotta,  un pezzo di sapone e dei vestiti di tela, poi ci hanno detto: «Per voi non ci sono tradotte!», così  siccome sui treni passeggeri non potevamo salire,  per tornare  a casa da Piacenza siamo dovuti andare a piedi. Sulla strada siamo arrivati nei pressi di un albergo. Eravamo in tre e l’oste ci ha dato un po’ di minestra, del pane e mezzo litro di vino. Distavamo una ventina di chilometri da Castel S. Giovanni, quindi ci siamo incamminati sulla provinciale decisi ad arrivare in qualsiasi modo a Pavia.  Mentre camminavamo, abbiamo sentito il fischio del treno. Era il caro vecchio  “Gamba de legn”! Ci precipitiamo verso la fermata, chiediamo di salire per raggiungere Voghera. Lì c’era un muretto di cinta. A questo punto io e i miei compagni ci dividiamo. Loro vanno in città. Io, invece,  scavalco il muretto e salgo sul treno merci, anche se mi dicono  che non ferma a Pavia. Passo il viaggio in attesa. Ad un certo punto, mentre sono sul treno, vedo davanti a me Pavia e senza neanche pensarci salto giù. Alla una ero a Voghera, alle tre ero a casa mia. Mia mamma, me lo ricordo bene, era sempre lì che aspettava il mio ritorno.  Quando l’ho vista, da lontano, l’ho chiamata. Povera donna, non riusciva neanche ad aprire la porta. Dopo pochi minuti la mia casa si è riempita di gente. Mancavano solo tre giorni a Natale».

Lei è tornato, ma molti altri no. Ricorda qualcuno in particolare che non ha più visto dopo la guerra?

«Mi fratello Davide aveva nove anni più di me, ha combattuto in  forza all’aviazione e per fortuna è tornato a casa. Io mio amico Davide, invece, non è stato così fortunato. Era benestante, aveva studiato. Si era arruolato come volontario ed era riuscito a diventare tenente. Un giorno, un colpo di granata ha portato via quattro o cinque uomini del suo reparto. E tra di loro c’era anche lui».

Cosa ricorda delle trincee?

«Che era dura. Eccome. Poco cibo, scarso, un po’ di riso o pasta, del grana, del caffè... E che freddo!  Ma per lo meno era sicura.  Io invece venivo sempre mandato di pattuglia. Gli altri cercavano di evitare, dicevano di avere famiglia, dei figli... Io avevo diciannove anni, e mi usavano come un cane da caccia. Proprio così: un cane da caccia. Io non mi sono mai rifiutato. Mai! E nonostante tutto sono tornato.  Ora ho più di cent'anni, la mia vita l’ho vissuta e tutto questo lo posso raccontare».

Termina l’intervista, alla casa di riposo è ora di pranzo e Delfino è da più parti richiamato a gran voce. Il piccolo Filippo e la sua mamma sono andati a casa da un pezzo, Erminia e Angelo devono anche loro tornare ai loro impegni quotidiani.  Ma c’è tempo per un ultimo sorriso e un ultimo abbraccio. Ringraziamo  Delfino per quanto  ci ha raccontato, promettiamo che torneremo a trovarlo, gli chiediamo di continuare così, di stare in forma e di cercare di non dimenticare.  Noi, di certo, questa mattinata di ottobre non la scorderemo mai.
 

 
 
 

Post N° 30

Post n°30 pubblicato il 05 Aprile 2007 da neottolemo06
 

Muli e cani per gli Alpini

Tante le specie arruolate dai belligeranti durante il conflitto: persino i piccioni viaggiatori per trasmettere dispacci

immagine

Dal 1914 al 1918, animali di tutti gli eserciti trascinavano cannoni o slitte, portavano rifornimenti o messaggi. Le bestie furono insostituibili ovunque l’ambiente ostacolasse l’uso di automezzi. Ad esempio sulle nostre cime dove gli Alpini si affidarono a muli e cani. O sui Carpazi, percorsi dagli zoccoli delle bestie russe e austro-ungariche. O nei deserti arabi, dominio del cammello. Vediamo di orientarci meglio nello “zoo” di guerra di 90 anni fa:

