La logica del dono

Suggestioni francescane dall'ottica della gratuità

 

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dono di sé

Dio non ama il dolore, la sofferenza, la morte. Dio non è un padre-padrone che per vivere richiede il sangue dei suoi figli. Dio non ama i chiodi perché non è un boia assettato di vendetta. La croce è - e chi ama intensamente lo sa - il luogo definitivo in cui si autentifica l’amore che l’A/amante ha per l’altro.


Dire che Dio assunse la croce non deve significare una magnificazione del dolore, della croce, né la sua eternizzazione. Significa solamente "quanto Dio amò i sofferenti". Egli soffre e muore insieme. Dunque non è dolorismo, né magnificazione del negativo. Significa che amare è dare la vita, non risparmiarsi nulla, offrire tutto se stesso. Ecco la croce. Vivere così significa essere più forte della morte.



E davanti al mistero del dolore e della sofferenza di millioni di uomini e di donne e della difficoltà nella lotta, ciò che conta non è chiedere a Dio di salvarci dalle onde pericolose, ma liberarci dalla paura che ci paralizza e, incorporando la logica del dono, evitare altre croci.

 

 

ULISSE, DA ITACA A ITACA.

METAFORA DEL NARCISISMO: DALL'IO ALL'IO

Ulisse, da Itaca ad Itaca

 

 

 

Confucio (V sec. aC)

 

 

"E molto più importante accendere una piccola candela che maledire l'oscurità". L'aforisma è di Confucio, maestro cinese. Ebbene, in un tempo come il nostro, in cui sembra che siamo sempre più immersi nel buio (sociale, politico, economico, e anche geologico) vale di più una candelina invece di mille fiammeggianti proteste contro.

Francesco d'Assisi: Preghiera semplice


 

ABRAMO, DAL NOTO ALL'IGNOTO. ESODO SENZA RITORNO

Abramo

 

DAL NOTO ALL'IGNOTO, DALLA SICUREZZA DEL SISTEMA ALLA LIBERTA' ARTEFICE DEL VOLTO UMANO, CREATRICE UNICA DEL NOSTRO DESTINO. CAMMINARE A PIEDI NUDI, COME FRANCESCO, IL POVERELLO, ALIMENTANDOSI DEL PANE DI COLUI CHE E' ORIGINE E META, ALFA E OMEGA, TORMENTO E GOIA, ALTRIMENTI.......

 

 

NIETZSCHE, PROFETA DEL NICHILISMO

Nietzsche, profeta del nichilismo

Nichilismo vuol dire che i supremi valori si svalutano, che manca la risposta al perché, che non esiste nulla di assoluto e incontrovertibile. Nichilismo vuol dire che il mondo dei valori metafisici, morali e religiosi si sono frantumati in mille pezzi. Vuol dire che dell'esere non ne rimane più nulla.

La proposta scandalizza la Chiesa, i moralisti e tutti coloro che credono ancora in una Ragione forte, fondazionistica. Ma forse, dopo i genocidi e gli olocausti del Novecento, dopo le grandi ideologie (destra e sinistra) che con i suoi "valori supremi e sacri" ci hanno fatto a pezzi e condannato alla morte una schiera infinita di donne e di uomini innocenti, il nichilismo, pur senza misconoscere i rischi, sia uno stile, un "modus vivendi" che protegge la differenza, cioè la diversità e impedisce l'omologazione.

 

E questo e già un motivo di nobiltà rispetto a tutte le logiche massificanti, siano di destra o di sinistra, cioè alla pretesa del pensiero unico, il quale considera la diversità pericolosa, ingombrante e dunque da cancellare al più presto. La singolarità del singolare è non solo un diritto inalienabile ma anche un obbligo improrrogabile.

Finalmente possiamo navicare in un mare infinito, aperto.

 

 

L'uomo, un ponte tra due infiniti.

 

 

Sul volto

Il volto non ha forma, propriamente parlando, cioè va sempre oltre, sfugge. Nessun contorno lo definisce adeguatamente. Il volto non è la configurazione facciale. L’esperienza di ogni giorno ci dice che il volto non è semplicemente l’accostamento d due occhi, un naso, una bocca. Sappiamo che i tratti che lo rinchiudono in contorni non sono mai soddisfacenti, non rendono mai pienamente la presenza, il mistero.

 Perché il volto non ha forma? Perché è essenzialmente aperto, è una finestra imprevedibile che suggerisce paesaggi ignoti. Il volto, detto altrimenti, è strappo nella continuità dell’essere, mentre invece, la forma rende rigido, fermo, chiuso...

Ed ecco che l’incontro di un volto viene ad aprire il mondo, poiché è esso stesso incontro di un mondo.

 

 

 

IL NOSTRO PRECARIO EQUILIBRIO

 

 

 

L'uomo non è una mera parte misurabile del mondo, ma è un mondo mirabile a parte. Tutto, sempre, da riconstruire. Nella storia come cantiere, esercitando la prossimità oltre ogni confine e frontiera e nella speranza ogni giorno rinascente. Se l'uomo non mira ad essere di più, si sentirà un di-più sartreano, cioè "una passione inutile", è rischierà di non essere mai più.

 

 

 

CHE O CHI VOGLIAMO RAGGIUNGERE?

dove vogliamo arrivare?

La natura ci parla

Dice H. Hess: "Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io gli adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Mirano con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto.

 

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Betsabea al bagno - Rembrandt

La nudità senza miseria

 

Quando Rembrandt dipinge nudo il corpo della sua amata Betsabea, questa è come rivestita di gloria dalla qualità dello sguardo che il suo amante porta su di lei e che, senza cancellare il Desiderio, si traduce con la qualità della luce che gronda sulla sua pelle, sulla sua carne celebrata.

Quando è percepito a partire dal Volto, il corpo dell'altro, nella sua nudità, può essere guardato senza inverecondia, senza la pretessa di possedere. Il corpo denudato può essere onorato dallo sguardo che lo percepisce a lo accoglie come espressivo, tutto intero espressione di una presenza personale, di un mistero che si svela ma non si esaurisce nel corpo.

Esso è allora come rivestito dalla qualità di quello sguardo, rivestito di Bellezza, se si intende con questa "la forma che l'amore dà alle cose". Il Desiderio non sarà assente da un tale sguardo, poiché c'è sempre una parte di desiderio nell'esperienza della Bellezza; ma il Desiderio, da tale prospettiva e atteggiamento, non è solo "pulsione libidinale", concupiscenza, cioè appettito: è anche celebrazione, riconoscenza, omaggio, fervore.

Sguardo e atteggiamento dunque più disposti ad accogliere il corpo dell'altro che non ad appropriarselo.

 

Tu farai del mio corpo il tuo giardino più caro (E.Jabès)


Lo so, vi toccate beati così, perché la carezza trattiene, perché non svanisce quel punto che, teneri, coprite; perché in quel tocco avvertite, il permanere puro. E l'abbraccio, per voi, è una promessa quasi d'eternità, (R. M. Rilke)

Il pensiero di Rilke ci aiuta a pensare la Carezza non solamente come contatto o tentativo di appropriazione ("mettere le mani sull'altro"), ma, più profondamente, come celebrazione del corpo dell'altro, gesto che lo plasma. E' tentativo di addomesticamento e al tempo stesso esperienza che né l'altro né il suo corpo sono in mio potere o in mio possesso.

Esperienza di spossesso nella più grande delle prossimità. Il che significa che il corpo dell'altro nella sua carne, è là, sotto la mia Mano; e pur tuttavia, è sempre altro, portatore di una vita che sento vibrare in esso ma che rimane per sempre al di fuori del mio potere, inafferrabile, vale a dire alterità in-catturabile.

 

Il Bacio

 

Il mio respiro affiorava già l'amizia della tua ferita. E dalle labbra di nebbia discese il nostro piacere alla soglia di duna (R. Char).

Posare le labbra sulla pelle o sulle labbra dell'altro/a... Quello che potrebbe essere un atto di divorare (la bocca non serve in primo luogo a ingerire?) diventa invece l'espressione di una vittoria sull'appetito. Non si tratta dunque di divorare, ma piuttosto, paradosalmente, di bere, come si beve una coppa.

Non si tratta più di distruggere ma di venerare. Nel bacio la prossimità è ancora più grande che nella carezza o nell'abbraccio. Rosse e umide, le labbra sono una mucosa: la vita interna del corpo vi affiora.

Abbandonarsi al bacio vuol dire vincere la chiusura dei corpi, non accontentarsi di essere prigionieri del proprio "sacco di pelle", voler passare all'altro/a, conoscerne il gusto, avvicinarne la sostanza.

Scambi di respiri in cui il crescere del Desiderio porta al superamento dell'ordinario disgusto legato a tali contatti. Il bacio sulle labbra è un cominciamento. Sovente annuncia e avvia altri scambi.

Il bacio, spia dell'intimità che, agonicamente e ludicamente, cerca di plasmare, respirando insieme, il cuore e il corpo dell'altro/a.

Elvis Presley

 

La carezza e il femminile

 

La carezza - parlo sempre del rapporto eterosessuale - è il reciproco addomesticarsi dei due sessi: dell'uomo da parte della donna, della donna da parte dell'uomo. Ma forse si deve sottolineare che c'è una segreta parentela tra la carezza e il femminile. Non abbiamo tutti ricevuto le nostre prime carezze da una donna?


Ecco che è probabile che nella carezza, l'uomo si metta o abbia a mettersi in modo particolarissimo alla scuola del femminile. Sull'argomento, citiamo le parole di una donna, filosofa che esplora, in quanto donna, delle vie in questo senso.

"L'atto sessuale sarebbe ciò attraverso cui l'altro mi ridà forma, nascita, incarnazione. Anziché provocare la decadenza del corpo, esso partecipa alla sua rinascita. E nessun altro atto lo equivale, in questo senso. Atto massimamente divino. L'uomo fa sentire alla donna il suo corpo come luogo. No solamente il suo sesso e la sua matrice, ma il suo corpo. Egli lo situa nel suo corpo e in un macrocosmo. L'uomo, ricreando la donna dal di fuori, si riscolpisce un corpo. Si ricostruisce un corpo a partire dalla generazione del corpo dell'altra. Servendosi della sua mano, del suo sesso. Sesso non solo per il piacere, ma come strumento di alleanza, di incarnazione, di creazione" (L. Irigaray).

 

 

Dura cervice

Post n°470 pubblicato il 11 Maggio 2015 da fraeduardo

 

Fino a dove dobbiamo camminare per riconoscere che ci siamo persi?

 
 
 

Tra surrealismo e grottesco.Da Assisi i fioretti del Terzo Millennio

Post n°468 pubblicato il 01 Maggio 2015 da fraeduardo
 

 

 

 


E' un vecchio frate, direi più che millenario. Nessuno sa quando è nato né da quando è al Sacro Convento. C'è qualcuno che dice che è qua dal Medioevo, dal tempo delle crociate e che pure è stato compagno di Buenaventura e Scoto. Insomma qualche volta si esagera ma nel caso del vecchio mi sembra vero.  

Lui stesso racconta che quando i tedeschi hanno occupato Assisi, lui era in Basilica. Il vecchio ha conosciuto il capitano che ha portato un mazzo di fiori (rose) a san Francesco prima della ritirata delle truppe tedesche. Ogni tanto, quando ha voglia di parlare, racconta cose che solo un frate più che millenario può sapere. Ecco perché viene il sospetto che quando Gregorio IX ha messo la prima pietra della Basilica, lui era già tra i primi operai.

