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Creato da Nezumina il 08/03/2008
le mie opere per voi
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Egregi uomini di potere chedecidete di fare i conti in tasca alla gente, vi riporto un semplice contocosiddetto “della serva”, affinché possiate realmente vedere quanto unafamiglia italiana spende mediamente al mese. Premetto che sono cifreindicative, poiché non ho tenuto conto di un eventuale mutuo o di un canone: hopreso in considerazione una famiglia fortunata, che possiede già un tetto soprala testa, omettendo il secondo stipendio come introito. Di conseguenza, irisultati in euro sono i seguenti: Stipendio 1400 (eper essere un singolo stipendio è già elevato) Condominio 115 Riscaldamento 110 Elettricità 40 Gas 86 Telefono 86(solo fisso e non mobile) Spesa alimentare 400(per chi non si abbuffa) Benzina 50(solo per i fortunati che non vanno al lavoro con la macchina) Sanitaria 100(visite e medicinali) Varie 200 Garage 75 Tot 1262 Ora, come ben potete rilevare, queste sono le spese fissemensili, niente svaghi, niente parrucchiere, niente libri di testo, nienteassicurazione e bollo e via dicendo. Ora, con tutto questo ben di Dio rimastonelle tasche del cittadino, con quale coraggio continuate a ripetere che ilcanone Rai costa “solo” 112 euro? Non vi sembra di stare esagerando un po’? Non vi sembra dichiedere troppo alla stragrande maggioranza degli italiani? Il mio è unsemplice invito a riflettere. |
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Post n°187 pubblicato il 11 Gennaio 2012 da Nezumina
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(mortonel 453) A quanti di voi è maicapitato di risfogliare i vecchi libri di testo dove, da adolescenti, abbiamostudiato per riportare un buon voto o per recuperarne uno brutto? Be', non sovoi, ma io, chiusa in una soffitta illuminata fiocamente da una lampadina cheha già fatto il suo tempo, tutta intenta nel risistemare e buttare coseinutili, mi ritrovo tra le mani i miei vecchi libri delle superiori, osereidire quasi intonsi, visto che non amavo molto studiare. Un sorriso mi spuntasulle labbra e con le dita sfioro il ricordo di remoti giorni di scuola, quandopreferivo di gran lunga interagire con le mie amiche anziché con le pagineimbrattate di scritte e immagini che, all'epoca, poco mi dicevano o quasi.
-Non mi fai paura, Flagello di Dio.- Lui incrocia le bracciaal petto e grugnisce qualcosa di inintelligibile, prima di inspirare e dire: -Sì, lo so. Ora non faccio più paura, ma ai miei tempi tutti tremavanoal mio passaggio.- -In effetti, si diceva che dove passava Attila non ricresceva piùl'erba.- -Sacrosanta verità.- commenta inorgoglito. -Io non ne andrei così fiera.- ribatto. La sua immaginetracagnotta, dove affiora la sua efferata spietatezza, sembra voler uscire atutti i costi dalla prigionia del libro ed io posso solo immaginare il suoscalpitare furioso. -Da dove vieni?- domando incuriosita. -Ma da Aetzelburg, ovviamente, la nostra capitale.- risponde sorpreso,come se si aspettasse che lo sapessi. -Che sarebbe?- -Uhm… Vicino all'odierna Budapest. Io e mio fratello siamo cresciuti lì,con nostro nonno che era il re, re Rua. Alla sua morte, io e Bleda siamoassurti al trono, insieme. Noi Unni facevamo così.- -Una diarchia?- -Sì, certo. Anche se,- borbotta con un pizzico di rabbia, -Bleda amavasolo divertirsi con il suo ripugnante nano negro e non voleva interessarsid'altro. Diceva che lo faceva ridere. Era il suo giocattolo, che un giorno haavuto l'ardire di ribellarsi e quello stolto di Bleda ha mobilitato l'interoesercito per inseguirlo e riacciuffarlo.- Provo a immaginare unpopolo alla ricerca spasmodica di un nano e il solo pensiero mi fa ridere,prima di domandare: -È per questo che la guida sei diventato tu?- -Per forza di cose. Quello stolto di Bleda morì giovane e rimasi soloio. Io e il mio popolo.- -Unni facinorosi.- commento. Lui grugnisceindispettito e ribatte: -Sì, Mongoli tozzi, dai capelli neri e dagli occhi a mandorla, mescolatia tedeschi alti, biondi e con gli occhi cerulei. Ciò che rimaneva di tutte letribù barbare da me assoggettate.