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Creato da meltea il 12/12/2005

El Quijote

...et puis lutter toujours...

 

 

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Allegoria Di Naufragi

Post n°713 pubblicato il 21 Dicembre 2007 da meltea

Voi non siete niente. Chiunque voi siate, non siete in grado di giudicare chi o cosa sia stato Thomas. Non l’avete conosciuto, e Thomas andava conosciuto. Ma eravate così focalizzati sulla lodevole arte del dare un'opinione che non avete fatto molto caso alla sua presenza, non è così? Anzi, forse non l’avete neanche mai visto. Vi sembrava di vederlo, ma erano gli attimi in cui mentiva e lo avresti detto timido, insicuro, di gran scarsa dimestichezza nella conversazione. Un’ombra insomma. Di quelle che stanno ai lati dei tavoli. Di quelle che stanno infondo alle sale dei cinema. E osservano. Vedono.

Io e Thomas siamo stati due anime gemelle. I romantici a tutti i costi spesso scambiano questa definizione per un sinonimo di amore, ma non è detto, no. Io e Thomas ci sentivamo più come fratelli, gemelli, due persone che anche se non si dicono niente, si ritrovano, si cercano, l’uno scappa, l’altro lo rincorre. Fino a che non ci si trova faccia a faccia: ma i nodi, con Thomas, venivano sempre al pettine senza parlare.

Sapete, era strano. Ma mi dava sicurezza. Rappresentava per me quella cattedrale, quella certezza marmorea che, da quando sono orfana, non ho mai più ritrovato.

Adesso difatti mi sento sola come non mai.

Adesso difatti piango più spesso.

Quello che vorrei è non sentire certi discorsi. Tipo il fatto che se l’è cercata, che lo sapeva…come se si potesse sempre saperla tutta, quando non c’è millimetro in questo grande mondo perverso che non contenga un dubbio, un mistero. E Thomas lo sapeva bene come lo so io. Mi diceva spesso, tranquilla, è tutto sotto controllo. Erano le volte che mi preoccupavo di più, ma era una frase che gli piaceva ripetere, gli piaceva il suono. Tutto sotto controllo. Gli piaceva crederci. Crediamo veramente a tutto pur di sopravvivere.



Che si smetta di dire che Thomas nell’acqua la prima volta a fondo c’andò di proposito.



Perché Thomas per le grandi distese di acqua provava al contempo fascino e paura, una paura paralizzante, un crampo mentale. Credo lo mandasse in ansia il non vederne la fine: i mari, gli oceani: terminano nel punto dove brilla il sole e gira la terra, impedendoti di vedere tutto. Ed il tutto si riassume in una risata beffarda, l’orizzonte.

Quando Thomas si trovò a che fare con l’acqua per la prima volta era già grande. Se la trovò davanti, ma era un periodo in cui non riusciva a guardare più in là del suo naso e non vide, non capì. Mi diceva sempre, ed era convinto, che l’avrebbe passata un giorno, che avrebbe visto l’altro lato senza stancarsi, che l’avrebbe percorsa tutta a nuoto. Gli dicevo, bada bene, calcola le forze: tu non sai dove stai andando. Quanto gli dette fastidio quella volta, mi aggredì, fu la prima e l’unica volta. Mi disse perfino che dovevo farmi i fatti miei, quando sapeva benissimo che i fatti miei erano anche i suoi. È che Thomas dell’acqua sentiva il fascino. Un fascino profumato, inebriante: fin dalla prima volta. È strano, non riuscirei a descrivere cosa fu quella prima volta: certi giorni il pensiero di una nuotata nel vuoto lo mandava in estasi, certi altri veniva da me dicendomi di ucciderlo. Caro vecchio fratello mio, che gli dovevo dire?



Forse gli avrei dovuto dire la verità.

Avrei dovuto spiegargli attentamente quel che io stavo vedendo. Quel che quella strana passione gli stava facendo.

Lo stava cambiando.

Il Thomas che ebbi davanti i giorni che precedettero la prima impresa era simile a un corpo di metallo malleabile, continuamente sottoposto a pressioni, botte, come se un pendolo lo colpisse forte a intervalli regolari, come se il metallo si modellasse di conseguenza. Certe cose le vedi. Non che Thomas non fosse quell’uomo forte che avevo conosciuto e che conoscevo, ma in cuor mio sapevo che non sarebbe andata bene. Glielo leggevo negli occhi: moriva di paura. Gli ultimi giorni aveva le palpebre praticamente sempre a mezz’asta, pareva mezzo intontito, conversava a monosillabi, non mi guardava negli occhi. E se un attimo provavo io a guardare nei suoi, allora dovevo far appello a tutta la mia razionalità per non cadere io nel panico. Perché quel che Thomas amava era una cosa troppo profonda, anche per l’amore stesso. E con tutta la forza che aveva nei bracci, non sarebbe riuscito a vincere quella sottile sensazione di vortice, di sospensione, di magone che l’alto mare, se nuoti da solo, ti dà. Se non sei più che accorto ti ritrovi a bere, a bere acqua. Ti ritrovi con la testa sotto. Respiri e sei sotto. Sempre più sotto. Fino a che il panico non cessa. E allora non sei più.



Dopo l’ospedale, dovetti faticare per tenere Thomas lontano dall’acqua. Lo portai a Parigi, là conducemmo una strana vita, ma negli ultimi mesi parve quasi guarito. Non parlava più di mare, non parlava più di nuoto: ce l’ho fatta, mi dissi. Il mio guaio è che mi rilasso troppo presto, fa parte del mio carattere, sono un’ottimista di natura. Credetti che Thomas fosse guarito. Gli dissi, pensa ad altro, trovati un lavoro, torna a casa. E vedrai che la vita cambierà.