Mangia sempre nello stesso posto, inchiodato al tavolo da secoli, come il Padre eterno è inchiodato all'eternità.  Se Dio è felice nel tempo senza tempo, penso che per un uomo, essere incollato all'eternità, non deve essere una questione molto semplice e gioiosa. Il vecchio però resiste imperturbabile il passo arrogante e impietoso del tempo. Cronos divora tutti i suoi figli ma forse il vecchio non è più digeribile.

Mi avvicino al suo tavolo. "Come va vecchio?"

E caro giovanotto tiro a campà. Prima o poi me ne vado anche io.

Davvero?- dico. E' un ritornello. I frati ti hanno sentito dire queste parole un sacco di volte, ma sei aggrappato alla vita peggio di Dorian Grey.

Chi?  

Lascia perdere vecchio.

Si è meglio. La letteratura profana non va per me.

Senti vecchio, negli ultimi venti anni sono passati almeno duecento frati e sono già tutti morti ma tu sei ancora in piedi. Hai seppellito tutti quanti: vecchi e giovani.

E si, che voi che faccia. Benedico coloro che se ne vanno.

Ma tu, vecchio mio, non pensi che già è ora?

Sai, il padre eterno non mi chiama, io sono pronto ma lui mi risparmia.

Tu credi vecchio? Mi sembra che ti ha chiamato un paio di volte e hai fatto il fesso.

Tu pensi questo?

S¡, lo penso e lo credo perché sordo non sei.

Invece sì! Lo sono da tempo.

Non sembra, perché la campana per mangiare l'ascolti ogni giorno e sei più che puntuale. Non ti ho mai visto saltare né un pranzo né una cena, per non parlare della colazione. Credo che quando ti sta bene ascolti e quando non ti sta bene fai il sordo.

Dimmi giovanotto, sei infastidito o invidioso della mia longevità?

Beh se devo dire la verità - una virtù che non ne ho da tempo - direi che sono piuttosto "incuriosito"

Perché incuriosito?

Mi domando perché sei ancora tra noi. Le anagrafi del  Novecento non hanno registrato la tua nascita. Vieni dal Medioevo o dalla guerra napoleonica e campi ancora. Come fai?

Come faccio? Prego e sono casto e obbediente.  

E' vero, ma Gesù e Francesco pregavano, erano casti e obbedienti e tutte e due se ne sono andati presto, in un batter d'occhio. A confronto con la tua, le loro vite, sono un lampo. Sai che un amico mio , - si chiama Dostoevskij - , diceva che vivere più di 70 anni è immorale? Tu hai raddoppiato  questa età.

Si lo so, ma sai che Dostoevskij era un mascalzone ubbriacone e giocatore d'azzardo, combinava un sacco di guai? Il russo amico tuo non è molto credibile quando parla. Forse era sotto l'effetto dell'alcol. E poi, che devo fare se il Padre eterno non mi chiama?

Non so, forse pregare di meno, fare qualche peccatuccio. Avere un vizio capitale.

Il mio vizio, se così si può chiamare, è dipingere.

Lo so, hai fatto alcuni lavori interessanti ma con questa scusa di essere un artista ti sei ri-legato più all'arte che ai frati.

E' una vocazione, caro giovanotto.

Si, ma pure un nascondiglio.

Vuoi giudicare la mia vita?

No! figuriamoci! Ma arrivano voci...sai... 

Pettegolezzo caro giovane. Invidia, direi.

Mmmm, non so vecchio.  Vox populi vox Dei.

Il popolo fascista e nazista ha voluto  la guerra, anche questo è Vox Dei?

Hai ragione vecchio, ma tu trovi sempre il modo di cadere in piedi, come i gatti. Non mi dispiace però mi fa insospettire. Capirai!

E poi, dimmi vecchio, che fai qua? Non sai che un tizio che si chiamava Nietzsche, alla fine del Novecento ha detto che "Dio è morto"? Pure i papi ultimamente danno la dimissione. Ratzinger, stanco e smarrito, ha piantato tutto.

Si, lo so. Non è la prima volta che un papa abbandona la nave. Non c'è più religione neanche in Vaticano. E poi a questo tizio, come si chiama...si Nietzsche, dopo ciò che ha detto, le cose non sono andate per lui in porto. Ho sentito dire che è finito in manicomio ed è morto pazzo.

Certo, vecchio. Ma, dimmi la verità, tra il manicomio e i nostri conventi non è che la differenza sia tanto grande. Non ti pare?

E sì, hai ragione giovanotto.

Senti vecchio, già che parliamo di manicomio, sai cosa diceva Voltaire dei frati?

No.

Diceva: "Si incontrano e non sanno da dove vengono; mangiano nella stessa tavola e non si parlano mai, vivono insieme e non si conoscono, muoiono e non si rimpiangono".

Bella foto della nostra vita! Ma Voltaire era illuminista e, come facciamo con i comunisti, dobbiamo sospettare delle sue critiche.

Vecchio, ogni tanto fa bene ascoltare gli uomini. Dio parla attraverso la loro bocca. Illuminismo e socialismo, nonostante il loro ateismo ed eccesi, hanno contribuito ha depurare la nostra fede, ci hanno spinto a guardare in faccia un Dio che, in tanti aspetti, non era altro che una proiezione umana, costruzione nostra.

Hai ragione, ma io sono della vecchia guardia, sai! Sono sordo alla voce della sirena illuminista e comunista. E' meglio ascoltare la voce della tradizione. Un Pio IX, un Innocenzo III, che ha indetto la quinta crociata, un Pio XII.. Ecco la cristianità giovanotto. Oggi tutto è negoziabile. Ai miei tempi....E anche Bergoglio mi sembra un po' morbido, poco ortodosso, quasi quasi fuori della tradizione....

Ma vecchio, la tradizione non vuol dire mantenere viva le cenere bensì trasmettere il fuoco, come ci ha ricordato poco fa papa Bergoglio. La tradizione che tu mantiene - e mi fa piacere - è la tradizione degli spaghetti.  

A proposito vecchio, vedo che mangi molto bene. Praticamente tutto.

Beh, tutto.... un po di questo, un po di quello, ma prendo un sacco di medicine. - E con il dito il vecchio segnalò una scatola che conteneva più medicine che una ditta farmaceutica americana.

Si vecchio, so che consumi un sacco di medicine; l'economo dice che spende una valanga di soldi con le tue ricette. Non hai mai pensato che con questi soldi un bambino africano mangia per dieci anni o forse di più?

Non posso pensare a tutto, caro giovanotto.

Vedi vecchio, cadi sempre in piedi.

Mi hanno detto che piú di un paio di volte, in quest'ultimi anni, hai visto la parca da vicino. Crepavi vero? 

Giovanotto, gli animali crepano, gli uomini muoiono. Ricordatelo. La differenza non è di poco conto. 

Hai ragione vecchio. Se dimentichiamo la differenza l'eutanasia è alle porte. Dimmi, è vero che ti sei trovato al bivio e, - così dicono - hai chiesto l'oleo santo più di una volta? 

E sì giovanotto, faccio i riti come Dio e la chiesa comandano. L'unzione degli infermi mi ha sollevato, mi ha tirato su.

Davvero vecchio? Sai, alcuni dicono che ti hanno portato l'oleo del trattore del giardinieri o della motosega, e nemmeno ti sei reso conto. Altro che miracolo! 

Può darsi giovanotto, può darsi. Ma dove sono coloro che mi hanno fatto lo scherzetto? Sai, ho accompagnato tutti quanti all'ultima dimora e ho avuto il privilegio di chiudere il cancello e dare loro la mia benedizione. 

E si, pure di questo si parla. Adesso quando chiederai l'oleo forse dovrai alzarti e andare a prenderlo da solo. Sembra che i frati non vogliono avvicinarsi più alla tua stanza nemmeno invocando la Madonna.

Farò pure questo giovanotto, se Dio mi concede la sua grazia.

Beh..., se non te la concede sono certo che tu, con la tua furbizia, sei capace di strapparla dalle mani del buon Dio senza che nemmeno lui se ne accorga. Bene, si è fatto tarde, me ne vado. Ti saluto. Sai vecchio, ti voglio bene!

Me ne stavo andando quando il vecchio mi dice: "Giovanotto, come ti chiami?"

Eduardo, sono fra Eduardo. Hai dimenticato il mio nome?

Scusami, non ho la memoria di una volta. Anche io ti voglio bene fra Eduardo e puoi essere certo che verrò al tuo funerale, mi disse strizzando un occhio.

Ho sorriso. Mentre mi avvicinavo alla porta del refettorio ho pensato: "Se le cose vanno come vanno, sono certo che il vecchio verrà al mio funerale. Mi seppellirà e, senza versare una lacrima, tornerà a fare colazione, pranzo e cena come se niente fosse accaduto, aspettando, senza agitarsi né commuoversi, la prossima veglia funebre. Poi rimarrà inchiodato al suo tavolo e racconterà ai morituri i fioretti del terzo e forse del quarto Millennio".

Uscii dal refettorio e mi affacciai un attimo al porticato. Il sole tramontava e bagnava d'oro la vallata. Respirai profondamente l'area fresca. I miei pulmoni si riempirono dell'aromatico profumo della campagna.

Da lontano mi sembrò arrivasse la voce di san Francesco che mi diceva: "Scrivi frate Eduardo, scrivi: Se il vecchio ti sepellisci - cosa che può succedere- anche questo è perfetta letizia".

 

 

 
 
 

Da Assisi i fioretti del Terzo Millennio

Post n°467 pubblicato il 27 Aprile 2015 da fraeduardo
 

 

 

Sono ormai più da 30 anni che, durante le state, vivo e lavoro ad Assisi, nella Basilica di san Francesco. Nessuno può immaginare le "strabilianti" domande che la gente mi fa. Non so se ridere o piangere. Più di una volta mi viene la voglia di chiamare il ministro della pubblica salute per chiedere urgentemente l'apertura dei manicomi o un'istituzione del genere. Un paio di esempi basteranno per illustrare ciò che voglio dire.

Un giorno, una coppietta - cinquantenne -  si avvicina e mi dice: "Padre, noi ci siamo persi in Basilica".

Ho detto: "Come mai? La Basilica non è tanto grande, non ci sono angoli o cappelle laterali complicate e poi qua, in Basilica inferiore, non c'è che una sola entrata. E' impossibile perdersi. Ditemi, che è successo?"

"Sa", mi dice l'uomo,  "abbiamo visitato la tomba di san Francesco ma poi non siamo riusciti a trovare la tomba di Marcellino pane e vino.  Mi sa dire dove è?"

Veramente dopo questa domanda fatta da una coppia di italiani cinquantenne  non sapevo se spararmi una pallottola in testa o chiamare l'ambulanza per far portare via due deficienti.

Un altro esempio per arricchire il cestino dei fioretti del Terzo Millennio.

Da trenta anni, come ho detto, lavoro in Basilica. Mi occupo delle visite guidate.  Una mattina portavo un gruppo di pellegrini di una parrocchia italiana. Per ragione ovvie non menziono la regione di provenienza.

In Basilica Superiore mi fermo un attimo di fronte agli affreschi di Cimabue. Dico: "Guardate bene, questo affresco è la famosa crocifissione del Cimabue". E una signora si avvicina e mi dice: "Padre, pure questo è morto in croce?"

Ditemi la verità, cosa avresti pensato e risposto voi al posto mio?