- -Una bella accozzaglia.- -Già, di guerrieri fieri e indomiti.- aggiunge con orgoglio, battendosiun pugno sul petto. Con il dito lo sfioro elui si irrigidisce, infastidito dalla sua posizione che gli impedisce ditrattarmi da pari a pari ed io ne sono intimamente lieta. Non è da tutti avereil terribile re Attila nelle proprie mani e la cosa mi diverte alquanto. -Si dice che la morte di Bleda debba essere imputata a te.- Ghigna sotto i baffi econ quegli occhietti sottili e temibili mi fissa e mi incute un certo timore. -Si dice…- ripete svenevole, lasciando volutamente la frase in sospeso. -Sei stato tu?- insisto. -Avrei potuto farlo benissimo. Ma avrei anche potuto non farlo.-aggiunge enigmatico. Indispettita dalla suareticenza, cambio argomento e domando: -È vero che non ti sei mai lasciato abbindolare dal lusso di cui amavanocircondarsi i romani?- Alza con fierezza il mento,negli occhi un barlume di disprezzo e vuota superbia e risponde: -A che pro? Per rammollirsi e divenire femminucce come lo erano diventatii generali romani?- -Uno di loro ti ha battuto.- gli rammento con dolcezza. Lui sogghigna e rimarcacon altrettanta falsa dolcezza: -Ezio era un barbaro, non un romano.- -Touché.- rispondo alzando le mani. -E, comunque,- riprende lui con indifferenza, -preferivo la mia bicoccaalle case signorili e piene di agi di quei damerini romani e preferivo mangiarela carne cruda anziché cotta. Hai mai provato ad assaggiare un pezzo di carnefrollato tra la tua coscia e il corpo del cavallo?- -Mio Dio no!- inorridisco. Lui arriccia il naso divertito e alzal'indice a mo' di maestro, spiegando: -Sono cose che temprano l'animo del guerriero.- -Eppure i tuoi stessi uomini, a contatto con la civiltà romana, hannopreferito di gran lunga adottare i nostri usi anziché…- -Femminucce!- sentenzia categorico, senza farmi finire di parlare. Lo fisso in tralice,così fiero e sprezzante, i baffi sottili che scendono ai lati del mento eborbotto: -Tutto ciò mi sa di tirchieria.- Impallidisce, colpitonel vivo e ribatte secco: -Il denaro all'epoca era importante e non amavo sprecarlo.- -Ok, eri tirchio.- taglio corto. Lo vedo digrignare identi, ma non controbatte e ne approfitto per portare il libro un po’ più sottola luce, per vederlo meglio. -Che c'è?- commenta mordace. -Non hai mai visto un Unno in vita tua?- -Francamente no. E ne sono anche contenta. Di tutti i barbari, eravate ipeggiori.- Scuote la testa e allargale braccia, giustificandosi: -Eravamo potenti. Per questo motivo Roma ci ha pagato tributi per anni:per tenerci lontani. E fintanto che i soldi giungevano con regolarità, nonavevamo motivo di marciare contro la nostra gallina dalle uova d'oro.- -Ma poi è successo.- rammento.
-Sì, certo, capisco che l'impero d'oriente aveva alzato la testa con l'avventodel nuovo imperatore.- -Per gli dèi, è proprio così! È stato per questo che ho volto i mieiocchi a quello d'occidente: era più malleabile. Sai,- aggiunge con aria complice,-Onoria, la figlia di Galla Placidia, aveva avuto la bella idea di mandarmi unanello d'oro come pegno di fidanzamento ed io non mi sono certo fatto pregare.- -Ma tu avevi già altre mogli!- esclamo allibita. -E allora? Non era la moglie romana che mi serviva, bensì il pretestoper giungere a Roma. Chi avrebbe osato fermare un ardente fidanzato che venivaa prendersi la bella fidanzatina per impalmarla?- -Perché mai una principessa come Onoria ti si è offerta su un piattod'argento?- indago. Lui si accarezza unbaffo e chiude un attimo gli occhi, come se con la mente vagasse a un tempotrascorso che non sarebbe più potuto tornare e suppongo sia nostalgia l'espressioneche vedo dipinta sul suo volto duro. -Onoria era una svampita, del tutto diversa da sua madre. Quasicertamente pensava di ricreare la bella avventura di sua madre con Ataulfo. MaAtaulfo e Placidia erano due persone assennate e innamorate, che speravano diunificare i due regni, completamente l'antitesi di me e Onoria.