Creato da Tanysha il 15/01/2008
Scrivere è vivere e apprezzare ogni tipo di espressione.

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Il post lo hai chiuso lamentandoti che sei sola fino ...
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Due caffè - Graziella Boldrini - Editrice Ibiskos

Post n°89 pubblicato il 31 Gennaio 2017 da Tanysha
Foto di Tanysha

Proseguo con il mio carrello carico di storie ed eccovi un piccolo e delicato racconto da me recensito:

 

La vita di Alex si trova a un bivio, non sa se ha fatto le scelte giuste,  specie quelle sentimentali. Alex, da eterno indeciso, è consapevole di aver commesso molti errori, e in una mattinata un po’ anonima e incolore si reca al solito bar, gestito dalla solita graziosa ragazza, la quale, proprio in quel giorno gli appare in una luce diversa. A dir la verità, tutto in quel giorno gode di una luce particolare, da quando nel bar fa il suo ingresso un anziano e sconosciuto signore, tutto sembra di colpo girare all’impazzata e la vita, quella vera, sembra colorarsi  tutto insieme di significati. Non è più, per Alex, la solita vita rarefatta di paese dove non succede mai niente. In quel bar, in neanche mezz’ora, ne capitano di tutti i colori, si avvicendano strani e affascinanti personaggi, ognuno con il suo carico di storie, tutto concentrato lì, come sulla scena di un teatro. Mentre lo strano e distinto anziano signore racconta ad Alex la sua vita. Ma il racconto vira ben presto verso soluzioni inaspettate, come sa, appunto, essere la vita, spesso portatrice di sorprese.

            Un racconto garbato, soffuso di un’aura color pastello, come il delizioso disegno dell’autrice, artista a tutto tondo, che appare in copertina.

           

 
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Grazie di te - Francesco Pomponio - Editrice Amarganta

Post n°88 pubblicato il 17 Gennaio 2017 da Tanysha

Procedo con la mia carrellata di autori da me personalmente vagliati e  recensiti.

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Un romanzo d’amore scritto da un uomo- Una perla rara, dirà qualcuno, quasi un omaggio un po’ anomalo da parte della categoria maschile. E, ovviamente  non si tratta dell’amore edulcorato dei rosa classici, anche qui il rosa c’è, ogni tanto si intravede, ma sfumato del grigio delle autostrade, della neve mista al fango, o dell’anima dei protagonisti, velata dalla tristezza di un’esistenza sempre in movimento, o comunque rincorsi della necessità o dalla disperazione. In questo romanzo i personaggi vivono una vita instabile, e, paradossalmente, quando si fermano, il romanzo finisce. Una storia on the road, dove il viaggio simboleggia più che mai la vita, nelle sue pieghe impreviste.

            Il protagonista, dal buffo nome di Zeb, diminutivo di Zebedeo, aspetto su cui lui ama calcare,  autoironizzandosi spesso come “coglione”, e cioè un po’ sprovveduto, è in realtà un’anima candida, seppellita sotto strati di estrema consapevolezza e di spavalderia, atteggiamento  dettato dalla dura esperienza a cui è stato temprato sin dalla più tenera età, come si può  constatare dai suoi ricorrenti flash back, (forse un pochino incalzanti, tanto da far perdere a volte di vista la vicenda principale)  dove mostra una realtà di miseria, tristezza e violenza, la dura vita a cui, per l’appunto, è stato temprato.

Zeb, dicevamo, è un autotrasportatore di mezza età, una sorta di “vita venduta”, senza radici, vaga da un albergo all’altro,  di cui sa ogni  trucco e ogni segreto. In uno di questi spostamenti conosce Anna, una graziosa cameriera, “vita venduta” anche lei, angosciata da una realtà familiare che le esploderà tra le mani, in una tragedia dalle tinte fin troppo realistiche. Zeb in questa circostanza avvicinerà il suo dolore esistenziale a quello terribile di Anna, assai difficile da superare.

In questo romanzo, a parte la  triste vicenda centrale, che è solo accidentale ma non funziona da perno intorno a cui ruota il racconto, stringi stringi  accade ben poco. I protagonisti avranno a che fare  solo di sfuggita con la giustizia. Ci si aspetta che intervenga qualcosa di sconvolgente, ma tutto rimane nelle pieghe composte della passione privata dei due protagonisti, dei sentimenti a volte ondivaghi ma inesorabili, come il viaggiare da cui è caratterizzata la storia.

La voce che caratterizza l’intero registro narrativo è quella del  protagonista e anche se la narrazione è in terza persona, non si fatica a riconoscere  chi è che racconta, i toni spesso  scanzonati e sdrammatizzanti sono proprio  quelli di Zeb.