Questo fioretto è più recente. Mi piace fare due passi per le strade di Assisi. Guardo la gente, ascolto cosa dicono, osservo come si comportano... E' un vecchio vizio di antropologo. Le state scorsa, un pomeriggio, in un angolino della via san Francesco, vedo una mamma molto giovane con il suo bimbo di due o tre mesi tra le braccia. Sono un vecchio dinosauro ma queste scene mi commuovono.

Mi fermo un attimo. Il bimbo piangeva e ogni tanto strillava. I pulmoni del neonato facevano sentire tutta la loro forza. La temperatura era abbastanza elevata. La mamma un po' innervosita si alza la maglietta e tenta di allattare il piccolo. Ma ecco che l'altro figlioletto di questa mamma, un bambino di cinque o sei anni, dice: "Mamma, se il mio fratellino fa tanto casino e non possiamo fare la passeggiata in pace, perché non lo lasci sullo scafale del supermercato da dove mi hai detto che l'hai preso?".

Ditemi cari amici, non è stupenda la vita? Una volta eravamo convinti che la cicogna dopo un lungo viaggio portava i bambini fino a casa nostra, la casa della zia e cos¡ via, ma oggi che gli uccelli e tanti animali stanno scomparendo e, invece, i supermercati stanno proliferando, le mamme del terzo millennio hanno trovato un nuovo postino che, come la vecchia cicogna, continua ad incuriosire l'intelligenza dei piccini.

Racconterò altri fioretti nei post successivi. Temo però che nessuno mi creda e pensino che sto delirando - cosa che, secondo alcuni frati, non è del tutto esclusa.

 

 

 
 
 

Liberare l'Amato. Noi non siamo "palle da biliardo"

Post n°466 pubblicato il 24 Aprile 2015 da fraeduardo
 

 

Liberare l'altro è compito dell'amore. Togliere e non aggiungere chiodi; agevolare il peso affinché l'Amato possa volare dovunque e quando vuole senza mai sentire come una catena, come una croce, come un legame paralizzante l'amore dell'Amante.

Liberare l'Amato affinché viva gioiosamente la sua scelta, la sua vocazione. E' questo il compito dell'Amore, pur se per farlo, l'Amante non trova altra strada che sacrificare se stesso.

L'Amante non smetterà mai d'amare. Rimarrà in silenzio e in disparte. Nessuno verrà mai a sapere il dolore dell'Amante, nessuno saprà mai che la croce dell'Amante è la mancanza dell'Amato.

Chi libera l'altro viene dall'Amore ed è libero per Amare tutto e tutti senza possedere nulla e nessuno. Chi trattiene è schiavo di se stesso e vive lontano dall'Amore, vive chiuso nel suo proprio inferno. E questa è anche una scelta della libertà.

Noi non siamo "palle da billiardo" che si muovono sul tavolo assecondo i movimenti di chi tiene in mano la stecca; noi siamo liberi e per quanto vogliamo ardentemente liberarci dai tormenti della scelta, noi ci confronteremmo sempre con più di un modo di procedere, e la scelta tra le diverse possibilità (essere fedele o tradire) è, ineluttabilmente, lasciata a noi.

Solo chi è libero ama. E' questo il segreto dell'Amore, è questa la sostanza dell'Amante. L'amore ha un prezzo altissimo. E chi non è disposto a pagarlo sarà sentimentale, romantico però dell'amore non saprà nulla e non sarà mai Amante. La sua libertà sceglie la scorciatoia, il cammino che porta a soddisfare le sue pretese facendo dell'altro un mezzo, uno strumento dei suoi meschini interessi.

Solo l'uomo libero ama perché l'amore non è una passione che si subisce, come tanta letteratura edulcorata predica, l'amore è invece un destino che si sceglie. "All'inizio la libertà".

I rapporti saranno perché voluti, e voluti per liberare mai per trattenere, manipolare o sedurre, come il virtuale oggi permette e promuove.

Solo chi è libero, amando non teme mai di perdere nulla, nemmeno la vita. In realtà l'Amante non "perde" la vita perché non si la toglie nessuno. E' l'Amante che dà se stesso affinché l'Amato sia, e sia pienamente senza che mai si senta indebitato.

L'Amante dà il primo passo e, come il pellicano, si strappa il cuore per non calpestare la libertà dell'Amato. A sua volta, l'Amato può muoversi nella stessa lunghezza d'onda o, come la storia quotidiana dimostra, ripagare con il bacio di Giuda e consegnare l'Amante alla morte, dopo di condividere con lui il vino e il pane.

La libertà consiste in questo: In amare senza cercare il tornaconto; in amare senza mai chiedere di essere amato come se fosse un diritto. Questa è la libertà che reca l'impronta dell'oblatività. Non è la Voluntas commoda.

L'amore libera ed è in questo liberare che l'Amante, paradossalmente, donando tutto se stesso riceve.

Chi ama dunque libera, altrimenti non ama. Esercita sì la libertà ma per fare dell'altro bottino, terra da calpestare, preda da ingabbiare, oggetto da sedurre o eco del proprio io.

L'Amante sa rimanere in silenzio e in disparte e non rimprovererà mai all'Amato la sua assenza. Certo, è una croce, ma forse è il modo più umano di testimoniare l'Amore. A noi, caro lettore, la scelta.


 

 

 
 
 

Sorpresina

Post n°465 pubblicato il 23 Aprile 2015 da fraeduardo

 

Caro amico, dammi retta: la vita è piena di sorprese!

Quando sei convinto di avere in mano la tua preda,

la sua mano ti "scuoia" senza misericordia

 

 

 

 
 
 

fra donne

Post n°464 pubblicato il 19 Aprile 2015 da fraeduardo
 

 

 

Mamma, che vuol dire "arrendersi"?

Non lo so, figlia mia.

Veramente non so che significa arrendersi:Noi siamo donne

 

Omaggio a tutte le donne, specialmente a quelle donne che, durante la mia vita, mi hanno amato, accolto e, nonostante il male fatto, pure perdonato. Grazie! 

 

 

 
 
 

Tempi postmoderni

Post n°463 pubblicato il 15 Aprile 2015 da fraeduardo
 

 

Il carnevale della postmodernità: Meglio? Peggio? 

Il tradizionalista si strappa la pelle. Vuole il rogo

Il presentista applaude il carpe diem. Non prende sul serio che, da questa prospettiva, è facile preda dei "Consigli per gli acquisti", che non è altro che un oggetto scartabile della logica consumistica.

Tuttavia tornare al passato è, per l'uomo postmoderno, impossibile perché fiero delle sue conquiste. Sa che il rapporto libertà-sicurezza è inversamente proporzionale cioè a maggiore libertà meno sicurezza, ma è allergico alla gabbia della dittatura, alla tirannia dei controlli, alla militare omologazione.

Inutile pure la crociata moralistica, sia di destra come di sinistra. Oggi non ha più quorum.

Forse la congiuntura storico-sociale ci sta dicendo che essere umani significa imparare a convivere con le differenze, a rispettare, pur non condividendo, le scelte che non riusciamo a capire fino in fondo.

Restando però ferma la solidarietà, la logica del dono, l'esercizio della prossimità al di là di ogni struttura e confine.

Una cosa è certa: Non ci sono formule né magiche ricette. Dunque, in questo "carnevale postmoderno" sarà sempre più difficile muoversi. Si richiede uno spirito aperto, non dogmatico, attento alla singolarità dell'altro di cui, è bene ricordarlo, è vietato impadronirsi. Si richiede una libertà creativa e non ripetitiva.

E' più attuale che mai la parola del vangelo: "Astuti come serpenti e semplici come colombe".

 
 
 

Lei e il vangelo ingiallito

Post n°462 pubblicato il 10 Aprile 2015 da fraeduardo
 
Tag: amore

 

Tango: Volver

Musica: Carlos Gardel

Testo: Alfredo Le Pera

Versione istrumentale del badoneonista argentino Dino Saluzzi

 

 

Pranzavamo insieme. Non è stata mai una brava cuoca ma in alcune occasioni mangiavo da Dio. E questa era una di quelle occasioni in cui lei si faceva in quattro per dare di sé il meglio.

Nonostante il suo sorriso, sapevo che, da un momento all'altro poteva scattare un tormentone di pianto. La conoscevo bene; è stata sempre imprevedibile, rompeva tutti gli schemi. Ero preparato affettivamente per resistere ai suoi tsunami emotivi.

Mi fecce vedere due o tre giocattoli che lei, gelosamente, custodiva in una scatola di scarpe. Una pallina di gomma, un soldatino di piombo, un cubo di legno fatto da mio padre... Dopo tirò fuori le mie prime pagelle, che lei conservava in un'altra scatola in cui c'erano anche i personaggi del presepio. Mi emozionai.

Mentre, seduta sul letto, rimetteva poi a posto tutte le "nostre" reliquie, la guardai. Era piccolina, magra come sua madre. I suoi capelli erano neri, come i suoi occhi. Due finestre che assomigliavano a una notte senza stelle. Sentii un brivido di tenerezza percorrere il mio cuore. Mi avvicinai e la baciai. Si sorprese poiché io, in verità, non sono tipo da fare tali gesti.

Il pranzo continuò. Parlò delle sue sorelle, dei loro acciacchi, parlò pure dei vecchi vicini... Mi sono reso conto che la sua voce non era ferma. Il pianto poteva scattare da un momento all'altro come un fiume in piena, se saltava per aria la diga del suo cuore.

Aveva fatto un buon dolce, una specie di tiramisù. Dopo il pranzo abbiamo sorseggiato il caffè. Il tempo del congedo era già li, non si poteva far più finta di niente.

Le dissi: "Prendo l'aereo questa sera. Torno in Italia. Devo fare scuola ma, ti prometto che sarò di nuovo qua, per il giorno del tuo compleanno".

Mi guardò in silenzio e non rispose. Aveva capito che era una "bugia pietosa".

Lei, come le mie zie, aveva una abitudine: restava in piede, guardando dalla porta di casa, quando io o mio padre uscivamo. Sapevo che l'avrebbe fatto questa volta, ma temevo il suo pianto.

Siamo arrivati alla porta, la abbracciai e lei cominciò a singhiozzare. Le dissi: "Non piangere adesso. Lasciami partire sereno. Ogni tua lacrima è una coltellata. Mi stai ricattando. Sai, io non sono il tuo marito. Tu appartieni a me ma io non appartengo a te. Ti sarò sempre vicino ma non ricattarmi adesso, risparmia le lacrime. Piangi dopo. Non posso andarmene felice se fai la tua 'scenata'. Sai cosa ha detto Gesù alla Maddalena? Ha detto: 'Non trattenermi', cioè non allungare le mani su di me. Non hai il diritto di impadronirti di me. Ecco cosa dice. Ebbene, lo ripeto ancora io. E' duro ma lo devo fare. Mi porterò un peso difficile da gestire se ti vedo piangere, e tu hai il dovere di alleggerire il mio fardello".

I suoi occhi neri si spalancarono enormemente. Mi disse: "Sei una pietra, come tuo padre". Lo presi come un complimento, pur se la sua intenzione era un'altra.

Iniziai a camminare verso la fermata dell'autobus. Mi girai sapendo che avrei incrocciato i suoi occhi, perché lei sarebbe rimasta a guardarmi, appoggiata alla porta, fino a quando non avessi girato l'angolo della strada, sparendo dal suo campo visivo. Così faceva quando da piccolo andavo a scuola e quando mio padre andava a lavorare. Era una bella abitudine sua e pure delle donne della mia famiglia.

Il mio cuore batteva forte. E' stata l'ultima volta che ho pranzato con lei; è stata l'ultima volta che l'ho vista. Partì per l'Italia. Tornai un mese dopo la sua morte. Erano passati dodici anni dal nostro ultimo incontro.