- Rimango un attimo abocca aperta, quindi scuoto la testa e mormoro: -E poi vi chiamano barbari…- Lo vedo sogghignare dinuovo e annuire con lentezza. Quindi mi fa un cenno con la mano ed io miavvicino per sentire meglio. -Prova a immaginare il mio intero popolo, formato da Mongoli, Visigoti,Burgundi, Ostrogoti, Gepidi, Franchi, Turingi, Alani e tanti altri, prepararsialla guerra. Un intero popolo, stile orda. Immagina le nostre donne guerriere,i nostri bambini, gli anziani, tutti in marcia per raggiungere e conquistareRoma.- Provo veramente a immaginareuna simile apocalisse e un brivido mi fa rizzare i peli. -Ma Ezio ti ha bloccato.- -Sì, è vero, nei pressi di Mauriac, i cosiddetti Campi Catalaunici.- -Tu Ezio lo conoscevi.- commento. -Sicuro. Era stato ostaggio di mio nonno Rua e abbiamo giocato insieme.Da noi ha imparato tanto. Tanto da limitarsi a sconfiggermi, non adannientarmi. E questo è stato un errore ben calcolato.- -Ben calcolato?- ripeto attonita. -Non hai idea, vero? Orbene, prova a immaginare il grande generale Ezioche sconfigge definitivamente i barbari: al suo rientro in patria si sarebbetrovato senza lavoro. Io gli servivo. Gli ero indispensabile per mantenere suRoma la spada di Damocle dei barbari da combattere.- Annuisco e convengo conlui, pensando al medesimo comportamento, anni prima, di Flavio Stilicone controAlarico. Ezio e Stilicone, i due generali romani che, scontratisi con ibarbari, li hanno sconfitti ma non messi in rotta. Il tarlo del dubbio mi siinsinua nella mente e fisso il volto di quell'Unno fiero e selvaggio. -È per questo che sei sceso fino alle porte di Roma?- -Errore. Non ci sono mai arrivato a Roma- ricorda con amarezza. -Mi sonofermato a Milano e lì è giunta l'ambasceria dall'Urbe.- -Già, niente po po di meno che il papa, Leone I Magno.- Corruga la fronte ecommenta: -Magno? Quell'uomo l'avete appellato Magno?- -Non avremmo dovuto?- -E cosa avrebbe fatto per meritarsi simile titolo?- -Ti ha fermato mostrandoti la croce.- Scoppia a ridere digusto ed io rimango perplessa, incredula dinanzi al suo comportamento a dirpoco blasfemo. -E solo per questo l'avete chiamato così?- balbetta continuando a ridere.-Io a Roma non ci sono voluto arrivare, perché si diceva che Alarico, una voltagiunto nell'Urbe, sia morto. Non volevo fare la stessa fine. Per questo motivo,quando ho visto arrivare il papa, l'ho incontrato sulle sponde del Mincio.- -Cosa vi siete detti?- domando curiosa. Lui sorride e scuote latesta. -Ero già malato, quel male che di lì a poco mi avrebbe condotto allatomba ed ho capito che il suolo italico era letale per la mia salute. È statoquesto a farmi desistere, non la croce nella quale non ho mai creduto.- Sgrano gli occhiincredula e mormoro: -Quindi, tu sostieni che non fu papa Leone a convincerti a non violareRoma, bensì solo la tua superstizione.- -Con l'aggiunta di un lauto tributo che mi sono guardato bene dal rifiutare.- -Ma allora…- -E allora se ne raccontavano di frottole.- ribatte scherzoso. -E tutti acrederci.- -Ma tu… Se non fossi stato malato, a Roma ci saresti venuto?- -Chiaro. C'ero stato da giovane, come ostaggio e la sua bellezza mi èrimasta nel cuore. Sì, ci sarei tornato molto volentieri.- -Ti è mancata l'occasione. Meno male.- Lo vedo annuire esorridere e mi fa un cenno con la mano, salutando: -Se sei qui, lo devi solo a me, a nessun altro.- Percepisco la frecciataindirizzata a papa Leone e provo a ribattere, quando mi rendo conto che l'immagineè tornata a essere piatta, fredda e rimango, a dispetto di tutto, a boccaaperta, muta testimone di un evento che, probabilmente, ha cambiato il corsodella Storia. |
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(Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689) Il freddo a Roma, quandodecide di farlo sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle bassetemperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lostrato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandotiperenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quelloindicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quantostabilito dal mercurio dentro la colonnina.