 Qualche episodio è narrato con eccessiva crudezza (in una delle tante digressioni, la vicenda dell’amichetta di Zeb bambino travolta dal camion è troppo ricca di  particolari cruenti descritti con eccessiva veridicità, a mio avviso certe descrizioni potevano tranquillamente sfumare nel generico), l’atteggiamento di Zeb è a volte spavaldo fino all’inverosimile,  si fa fatica a credere che abbia quasi malmenato il giudice farlocco garantista con un delinquente e i numerosi flash back rischiano a volte di diluire un po’ troppo la narrazione. Ma a parte questi dettagli, Grazie di te è una storia godibilissima, la scrittura assai fluida e molto figurativa coinvolge a 360 e ti prende per mano fino all’ultima pagina.

                                                   

 
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Luna Park, di Livia Rocchi - Camelozampa

Post n°87 pubblicato il 13 Dicembre 2016 da Tanysha
Foto di Tanysha

Ritorno dopo un bel po'. Non so se ritrovo coloro che già mi seguivano, e comunque mi ripresento con una storia scritta per ragazzi pre e post adolescenti. Mi preme precisare che il post-ado può protrarsi anche di parecchio. Insomma, il tema trattato è visto con l'ottica adolescenziale ma tocca un po' tutti. Leggetelo perchè ha una freschezza profonda e al tempo stesso spietata.

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Benny e Stella sono due amici sinceri. Frequentano la stessa classe, terza media, e hanno in comune, a parte  la solitudine - un po’ simile a quella dei numeri primi ma più giocosa - il luna park: il primo, quello di Benny, è un luna park virtuale, immaginario, come sarcasticamente lui ama  definire la sua situazione casalinga, con un padre manesco e ubriacone e una mamma costretta a subire “per il bene della famiglia”. Benny è un povero ragazzino perennemente terrorizzato e sotto scacco, il quale pertanto negli studi non può dare il massimo di sé.

         Stella è invece una ragazza brillante, brava a scuola, ma un po’ troppo buona e per questo sfruttata dai suoi compagni, che però il luna park lo vive davvero, essendo il suò papà uno dei progettisti del nuovo parco giochi in fase di inaugurazione. Sembrano quindi accomunati da ben poco. Sembrano.

         Questa è la situazione che Livia Rocchi delinea passo passo, lasciando uscire dal suo cilindro di sorprese, con un linguaggio scoppiettante e mimeticamente adolescenziale, giocoso ma spietato se occorre, le vicende che si dipaneranno lungo il corso della storia, diretta ai ragazzi, pre-adolescenti ma anche oltre.

         Livia Rocchi non è un’autrice che, per così dire “le manda a dir dietro”, sfodera battute a raffica, divertenti ma a volte caustiche, originali e sempre nuove, qualche volta si tratta di battute che fanno sobbalzare sulla sedia, ma di cui si coglie la necessità nell’economia della storia, dove non cerca a tutti i costi il lieto fine, ma un perché, e anche una sorta di equilibrio e di consapevolezza, specie verso il finale, proprio laddove non avresti mai ipotizzato, e dove l’apparenza tradisce molto più di certe crude realtà. Siamo quindi ben lungi dalla facile ipocrisia di una conclusione edulcorata e frettolosa di coprire le  magagne di cui troppe volte la vita ci costringe a prendere atto.

        

 
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LA SCRITTURA DEL BENESSERE

Post n°86 pubblicato il 08 Settembre 2015 da Tanysha
Foto di Tanysha

SCRITTURA MULTI-CREATIVA

 

Ti piace  scrivere e  a volte ti ritrovi a  riflettere anche su una sola delle seguenti frasi?

- Scrivere mi fa sentire meglio

- Quando scrivo mi alleggerisco di un peso

- Scrivo solo quando sono depresso

- Scrivere mi aiuta a chiarire le idee

- Se scrivo anche solo due righe affronto meglio la giornata

- Se devo dire qualcosa di importante a qualcuno preferisco scriverglielo

Sì? Bene, allora sei nel posto giusto.

   Sto formando (in zona Ostia e dintorni) un gruppo composto da persone interessate a una scrittura diversa, non necessariamente con finalità estetiche o di pubblicazione, bensì vista come uno strumento utile a star meglio, a rilassarsi e a raggiungere, con un po' di consapevolezza, un certo equilibrio psicofisico.

   Scrivere, sia un semplice diario che un racconto o anche dei versi, così come dipingere, o danzare, o comunque dar vita a qualcosa di creativo, è anche una forma di meditazione, ancora più costruttiva.