Ho lasciato un fiore sulla sua tomba. Ringraziai per tutto ciò che mi aveva dato. Poi sono andato a cercare la scatola che conteneva i miei giocatoli e le mie pagelle. Trovai anche un vangello ingiallito con un bigliettino: "E' per te. Con affetto, tua madre".

D'allora, dovunque vado, in tutti i miei viaggi, spostamenti, il suo vangelo è sempre con me. Quando i frati muoiono, sono seppelliti con il saio e con la regola di vita che hanno professato, cioè la Regola di san Francesco. Ho chiesto un privilegio ai miei connfratelli: Aggiungere il "vangelo ingiallito". Sorridendo, uno di loro mi ha detto: "Sei patetico, ma il privilegio sarà concesso". Quando "sorella morte" busserà la mia porta, vorrei fare l'ultimo viaggio accompagnato dalla eredità che mi lasciò mia madre: La Parola di Dio.

 

 
 
 

La casa

Post n°461 pubblicato il 10 Aprile 2015 da fraeduardo
 
Tag: amore

NON CONTANO I METRI QUADRI

LA CASA PUO' ESSERE GRANDE O PICCOLA

IN VERITA' CONTA SOLO IL DONO, LA CURA DELL'ALTRO

LA CASA SIAMO NOI

 
 
 

Antropologia del tango

Post n°460 pubblicato il 07 Aprile 2015 da fraeduardo

 

 

Tango: El día que me quieras

Musica: Carlos Gardel

Testo: Alfredo Le Pera

Versione strumentale del pianista argentino: Daniel Barenboim

 

Tanti anni fa, quando iniziai i miei studi di filosofia, avevo come insegnanti di antropologia un prete non molto giovane di età, però fresco di spirito. Era un prete amante del tango. Questo uomo che, ancora oggi, ricordo con tanto affetto, era un sacerdote "poco ortodosso" poiché allora faceva qualcosa di sorprendente. Nei primi cinque minuti della lezione, egli faceva ascoltare un tango, poi distribuiva il testo del tango da analizzare e, dopo una prima lettura veloce, invitava due studenti, maschio e femmina, a ballare.

Con gioia ricordo le sue lezioni e la sua pedagogia inusuale, innovativa, e direi, "scandalosa". Fu lui che, resosi conto che anche io avevo con il tango, un rapporto particolare, mi suggerì di dare un'occhiata ad alcuni testi. Mi disse: "Sei impastato con questa musica, ti suggerisco di  'tuffarti' dentro i testi e coglierne alcuni elementi strutturanti". Precisò: "Dovrai essere sincero e non avere paura del volto umano che verrà fuori. Sicuramente non ti piacerà". Capii subito il perché di tale avvertimento.

Lavorai più di un semestre, leggendo e rileggendo testi che formavano parte dell'immaginario popolare, testi, direi "epocali", testi che erano "inni", considerati come "sacri" dal cuore del popolo. Per scrivere un centinaio di pagine - che poi non so dove siano andati a finire - parlai pure con i più grandi musicisti di allora. Personaggi portatori di una saggezza filosofica che nulla avevano da invidiare ai grandi filosofi che hanno segnato il panorama del pensiero occidentale.

Il lavoro andò perduto in non so quale dei numerosi traslochi da un convento all'altro. Niente computer, solo la carta e la vecchia Olivetti.  Una coppia del mio lavoro l'avevo consegnata ad un amico di mio padre, come riconoscimento per tutto ciò che sul tango, egli, forse senza saperlo, mi aveva insegnato.

La frase che misi in esergo era: "Il tango è un sentimento triste che si balla". E' questa una definizione di uno dei massimi esponente del tango, Enrique Santos Discepolo. Oggi è in bocca di tutti ma allora questa definizione era patrimonio di pochi. Gli europei, abituati al tango "for export", al tango "ipersensualizzato", il tango per "i turisti", non riuscirebbero mai a capire la drammaticità che è insita in questa definizione.

Lascio da parte la nota genealogia geografica del tango. Mi soffermo ad elencare alcuni elementi di stampo antropologico che sono l'eco di quel studio di allora.

1) L'uomo di cui parla il tango, è un uomo fallito, un uomo che vede i suoi sogni continuamente infranti, abortiti e che non riesce mai a realizzarsi.

2) Il destino, la fatalità, le Erinni ... segnano tutti i suoi passi, come se le sue decisioni non dipendessero mai dalla sua libertà. Il fato domina tutto l'orizzonte esistenziale e lascia passare pochi raggi di luce, raggi che non bastano mai per vedere limpidamente il sole della felicità, tranne che in pochi momenti che, paradossalmente, come nella tragedia greca, sembrano anticipare la condanna definitiva al buio pesto. La felicità è praticamente sconosciuta o sentita come un lampo che sfiora per un attimo il cuore per finire poi lasciando amare tracce impossibili da cancellare.

3) L'uomo del tango è un uomo tradito. Da chi? Dalla donna amata, da colei in cui aveva posto tutte le sue speranze. Abbandono, tradimento, gelosia, umiliazione... sono elementi rilevanti dell'atteggiamento dell'uomo del tango. Elementi che soltanto desunti dalla sua esperienza lo portano a chiudersi in se stesso e a rifiutare ogni possibilità di aprire le porte al "novum". Stanco, "sbranato" dai tradimenti della donna, chiude la bottega del sentimento. Il resto dei suoi giorni sono solo "memoria crudele" di ciò che fu e un rimpianto senza posa per la donna amata e perduta. Le sue ferite sono inguaribili e sembra che si compiaccia di questo eterno tormento.

4) La vita è posta sotto il segno dell'esistenzialismo tragico perché vivere è sempre subire le onde di un destino che lo travolge senza pietà. La dramaticità è l'humus non soltanto dei testi ma pure della musica. Un pathos di malinconia, di tristezza e pure di morte risuona nelle note del tango. Per dirlo con una metafora: non celebra mai la primavera poiché il tango dipinge i suoi suoni di autunno e di inverno.

5) L'unica barca di salvezza è la figura della madre. E' questa una figura che non lo tradisce  mai e in cui si rifugia cercando il balsamo per i suoi dolori. E' una specie di Madonna, pronta a perdonare tutti i suoi errori e orrori. Cosa che non è una virtù frequente della donna amata. Questa, non di rado, attratta dalla ricchezza, dal benessere, dalla vita facile e spensierata, alza il volo e, senza nulla dire, si accoda volentieri ad altre storie in cui lo champagne e la pellicce subentrano al posto della fame, della povertà e del freddo che, per tanti motivi, era costretta a subire convivendo col suo compagno. 

6) Non manca mai il senso di trascendenza, dato che la stoffa religiosa della popolazione da cui è nato il tango è molto forte. E' un dio a cui si dice grazie per i doni ricevuti ma che risulta impotente per illuminarre l'orizzonte e per tirar fuori dalla crocifissione affettiva, dalle passioni amorose che stravolgono l'uomo del tango.

7) Una caratteristica positiva da sottolineare è la sincerità e la fedeltà ai suoi amici. L'uomo del tango è leale perché ha un altissimo senso dell'amicizia, un senso che egli non tradisce mai. E' capace di rischiare la vita per gli amici; è capace di mettere a rischio la propria pelle quando è l'ora di diffendere l'onore degli amici, e pure della donna, sia o no la propria compagna.

8)Un altro profilo mi preme sottolineare prima di finire: L'uomo del tango non si arruffianerà mai!

Senza dubbio questi dati positivi sono da ammirare, elogiare, ponderare, ma non riescono a controbilanciare la negatività dei precedenti.

Riconoscere i profili antropologici negativi come elementi sistematici e strutturanti del tango, non è stato del mio piacimento, ma devo dire che non venivano che a confermare intuizioni profonde che da tempo mi sembravano vere.

 

A MODO DI CONCLUSIONE. Se il tango è "un sentimento triste che si balla", la tristezza di questo sentimento  ha lontane radici. Dato che il tango è nato, soprattutto, dalla cultura dell'emigrante, si deve considerare, che tutta questa gente, non è emigrato per motivi turistici, per fare un "viaggio di piacere", ma perché spinti, espulsi dalla miseria della loro terre. E' la fame che fa emigrare non l'arte.

Attraversando l'oceano hanno lasciato dietro una storia pesante, da dimenticare. E in questa odissea hanno perso per strada brandelli di speranze che l'acqua ha inghiottito. Sono arrivati senza nulla, e non sempre con la speranza di giorni migliori. Gli dei, ironicamente, prendendosi beffa di loro, gli avevano già condannati al fallimento, ad un'erranza senza fine.

L'unico punto fermo in cui ancorare l'anima è la madre. L'uomo del tango è "mammone". Poche volte emerge in senso forte, generoso, la figura del padre. I testi del tango parlano abbondantemente, in modo esplicito ma anche implicito, di questi argomenti.

Ovviamente dalla mia brevissima (e criticabile) descrizione, l'uomo del tango appare come una figura drammatica, pessimistica, anzi tragica, con poche o quasi nessuna possibilità di riscatto e di vivere una vita discretamente felice. Abbandonato da "lei" non di rado trascorre le sue notti ubriaco sul bancone di qualche malfamato bar. Non è un uomo da invidiare né da imitare. E' l'uomo del lamento ma che non versa mai le sue lacrime in pubblico perché "il macho non piange".

Un ricordo personale: Non ho visto mai versare una lacrima a mio padre, nemmeno quando il cancro consumava pelle e ossa e lui, a casa mia, moriva in silenzio, mentre i suoi dolori gli facevano provare le pene dell'inferno.

"Il tango è un sentimento triste che si balla", diceva Discepolo. Vorrei però aggiungere un'altra definizione. E' di una napoletana che ha scritto un bel commentino nel post precedente. "Il tango è una fusione di anime senza tempo, senza cittadinanza". Se questo è vero, il tango, nato nelle periferie del vecchio Buenos Aires, oggi è un "sentimento" che, triste o no, non lascia indifferente nessuno.

 

 

 
 
 

Festa-Tango-Resurrezione

Post n°459 pubblicato il 05 Aprile 2015 da fraeduardo
 

 

Oggi, domenica di Resurrezione, perché non festeggiare

ballando tango, anzi una milonga?

 

Sono nato e cresciuto in una famiglia in cui tango

e flamenco (mia madre è sivigliana) cullarono le mie ore,

i miei giorni. Due ritmi diversi per esprimere sentimenti,

emozioni, per "dire" l'amore e l'odio,

la sofferenza passionale,

la tristezza e la gioia che pervadono,

avvolgono e travolgono l'agonica esistenza.

 

Sono segnato da sempre e per sempre da questa musica.

in particolare dal tango che, nato nei quartieri periferici

di Buenos Aires patrimonio di gente povera, operaia,

oggi è, paradossalmente, universale.

 

A frate Francesco, in certi momenti di gioia,

piaceva sentire la musica che un suo confratello,

giullare prima di formare parte del gruppo di Francesco,

suonava per lui. Ebbene, oggi è un giorno di festa,

e io, fra Eduardo, periferico e peccatore,

immeritevole giullare dell'Assoluto,

vi propongo un tango/milonga per festeggiare

la speranza di un'alba nuova, "altra".

 

Sono certo che Bergoglio non può trattenere i suoi piedi

quando sente questa "milonga", e penso che lo stesso

capita ai piedi del Padre Eterno.

 

Il Dio di Gesù non è un aguzzino, è piuttosto un Dio

che piange per la sofferenza dei suoi figli

ma è anche un Dio che fa festa quando il loro cuore

si riveste di gioia per la Resurrezione del Figlio.

