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Creato da montanariantonio il 01/01/2006
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Silvia Ronchey nelle recenti "Vite più che vere di persone illustri" (raccolte sotto il titolo de "Il guscio della tartaruga"), lo chiama "un aristocratico del pensiero" perché così ritiene che lui si considerasse. E lo riassume in questi termini: "François-Marie Arouet fu un avvocato, un libertino, un detenuto, uno speculatore, un viaggiatore, un polemista, un cortigiano, un filosofo, un commediografo, un tragediografo, un narratore. Si chiamò anche Voltaire".
Forse il problema di tutte le biografie sta qui, in quell'essere "anche" quello che poi una persona appare ai posteri.
L'editore di Ronchey spiega alla fine del libro il senso del titolo ("Il guscio della tartaruga"): il guscio è più largo del corpo della tartaruga ed è coperto da un mosaico di scaglie. "Anche queste vite sono un mosaico".
Come (aggiungiamo) forse quelle di tutti noi. Il guaio della Storia è che spesso delle vite ordinarie si perdono le tessere, e nessuno si cura di recuperarle.
Per le esistenze straordinarie, invece, si fa a gara a cercar etichette. Ronchey insegna che è meglio abbondare nell'elenco.
Giorello, che bisogna adottarne una per semplificare le cose, usando l'immagine più semplice e per questo efficace.
Invece Romano cancella tutto il nuovo che la nuova filosofia dei nuovi filosofi del Settecento suggerisce. Il "giornalista Voltaire" agli occhi di Romano ha però una missione politica da compiere, quella di insegnare a contemporanei e posteri il valore della tolleranza, negata dal processo a Jean Calas, accusato d'aver ucciso il figlio per non farlo convertire alla fede cattolica, e poi condannato a morte.
Recente è anche l'edizione del trattato curata da Sergio Luzzato, in cui si racconta come nel 1949 esso divenne un "testo di riferimento" dell'allora Pci, per la traduzione che ne fece Palmiro Togliatti.
Lo storico Luzzato scrive un'intelligente pagina provocatoria che conclude efficacemente: "il paradosso italiano di un Voltaire confiscato dai comunisti", deriva dalla "relativa indifferenza (per non dire l'altezzosa sufficienza) con cui il liberalismo nostrano", tutto "impregnato di umori spiritualisti", aveva guardato "alla materialistica epoca dei Lumi".
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La scuola dei gladiatori di Pompei è crollata. Forse un giorno si saprà se per colpa della ministra Gelmini, intenta a favorire i gracili figli della Lega o le muscolose ragazze in fiore del suo partito. Alcune di loro si esibiscono già nelle arene tv con la grinta ridicola di chi sostiene tesi infondate. Come quella sui colpi di pistola indirizzati al direttore di un quotidiano filogovernativo, Belpietro. A sparare è stato soltanto il capo-scorta del giornalista. E non si sa ancora contro chi.
Nella scuola pompeiana si radunava la maschia gioventù portata poi ad esempio per i giovani italiani nel Ventennio. Sono nato nel 1942 e sono stato soltanto figlio della Lupa. Me ne è bastato perché le prime immagini che ricordo sono quelle della guerra appena conclusa. Non so quali memorie conservi chi ha vanamente proposto di far cantare a Sanremo, da qualche gladiatore d'avanspettacolo magari in mutande di pizzo, l'inno fascista intitolato "Giovinezza". In mutande di pizzo e con trucco pesante da gladiatore suonato, farei salire sul palcoscenico del festival canzonettaro il principino ballerino di Casa Savoia.
Per gli esperti ci sono indicatori precisi con cui misurare il grado di evoluzione della società. Da questo paniere culturale vorrei buttar via parecchie cose imposte a tutti con i soldi di tutti per far fare bella figura a pochi: dai plastici dei vari delitti che esibisce Bruno Vespa, ai cretinismi delle notizie offerte dai tg con resoconti annacquati e verità dei fatti sterilizzata.
Seguirei i suggerimenti dell'Onu per calcolare l'Indice di Sviluppo Umano 2010: oltre il prodotto interno lordo, ci sono pure scuola e salute. E poi ascolterei volentieri dibattiti in tv su queste parole del governatore di BankItalia, Mario Draghi: "I giovani pagano la crisi", per cui occorre dare loro una prospettiva di certezza con un posto fisso ai precari. Che ora sono quasi sei milioni.
Obama ha perso le elezioni, e se ne è assunto la responsabilità. Da noi non usa. Piero Ostellino ci spiega che le idee di Obama sono sbagliate: soltanto il Partito del The capisce i bisogni dell'individuo. Lo scrittore Moisés Naìm ritiene invece che se esso governasse, ad Africa e Asia andrebbero meno aiuti con conseguenze drammatiche.