MULO

Questo ibrido sterile ottenuto dall’incrocio tra una cavalla e un asino unisce i vantaggi di entrambe le specie. Dalla madre eredita la mole e la forza, dal padre la struttura delle zampe e l’adattabilità alle più aspre condizioni. Associare le fatiche del mulo alla lotta degli Alpini sulle rupi e sui ghiacciai è d’obbligo visto il ruolo da protagonista giocato da questo animale sui sentieri di montagna. E’ vero però che tutti gli eserciti europei si erano interessati alla bestia almeno a partire dal 1700. Usato anche in pianura per trainare pezzi d’artiglieria in tiri da 4 o da 8, il mulo trovava però la sua valorizzazione in montagna. Poteva portare un carico di circa 150 kg su sentieri stretti e ripidi, avendo un passo poco diverso da quello umano.
immagineNon dimentichiamo che le vie “mulattiere” allestite nel 1915 per portare armi e rifornimenti in quota erano basate su queste istruzioni ufficiali: “devono avere pendenza variabile dal 18 all’8 %; eccezionalmente possono raggiungere quella del 30 %, non però nelle svolte. La larghezza varierà da 1 a 2 metri, ma in qualche tratto potrà anche essere di m 0,80”. Incredibili animali, i muli, a cui bastavano sentieri larghi appena 80 centimetri! Grazie a loro, gli Alpini portavano sulle cime i loro preziosi obici da montagna di calibro medio-piccolo, dai 65 ai 75 mm. Ogni pezzo era smontato e trasportato su tre o quattro muli.   

CANE

Se l’Esercito Belga usava mute di cani per trainare mitragliatrici su carretti, i Tedeschi addestrarono dalmati e cani lupo per la ricerca e il trasporto dei feriti e perfino come portaordini, con dispacci fissati al collare. Sul nostro fronte furono soprattutto gli Alpini a impiegare i fedeli quadrupedi nelle più difficili zone rupestri, dove neanche un mulo arrivava. L’epopea della “guerra bianca”, la lotta sulle vette innevate fra l’Ortles e l’Adamello, vide migliaia di cani usati per trainare in pariglie agili slitte che portavano di tutto, dalle munizioni ai medicinali, dalle provviste ai feriti da evacuare. Tra gli Alpini erano giustamente famosi i cosiddetti “cagnari”, cioè i militari addetti alla conduzione e alla cura delle mute canine. Non dobbiamo dimenticare quei cani che, pur non avendo un compito specifico, erano semplicemente mascotte di certi reparti. I loro nomi rimasero scolpiti nei ricordi di chi li conobbe. La cagnetta Ester si faceva onore nel 1917 cacciando i topi che infestavano le trincee del Podgora. Era un’azione utile per migliorare la salute dei soldati e sembra che Ester riuscisse alcune volte a stabilire dei record, uccidendo 15 o 20 ratti in un’ora. Dal canto suo, il pastore tedesco Fuff rimase orfano del padrone, un soldato austro-ungarico ucciso nell’autunno 1918, e fu adottato in una villa di Fanzolo. E che dire di Moritz, il grosso danese posseduto nientemeno che dal “Barone Rosso”, Manfred von Richthofen? Nel 1917 l’asso dell’aviazione tedesca se lo portava in aeroplano, per fargli fare giretti tra le nuvole! Un altro cane “arruolato” in aviazione fu Flam, che apparteneva all’asso francese Thenault. Oltre a far la guardia alla base, Flam tendeva l’orecchio e, quando la squadriglia francese atterrava dopo una missione, distingueva il rumore dell’aereo di Thenault, correndo verso la pista e scodinzolando felice.