 

Gioiosa e "milongheada" Pasqua, caro lettore

 

 

 
 
 

Restare? Antropologia e Cristologia

Post n°458 pubblicato il 30 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

 

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Mi disse: Chi ama torna. Risposi:

No. Chi si pente torna.

Chi ama resta.

(Antonio Distefano)

 

Tre affermazioni che, dal punto di vista antropologico e esistenziale, impongono una serie di riflessioni, di domande e di risposte che non dovrebbero lasciare indifferente nessuno. Ne va della nostra vita, del nostro comportamento e del volto dell'amato.

Dal versante antropologico il tema ha una rilevanza di portata universale, ma, brevissimamente, diamo adesso, dal punto di vista della fede o religioso, un'occhiata alla cristologia, mettendo al centro il "restare".

Tutti conosciamo il brano del Vangelo in cui la voce della tentazione fa sentire il suo fascino un'altra volta. E' il momento della crocifissione.

"Scende dalla croce". Cosa suggerisce questa voce? Ecco la sua proposta: Salva te stesso, mette al centro il tuo io; l'asse portante della tua vita sono i tuoi interessi; dimentica la volontà dell'Altro; Ciò che conta è la volontà dell'Io, le sue pretese, i suoi affari. Non hai altra "vocazione" che adorare i tuoi capricci e lasciarte guidare dal buon senso, dai "consigli per gli acquisti".

Se fai la volontà dell'Altro sei, direbbe Marx e buona parte della filosofia e della psicologia, "alienato", non sei autonomo, sei un "pagliaccio", un burattino nelle mani di un altro.

La voce della Tentazione ripete un ritornello che noi sentiamo spesso: Come puoi fidarti di un Dio che abbandona i suoi figli a questo orribile tormento? Se questo è un Dio, allora è meglio e più saggio adorare il proprio io. In breve, "lascia perdere" perché la tua è un'avventura destinata al fallimento, all'uomo interessa solo il confort, il benessere, il "mi piace" di FB, fantasticare via internet...

Poi, se tu sei il Figlio di Dio, come tanti dicono, e tu stesso hai detto, allora usa la bacheca magica, usa i miracoli per tirarti fuori da questo macello.

E' questa una tentazione forte, forse la più irrisistibile, la tentazione a cui soccombono quasi tutti i politici: usare il potere per impadronirsi della libertà degli uomini, anestetizzare la loro coscienza, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij diceva a suo misterioso e silenzioso prigioniero. "Non sai che gli uomini si inginocchiano e consegnano volentieri la loro libertà all'autorità, al mistero e al miracolo?

Gesù non è sordo a questa voce. La sente, e come!. Tuttavia non cede alla tentazione, non scende dalla croce; non va via, "ma resta".

Da quel momento in poi, una domanda assila il cuore dell'uomo: Illusione? Delirio? Alienazione? Fedeltà? Non è un prezzo troppo alto da pagare per mettere in moto un cambiamento che, guardando come è andato e va questo mondo, non si è mai realizzato?

Rispondere a domande di questo tipo è definirsi. Rispondere è dire da che parte siamo. Rispondere significa mettere in gioco la libertà, prendere una decisione sul nostro comportamento. E' una decisione che incidi inevitabilmente sulla vita degli altri,  

Se Gesù fosse sceso dalla croce, come la tentazione suggeriva; se si fosse allontanato alcuni metri o per pochi secondi, o, mettiamo, per alcuni giorni e poi, pentito ritornasse sui suoi passi, cosa pensare di questo comportamento? E' coerente con il proprio insegnamento? Non sono domande asssurde. E' un tema di attualità, come mette a fuoco il film "L'ultima tentazione di Cristo". 

 

 

Concludo. La croce e il crocifisso esigono, impongono una decisione. Andarsene o restare? Primato dell'io o primato dell'A/altro? Rispondere a domande di questo tipo è auto-definirsi; è dire da que parte siamo; significa interpellare la propria libertà, prendere una decisione che segna per sempre la nostra vita. La pone o sotto l'egida della gratuità o sotto il fascino della logica potestativa. La prima è alterocentrica e oblativa, la seconda, invece, narcisista e autoreferenziale.

"A voi (noi) la scelta", come diceva Platone nella Repubblica, perché nessun "dio" può decidere per voi (noi).

 

 

 
 
 

Tango, mitologia e mio padre

Post n°457 pubblicato il 27 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

Tango e mitologia greca sono due fonti, due risorse fondamentali delle mie riflessioni. Ed entrambe sono, come tutti sanno, segnate da un carattere tragico che, nessuno dubita, cela tanta saggezza.

Ebbene, mio padre frequentava tutti i giorni un club di bocciofili a poche isolati dalla mia casa. Io, non di rado, per espressa richiesta di mia madre, a mezzogiorno andavo a ricordargli che era l'ora di pranzo e che, volente o nolente, doveva rientrare, altrimenti la sua mogliettina, che non assomigliava per niente a Penelope, rischiava di incazzarsi e fare con lui, ciò che Ulisse aveva fatto con i Proci.

Un giorno, mentre tornavamo insieme, gli domandai: "Ti ricordi della storia di Ulisse?" "Si", rispose. "E' il greco che accecò il gigante. Perché mi fai questa domanda?"

"Ti spiego in due parole", risposi io. "Sua moglie è Penelope, quella che, aspettando il  marito, cioè Ulisse, non faceva altro che tessere e distessere il tessuto. Questa tizia era dolce e paziente. Ebbene", continuai io, "tua moglie non è né paziente né molto dolce"."

"Beh sì", disse mio padre. "E' vero, tua madre non è molto paziente e la dolcezza non è una virtù che coltiva volentieri. Ma che mi vuoi dire con questo discorso intellettuale?"

"Guarda", dissi io. "Non è tanto intellettuale come sembra. Ti spiego. C'è un'altra storia greca interessante. La donna si chiama Medea e il suo maritino Giasone. Questo tizio, non tornava a casa volentieri. E la sua mogliettina, che era molto determinata e un po' strega, come la tua moglie spagnola, un giorno decise di uccidere, per vendetta, non suo marito, come sarebbe "logico" pensare, ma i figli. La logica di Medea era una logica tutta sua, cioè ilogica, smisurata. Lei non ne sapeva nulla del cosiddetto "buon senso" o "senso comune". Mi capisci?" dissi io.

"No", disse mio padre. "Non ti seguo".

"Bene, è facile da capire. Siccome tua moglie assomiglia molto a Medea, la mia preoccupazione non è che uccida te, cosa che qualche volta mi sembra che farebbe senza rimorsi, ma proprio suo figlio, cioè me. E sai", aggiunsi io, "ci tengo tanto alla mia pelle, non sai quanto. Ecco, sarebbe meglio che, invece di arrivare tutti i giorni in ritardo e mettere in pericolo tuo figlio, ti portassi la sveglia con te, e mezz'ora prima di mezzogiorno, ti mettessi in cammino verso il tuo regno. Altrimenti, un giorno, la tua Medea, mi sgozza sotto la pergola e il tuo rimorso sarà infinito. Nemmeno il tango sarà un balsamo per i tuoi dolori.

 

"Ho capito il messaggio" mi disse mio padre sorridendo. "Prima di arrivare però mi faccio una buona sigaretta. E tu non dire nulla a 'Medea'".

Ecco, caro lettore, come la mitologia greca è stata per me una fonte di salvezza e per mio padre un insegnamento che ha modificato le sue "ancestrali" abitudini.

Da quel giorno, mio padre, che mai aveva sentito parlare di Medea, ma la cui storia sicuramente l'aveva disturbato tanto, arrivava a pranzo dieci minuti prima.

Ovviamente, lui sapeva meglio di me che sua moglie non aveva i tratti di Penelope.  Sapeva pure che lui non era né Ulisse né Giasone, e lo sapevo anche io (mia madre non era sempre di questo parere).

Nel caso però che sua moglie fosse Medea, la saggezza consigliava cambiare abitudine poichè con Medea le scuse contavano poco.

 

 

 
 
 

"Ho una fidanzata"

Post n°456 pubblicato il 22 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

La curva dei giorni spesso mi porta a pensare, volentieri, ad alcuni momenti che hanno segnato la mia vita. Ogni tanto, quando passeggio sul lungo mare, "presentizzo" voci, volti, situazioni, esperienze della mia infanzia e adolescenza. Cerco le briciole di saggezza delle persone che mi hanno amato, ascoltato... Recupero gesti, parole di coloro che mi sono stati vicini e hanno saputo evocare in me la mia parte migliore. In questo senso, la figura di mio padre è una figura che, negli ultimi tempi, si affaccia spesso dalla finestra dei ricordi.

A diciassette anni mi innamorai. Ero una pentola di emozioni, desideri, sogni... Ero sconvolto: cambiamenti ormonali, mentali, fisici... Scoprivo l'amore. Amavo e mi sentivo amato, desideravo ed ero desiderato.

Ovviamente il mio comportamento quotidiano aveva assunto caratteristiche differenti e questo fatto non passava inosservato a casa mia. Presi una decisione: parlare con miei genitori.

Ci sedemmo tutti e tre sotto la pergola e io dissi: "Ho una fidanzata". Mio padre rimase in silenzio; mia madre, invece, "prese il suo bazooka" e iniziò a sparare una quantità di domande, o, meglio, di pallottole che non finivano mai di arrivare.

Ecco alcune: "Chi è la ragazzina? E' figlia di italiani? Figlia di spagnoli? Mica sarà una francesina? O una ragazza che non pensa ad altro che ad indossare abiti firmati? Lavora? Studia? Abita nel nostro quartiere?..." Insomma, domande che, coloro che come me hanno perso un po' di tempo leggendo alcune tristi pagine che ha scritto l'Inquisizione, riconoscerebbero subito, immediatamente, come domande che precedono il rogo o l'assoluzione.

Non ero perplesso poiché conoscevo abbastanza bene la spontaneità vulcanica di mia madre. La sua reazione inquisitoria mi aveva piuttosto infastidito.

Penso che mio padre capì al volo il mio fastidio poiché, con la sua voce rauca, da fumatore incallito, disse a mia madre: "Senti, fai silenzio, non è questo il momento per fare domande di questo tipo". Uno dei pochi casi in cui mia madre smise di parlare e lasciò da parte il suo bazooka.

Dopodichè, mio padre rivolse il suo sguardo verso di me e disse una cosa che ancora risuona come una briciola della sua saggezza nel mio cuore: "Dimmi, sei felice? Parlami un po' di questa tua felicità, perché se tu sei felice, anche io lo sarò e pure tua madre lo sarà".

"Parlami della tua felicità". Parole sagge. Mi liberarono dal peso di presentare una scheda esauriente della persona amata (credo che non l'avrei fatto) e sono rimaste impresse nel mio cuore come un tesoro prezioso. 

Oggi, quando parlo con adolescenti, giovani oppure con amici che ormai sono anziani, ma riiniziano una vita amorosa, rimango in silenzio, ascolto, e faccio la stessa domanda di mio padre: Sei felice? Parlami un po' di questa cosa, poiché anche io sarò felice se tu lo sei".

Con la sua domanda, mio padre mi insegnò che, quando amiamo, la felicità della persona amata è anche la nostra. Se il suo giardino fiorisce, anche nel nostro giardino arriva la primavera; se il suo giardino si riveste di rose, anche nel nostro arriverà il loro profumo.