Giuseppe De Rita per l'Italia si accontenterebbe di un governo dei miti. Che non sono il plurale di mito. C'è già chi si considera tale. Ed ha fatto scuola. Bersani lontano dai giovani del Pd sembrava un vecchio gladiatore. [1015]
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Un filosofo americano, Daniel Cloud, su "Il Sole 24 Ore" di oggi spiega che alla base della crisi economica odierna c'è "l'ideologia pseudoscientifica" di chi ha promesso qualcosa d'impossibile, ovvero ha mentito. C'è la tracotanza di chi si è legato "alla falsa sicurezza di una presunta scienza che non funziona". Una scienza in mano a dei "pazzi" che potevano dire in pubblico qualsiasi cosa "senza conseguenze".
Daniel Cloud ci invita insomma a riscoprire il valore (reale) delle idee. Spesso considerate astratte, e quindi da accantonare se non da disprezzare. Molti le ritengono un accessorio superfluo, se non pericoloso. Ma le gambe degli uomini sono le idee. Senza di esse le società restano immobili.
Anche Barbara Spinelli si occupa delle "menzogne dette per decenni sulle intrinseche virtù del mercato". E lo fa seguendo due itinerari.
Quello più legato alla situazione italiana, arriva ad una conclusione sconsolante ma realistica: se in tutti i governi d'Europa "in parte per pigrizia, in parte per vigliaccheria" prevale la linea di "curare il male con i mali che l'hanno scatenato", il nostro Paese "è più impreparato alla crisi di quanto il potere voglia far credere".
Per cui diamo le colpe agli altri Stati, rivolgendo l'invito all'Ocse di "star zitta" ed ai commissari europei di "lavorare piuttosto che far prediche ai governi". In questo modo, conclude Spinelli, "Berlusconi ammette il disastro" ma lo fa chiedendo "di non renderlo pubblico".
Il secondo itinerario di Spinelli, è quello appunto non dei fatti ma delle idee. Qui la scrittrice richiama un principio fondamentale per la democrazia. L'unico rimedio essenziale è la verità: "chi comincia a dirla già compie metà del cammino". Perché "la verità è un'etica e al tempo stesso un farmaco contro il pensare positivo o negativo", e questo farmaco è il kantiano "dibattito fra opinioni diverse reso pubblico, la rinuncia del potere alla segretezza dispotica".
La "segretezza" del nostro governo si alimenta di tre miti: la crisi è un fatto psicologico e non economico; la crisi è frutto di una disinformazione contro cui il premier (parole di ieri) è tentato di "intraprendere azioni dirette e dure"; infine, alla crisi sbandierata dall'opposizione ("il sistema comunista che vige ancora in Italia"), Berlusconi oppone un gradimento da sondaggio del 66,7% (pochi giorni fa era al 66,4...).
Di "Assalto alla democrazia" parla un titolo nella prima pagina del supplemento culturale "Domenica" del "Sole-24 Ore", in cui Remo Bodei riferisce di un altro filosofo americano, Sheldon Wolin a proposito di un suo libro dedicato alla deriva di questo regime non soltanto negli Usa ma pure in altre parti del mondo.
Secondo Wolin la commistione tra politica ed affari ha generato un "totalitarismo rovesciato". Contro il quale, aggiunge Bodei, si è iniziato a protestare in varie parti del mondo: non per far rinascere la lotta di classe, ma per condannare quella "politica che non ha voluto porre regole certe e controlli rigorosi ai mercati".
Sembra molto significativo che nello stesso giorno, tre autorevoli firme come Bodei, Cloud e Spinelli, ci suggeriscano una riflessione sulla crisi economica avendo come elemento comune la constatazione che l'idea di mercato deve cedere il passo al mercato delle idee, per rimediare ad una crisi globale, provocata da pochi e sofferta drammaticamente da molti.
E a chi non accetta questo mercato delle idee, resta (purtroppo per noi), la scelta della "segretezza dispotica" che sta all'opposto dell'idea moderna di democrazia, dal Settecento in avanti.
Al suo trittico di libertà. uguaglianza e democrazia Eugenio Scalfari ha dedicato oggi un passo del proprio editoriale di "Repubblica". Che contiene un'annotazione di stretta attualità per la vita politica italiana: "Fu il trittico della modernità, la cui realizzazione vide paradossalmente le Chiese alleate con i privilegi anziché con i movimenti riformatori". La storia sembra ripetersi in Italia con le benedizioni romane al partito di Berlusconi.