Mi parve un buon consiglio.

Thomas poi mi pareva molto per la quale. Aveva visto la morte in faccia, signori miei, e non era un incosciente. Poi, il fatto che non raccontasse a nessuno quel che aveva passato, quel che aveva sentito, beh va da sé. Thomas non sbandierava mai niente. Anzi, era una persona molto chiusa, un falso estroverso, come me. Sembrava sempre di saper tutto di lui, poi di colpo gli trovavi il punto debole: allora lui si ritirava, faceva come le chiocciole se gli tocchi le antenne, diventava freddo. Per questo tra noi le cose sono sempre andate bene, io non gli ho mai chiesto niente, io capivo. E capivo la sua passione, mi faceva rabbia l’averlo visto macerarsi così, gli volevo bene- capite?

Insomma, trovò lavoro. Riaccomodava le casse ai supermercati. Una cosa pragmatica.

E la prima volta che si trovò di nuovo a contatto con l’oceano- e stavolta fu l’oceano- di nuovo la prese bene: no, non aveva intenzioni di fare niente, aveva già rischiato la morte una volta, rideva, non voleva fare la fine del topo, ed io con lui, bravo, sei diventato saggio.

Ma la gente come Thomas va letta come si leggono i misteri. Diceva di non essere interessato, eppure parlava continuamente di quel mare. L’oceano, in confronto al Mediterraneo, era freddo, grigio, gelido, diceva. Non incoraggia. Poi però ne vantava le qualità, il fascino, l’odore. Ogni giorno, non passava giorno che non ne parlasse, arrivava perfino a dargli una personalità, un volto umano: oggi è giù di corda, diceva, oggi è meraviglioso.

Credo che Thomas fosse innamorato dell’oceano. So che è difficile da capire e non vi sto chiedendo di provarci. La sua storia è stata un continuum in questo crudele amore non corrisposto tra lui e le grandi distese d’acqua.

Ma aveva troppa paura. E questo sentimento lo torceva, lo contorceva, se ne stava giorni interi a letto, quando non lavorava e quando lavorava faceva incidenti d’auto, perché non c’era con la testa. Lo vedevo chiudere gli occhi e inspirare profondamente. Ed era un segnale, in quel momento ovunque egli fosse ne stava sentendo il profumo. Allora io gli dicevo, attento, non…ma mi zittiva subito. No, diceva. Non stavolta. E lo diceva serio.

Il giorno in cui si sparò è morta una parte di me. Rinnovo il dolore ogni volta che parlo di lui, ed al contempo è un piacere ricordarlo perché per me è stato tanto. E non sarei quella che sono senza di lui. Il giorno in cui mi dettero la notizia, m’immaginai, quando fui pronta per pensare, a quante cose non avevo visto, neanche io. A quanti giorni passati nella sua stanza, a piangere. Avrei dovuto capirlo, ma sono i sensi di colpa degli amici dei suicidi, ne ho sentite, ne ho lette. Ciononostante stava a me capire, quando veniva da me implorandomi di ucciderlo, scherzava sì, ma in parte. Forse neanche io riuscivo a capirlo così bene come credevo. Avrei voluto che si aprisse di più. Avrei voluto, per lui, un amore più calmo, una passione meno invadente, meno strana. Una vita meno dolorosa. Un carattere meno profondo. Ho tutto sotto controllo, e non controllava un bel niente, neanche lui.



Ma spreco fiato. Delle parole che ho scritto lo so che ne capirete la metà.

Buon per voi.

 
 
 
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L'HOMME DE LA MANCHA (PAR JACQUES BREL)

Rêver un impossible rêve
Porter le chagrin des départs
Brûler d'une possible fièvre
Partir où personne ne part

Aimer jusqu'à la déchirure
Aimer, même trop, même mal,
Tenter, sans force et sans armure,
D'atteindre l'inaccessible étoile

Telle est ma quête,
Suivre l'étoile
Peu m'importent mes chances
Peu m'importe le temps
Ou ma désespérance
Et puis lutter toujours
Sans questions ni repos
Se damner
Pour l'or d'un mot d'amour
Je ne sais si je serai ce héros
Mais mon cœur serait tranquille
Et les villes s'éclabousseraient de bleu
Parce qu'un malheureux

Brûle encore, bien qu'ayant tout brûlé
Brûle encore, même trop, même mal
Pour atteindre à s'en écarteler
Pour atteindre l'inaccessible étoile.

 

FRANCE E DINTORNI

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CESARE PAVESE, POESIE

You, Wind Of March

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda -
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
- anemone o nube -
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi più non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d'aurora.
Sangue di primavera,
tutta la tetra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose -
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell'attesa di te.
E', il mattino, è l'aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

VERRà LA MORTE E AVRà I TOUI OCCHI

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 

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DOROTHY ROTSCHILD PARKER CAMPBELL

Poetess (1893-1967)

Testament
 

 

Oh, let it be a night of lyric rain
And singing breezes, when my bell is tolled.
I have so loved the rain that I would hold
Last in my ears its friendly, dim refraln.
I shall lie cool and quiet, who have lain
Fevered, and watched the book of day unfold.
Death will not see me flinch; the heart is bold
That pain has made incapable of pain.

Kinder the busy worms than ever love;
It will be peace to lie there, empty-eyed,
My bed made secret by the leveling showers,
My breast replenishing the weeds above.
And you will say of me, "Then has she died?
Perhaps I should have sent a spray of flowers."

 

 
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