PICCIONE

immagineIl piccione, o colombo viaggiatore, non poteva che svolgere la mansione di messaggero, potendo orientarsi nella giusta direzione. Può volare per 800 km a una velocità fra i 50 e i 70 km/h, di solito tenendo una quota di 120 metri. Il suo uso per recapitare biglietti legati alle zampe risalirebbe almeno a Giulio Cesare. Durante la Grande Guerra furono soprattutto i Tedeschi a usare piccioni. Fin dal 1914 l’armata del Kaiser schierava colombaie mobili ben organizzate. Tali uccelli erano molto efficaci, perchè la tecnologia della radio era ancora primitiva e non sempre affidabile. Austriaci e Tedeschi giunsero a imbarcare gabbiette di colombi perfino sui sommergibili e sugli aeroplani da ricognizione, per spedire dati ancora prima di tornare alla base. Sul nostro fronte, il colombo viaggiatore trovò impiego per trasmettere “spiate” dal Veneto e dal Friuli occupati dagli Austro-Tedeschi dopo lo sfondamento di Caporetto. A tal proposito, nel settembre 1918 il generale asburgico Boroevic minacciò di punire gli abitanti che nascondevano gabbiette “sospette”. I colombi erano bersagliati per ostacolare le comunicazioni del nemico e molti vennero uccisi. Di ciò è rimasta traccia perfino in quel cartone animato prodotto nel 1967 da Hanna e Barbera, in cui Dick Dastardly e lo “squadrone avvoltoi” tentano invano di intercettare il piccione Yankee Doodle.

M.M.

LEGGI anche:

GLI ANIMALI, VITTIME INNOCENTI DELLA GRANDE GUERRA
http://blog.libero.it/grandeguerra1418/2522484.html

L'ULTIMA GUERRA DELLA CAVALLERIA
http://blog.libero.it/grandeguerra1418/2522507.html

Da leggere:

Animali al fronte. Protagonisti oscuri della Grande Guerra 
di Eugenio Bucciol 
Nuova Dimensione Editore
pp.  206, € 15.90 

Nella storia dell'uomo gli animali sono sempre stati utilizzati, sfruttati, e solo raramente amati. Durante il periodo della prima guerra mondiale, in particolare, divennero delle valide truppe ausiliarie in grado di sostenere l'uomo nei momenti più difficili. Il cavallo era impiegato dall'esercito come mezzo di trasporto e come scudo protettivo dietro al quale ripararsi dagli assalti nemici. Il mulo e l'asino, lavoratori indefessi, venivano caricati di munizioni e viveri e costretti a percorrere impervi sentieri di montagna. Il piccione si rivelò un veloce e preciso portaordini, capace di percorrere lunghe distanze in un battito d'ali. E poi ancora il cammello, l'orso, il cane, il bue, i delfini, le galline...

 
 
 

Post N° 29

Post n°29 pubblicato il 05 Aprile 2007 da neottolemo06
 

L’ultima guerra della cavalleria

Nel 1914-1918 l’uso dei cavalli per il combattimento e per i trasporti fu ancora massiccio quasi come nell’Ottocento

                                 

Nella Grande Guerra i cavalli furono una risorsa militare importante, dato che i veicoli a motore erano ancora rari, poco efficienti e soggetti a troppi guasti. Gli equini erano invece abbondanti e costavano poco. Nel 1914 vivevano in Europa 80 milioni di cavalli. Di questi, ben 22 milioni nella sola Russia, 8 milioni fra Germania e Austria-Ungheria, e 750mila in Italia. I cavalli usati da tutti gli eserciti tra il 1914 e il 1918 furono 10 milioni, un ottavo del totale. Ne morirono 600mila solo per proiettili e bombe, malattie escluse. Oltre al traino dei carri, l’impiego più epico dell’animale fu nelle cariche di cavalleria, anche se le mitragliatrici e la lotta di posizione in trincea offrivano pochi spiragli di movimento.
immagineL’Italia schierava 30 reggimenti di cavalleria, di cui 16 raggruppati in 4 divisioni e 14 usati a supporto dei corpi d’armata. Già dal 1915 la cavalleria italiana compì azioni fra Palmanova e il Tagliamento. I reggimenti vennero poi integrati da squadre appiedate di mitraglieri. L’appoggio di fuoco rese il binomio uomo-cavallo ancora valido quando, con la rotta di Caporetto, la guerra si rimise in moto. Il 30 ottobre 1917 i reggimenti “Genova” e “Novara” combatterono a Pozzuolo del Friuli ritardando l’avanzata austriaca. Coprirono la ritirata della nostra III Armata e, pur avendo perso metà degli uomini e dei cavalli, sfuggirono alla cattura con una nuova carica. I reparti di cavalleria si distinsero spesso. Il 23 e 24 giugno 1918 i “Lancieri di Milano” compirono ricognizioni sui guadi del Piave, mentre il 31 ottobre ancora i reggimenti “Genova” e “Novara” occuparono il ponte sul Livenza a Fiaschetti. Il 3 novembre, pattuglie dei reggimenti “Savoia” e “Montebello” liberarono Udine. L’indomani, 4 novembre 1918, la nostra cavalleria effettuò a Est del Tagliamento le ultime cariche contro i nemici in fuga, appena pochi minuti prima dell’armistizio.