[05.04.2009, anno IV, post n. 101 (821), © by Antonio Montanari 2009. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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Lavorano in cantiere edili. Non hanno vinto l'appalto, neanche sono in subappalto, ma semplicemente sono stati arruolati, al terzo grado della scala economica, da chi ha preso in consegna l'attività d'impresa.Da vari mesi sono senza paga, hanno moglie e figli da sfamare, affitti da pagare. Ieri uno di loro, sotto un sole che spaccava le pietre e con un vento africano da stendere un gorilla, è salito sulla gru del cantiere. Quando sono arrivati i pompieri, non ci ha messo molto a lasciarsi convincere a scendere.
Per lui hanno protestato i colleghi. Lavoriamo ma non riceviamo i soldi a fine mese, hanno detto ai cronisti. Qualcuno, nella parte del datore di lavoro, ha detto agli stessi cronisti di stare attenti a quello che avrebbero scritto perché altrimenti lui avrebbe querelato.
Non è semplicemente un episodio di cronaca nera in una città come Rimini.
Il sistema degli appalti, dei subappalti e del lavoro in dipendenza da questi ultimi, non è nuovo. Anzi. Ma è la prima volta che i giornali sono stati costretti a parlarne.
Chi c'è dietro a tutto questo giro di lavoro e di imprese?
Di recente un settimanale riminese, "il Ponte" ha trattato del tema: "Da dove arrivano questi soldi?". Potremmo chiederci: da dove arrivano queste imprese? Chi c'è dietro di loro?
Lasciamo stare questo discorso. E ritorniamo a quell'altro: "Da dove arrivano questi soldi?" Tutti questi soldi...
Ha spiegato al "Ponte" Enzo Ciconte, scrittore, politico, esperto del settore: "Dobbiamo insospettirci davanti a cambi di gestione delle attività troppo frequenti. Dobbiamo insospettirci davanti a negozi vuoti che continuano a sopravvivere. Queste sono situazioni nelle quali è possibile ipotizzare che si annidino le criminalità organizzate, e che quelle attività in realtà siano delle lavanderie”.
Ribadisce Ennio Grassi, anche lui politico ed ottimo conoscitore delle cose locali e nazionali: "Rimini non è Napoli o Palermo, è impensabile pensare di vedere scene di ordinaria violenza o intimidazioni. La mafia piuttosto si manifesta secondo forme che non sono leggibili dalla collettività. Si infiltra attraverso forti quantità di denaro, creando, in seconda battuta, dei problemi nel normale andamento del mercato, qualunque esso sia".
Un po' di storia, come esempio. 1993. A febbraio l’operazione "Romagna pulita" si conclude con 106 arresti e sequestri di armi e droga: "Alcuni spacciatori, inchiodati dalle prove, hanno cominciato a ‘cantare’, e la lista degli inquisiti si è gonfiata a dismisura". Ventitré imputati sono poi assolti dal Giudice delle indagini preliminari che non crede ai pentiti: i carabinieri poi non avrebbero trovato sufficienti indizi. I principali imputati sono condannati nel 1993 a pene da uno a nove anni di reclusione. Alcune assoluzione sono dovute al cambiamento della legislazione sulla droga provocato dal risultato del recente referendum. Nel 1994, alla conclusione di tutto il processo per "Romagna pulita", saranno state irrogate pene per complessivi 204 anni, e multe miliardarie. In Corte d’Appello ci saranno delle riduzioni.
Un killer mafioso di un clan siciliano viene arrestato a settembre a Porto Verde. Il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante, dichiara: "La mafia in Riviera ha vestito i panni puliti della intermediazione finanziaria, ma è ben presente". Gli usurai hanno "i colletti bianchi": a gennaio sono stati eseguiti nove arresti, e quattro società dal credito ‘facile’ sono finite sotto inchiesta con l’accusa di truffa ed associazione a delinquere.
Per altre notizie, scaricate il mio testo "Rimini 1859-2004".
[Anno III, post n. 216 (593), © by Antonio Montanari 2008]
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Un tema che riguarda tutti noi ogni giorno
Mi sono chiesto parlando di cultura e politica se non si tratti della stessa identica minestra servita in due piatti diversi. Dato che l'argomento è serio, lo riprendo più da pedagogista antico che da inutile cronista.
Se prevale la politica
Esiste un nesso logico che collega e (de)limita il rapporto tra politica e cultura, per cui si potrebbero formulare due princìpi. Ecco il primo: data una tal cultura, si ottiene una tal politica. Diversamente dalla matematica (cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non varia), qui se rovesciamo il discorso muta tutto. Ecco dunque il secondo principio: data una tal politica, si ottiene una tal cultura.