E non facciamo domande inquisitorie, poiché è arrivata l'ora di fare festa, di concelebrare, insieme alla persona amata, il miracolo inaudito che ha fatto fiorire i "nostri" giardini.

 

 

 
 
 

Il bacio: desiderio d'intimitÓ

Post n°455 pubblicato il 20 Marzo 2015 da fraeduardo
 

DAL CORSO DI ANTROPOLOGIA FILOSOFICA

 

Posare le labbra sulla pelle o sulle labbra dell'altro potrebbe essere un atto di divorare. La bocca è un'apertura che serve, in primis, per ingerire. Il bacio però è la spia di un altro atteggiamento e comportamento.

Significa la vittoria del desiderio sull'appetito. Baciare significa esercitare una prossimità  che è ancora più grande della carezza o dell'abbraccio.

La pelle delle labbra è più sensibile di quelle delle mani o delle braccia. Dalle labbra la vita interna del corpo affiora. Abbandonarsi al bacio significa voler "assaggiare" l'altro, conoscere il sapore della sua saliva. Il crescere del desiderio porta al superamento dell'ordinario disgusto legato a tali contatti.

L'esperienza ci dice che il bacio sulle labbra è un cominciamento. Il bacio è un momento essenziale dei gesti di tenerezza. Annuncia il combaciare e il congiungersi dei corpi.

 

Baciarsi, conoscere il gusto dell'altro, delle porte del suo corpo, dell'intimo palpitare della sua vita che, in quel momento, non è più solo sua ma NOSTRA.

Il bacio è un costitutivo essenziale dei gesti di tenerezza, ma, come tutto ciò che è umano, è anche ambiguo. Chi dimentica il bene ricevuto, chi dimentica la mano che l'ho accolto, chi dimentica la benevolenza con cui è statto avvolto, finirà per dare all'"amato" il bacio di Giuda.

Nel nostro tempo, in cui la tastiera e il computer comandano la nostra libertà e con un SMS si cancellano le relazione amorose e amicali, serbare la memoria di chi ci ha fatto del bene è essenziale per non tradirlo, per non consegnarlo, con un bacio, alla morte. 

Il bacio: scambio di respiri, di saliva...

 
 
 

Il treno, la vita, l'amore

Post n°453 pubblicato il 14 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

L'altro giorno ho letto un bel post. Mi ha fatto ricordare un'allegoria che la nonna raccontava ogni tanto. E' un'allegoria che, al tempo dell'Univerisità, ho sentito parecchie volte dalla bocca di alcuni insegnanti di letteratura e anche di teologia. Leonardo Boff, uno dei miei "maestri", spesso faceva leva su quest'allegoria per mettere a fuoco l'incrocio fra Libertà, Grazia e Destino.

La vita, diceva la nonna,  è un viaggio, anzi è come viaggiare in treno. Alcuni viaggiano concentrati su se stessi e non si accorgono mai della presenza degli altri; poi ci sono alcuni passeggeri che non fanno altro che guardare fuori dal finestrino. Guardano il paesaggio, sia bello o brutto, gioioso o noioso, fiorito o secco. Questi passeggeri sono sempre incollati al finestrino, tesi verso l'esterno. Generalmente lo fanno per non guardarsi dentro, per non vedere i loro cuori, pur se loro dicono che il "divertissement" è l'unica cosa interessante che offre il viaggio.

Altri, diceva la nonna, saltano dal treno poiché impauriti dalla velocità o stressati dal rumore della gente o perché non trovano mai un interlocutore con il quale condividere angosce, tristezze, speranze... Nessuno, in questo viaggio, rivolge loro la parola, nemmeno un effimero, fugace sguardo. E questo è un fatto che dovrebbe far riflettere e  mai lasciare indifferenti.

 

E ci sono poi quelli che rivolgono lo sguardo verso gli altri. Ebbene, coloro, diceva la nonna, sono in attesa di un evento che il cuore sembra percepire in anticipo, intuire da tempo, come se fosse un desiderio innato che spinge all'incontro, ad aprisi, a sorridere, a tendere la mano e, forse, come diceva Dante, anche ad "intuarsi".

Succeda quel che succeda, diceva la nonna, non si sa mai se il treno ci porterà lontano o ci toccherà - volente o nolente - scendere alla prossima fermata. I guai del percorso sono tanti e, quasi sempre, imprevidibili. A questo fatto dobbiamo aggiungere una grave, seria constatazione: Nessuno dei passaggeri ha visto mai il macchinista e, non poche volte, gli scossoni fanno pensare che lui si è addormentato o è ubriaco o impazzito.

Nonostante nessuno sappia con certezza la destinazione finale del treno e, inoltre, non ci siano esperti sufficientemente attrezzati che possano calcolare i rischi, ogni giorno, paradossalmente, salgono nuovi passeggeri. Dopo alcuni chilometri però pure loro, che in un primo momento sembravano essere differenti e anche pieni di voglia e risorse per mettere in moto grandi cambiamenti, finiscono per assumere atteggiamenti e comportamenti molto simili o quasi identici ai viaggiatori precedenti. E' vero, portano una ventata di novità, ma, tutto sommato, dicono i viaggiatori più anziani, si ripetono, senza molte varianti, logiche relazionali che da secoli regolano la convivenza.

E in questo viaggio pure l'Amore sale e prende posto in carrozza, ma, diceva la nonna, non sempre lo fa al momento giusto.

O sale troppo presto e noi non siamo all'altezza della sua esigenza (siamo viaggiatori inesperti) o l'amore sale troppo tardi, quando siamo stanchi, delusi o  quando il controllore, in modo lugubre, funereo, si avvicina e, sottovoce, ci dice che la prossima fermata è la nostra e dunque dovremmo "necessariamente" scendere.

 

Morale del discorso? Non saprei! Ancora sono in viaggio e, come tanti altri passeggeri che conoscono questa allegoria, in verità abbastanza inquietante, mi auguro che la nonna non sia Cassandra.

Mi auspico che l'Amore, quando "salga", faccia risplendere la sua luce in ogni angolo della carrozza, e sciolga tenebre, indifferenza e malintesi.

Non sale al momento giusto? Forse è la libertà che, declinandosi oblativamente, fa sì che, nonostante il tempo che resta sia di breve o di lunga durata, il momento sia quello giusto. Il viaggio finisce, non è eterno, questo è vero, ma il segreto del viaggio può celarsi nell'arte dell'incontro.

Sono certo che la luce dell'Amore è la chiave per apprezzare questo fantastico viaggio, ogni fermata, ogni paesaggio, ogni volto, ogni singola cosa, poiché, caro lettore, abbiamo un solo biglietto, biglietto d'andata. Non c'è ritorno. Attento! Non sprecarlo.

 

 

 
 
 

Se tutto Ŕ effimero, tutto Ŕ permesso?

Post n°452 pubblicato il 11 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

Se tutto è effimero, tutto è permesso?

E' il tempo di una "Nuova pietas"

 

 

Pochi giorni fa ho lasciato un commento a un post (fabpat72). L'autore, in modo molto intelligente e parlando della quotidianità, metteva al centro della riflessione la drammatica e direi angosciante esperienza che la vita ci impone: "Nulla è per sempre".

Tale esperienza, di cui l'uomo del secolo scorso è stato testimone privilegiato e che oggi si impone quotidianamente, sconvolge le nostre chiavi relazionali, terremota atteggiamenti e comportamenti che sembravano definitivamente consolidati. Ebbene, riprendo il tema e, rielaborando il commento, lo presento ai lettori.

"Panta rei", dunque nulla è immutabile, duraturo; nulla è "per sempre, ogni cosa, noi stessi non siamo che un soffio, fior d'un giorno. Ecco l'affermazione dell'uomo postmoderno. Viene in mente Eraclito, l'esistenzialismo di stampo tragico, sartreano, pure il nostro Leopardi...

Oggi tale tesi ha acquisito una rilevanza di portata universale. Si può dire che, con la caduta del "pensiero forte" cioè il crollo del pensiero metafisico il quale, sottolineando il discurso dell'essenza (natura immutabile delle cose), pretendeva, in certo modo, "surgelare" il reale, oggi la "leggerezza dell'essere", l'"effimerità" del tutto non è più discutibile. Uno degli agenti principali di questo nuovo e stravolgente orizzonte è, indiscutibilmente, la tecnica.

Ormai da tempo, la ragione "fondazionista", la ragione Occidentale che, da Platone in poi andava alla caccia di "fondamenti ultimi", incontrovertibili, ha mostrato i suoi limiti e dunque non può vantare l'autorità dei secoli precedenti.

Tutti i totalitarismi, tanto di destra quando di sinistra, si sono sostanziati dalla "ragione forte". Tale Ragione aveva la pretesa di conoscere il fondamento ultimo del reale e dunque di venire a capo delle leggi dell'essere e, ovviamente, dello sbocco definitivo della Storia. Ebbene, questa ragione monologica, monolitica e onnisciente oggi si è frantumata in mille pezzi e deve accettare umilmente la sua sconfitta. Non per questo però deve smettere di pensare.

L'uomo postmoderno, cioè tutti noi, sa e costata sempre di più che "tutto è effimero", mutabile. E' questo un discorso irrefutabile. Solo i tradizionalisti, i conservatori (buona parte della Chiesa) incapaci di riconoscere la forza genesiaca che alimenta il reale, e noi in esso, si aggrappano disperatamente alla metafisica richiamando i rassicuranti "immutabili". 

Per fortuna, ma non per questo senza rischio, l'uomo d'oggi non crede più al pensiero dell'essenze, delle "nature immutabili", e sebbene il nichilismo, l'ospite con cui dobbiamo fare i conti, mette a rischio tante cose, la tesi del "pensiero debole", cioè che "tutto è effimero", ci ha dato la consapevolezza che siamo senza centro, che, come diceva il vecchio Nietzsche, l'uomo è rotolato dal centro verso una X sconosciuta.

Il che significa che non c'è più centro indiscusso per noi. Ci siamo "slegati" da tutti "gli assoluti terrestri" costruiti dalla DEA RAGIONE. Le autostrade di acciaio (filosofie, ideologie e politiche inumane) che la modernità arrogantemente aveva costruito, si sono rivelate di plastica biodegradabile, insomma "fumo".


LA "NUOVA PIETAS".

Nel grande disincanto - nulla dura per sempre - non v'è più bussola che orienti. Tuttavia, - ed ecco una lettura positiva del nuovo momento storico - si deve sostenere che, se tutto è effimero, non per questo è banale, superficiale o di poco conto.

La tesi è questa: il reale, perché effimero e dunque manifestazione di ciò che è ma poteva non essere, è appunto prezioso, non è da sottovalutare o disprezzare. Potendo no essere, invece è. Da questa prospettiva - direi francescana - l'effimero è un invito a stupirsi, meravigliarsi e a pensare e comportarsi altrimenti.

E' un dono, un evento. Espressione di una gratuità di cui non possiamo rendere conto, l'effimero  è sì da "fruire", ma non da usufruire; realtà passaggera di cui dobbiamo godere ma senza possedere.

Caro lettore, se tutto è effimero, forse è arrivato il tempo di una "nuova pietas", il che significa, prendersi cura del finito senza considerarlo mai un assoluto. Forse è tutto qua il segreto di una vera libertà, della capacità di "cogliere l'attimo fuggente" e del vivere serenamente il "carpe diem".

Una nuova pietas: accogliere ciò che muore e rispettarlo proprio perché effimero, non-eterno, fior di un giorno.

Se tutto è effimero ma non di poco conto, allora la sfida è farsi carico della fragilità del relativo, senza confonderlo mai con l'assoluto; prendersi cura della contingenza senza identificarla con il necesssario.  