Per approfondimenti: http://www.assocavalleria.it/parte2/05_cavalleria_1_guerra_mond.html

 
 
 

Post N° 28

Post n°28 pubblicato il 05 Aprile 2007 da neottolemo06
 

GLI ANIMALI, VITTIME INNOCENTI DELLA GRANDE GUERRA

Nelle guerre, gli animali trucidati sono forse i veri innocenti. Dopotutto, cosa c’entrano loro con le risse fra i branchi della specie umana? Un soldato di cavalleria della Grande Guerra, il tedesco Ernst Johannsen, si ribellò agli imbecilli che svalutano la vita degli animali e diede voce a chi non ne aveva. Il reduce scrisse “Memorie di guerra di un cavallo”, pubblicato ad Amburgo nel 1929, immaginando il punto di vista di un equino. Ecco come il cavallo ricorda, nella fantasia di Johannsen, la cannonata che sventra un suo simile: “A una nuova vampata vidi le sue interiora attorcigliarsi come un viluppo di serpi. Con un terribile gemito si risollevò sulle ginocchia e nel tentativo di fuggire calpestò le proprie viscere. Ricadde a terra e cominciò a lamentarsi. Gemeva come mai udii da un mio simile”. S’immagina poi una preghiera rivolta dall’animale al Dio dei Cavalli perchè liberi la Terra dalla presenza dell’umanità: “Grande Stallone e Dio Hi-hi-hu, che ti trovi nei pascoli dell’Aldilà (...) Distruggi l’uomo! Distruggi l’uomo! Grande Stallone e Dio Hi-hi-hu, onnipotente ed eterno, guarda a tutti gli stalloni, alle cavalle, ai puledri oltraggiati e dominati dal demone di questa terra. Liberaci!”. Chissà cosa avrebbe scritto Johannsen vedendo l’inquinamento odierno...

 

 
 
 

Post N° 27

Post n°27 pubblicato il 27 Marzo 2007 da neottolemo06
 

 Il dilemma: da che parte stare?

L’odissea dei Trentini, sudditi dell’Impero Austro-ungarico,  spediti a Est per combattere contro la Russia zarista
 

immagineQuando l’Europa fu travolta dalla Prima Guerra Mondiale, una vasta comunità alpina di lingua italiana prosperava ancora al di fuori dello Stato con capitale Roma. Il Trentino, insieme a Trieste e all’Istria, era l’ultimo residuo dei domini italiani dell’Austria, che fino alle guerre del 1859 e 1866 avevano compreso anche il popoloso Regno Lombardo-Veneto. I Trentini vivevano così da oltre 550 anni. Fin dal lontano 1363, infatti, la regione era entrata a far parte dei possedimenti del Duca d’Austria Rodolfo IV d’Asburgo. Nel 1914 l’ultraottantenne Francesco Giuseppe (era nato nel 1830) regnava ancora sull’Impero. Soprannominato affettuosamente “Cecco Beppe”, l’Imperatore asburgico era forse il più amato sovrano d’Europa, con quei suoi rassicuranti baffoni. Come devoto servitore del Cattolicesimo, il monarca era inoltre un simbolo che riuniva in sè paternalismo e fede, retaggio di un mondo in via d’estinzione.