Il primato della politica sulla cultura è quello delle società totalitarie. In ogni dittatura, è lo Stato a dettare le linee culturali. Ci soccorrono infiniti esempi che riassumiamo con il ricordo della «difesa della razza» (conclusasi con le razzìe e le morti nei campi di concentramento); e con la citazione sulle «guardie rosse» cinesi che distrussero (mediante uccisione, non in senso metaforico) il corpo insegnante non fedele ai precetti di Mao.
Il primato della politica è pericoloso dunque non perché sia in sé pericolosa la politica, ma perché la politica non è un idolo assoluto. La politica, per avere un volto umano che noi chiamiamo per comodità «democrazia», è e deve essere dialogo, confronto, mediazione, arte del possibile, non imposizione dell'impossibile che diventa realtà: l'eliminazione fisica degli oppositori poi trova sempre una giustificazione teorica, ovvero culturale. Non hanno ucciso i manganelli dei fascisti o i fucili di Mao, sono le loro idee che hanno mosso le braccia a cancellare le persone dalla faccia della terra. (Le idee camminano sempre sulle gambe degli uomini, mentre gli aspiranti dittatori hanno viaggiato in carrozza letto per marciare su Roma, 1922.)
Rispetto per tutti
Il primato della cultura quale dialogo e confronto, porta a concepire uno Stato costituito da forze molteplici, competitive non in base all'esclusione degli altri, ma capaci di cercare una soluzione comune ai problemi reali che abbiamo tutti, vincitori e vinti di una tornata elettorale, ovvero «tutti i cittadini» nel loro insieme indipendentemente dal credo politico o dalla scelta partitica compiuta.
Come esempio può servire il ricordo della rinascita postbellica dell'Italia con la formulazione della nuova Costituzione che fu punto di partenza e di arrivo di una cultura che aveva come unico scopo quello di evitare il ripetersi delle vicende tragiche dalle quali il Paese era uscito con una lacerazione drammatica. La quale lacerazione però non impedì il comune volere di creare una realtà politica nuova.
Fu così che nacque quel contrappeso tra i poteri (appunto) costituzionalmente garantiti che oggi sfugge ai più, e che sarà tema per il prossimo referendum sulle riforme portate di recente alla nostra Carta fondamentale. (E sul referendum concordo con quanto scritto da Nicola Tranfaglia sulla «Stampa» del 30 gennaio: c’è un disinteresse pericoloso sopra una riforma che scardina lo Stato.)
L’albero ed i suoi frutti
Obiezioni possibili. Esistono culture che conducono al totalitarismo. Sì. Ma esse, proprio per questo fatto, sono negazione dell’essenza stessa della cultura così come si è formata nei secoli e nei millenni attraverso i percorsi della Storia. La cultura dell'uomo primitivo era diversa da quella dell'uomo rinascimentale, e quest'ultima è all'opposto di quella del mondo contemporaneo uscito da quattro secoli di eventi (XVII-XX).
Se ad esempio si sostiene che non c'è stata eliminazione fisica degli Ebrei, eccetera, non si fa un'affermazione culturale, si è semplicemente fuori di ogni logica delle cose. Il «negazionismo» antiebraico non può essere una teoria culturalmente accettabile per il semplice fatto che essa, per affermarsi, deve rifiutare i dati di fatto.
La grammatica (spiegavo ai miei alunni) contempla i «nomi astratti», come «fame». Basta però un pezzo di pane (nome «concreto») per por fine alla fame (che non è un’idea vagante nell’aria ma un drammatico momento di vita). Quindi, è estremamente relativa ed assurda la distinzione fra le cose fatta per mezzo delle parole che possono variare secondo un’opinione soggettiva anche legittima. Sono i fatti che testimoniano le idee. Dal Vangelo siamo stati istruiti a considerare l’albero dai frutti che esso dà.
I gusti gastronomici o turistici o letterari non possono essere usati quali schemi per catalogare o discriminare gruppi di persone, come è accaduto invece con il pregiudizio razziale antiebraico. L'apparente contraddizione dello scherzo verbale fra l'astratta fame ed il concreto pane che la cancella, diventa drammatica contrapposizione logica di valori quando ci si ispira a concezioni che considerano l'Altro non come persona con cui convivere e dialogare, ma da scacciare, mettere a tacere e perfino uccidere.
Queste considerazioni sono molto generali e per forza anche generiche non potendo dilungarmi.
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