Una sfida che i tradizionalisti di tutti i colori, Chiesa inclusa, non accetteranno facilmente, poiché implica un esercizio della libertà che non ha altro fondamento che la gratuità e la responsabilità. Si tratta dunque di una "Nuova pietas" all'insegna del dono e dello stupore.

In un mondo in cui tutto è effimero, non tutto è permesso poiché l'asse portante è la libertà creativa, che, all'insegna della gratuità che l'avvolge - perché nulla è necessario, ma tutto è potendo non essere, incluso noi stessi - bonifica il reale accogliendo e promuovendo il finito, il quale, non perché effimero è di poco conto.

Voluto da Colui che poteva non volerlo o volerlo diversamente, l'effimero cella in sé un segreto che la libertà è chiamata a custodire, non a cancellare o a sbiadire.

 

 

 
 
 

Io e le prostitute

Post n°451 pubblicato il 06 Marzo 2015 da fraeduardo
 
Tag: amore

Io, le prostitute di Montevideo e mio confratello

 

Quando ero ancora giovane, dall'Argentina fui trasferito in Uruguay. La Provvidenza, che assume sempre il volto delle persone che ci circondano, mi regalò una nobile e indimenticabile esperienza. Un frate del posto lavorava da tempo con le prostitute di Montevideo, ma non con quelle di "alto bordo" (oggi escort), bensì con le più povere e svantaggiate. Il lungomare di Montevideo, a una certa ora, si popolava di queste donne, di diverse età, dunque non solo giovani.

Il mio confratello girava con la macchina (della parrocchia) e si fermava a parlare con loro. Ovviamente, le critiche dei parrocchiani, i quali conoscevano bene la macchina, arrivarono non solo ai nostri superiori ma anche al vescovo.

Un giorno il mio confratello mi disse: "Vuoi venire con me? Viene con noi anche una prostituta amica mia, una donna buona, che mi dà una mano per individuare le ragazze con cui forse è possibile fare un lavoro pastorale 'umanizzante' ". E proseguì: "Non voglio togliere queste donne dal marciapiede, perché è impossibile. Dopo ciò che mi ha raccontato la mia amica, mi propongo, invece, di aiutarle a prendere consapevolezza che possono organizzare la loro vita diversamente". 

Rimasi perplesso, ma ero giovane e avevo il desiderio di partecipare non solo al mondo accademico (da sempre faccio il professore) ma anche allla vita della pastorale periferica e quindi accettai volentieri.

In concreto, di che cosa si trattava? Queste donne, che avevano tre, quattro o cinque figli ciascuna - generalmente da padri sconosciuti - non potevano nemmeno mandare i figli a scuola. Perché? Perché le signore per bene, e pure le maestre, protestavano continuamente. Certo, il comportamento di questi bambini non era facilmente controllabile e lasciava tanto a desiderare. Poi, dato che queste donne "lavoravano" pure fuori orario (alcuni clienti volevano la prestazione di mattina o di pomeriggio), non potevano nemmeno prendersi cura dei loro figl, andarli a prendere all'uscita della scuola, controllare i compiti e così via.

Il mio confratello, un rappresentante di spicco della "follia" francescana, aveva affittato alcune case e proponeva a queste donne di abitare insieme, in gruppi di cinque o sei. Una di loro, a turno, doveva rimanere a casa  e fare la "babysitter", dunque occuparsi dei bambini in modo che questi "cuccioli" sentissero la presenza di una "mamma" che si prendeva cura di loro. Le altre, se il cliente richiedeva i loro servizi, potevano uscire a lavorare.

Una pastorale non facile poiché, tra l'altro, si rischiava lo scontro con il "protettore". Aiutati anche da altri frati, andammo avanti per alcuni anni e riuscimmo a dare vita, non senza difficoltà, insieme a queste donne, a un "pezzettino di cielo", a uno spazio di tenerezza in cui non mancasse il soffio della speranza, in modo che il buio non calasse definitivamente soffocando la vita di queste donne e i loro bambini, cancellando la possibilità di una vita "altra", migliore.

 

 

Qualcuno si scandalizzò, ma le donne si organizzarono e finirono per creare una specie di Associazione, un Sindacato di prostitute. Organizzate, lo sfruttamento, da parte dei clienti, non era più tanto facile.  Il lettore riderà, ma alcune di queste donne ci ringraziarono poiché avevano scoperto una dignità nuova, e avevano preso consapevolezza che, insieme, potevano lottare per i loro diritti e proteggere meglio i loro figli.

Il vescovo, di cui sentivamo sempre l'appoggio e la sua presenza paterna, un giorno ci disse: "So che fate un buon lavoro, però alcuni giornali e tanti "bigotti" alzano il tono e mi sembra che, se continuiamo con questa pastorale, finiamo tutti sbolognati. Voi e io. Dunque, ragazzi, dobbiamo darci una calmata".

L'esperienza finì poi per tanti motivi, ma per me è stato un dono incontrare la "Maddalena", da cui tanto ho imparato in questioni di solidarietà. E' stato il rapporto con queste donne che mi ha rivelato il senso profondo della frase di Gesù: "Le prostitute vi precederanno nel Regno del cielo".

Nel mondiale del '90 (Italia), una di loro è venuta a Roma e ci siamo visti. "Sono venuta per una questione di 'lavoro'" mi disse ironicamente. Se non fosse stato per voi, la nostra vita sarebbe stata spezzata e persa per sempre". Non era bella, ma la sofferenza di cui il suo volto portava inevitabilmente le traccie, le dava un incanto speciale. Era degna e direi che dal suo volto trapelava una certa innocenza.

Ho raccontato questo pezzo indimenticabile della mia vita poiché ieri (5 marzo) il mio confratello è "ritornato alla casa del Padre". Sono certo che ci sarà festa in paradiso, poiché il buon Dio riconoscerà in questo frate il volto di Gesù, suo Figlio, Colui che non si è rinchiuso in una tana (oggi diremmo in una parrocchia), ma che camminò per le strade di Gerusalemme con la mano aperta, senza discriminare nessuno/a e seminando speranza. 

Un piccolo aneddoto. Una notte, quando stavamo per partire a fare il solito giro tra le prostitute, i giovani della nostra parrocchia, avevano attacato al tergicristalli, un preservativo con la scritta: "Frati, attenti alla salute". Ci facemmo una bella risata, ti ricordi caro confratello? Penso che adesso la tua risata non avrà mai fine. Grazie! Ciao caro amico, compagno di "strade periferiche", frate semplice che hai saputo conservare e trasmettere la "follia" di Francesco d'Assisi.


 

 
 
 

Due strade

Post n°450 pubblicato il 04 Marzo 2015 da fraeduardo
 

 

Due strade ho trovato nel bosco

E io scelsi la meno battuta

Ed è per questo che sono diverso

(Robert Frost)



 
 
 

Film su Pio XII

Post n°449 pubblicato il 04 Marzo 2015 da fraeduardo
 
Tag: Chiesa

Pio XII: Schindler Vaticano?

Non c'è bisogno di ricordare che la figura di papa Pacelli è una figura discussa, "equivoca", oscura, insomma è un Papa su cui non è facile fare un giudizio unanime, né da parte della Chiesa cattolica né, ovviamente, da parte degli ebrei.

E' difficile comprendere come si è comportato Pio XII nei confronti del regime nazista e come ha operato nei confronti del popolo ebraico durante la Seconda guerra mondiale.


Liana Marabini, regista del film Shades of Truth, presentato il 2 marzo in Vaticano, sostiene una tesi che, secondo l'Osservatore Romano, non è sufficientemente documentata, anzi sembra che le fonti non sono attendibili La tesi: Pacelli avrebbe salvato ben 800.000 ebrei e dunque avrebbe pieno diritto al titolo di "Schindler del Vaticano".

Con molta saggezza la voce ebraica (Pagine ebraiche) ha osservato che "non esiste preparazione spirituale sufficiente ad affrontare un'esperienza tanto catastrofica". Il genocidio insomma è una tragedia di cui ancora oggi l'Occidente porta le tracce e di cui è responsabile pure buona parte del mondo cattolico e l'indiferenza di tanto clero, curiale e non.

E' possibile immaginare papa Pacelli con una stella gialla sul petto, come fa la regista? Domanda: Il film fa giustizia alla verità storica? Sembra di no. Prima di essere Pio XII vittima della ingiustizia - come sostiene la regista - è conveniente fare una ricerca accurata del suo operato storico nei confronti delle vittime del nazismo e in particolare degli ebrei. E' una ricerca di cui è meglio si occupino di più gli storici e meno i registi. 

Liana Marabini ha voluto sollevare il velo che copriva il volto di Pio XII. L'ha fatto ma non è venuto fuori altro che una maschera, una caricatura che non aiuta, ovviamente, a vedere i veri tratti di questo "enigmatico e ambiguo" Papa.


Una cosa è chiara: E' finita l'epoca dei crociati e dell'apologia; è finita pure l'epoca della critica che non pensa che a portare acqua al suo mulino. E' l'epoca degli storici, senza mai dimenticare che non esiste un osservatore neutrale poiché il soggetto è sempre coinvolto nell'oggetto (questione epistemologica da cui è impossibile sfuggire). 

 

 

 
 
 
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INFO


Un blog di: fraeduardo
Data di creazione: 07/11/2009
 

ASCOLTIAMO LA SAGGEZZA

Un giorno la Saggezza si avvicinò all'uomo e disse: "Tu non puoi scherzare con l'Animale che dimora dentro di te, senza diventare come lui. Tu non puoi scherzare con la Menzogna, senza perdere il diritto alla Verità. Tu non puoi scherzare con la Crudeltà, senza pervertire ciò che ti fa essere umano, cioè la Tenerezza. Se vuoi vedere pulito il tuo giardino, non puoi lasciare spazio alle erbacce".

L'uomo se ne andò pensando: "La Saggezza è molto astuta, lavora continuamente all'inganno di noi stessi. Non dobbiamo prenderla troppo sul serio".

 

 


 

FEELINGS

Il regista Ingmar Bergman, all'inizio del suo film Scene da un matrimonio, pone come didascalia quest'espressione: "Analfabeti in amore". A quest'analfabetismo oggi si deve aggiungere lo scetticismo e il primato della logica del "usa e getta" che fa dell'altro uno strumento in funzione della realizzazione dell'io. Tali ingredienti sono alla base della carenza endemica della gioia di essere e dello slancio vitale di una epoca veramente paradossale. Tanto confortevole e tanto sconfortata; tanto frenetica quanto ermetica

L'amore è invece un mettersi nella pelle dell'altro. E' amorevolezza, come amare l'altro non a modo mio, ma a modo suo, cioè a misura dei suoi bisogni anche se non espressi. Afferma Dante nella terza Cantina: "Già non attendere'io la tua dimanda/s'io mi intuassi, come tu t'inmii" (Par, 9, 80-81). E ciò significa che l'essere umano ha la capacità esodale, cioè la capacità di uscire da sé e andare verso l'altro, la capacità di intuarsi, di essere presente nel tu, ma paradossalmente, senza mai invadere o possedere.


Finiamo dicendo che "amare è donare l'essere" e il dono non si identifica con il regalo. E' l'offerta dell'essere, diversa dall'offerta dell'avere. Affermava A. Einstein: "Il problema impellente di oggi non è quello dell'energia atomica, ma quello del cuore umano". Si tratta dell'amore che è sì sentimento, ma è anche, e fondamentalmente, volontà di promozione dell'altro.