UN MANIFESTO CATTURA I SUDDITI

immagineInsieme ai più vari popoli dell’Impero, come i Bosniaci musulmani o gli Slavi ortodossi, i Trentini e i Triestini cattolici affronatavano ora una guerra che non comprendevano per un Paese che, al di là della devozione per il sovrano, appariva un contenitore più che una vera patria. Sui muri di Trento, di Rovereto e dei più piccoli villaggi, venne affisso il 31 luglio 1914 il manifesto in lingua italiana che chiamava alle armi gli abitanti della provincia. “Sua Maestà Imperial e Regia Apostolica si è degnata di ordinare la mobilizzazione generale”, così esordiva il bando, che poche righe più in basso intimava a tutti gli uomini di età compresa fra i 21 e i 42 anni di presentarsi entro le successive 24 ore ai più vicini distretti militari per la visita di leva e l’arruolamento. Ben 40.000 furono i soldati trentini incorporati nelle forze armate imperiali fin dal primo anno di guerra. La cifra sarebbe salita nel 1915 a un totale di 60.000 uomini, dopo che l’allargamento del conflitto, spinse gli Austro-ungarici a estendere l’età di arruolamento fino ai 50 anni. Molti Trentini lasciarono testimonianze scritte delle loro esperienze nell’Armata Imperiale, a cominciare dall’arruolamento. Il muratore Mario Raffaelli, del villaggio di Volano, si trovava ad Arco nei giorni della mobilitazione e solo il 1° agosto si rese conto di quanto stava succedendo. Leggiamo i suoi ricordi: “Non appena incominciato il lavoro vidi un gironzio di gente, un sussurrio, un distramento nel popolo che dava qualcosa d’aspettare. E cos’è successo! Era circa le 8 quando si appressò a me una guardia interogandomi se anch’io avessi fatto militare una volta. Sicuro! Io gli risposi. L’anno scorso ho fatto 2 mesi in Innsbruck”.

Il gendarme invitò Raffaelli a salutare la sua famiglia e ad affrettarsi a raggiungere in treno il suo reggimento. “Era le 4 e mezza - prosegue il diario - quando arrivò il treno in stazione. Circa 90 eravamo per la partenza. Saliti in treno che fummo, tutti auguravano un presto ritorno. Chi piangeva, chi urlava, chi era stupidito a vedere una cosa così spaventosa”. Di questo muratore si sa che fu ferito sul fronte orientale, rimpatriato e assegnato alla Milizia Territoriale. Ne approfittò per scrivere, nel 1916, le sue memorie. Ma quanti che erano sul suo stesso treno finirono invece a decomporsi nel sottosuolo delle Russie?

A EST LOTTA FRA TITANI

immagineLa maggior parte dei Trentini arruolati tra gli Austro-ungarici fu mandata a Est contro i Russi, soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia, forse per sottrarli a diserzioni etnico-politiche. Il loro avversario doveva dimostrarsi coriaceo. Guidato dallo Zar Nicola II, l’Impero Russo disponeva di forze numerosissime, grazie all’inesauribile potenziale umano dato dai 150 milioni di abitanti di quello Stato mastodontico. L’esercito russo era stato assai lento a mobilitarsi ed era meno moderno di quelli occidentali, ma una volta avviata, la sua massa si rivelò minacciosa. Sull’ala Nord del fronte orientale, contro la Germania, i Russi erano già lanciati verso Berlino nelle prime settimane di guerra. I Tedeschi erano riusciti però a fermarli con le celebri battaglie di Tannenberg, tra il 26 e il 30 agosto 1914, e dei Laghi Masuri (9-15 settembre). In particolare era stata cocente la sconfitta di Tannenberg, dove la II Armata Russa del generale Samsonov era stata accerchiata e letteralmente disintegrata dal generale tedesco Hindenburg, che aveva ripreso l’identica trappola a tenaglia ideata dal condottiero cartaginese Annibale nel 216 avanti Cristo. A Sud le cose andavano diversamente ed era l’Impero Asburgico ad avere la peggio. Fra l’8 e il 12 settembre 1914 i Russi batterono gli Austriaci nella battaglia di Leopoli (oggi L’vov, in Ucraina) e avanzarono in Galizia, attestandosi a svernare sulla catena dei Carpazi. All’esercito dell’impero slavo si apriva ora la pianura ungherese e solo a prezzo di furiose lotte i soldati asburgici avrebbero potuto scongiurare il pericolo.