-Tu…- balbetto e non per ilfreddo, -sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che hadominato durante la guerra dei trent'anni.- Sogghignacome un maschiaccio e appare ancor più bruttina di quello che è. -Sì, e aggiungerei che mi halasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su uncampo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.- risponde con malcelatosarcasmo. -Ma ti ha lasciato con tua madre,una principessa Hohenzollern di Prussia.- Fa uno scattocon la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come eraapparsa, in un tintinnare dolce di campanellini. -Faresti meglio a dire che mi halasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. È statolui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, daferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per nondeluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossiquando sono venuta alla luce.- Percepisconuovamente un sottile sarcasmo nel suo tono e domando: -Per questo ti sei rivoltaall'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna diletto?- -E lo era!- ribatte alzandofieramente il mento. -Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi lacompagnia, sebbene il rapporto intimo con loro mi abbia sempre disgustato. Comesi può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi diattrattive?- Rimangoattonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua ededuco in un sussurro: -Amavi le donne…- -Ovvio.- risponde come se fossela cosa più naturale del mondo. -Mi si è sempre chiesto e comandato dicomportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,-aggiunge insinuante, -la cosa mi allettava non poco.- Laosservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano lagrazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano etrasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini.Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza. -Tu eri figlia di protestante,nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.- Alzale spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la secondametà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo. -E allora? In realtà, non me neimportava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi delrinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, leritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.- -Ma tuo padre morì sul campo dibattaglia per difendere il protestantesimo!- esclamo scandalizzata. -La sua vita era sua, potevafarne ciò che voleva.- risponde con fredda indifferenza. -Io ho sempre di granlunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinavala religione.- Mifissa con alterigia, restringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando: -Vuoi mettere la bellezza ditutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che sicredono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano inguerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la miacorte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori aiprofessori e ne sono stata ben ripagata.- Sentirlaparlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle magliedell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni,facendo bene, aggiungo. -So che sei stata una grandemecenate e la Svezia,sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al paridell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Tutto ciò, però, è andatoinevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.- le rammento. Scoppiaa ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
-Lungi da me simile dubbio.-ribatto e il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane e irrequietaregina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili,cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia. Unacosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uominierano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea disposarsi non le aveva mai sfiorato la mente e il pensiero di avvizzire su untrono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle. La sua salutegracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e leismaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamatadalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede allacorona la faceva stare male. E a sue spese dovette capirlo anche suo cuginoCarlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo incambio sempre secchi rifiuti. All'ennesimo tentativo, Cristina altro non feceche abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, evoltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma. -Il giorno dell'abdicazione,nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.- -No, infatti. Ho dovuto dare unordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!- aggiungeesultante. -Lo stolto di mio cugino era talmente innamorato che mi ha rincorsaper propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Poveroidiota.- commenta scuotendo il capo. Rimangodi ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X! -Di Roma mi attraeva tutto, a partiredalle sue opere.- mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia. Scorgoi suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amantee continua con voce vibrante: -L'Urbe era, per me, unricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo e il solopoter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore efortificava l'anima.- -Sì, posso capirlo.