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« ARTE, I SOLDI POSSONO QU...VITE STRAORDINARIE (10-05-2010) »

crisi economica, suicidi, disoccupazione, nuove povertà

Post n°96 pubblicato il 19 Aprile 2010 da luigiarusso

 

SI MOLTIPLICANO I SUICIDI TRA PERSONE CHE HANNO PERSO IL LAVORO

Diciamolo a voce alta. In una società civile, nessuno dovrebbe essere spinto a togliersi la vita, poiché costretto a finire senza occupazione e in mezzo a una strada. La fame di lavoro dovrebbe essere un malessere da tempo superato, se si riesce a sperperare decine e decine di migliaia di miliardi, per abbellimenti e per quant'altro, che – nella logica delle priorità – dovrebbero cedere il passo alla soluzione delle esigenze primarie. E invece, l'Italia dei ricchi fa finta di non accorgersi che i poveri sono in aumento. Non getta neppure uno sguardo distratto sulle orribili periferie della città, dove c'è fame di tutto. Non solo di lavoro, ma anche di scuole, di strade, d'illuminazione, di spazi per il tempo libero. Dove, in estrema sintesi, c'è fame di decenza. E fa finta di non accorgersi che la disoccupazione, in percentuali insopportabili nelle regioni meridionali, allarga l'area del rifiuto della legalità. Quando non si riesce a mettere niente sotto i denti, è facile mettersi sotto i piedi precetti, prescrizioni e divieti. È facile saltare il fossato, per andarsene in compagnia dei delinquenti. Per diventare, se non complici, comunque fiancheggiatori o spettatori silenziosi delle condotte degli uomini di malaffare.
Q ualcuno, magari un giovane più fragile, non ce la fa proprio a intrupparsi con i delinquenti e preferisce la solitaria “scelta” di cedere alla disperazione. Preferisce rispondere all'estrema umiliazione della povertà con l'irreparabile “scelta” della morte. Forse pensa che il suo gesto serva a scuotere le coscienze e sia di stimolo per quanti dovrebbero provvedere a risolvere i bisogni elementari dei più poveri. Forse attribuisce al suo sacrificio un valore superiore a quello che, in questa società di mercanti, siamo disposti a riconoscere. In ogni caso, quanti ancora abbiamo voglia di interrogarci, anche pubblicamente, sulle tragedie della disperazione, non possiamo limitarci a una semplice presa d'atto, accompagnata magari da un sentimento di pietà. Abbiamo, invece, il dovere di denunciare, senza sconti per nessuno, le inaccettabili diseguaglianze, gli oltraggi alla libertà e alla dignità delle persone. Non sono questi mali ineliminabili della società né costi necessari da pagare al progresso. Non c'è crescita civile e morale compatibile che imponga il consapevole abbandono di altri esseri umani. Alle statistiche e alle rigide regole degli economisti preferiamo opporre gli sforzi testardi e umili di quanti credono e operano nella solidarietà e non ammettono che qualcuno possa non essere considerato. Preferiamo unirci a quanti sanno dare luce e speranza agli emarginati, invitandoli – nonostante tutto – a credere nell'esistenza di un minimo di giustizia sociale. Di questa c'è un diffuso bisogno se siamo convinti di non far parte di un grande mercato, ma di una società di uomini

 
 
 
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