In primavera il feldmaresciallo Conrad von Hotzendorff, Capo di Stato Maggiore austriaco, propose un’offensiva nel settore compreso fra i villaggi di Gorlice e Tarnow. Su una linea di 50 km furono così concentrate due armate austro-ungariche e una tedesca. L’attacco iniziò il 1° maggio 1915 e dopo 24 ore le linee russe già crollavano, tanto che si fecero 17.000 prigionieri. Entro il 14 maggio gli Austro-Tedeschi erano avanzati di 100 km e a fine settembre il fronte si era stabilizzato passando presso il Fiume Dnestr. In quel calderone di sangue e fango tanti Trentini soffrivano e morivano pensando ai loro affetti e alle loro case fra le lontanissime valli dove erano cresciuti.


INSUBORDINAZIONE


Nella furia degli scontri a Oriente, molti stolti ufficiali condannavano a morte certa i loro uomini spingendoli assurdamente ad avanzare contro fitti sbarramenti di pallottole. In tali frangenti non erano pochi i soldati trentini che preferivano disertare o farsi catturare dal nemico pur di avere salva la vita. Accadde ad esempio il 3 settembre 1915 ad Alfonso Cazzolli, nato a Tione nel 1887 e nella vita civile tipografo, che così ricordò: “Vedo uno spettacolo orribile, gli Austriaci cadevano a frotte, fra l’artiglieria russa, le mitragliatrici e le armi (...) vedo l’ufficiale magiaro a pochi passi da me, con la rivoltella in mano costringeva tutti a proseguire oltre, fu allora che mi venne decisione, presi la mia arma, la punto ben bene e lascio partire il colpo, altro non so, è caduto...morto?...non so altro”. Dopo aver abbattuto l’ufficiale ungherese, il soldato Cazzolli, insieme al compagno Luigi Malpocher, progettò di consegnarsi ai Russi una volta calata l’oscurità “e terminar così quella vita triste”. Riparatisi in una piccola buca a 100 metri dai Russi, aspettavano la notte, ma mentre era ancora chiaro, verso le 17.00, una fucilata improvvisa uccise sul colpo Malpocher. Strazianti le parole dell’amico: “Il povero Luigi era morto, ma non ero persuaso, mi sembrava impossibile che fosse morto, così senza pronunciare una parola, senza un lamento, senza un sospiro, senza una parola al suo compagno che lo amava tanto più che fratello. Di nuovo tento la prova, provo il cuore, tento di aprirgli la bocca, era inutile, le sue carni erano fredde, il povero Luigi era morto! La palla russa era penetrata sopra l’orecchio sinistro e sortita fra l’orecchio e l’occhio destro, era passata dalle cervella”.
Alfonso Cazzolli riuscì invece a sopravvivere nei campi di prigionia russi. Sarebbe tornato a casa, vivendo fino al 1969 e forse pensando spesso all’amico Luigi che non ce l’aveva fatta. La guerra dell’Est, dopo la stasi del secondo inverno, stava intanto per conoscere nuove vette di impeto e brutalità. L’Armata dello Zar si preparava a scatenare una nuova offensiva che avrebbe travolto lo schieramento austro-ungarico.   