- convengotrattenendo l'emozione. -Le basiliche per me erano solomeravigliosi musei, altro che luoghi di culto!- Sgranogli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti,l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è checondivido la sua visione. Tuttavia questa donna, toccata dall'arte, dallabellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele espietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima dellasua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietàper nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorchéle giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante. -A Roma hai gettato le basi perun'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.- -Già. Ho sempre amato circondarmidi uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte midispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono diDio. Così come le belle donne romane.- aggiunge ammiccante. Rimangoimmobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passomisurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi e inquell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperialee medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustroe belletto a una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima edella cristianità dopo. Vedo scalpellini intorno alle fontane e alle scalinate,sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchiche sfiorano la tracotanza e il popolino che neppure li vede, avvezzo a scenesimili. -Allora?- mi chiede ritraendo lamano. -Non era magnifica?-
-Sì, come sempre. Anche inmomenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu,nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e deiPolacchi.- Reprimeun gesto di stizza e fa un cenno vago, come a sottolineare che non volevaneppure sentirne parlare. -Dovevo pur fare qualcosa, no?Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel postosbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbescegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.- -Ho veduto il tuo catafalco in S.Pietro.- Lavedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico: -Il mio testamento parlavachiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.- Sorridocondiscendente e inarcando le sopracciglia le faccio notare: -Vedila così: S. Pietro non ècerto un luogo comune dove venire inumati.- Sbuffae porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa diinintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo e annuisce. -E sia. Sono pur sempre unaregina.- commenta con vana superbia. -Di spessore notevole.- La vedo chinare la testa in segno diaccettazione e un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializzaun cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacché a cassettae due dietro la carrozza. Rimango incantata dalla sontuosità della scena e vedoun cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge lamano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito doposvanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma,incredula dinanzi a ciò che ho visto e volgo lo sguardo al cupolone che svettadinanzi a me in tutto il suo splendore. |
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(Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849)
A Roma non piove molto, maquando il cielo decide che è ora di piangere, manda giù tanta di quell’acquache noi romani diventiamo scemi. No, non scherzo. Noi siamo avvezzi al sole, cicrogioliamo sotto la sua luce e non conosciamo nebbia, neve, bora né nubifragi.Siamo un po' come le lucertole, usciamo solo con il bel tempo e, visto che c'èsempre il sole, usciamo sempre. Ma quando piove… Quando piove e siamo costrettia mettere il muso fuori di casa causa lavoro, noi romani impazziamo. Se con ilsole siamo soliti usare gli autobus e la metro, con la pioggia montiamo tuttiin macchina, terrorizzati all'idea che una singola goccia d'acqua possabagnarci. E allora vedi l'Urbe divenire un'immensa pozzanghera, straripare diautovetture in fila per ore per giungere a destinazione, con gli automobilistiche smadonnano e si insultano reciprocamente, dando la colpa al tempo se fannotardi. È follia, ma è sempre così. Quando piove, Roma va in tilt. Figuriamocise dovessero scendere due fiocchi di neve…
-Ciceruacchio!- Lui si volta a guardarmi esorride, illuminandosi in quel volto rotondo che ispira fiducia e tranquillità -Ma tu guarda 'sti romani di oggi!- esclama con il suo forte accentoromanesco. -Ai tuoi tempi era diverso.- -Lo puoi dire forte, ragazza mia! E non c'era neppure questo rumoreassordante al quale voi vi siete assuefatti. Tutt'al più si potevano udire glistrilloni in Campo Marzio, o a piazza Navona, o lo stridio delle ruote dellecarrozze sul selciato oppure il calpestio degli zoccoli dei cavalli. Tuttoquesto…- e fa un gesto con la mano, -roboante rumore non c'era.- -Si viveva meglio, eh?- commento divertita dalla sua aria schifata. -Eccome!- Esito un attimo, quindiabbasso il mio ombrello e mi accorgo che la pioggia devia, non mi tocca, comese fossi coperta da una invisibile campana di vetro. Come al solito la gentenon ci vede neppure e torno a guardare lui, con quei suoi baffoni scuri e quelpizzetto che quasi fanno sparire la bocca. -Perché il soprannome Ciceruacchio?- domando curiosa. -È una corruzione di ciruacchiotto, ossia cicciottello. Ed io lo sono semprestato, fin da piccolo.- -Tu sei nato e vissuto a Roma in un periodo un po' turbolento.- ricordo. Scuote la testa annuendo esi accarezza il ventre prominente. -In effetti, dopo la rivoluzione francese, si annusava in giro aria di ribellioneovunque.- -E tu ti sei dato da fare.- Lo vedo corrucciarsi escurirsi in volto, quel volto rubicondo che i romani avevano imparato ad amaree rispettare, nonostante fosse solo un semplice oste. -Con il mondo che cambia, che riscatta la sua libertà, secondo te cosa avreidovuto fare? Starmene con le mani in mano?- Non rispondo, consapevoleche ha ragione. È destino che alcuni uomini sentano maggiormente il richiamodella Storia, seppur inconsapevolmente, e lui è uno di questi. Non a caso,durante la Repubblica Romana,si diede da fare per far passare armi e vettovaglie ai combattenti e al popolodi Roma. -So che i romani hanno sempre guardato a te come il portavoce dei lorosentimenti.-