   Non so se sapete che il nostro cervello, quando ci troviamo in momenti di massima attenzione, come ad esempio durante l’apprendimento di qualcosa di nuovo, produce le onde beta, le quali, benchè utili, alla lunga producono uno stato di vigilanza continuo provocando stanchezza e quindi stress. Al contrario, invece, durante una fase creativa, quando cioè ci lasciamo invadere dall'ispirazione, come anche in un momento di meditazione, il nostro cervello emette le onde alfa, che agiscono come una sorta di ideale e benefico massaggio rilassante, al termine  del quale ci sentiremo come rigenerati e più positivi.

Se volete iniziare questo percorso di consapevolezza, affronteremo insieme delle fasi di scrittura rilassante e rigenerante, se necessario abbinata al training autogeno o alla meditazione, o a tecniche come il caviardage, con l'aiuto dei fiori di bach o dell'aromaterapia.

 

Isabella Giomi, già autrice di narrativa, ha pubblicato due romanzi, La cantatrice muta e I pellegrini dell'eterno presente, entrambi con la casa editrice Laruffa, è diventata naturopata olistica con una tesi sulla parola scritta dall'effetto catartico per gestire lo stress e sua prossima pubblicazione sarà un saggio sull'immagine femminile e le sollecitazioni dei media.

scrivi a:

 cattleia2@yahoo.it

 
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IL MONDO CHE VORREI E LA REALTA' COSì COM'E'

Post n°85 pubblicato il 10 Agosto 2015 da Tanysha
Foto di Tanysha

            Leggendo l’unico romanzo della poetessa Sylvia Plath, La campana di vetro, per  tutta la prima metà del libro mi sono chiesta come mai questa donna patisse di istinti suicidi. A parte la bipolarità di cui soffriva, che di per sé da sola non basta a scatenare il desiderio di farla finita, leggendo ciò che scrive, ho avuto subito l’impressione di una donna spiritosa, che non si prende mai abbastanza sul serio, quindi, di una che  riesce a ridersi addosso, si fa fatica a credere che non voglia più vivere. E fin qui tutto fila.

            Nella seconda parte del romanzo l’autrice  tenta di togliersi la vita un paio di volte ma viene salvata in tempo, ovviamente, essendo ancora lì a raccontarlo. (Si suiciderà davvero dieci anni dopo aver scritto quel romanzo).

            Poi mi è venuto un dubbio, ho riletto alcuni passi delle sue storie   e ho avuto un lampo. Ma come no, certo,  la sua propensione al suicidio salta a chiare lettere per tutto il romanzo, basta farci un po’ d’attenzione. Ogni  esperienza  di cui parla è quasi sempre introdotta dalla frase: “credevo che quella cosa fosse…o, mi ero fatta l’idea di…o, mi immaginavo che…” insomma, ogni situazione che si trova a vivere è sempre da lei pronosticata in un certo modo, immaginata, quindi, quando si trova a viverla, ne ha quasi sempre una sorpresa, raramente positiva, quindi, Sylvia Plath viveva di continue delusioni, anche per le cose più stupide. Un esempio. Durante un breve periodo di volontariato in ospedale, viene assegnata al reparto gestanti e incaricata di consegnare loro i fiori regalati dai parenti. Il racconto comincia pressappoco così (più o meno): “immaginavo che, avendo appena partorito, le donne  giacessero inerti e mezze morte nei loro letti, e invece, macchè, erano tutte intente a qualcosa, chi sfogliava riviste, chi lavorava a maglia e chi telefonava, tutto intorno un chiacchiericcio fitto fitto, sembravano pappagalli in una voliera”.

            Insomma, ogni volta che Sylvia è in procinto di vivere un’esperienza se la immagina fin nei minimi particolari, ricca di dettagli – sempre sbagliati – ovvio che tutto ciò è destinato a generare delle forti delusioni e, alla lunga, a dar luogo a depressioni.

            Certo, l’immaginazione è a volte un processo che parte in automatico, difficile da disinnescare, molto attivo soprattutto nei creativi, poeti o scrittori, quella sorta di “spirito d’osservazione “ che il lettore tanto ammira in certi autori, altro non è che questa capacità di anticipare ciò che sta per succedere, facendolo già vivere nella nostra mente, ma che spesso si scontra con la realtà. Difficilmente chi immagina crea un mondo reale, ma spesso è un mondo ricco di sue proiezioni personali, che, se non ben gestite, rischiano di  procurarci delusioni cocenti.            

L’ideale sarebbe invece lasciarsi andare agli eventi, non aspettarsi mai nulla di particolare, prendere al volo ciò che si trova, chissà che non sia questa la ricetta della vera felicità.

 

 
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