LE ORDE DI BRUSILOV


Un po’ più a Sud delle inospitali paludi del Pripet, il generale russo Alexei Brusilov concentrò massicce forze e fece scattare dal 4 giugno 1916 una possente avanzata che sorprese gli Austriaci. Sfondate le linee avversarie, i Russi attaccarono senza sosta fino al 15 agosto, mentre il nemico in ritirata si lasciava dietro ben 200.000 prigionieri. La Bucovina e gran parte della Galizia furono di nuovo occupate, prima che l’esercito zarista si arrestasse esausto, essendosi troppo allungate le sue linee di rifornimento. Fra i Trentini che in quei giorni terribili tentavano invano di fermare le orde infinite di Brusilov c’era anche un “richiamato” relativamente anziano che lasciò un dettagliato diario della sua biennale esperienza sul fronte orientale, durata dal 1915 al 1917.
immagineSi trattava del contadino Massimiliano Sega, nato a Sega di Vallarsa nel 1873 e dunque più che quarantenne negli anni della Grande Guerra. Ecco la sua descrizione “naif” del fronte (l’originale era troppo sgrammaticato e ne abbiamo fatta un’approssimativa parafrasi): “La mattina arrivo nella trincea, vedendo i Russi e le bombe bombare. Girando tutta la notte arrivo in un paesello alle 6 di mattina. Resto tutto il giorno e parto alle 9 di sera. E vado in trincea a mezzanotte. Resto a guardare fuori dalle feritoie a sentir sparare i Russi. Comincio a faticare tutto il giorno e tutta la notte. Se continuo così mi toccherà morire in poco tempo di stenti. Povero Massimo, a che passi ti sei ridotto!”.
Il fante-contadino prosegue lamentando il fatto di non poter comunicare coi compagni stranieri, che vengono dai quattro angoli del multietnico Impero Austro-ungarico e di cui ignora la lingua, nonchè la sua condizione di anziano in mezzo a tanti ventenni: “Non posso raccontare il soffrire che faccio quì a questi militari, non capisco la lingua, se non a gesti. E poi loro sono giovani di 22 o 25 anni e io un poveretto di 43 anni. Come farò, se non mi aiutano Dio e Maria?”. Mentre la morte aleggia su tutto e tutti, la fame accompagna il contadino, che ha con sè soldi inutili in un posto dove non esistono negozi: “In questi giorni patisco tanta fame, povero Massimo! In tasca si trovano 48 Corone, ma quì non si può spendere proprio niente”.

IMPERI ALLO SFASCIO

Il 21 novembre 1916 moriva l’Imperatore Francesco Giuseppe, cui succedette il giovane Carlo I. Era la prima, simbolica, avvisaglia del disfacimento dell’Impero Asburgico, anche se in quel momento si pensava ancora di vincere la guerra. Le offensive russe erano state bloccate e tra le fila del nemico serpeggiava la ribellione. Dopo la rivoluzione borghese del 12 marzo 1917 lo Zar abdicò e l’esercito russo, sbandato, iniziò lentamente a sfaldarsi. In novembre Lenin e i suoi seguaci dei Soviet, i consigli degli operai e dei soldati, presero il potere. Era la Rivoluzione Bolscevica. La Russia, non più imperiale, si ritirò stremata dal conflitto attraverso le trattative di pace a Brest-Litovsk, fra il dicembre 1917 e il marzo 1918. Tanti soldati trentini rimasero comunque all’Est fino al crollo del loro Stato, nel novembre 1918. Parteciparono infatti all’occupazione austro-tedesca di terre rumene e ucraine, utili come fonti di approvigionamento.
Ma la guerra era persa e il condominio austro-ungarico ormai compromesso per sempre. I disertori cechi e slovacchi in Russia avevano formato fin dal 1917 la famosa Legione Cecoslovacca, che non aveva accettato la pace di Brest-Litovsk e nell’aprile 1918 si era messa in marcia verso Vladivostok, dove la Siberia si affaccia sull’Oceano Pacifico, per imbarcarsi e tornare in Europa a combattere contro l’odiata Austria-Ungheria. Dal canto loro, i prigionieri trentini e giuliani, pur non avendo progetti così precisi, si resero protagonisti delle peripezie più incredibili. Almeno 500 di essi arrivarono fino in Cina, a Tientsin, dove si arruolarono nei cosiddetti Battaglioni Neri, che fino al 1919 tentarono di arginare l’avanzata dell’Armata Rossa bolscevica nell’Estremo Oriente Siberiano. Ma questa è un’altra storia....
M.M.