Sgrano gli occhi e chino latesta di lato, incredula. -Tu… hai eletto il nuovo papa?- esclamo. -Ma no! Certo che no!- risponde quasi offeso. -Con l'avvento di Pio IXMastai Ferretti, mi feci portavoce del malcontento popolare e riportai con lamia dialettica diretta, priva di retorica, tutta l'ansia dei romani che datempo attendevano riforme.- Espiro, inconsapevole diaver trattenuto l'aria e subito dopo sorrido. Be', capita di fraintendere… -Addirittura,- riprende con il suo vocione, -ho ringraziato pubblicamente ilnuovo papa per aver concesso la libertà ad alcuni prigionieri politici ed hoofferto da bere nella mia osteria. Ah, sì…- sospira e un velo di malinconiaricopre i suoi occhi attenti. -Che festa abbiamo fatto… Fino a sera tardi, allume delle torce e delle fiaccole, tutti a bere e cantare e mangiare:sembravano tornati i bei tempi andati.- Rimango in silenzio,domandandomi a quali bei tempi si riferisse e, a dispetto della mia ricercanella memoria, non trovo nulla che possa definirsi tale. Forse è solo un suosentimento personale. Di certo l'Italia non percorreva un buon periodo, vistala dominazione francese e austriaca. -A Porta del Popolo, poi,- continua con aria estasiata, -abbiamo acceso unfuoco enorme, richiamando tanti di quei romani che tu non puoi immaginare.- Sogghigno sotto i baffi,immaginando un concerto dei Queen, o dei Led Zeppelin, o dei Pink Floyd eneppure rispondo, lasciandolo crogiolare nel suo ricordo. E in quel lasso ditempo mi rendo conto di quanto possano essere cambiati i tempi nel volgere diun solo secolo, stravolgendo le abitudini e lo stesso pensiero. -Ma poi qualcosa è cambiato.- noto. China mestamente la testaal ricordo bruciante e si morde le labbra. -Avevo riposto grande fiducia nel nuovo papa, tanto da sperare fino all'ultimoche avrebbe veramente cambiato le cose. Ma quando è fuggito, facendo crollareanche la Repubblica Romana,ho aperto gli occhi.- -Non poteva essere il successore di Pietro il riformatore, vero?- -No.- ammette controvoglia. -E l'ho capito a mie spese. È fuggito abbandonandoRoma nelle mani dei francesi. Ti lascio immaginare gli avventori della miaosteria: indignati, offesi e furiosi era a dir poco. Io con loro.- Annuisco, eppure non so seriesco a capire pienamente il suo stato d'animo. Di certo non deve essere statofacile vivere in quel periodo di stravolgimenti emotivi. Da una parte la Francia che insegnava conla sua rivoluzione e con l'avvento di Napoleone, dall'altra l'Austria e la Prussia con le loro ancorsolide radici nel medioevo, impermeabili a qualsiasi capovolgimento,insofferenti a ogni riforma e ognuna di loro con basi stabili, o semistabili,in Italia. In effetti, noi giovani di oggi, cosa possiamo sapernedell'occupazione, delle restrizioni, dell'impossibilità di esprimere le proprieopinioni, della morte che si annida dietro ogni angolo che si può svoltare?Salvatore Quasimodo ne sapeva qualcosa e la sua meravigliosa "Alle frondedei salici" è lì a testimoniarlo. -Anche tu sei fuggito.- -Be', a dir la verità, visto come si mettevano le cose, ho preferito seguireGaribaldi… Hai presente Garibaldi?- domanda con aria da inquisitore. -Eh, sì.- sospiro annuendo. Mi fissa a lungo, come sela mia espressione non gli piacesse e provo a piegare le labbra in un sorrisoamichevole. -Aho, regazzì,- mi riprende alzando l'indice come un maestro e agitandomelosotto il naso, -guai se ti vedo deridere il nostro Garibaldi. Non te lo permetto.- -Non lo permetterei a me stessa.- ribatto. -So bene chi fosse Garibaldi e neho profondo rispetto, nonché stima.- -Ah, be'.- commenta compiaciuto. Lo vedo rilassarsi in voltoe porta le mani dentro le tasche del panciotto, con aria soddisfatta. Rimango a osservarlo, inattesa che continui il racconto e, quando si rende conto del mio prolungatosilenzio, mi fissa e chiede brusco: -Be'? Che hai da guardare?- Esito, non sapendo benecosa dire, quindi rispondo: -Guardo un eroe romano.- Quella risposta lo compiacee sorride beota. -Be', forse hai ragione.- risponde. -In finale, ho dato la mia vita per Roma,per la sua libertà. E con me l'hanno data i miei due figli, il più grande e ilpiù piccolo, poco più di un bambino.- -Sì, ricordo. Gli austriaci non hanno avuto pietà di un ragazzino.- -Già- ringhia con espressione furiosa. -Ci vuole coraggio a fucilare untredicenne mingherlino.- Avverto il sarcasmo econvengo con lui. Non deve essere facile affrontare la morte a viso aperto,figuriamoci poi se al fianco ti ritrovi con due figli che debbono fare la tuastessa fine. Me lo immagino, Ciceruacchio, provare a coprire con il suo corpomassiccio il figlio minore, nella speranza di salvarlo dal plotone diesecuzione.