 

STEMMA E FIRMA DI SAN FRANCESCO

Le due lingue originali della Bibbia - l'ebraico e il greco - hanno in comune una lettera dell'alfabeto, il Tau. Questa lettera occupa un posto importante nella vita e nel comportamento di san Francesco: questi non solo ne fa uso frequente, ma manifesta per tale segno un vero affetto, addiritura una devozione.

"Con tale sigillo - dice il suo biografo Tommaso da Celano - Francesco firmava le sue lettere, tutte le volte che per necessità o per spirito di carità, spediva qualche suo scritto".


Con esso - scrive san Bonaventura - Francesco dava inizio alle sue azioni". Ebbene, io, Fra Eduardo, frate periferico e peccatore, raccolgo l'eredità del mio fratello Francesco e al solito posto della foto del Blog (batezzato "gratitudine") inserisco il Tau dando pure inizio all'azione che, ovviamente, si muove o percorre il sentiero della riflessione.

Pensare è un atto etico - diceva E. Lévinas - ma per un francescano non è soltanto un atto etico, è, anzitutto, ringraziare perché consapevole della gratuità che ci avvolge e ci nutre senza posa.

Le nostre riflessioni, senza grandi pretese, ma non per questo senza un certo "rigore teoretico", faranno leva sulla logica del dono, logica che Francesco, sulla scia dell'Amante, ci ha lasciato come la sua lezione più bella.

 

AVERE E POSSEDERE

L'equazione freudiana di denaro=feci è una critica implicita al funzionamento della società borghese e alla sua mania di possesso. Il denaro, come simbolo di possesso, significa per Freud che la persona ossessivamente preoccupata dall'avere e dal possedere è nevrotica e ha un carattere preadulto. E se la maggioranza delle componenti di una società sono intaccate da questo male, allora ci troviamo di fronte ad una società malata.

Certo che l'ermeneutica freudiana si può mettere in discussione, ma  è ovvio che la società occidentale è succube della patologia dell'avere. Sono ciò che ho; più ho dunque più sono. Il primato del quantitativo a detrimento del qualitativo. Ecco l'equazione: Avere=Essere. Ma tale logica è umanizzante?

Merita di essere meditata la descrizione che Albert Camus, scrittore e filosofo franco-argerino, dava di se stesso: "Io non so possedere. Di quel che ho, e che mi viene offerto senza che io l'abbia cercato, non posso conservare nulla. Sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l'eccesso dei beni" .

 

USA - J (G)ET-TA

cristo - Leon Ferrari

 

Marvin Gate

 

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BENEDIRE LA MATERIA

Francesco d'Assisi - Giotto

Francesco, configurato dalla logica del dono, incarna una nuova pietas, cioè dal divino verso l'umano. Dunque, non "fuga mundi", come invece era lo stile di vita (e di pensiero) dei monaci del tempo e di una chiesa di stampo più greco-manichea che cristica. Sguardo rivolto verso il mondo, promozione della civitas terrena sotto il segno dell'armonia con il divino e della sintonia con l'umano è la logica con cui Francesco umanizza il suo volto e ricupera un mondo bello, innocente, sbiadito o demonizzato dalla teologia e dalla spiritualità del suo tempo. Si tratta di comunione e partecipazione quindi assenza di alienazione, né verticale né orizzontale. Francesco è pure per noi, uomini postmoderni, una nuova pietas. Sa accogliere e promuovere la terra senza dimenticare il cielo e viceversa, cioè accogliere e benedire la materia senza accantonare o misconoscere lo spirito.  Ecco la domanda: Non è il desiderio dell'uomo d'oggi di celebrare il relativo senza perdere di vista l'assoluto? Non è il suo anelito dare spazio all'Assoluto e fruire pure del contingente? In breve, trovare Dio senza perdere il mondo? 

My Sweet Lord

 

PROSSIMIT└: DARE SENZA NULLA CHIEDERE IN CAMBIO

tao francescano

L'alternativa per uscire dalla logica di Prometeo, di Sisifo e di Narciso, fino ad oggi paradigmi antropologici della cultura occidentale, è assumere la logica della gratitudine cioè la logica della mano aperta, della prossimità senza confini.

 

ESCHILO-PROMETEO INCATENATO

 

Prossimo non è l'uomo della nostra fede, né della stessa razza, né della stessa famiglia: è ogni uomo fin dal momento in cui io mi avvicino a lui, poco importa la sua ideologia o la sua confesione religiosa, la sua etnia o la sua biografia.

 

AMORE VUOL DIRE ESSERE

Amore, una sorte di rottura di sé perché l'altro lo attraversi

SONO PERCHE' AMO; SONO NELLA MISURA IN CUI AMO

Sono ciò che amo

Non cogito ergo sum ma, piuttosto, diligo ergo sum. L'atto di amore è la più salda certezza dell'uomo, il cogito esistenziale irrefutabile: Io amo, quindi l'essere è, e la vita vale (la pena di essere vissuta).

 

J-P. Saretre, il filosofo francese esistenzialista, libero dall'acussa di romanticismo, afferma: "La mia esistenza è, perché chiamata. Mentre prima di essere amati, eravamo inquieti per questa protuberanza ingiustificata, ingiustificabile, che era la nostra esistenza, mentre ci sentivamo "di tropp" ora sentiamo che questa esistenza è ripresa e voluta nei suoi minimi particolari da una libertà assoluta che essa condiziona nello stesso tempo - e che è proprio non vogliamo con la nostra libertà. E' questo il fondo della gioia d'amore, quando esiste: sentirci giustificati d'esistere".

L'amore: incontro di due salive? E. Michael Cioran

 

PELLEGRINA O FUGGITIVA? NOMADE O TURISTA?

isolamento

 

Accogliere e proteggere?

O

Possedere e soffocare?

 

 

 

 

 

Ma che abbiamo noi tutti, poveri umani

da volerci stringere gli uni contro

gli altri? (A. Cohen)

 

 

 


 

HA LA VITA UMANA UN SENSO? SI O NO?

 

 

Forse la tragedia dell'uomo moderno è dovuta al fatto che egli ha dimenticato di domandarsi: chi è l'uomo? L'incapacità di trovare la propria identità, di sapere che cosa è l'autentica esistenza umana, lo spinge ad assumere una falsa identità, a fingere di essere ciò che è incapace di essere o a non riuscire ad accettare ciò che si trova alla vera radice del suo essere. L'uomo nella sua angoscia è un messaggero che ha dimenticato il messaggio" (J. A. Heschel).

 

Il Diogene contemporaneo, come il saggio greco, è in affanosa ricerca dell'uomo. E invece dell'uomo trova le sue maschere vuote: etichette e funzioni, misure e classificazioni. E il titolare di queste qualità è ridotto all'inconsistenza interiore. Non sa donde viene né dove va. Senza imbocco e senza sbocco. Cioè senza senso. Il Diogene contemporaneo si ritrova con la lampada perfezionata (razionalità scientifico-tecnologica), ma con l'oggetto della sua ricerca desintegrato.

 

L'UOMO NON ╚ SISIFO

Sisifo

L'uomo del primo secolo si preocupava della morte e della immortalità; l'uomo del sedicesimo secolo si preoccupava della colpa e del castigo; l'uomo del ventesimo secolo è turbato dalla minaccia di mancanza di significato. Il paradigma antropologico sembra essere Sisifo, colui che è condannato a vivere l'eterno ritorno dell'identico.

Ha davvero ragione A. Camus quando scorge il simbolo dell'umanità nella figura di Sisifo, che si ostina a rotolare il sasso in su verso la vetta del monte, per poi doverlo vedere sempre sistematicamente franare di nuovo verso il basso? Possiamo davvero pensare Sisifo felice?

 

L'UOMO NON ╚ PROMETEO

 

 

Prometeo è l'altro paradigma antropologico che ha segnato la cultura occidentale. Egli guarda con pietà gli uomini perché erano nudi, scalzi, scoperti e inermi, in balia della necessità e dell'indigenza. Ecco che ruba il fuoco agli dei, metafora della razionalità scientifico-tecnologica con cui oggi l'uomo domina il mondo.

E così che l'uomo è riuscito, come gli altri animali, a far fronte ai problemi della "sopravvienza". Ma la domanda si impone: come risolvere i problemi della "convivenza"?

 

L'UOMO NON ╚ NARCISO: AUTOREFERENCIALE

 

Narciso, il giovane del mito greco, colui che disprezzando l'altro/a (Ninfa Eco) rivolge il suo sguardo soltanto verso se stesso, sembra essere oggi il paradigma antropologico vincente.

L'io è l'ombelico del mondo, l'altro soltanto apendice. Ci porta verso un volto umano tale atteggiamento e antropologia?

 

CHI ╚ L'UOMO?

 

L'uomo non è Sisifo, condannato all'eterno ritorno dell'identico; non è Prometeo, colui che deve essere in eterna lotta contro gli dei; non è nemmeno Narciso, colui che non considera l'altro alla sua altezza ed ecco che lo lascia da parte.

L'uomo è la gioia del sì nella gratuità quotidiana perché, nonostante la dramaticità dell'esistenza, è consapevole o intuisce che la vita è un dono e che c'è un oltre e un Altro, patria definitiva.

 

SULL'ASCOLTO

 

Uno degli aspetti sconcertanti di questo mondo odierno è che non ci si ascolta a vicenda. Se siete malato o anche morente, nessuno vi ascolta. Se siete spaventato o sgomentato o sperduto o privo di tutto, o solo, o infelice, nessuno vi ascolta realmente. Nessuno ha tempo di ascoltarvi, neppure quelli che vi amano e che sarebbero pronti a morire per voi" (T. Caldwell)

 

ANCORA SULL'ASCOLTO E LA CHIACCHIERA

1

Ascoltare è soltanto possibile se nell'uomo c'è il silenzio, giacché ascoltare e tacere sono correlativi. Nessuno presta più ascolto a colui che parla perché ciascuno aspetta soltanto di scaricarsi delle parole che ha ammucchiate, di buttarle fuori della bocca: è una semplice funzione animale (M. Picard).

 

2

 

Senza l'ascolto, radicale apertura reciproca, non sussiste alcun legame umano. L'esser legati gli uni agli altri significa sempre, insieme, sapersi ascoltare (H. G. Gadamer)

 

3

Chi chiacchiera non si preoccupa di comunicare, ma solo d'infilare parole, che non dicono niente. Non persuade, né convince; stanca, infastidisce. Non lo ascoltiamo, né, in fondo, a lui interessa l'essere ascoltato" (M. F. Siacca)

 

4

Non abbiamo che guardarci in giro nel mondo che ci circonda per vedere in quale terribile misura il silenzio sia scomparso e scompaia sempre di più; quanto sopravvento abbiano le chiacchiere e come sempre più aumenti il ruomore. Di fuori e, prima dentro; giacché lo stato interiore anche di quelli che taccciono è spesso tutto'altro che silenzioso; è piuttosto una interiore produzione di parole, che solo causalmente non esce fuori (R. Guardini).

 

STOP! IN THE NAME OF LOVE

 

 

La Possessività è il culmine di una pulsione onnipervasiva che distrugge qualsiasi cosa al suo passaggio. E' come un virus folgorante, e prolifera come il germe della follia. Al'inizio assume l'aspetto di una sorta di manovra d'accerchiamento di routine, quindi inoffensiva. Poi si trasforma in una specie di "reticolato militare", per divenire infine una "tecnica di perquisizione costante del territorio dell'altro". (M. Chebel, Il libro delle seduzioni).