Leggi anche:In ottocento sulle orme di Battisti
http://blog.libero.it/grandeguerra1418/2479539.html

 
 
 
Successivi »
 
 

AREA PERSONALE

 

DA LEGGERE

Alessandro Magnifici
Vita di trincea - «Ti faccio sapere quello che ho sofferto questi due mesi non ho visti in tempo della mia vita...»
Nordpress Edizioni
pagg. 128 ill.
Prima edizione: maggio 2007
Formato: 16,5x24
ISBN 9788888657660
euro 18,50

 

Soldati disperati, preda di paure, attese angoscianti, visioni terrificanti; giovani militari miracolosamente scampati eppure annientati. Vivevano tra pidocchi e cascami, dormivano tra i topi e sopravvivevano di ranci improbabili, talvolta sognavano a occhi aperti fissando un cielo stellato, pensando al giorno in cui le risposte sarebbero arrivate.

Assieme al sonno, la scrittura era il dialogo con la salvezza: ecco perché tutti, compresi gli analfabeti, si aggrapparono disperatamente alle parole. Scrivere a casa, dunque, ma anche scrivere per il solo piacere di farlo, per ordinare e calmare il pensiero, perennemente attratto dalla paura di non tornare più indietro una volta iniziata la corsa nella terra di nessuno.

 

Dall’opera

«La voce, il fiato, l’intelligenza non servono più a nulla in trincea. A cosa poteva servire il coraggio? Magari si era riusciti a “sfuggire” alla morte durante i tanti assalti fatti contro la trincea nemica, si era tornati illesi dalla posa dei tubi di gelatina sotto i reticolati e giustamente ci si sentiva degli eroi; ma all’improvviso arrivava la morte, magari mentre non si “faceva la guerra”, magari mentre si fumava o si scriveva a casa».

 

DA VEDERE

MOSTRA PERMANENTE DELLA GRANDE GUERRA IN VALSUGANA E LAGORAI

 L'esposizione, inaugurata nell’ottobre 2002, è stata ampliata e radicalmente rinnovata nella forma attuale a fine 2005. E' allestita a Borgo Valsugana (TN), presso l'Ex Mulino Spagolla in Vicolo Sottochiesa 11 ed è curata dall'ASSOCIAZIONE STORICO CULTURALE DELLA VALSUGANA ORIENTALE E DEL TESINO (tel. 0461 - 754052).

VISITA IL SITO:
http://www.mostradiborgo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5&Itemid=6

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

scuolasanmaurizioarduino61azzurroblu100sestobardinassofantegradiscaislaz.rafdguerinstudio.toninelloelepercitonyp.tnay77ioodgl5arch.massm.sarahcafaspina
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

I MUSEI

MUSEO DELLA GUERRA BIANCA IN ADAMELLO - TEMU' (BS)
http://www.museoguerrabianca.it/

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA IN MARMOLADA
http://www.museo.marmolada.com/

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA TIMAU
www.carniamusei.org/guerra.html

IL PICCOLO MUSEO DELLA GRANDE GUERRA- SAPPADA (BL)
http://www.ilpiccolomuseodellagrandeguerra.it/

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA DI CORTINA
http://www.cortinamuseoguerra.it/

MUSEO STORICO ITALIANO DELLA GUERRA - ROVERETO (TN)
http://www.museodellaguerra.it/

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA - CAORIA (TN)
http://www.alpinicaoria.it/museogu/museo.htm

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA DI ROANA (VI)
http://www.comune.roana.vi.it/rete_civica/turismo/musei/guerra.html

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA DI CRESPANO (TV)
http://www.comune.crespano.tv.it/museo_resistenza/Pagine/museo.htm

MUSEO DELLA GRANDE GUERRA DI GORIZIA
http://www.immaginidistoria.it/luoghi1.php?id=23

FORTE BELVEDERE - LAVARONE (TN)
http://www.fortebelvedere.org/

MUSEO DI CAPORETTO - KOBARID
http://www.kobariski-muzej.si/

 

CONTATTI

grandeguerra1914-18(at)libero.it