-Purtroppo. E pensare che quando ero partito, speravo di contribuire allasua liberazione. Sai,- mormora sconsolato, -con Garibaldi volevo dare una manoa Venezia che resisteva agli austriaci, ma ci siamo dovuti fermare al Delta delPo, per sfuggire alle vedette nemiche. Abbiamo chiesto rifugio ai connazionali,ma quei bastardi di italiani, anziché aiutarci, ci hanno denunciato agli austriaci,i quali hanno provveduto a fucilarci senza perdere tempo. Comprendi? Noi,italiani che volevamo scacciare gli oppressori, denunciati dai nostri stessiconcittadini! Roba da non credere.- Scuoto la testa come lui,pensando che fosse normale per gli italiani dell'epoca, divisi per secoli, nonprovare un sentimento di unità nazionale. Troppo diversi. Troppi dialettidiversi. Troppe frontiere. Ma, chissà perché, questo solo pensiero non miconsola dinanzi alla vista di italiani che tradiscono gli stessi italiani.Quello che mi colpisce e mi ferisce, è che oggi, tutto sommato, la pensiamoancora come quei contadini del Delta del Po. -Oggi, però, riposi al Gianicolo.- lo consolo. Sorride e in un gestoaffettuoso mi dà un buffetto sulla guancia. -Aho, regazzì, e mica è da tutti!- Rido della sua romanità e inquel momento sento la pioggia inumidire la tesa. Alzo lo sguardo e mi bagno ilvolto, ricordando che avevo chiuso l'ombrello perché riparata dalla presenza diCiceruacchio. Quando mi giro per salutarlo, non c'è più e la pioggia sul mioviso mi sembra all'improvviso come un pianto silenzioso per tutte quelle vitedonate per un ideale che oggi nessuno sente più. |
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Post n°181 pubblicato il 05 Novembre 2011 da Nezumina
Ed ecco la presentazione del romanzo "L'ombra della ginestra", andata in onda ieri sera su Radio Autori Emergenti. Buon ascolto! http://it.1000mikes.com/app/archiveEntry.xhtml?archiveEntryId=252526 |
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Post n°180 pubblicato il 02 Novembre 2011 da Nezumina
Non è facile leggere ad alta voce e l'emozione è stata grande, ma ringrazio comunque Irene. |
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Post n°179 pubblicato il 26 Ottobre 2011 da Nezumina
Monica Valentini èautrice de Il Condottiero, l’ultimaopera presa in esame all’interno di questa trattazione. Come si è avuto modo divedere, questa biografia romanzata intraprende una via che potrebbe esseredefinita anti-mitica, nel senso che si pone nella direzione opposta al filoneche ha creato e alimentato il mito borgiano. L’autrice affronta l’osticotema della vita del Valentino dal punto di vista storico, cercando ditralasciare tutte le vicende inventate o romanzate nel corso del tempo suCesare Borgia; dunque sarà opportuno ed interessante scoprire fino a che puntoella ha raggiunto il suo obiettivo, conoscere le difficoltà incontrate duranteil percorso e sapere il motivo che l’ha spinta a scrivere ancora una volta,dopo tanta produzione letteraria diffusasi nel corso dei secoli, di questopersonaggio così misterioso. Per far ciò, dopo aver letto il libro edanalizzato il testo, uno strumento privilegiato è senza dubbio l’intervistadiretta all’autrice. Monica Valentini si è prestata molto gentilmente arispondere ad alcune domande, che verranno qui riproposte fedelmente,ringraziandola per la sua disponibilità. Come le è venutal’idea di scrivere un romanzo su Cesare Borgia? A dire il vero, all’inizio non pensavo affatto di scrivereun romanzo su Cesare Borgia; mi limitavo a leggere. Ma quanto più leggevo,tanto più prendevo coscienza delle varie interpretazioni che ogni autore davaal singolo personaggio di casa Borgia e a quel punto mi sono detta che, forse,bisognava fare un po’ di luce basandosi sui documenti arrivati sino ai nostri giorni. In che modo haconosciuto il Valentino? In un modo “moderno”: uno sceneggiato TV intitolato “IBorgia”. All’epoca ero ancora adolescente e rimasi folgoratadall’interpretazione di Oliver Cotton, tanto che iniziai immediatamente acollezionare libri e romanzi sui Borgia. Cosa l’ha colpita diquesto personaggio storico? All’inizio sicuramente l’alone di mistero, che tuttora loavvolge. In seguito la scoperta che, precursore dei tempi, desiderava creareuno stato unito per contrapporlo alla crescente potenza di regni come laFrancia e la Spagna. Cosa l’ha spinta adintitolare il suo romanzo “Il Condottiero”? Il semplice fatto che Cesare Borgia, in fin dei conti, èstato un principe condottiero, uno di quelli che, come si direbbe oggi,combatteva in prima linea. E, nondimeno, perché l’aiuto concessogli dal re diFrancia era l’equivalente di una condotta, seppur personale. Che studi haaffrontato per la stesura del libro? Ho letto molti testi, a partire dalla “Lucrezia Borgia” delGregorovius e della Bellonci, al “Cesare Borgia” del Fusero e del Sacerdote,alla “Roma dei Borgia” di Apollinaire, al “Principe” di Machiavelli e viadicendo. C’è un particolareche ha trovato di frequente nelle sue fonti che l’ha colpita maggiormente? Sì, che si passa dall’adulazione alla maldicenza, secondo isentimenti di chi scrive, senza tentare una minima interpretazione deidocumenti. Che spiegazione si èdata dell’esistenza di un così diffuso mito nero sul Borgia? L’unica spiegazione plausibile, a mio avviso, sta nella mancanzadi fonti, ossia, i documenti ci sono, ma in numero così esiguo che si fa faticaa cercare di ricostruire la realtà. Del resto, se i Borgia fossero riusciti nelloro intento, oggi apparirebbero sotto una luce aurea. Ma tant’è: guai aivinti, perché la Storia la scrive chi vince e in questo caso ha vinto GiulioII, osteggiando prima e poi abbracciando e proseguendo la politica diAlessandro VI e del Valentino. Sente di averricostruito una biografia piuttosto fedele? Ritiene di aver restituito giustiziaalla realtà storica, oppure teme diessere caduta in una delle intricate maglie che costituiscono la leggenda deiBorgia? Sui Borgia esiste tutto e il contrario di tutto; nonostanteciò spero, onestamente, di essere riuscita a riportare solo i fatti, sebbenedebbo ammettere che la figura di Cesare Borgia eserciti su di me un certofascino. A differenza di altriromanzieri, lei non fornisce nessuna risposta, ma preferisce insinuare deidubbi riguardo ad alcune vicende controverse. Come mai ha fatto questa scelta? Quando si decide di scrivere una biografia, sebbeneromanzata per renderla più accessibile al grande pubblico, non si dovrebberoscrivere falsità, bensì attenersi a quello che si sa per certo, senza scenderenel sensazionale. Ho volutamente lasciato in sospeso alcuni lati oscuri dellafamiglia Borgia, proprio per mancanza di fonti certe. Che rapporto immaginaci sia stato tra i vari membri della famiglia Borgia? Un immenso amore familiare. Chi ritiene esserel’assassino di Juan di Gandía? Probabilmente non lo sapremo mai con certezza e fintanto chenon salterà fuori un documento vero, preferisco pensarla come Alessandro VI:gli Orsini. Chi pensa sia statoil colpevole dell’omicidio di Alfonso d’Aragona? Considerato il momento politico che stava attraversando laChiesa, le varie alleanze suggellate in quel periodo verso la Francia, ritengoplausibile che il mandante fosse Cesare Borgia. Non dimentichiamo che Lucreziaera stata data in sposa al principe spagnolo prima che la scelta politica delValentino e del papa ricadesse sulla Francia; pertanto il legame con la Spagnaandava reciso. Nulla di personale come si vuol far credere, bensì solo unfreddo calcolo delle circostanze. A suo parere cosarappresenta Cesare Borgia nel quadro della storia rinascimentale italiana? Enella letteratura italiana estraniera? Nel quadro del Rinascimento ha rappresentato una meteora, unsogno che, se avverato, avrebbe forse cambiato il nostro paese: da terra diconquista perché lacerato in tanti potentati che si facevano guerra tra loro, astato forte e autonomo. Non ci sarebbero state invasioni né dominazioni e nonci sarebbe stato un Risorgimento per liberarci dagli austriaci. Nellaletteratura, a mio avviso, ha contribuito a creare il fascino del “bello edannato”. Quanto influito ilmito nero di Cesare Borgia nel suo interessamento a questo personaggio storico? Molto. Ma è un nero che si sta schiarendo e di questo nonposso che esserne felice. ... Ringrazio infineMonica per aver scritto un libro sincero sul Valentino, per aver risposto allatimida mail di una sua lettrice, per aver voluto instaurare un rapporto serenoe splendido con la sottoscritta, per l’infinità di consigli che mi ha dato, peressere sempre arrivata al momento giusto con l’aiuto giusto, per essere cosìtanto disponibile e gentile da volere, ancora una volta, condividere con me lagioia di questa tesi. A lei devo molto: ha letto tutti i miei dubbi ed i miei pensieriarzigogolati su Cesare ha risposto a tutte le mie domande ed alle miecuriosità, ha parlato a lungo con me di una passione che ci accomunariempiendomi di splendidi doni. 25 ottobre 2011,Chieti. Università degli studi “G. D’Annunzio”, facoltà di Lettere e Filosofia.Corso di Laurea magistrale in Linguistica, Filologia e traduzioni letterarie. Maria Iezzi. |
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Ed è mentre sfoglioquesto libro impolverato, sottolineato a matita, che lo sguardo mi cade su quelviso appuntito, su quegli occhi sottili, su quei baffi spioventi e sussultoquando lo vedo mutare espressione e fissarmi in cagnesco. Dopo il primo momentodi sorpresa, sorrido divertita e lo ammonisco:
-Già.- risponde scurendosi in volto. -Alla morte di Galla Placidia e diTeodosio, il tributo che i due nuovi imperatori dovevano continuare a mandare èvenuto meno. E da Costantinopoli giunsero ambasciatori a mani vuote. A manivuote, capisci?- ripete indignato, come se l'affronto gli bruciasse ancora.
Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi èavvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come ilsorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciatada un lieve tintinnare di campanellini attaccati a una slitta trainata da magnificicavalli bardati. Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco involontariamente e mistringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantinobruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da unacuffia ingemmata. Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa reginaCristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire astabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere,munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale nonsi sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che lanatura le aveva negato di essere.
Sbatto le palpebre e rispondo:







Inviato da: Nezumina
il 27/01/2012 alle 10:04
Inviato da: sergioemmeuno
il 27/01/2012 alle 08:22
Inviato da: sergioemmeuno
il 24/11/2011 alle 10:44
Inviato da: sergioemmeuno
il 04/11/2011 alle 00:37
Inviato da: sergioemmeuno
il 08/10/2011 alle 07:51