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Murphy ed il volo

Post n°255 pubblicato il 20 Ottobre 2012 da duerespiri

 

Esterno giorno

mattino presto

 

Ti sono sopravvissuto solo

e soltanto quanto basta

per pensarti da lontano.

 

Questo era l'ultimo pensiero lucido che Murphy aveva composto mentalmente in orizzontale sull'asfalto.

 

Gli occhi aperti, una lacrima lumaca spariva tra la barba di due giorni.

Il sapore in bocca del sangue sapeva di rame e odorava di ruggine. Non muoveva il corpo, tutto congelato in una posizione ballerina innaturale contro la strada. Sembrava una marionetta scomposta che stesse ascoltando con l'orecchio il muro d'asfalto. Come un vecchio indiano che cercava di captare l'arrivo degli uomini bianchi origliando il suolo.

 

Il dolore era morfina nelle vene, così forte da non sentire più niente.

Non soffriva nonostante il volo dall'ultimo piano.

Aveva gli occhi rossi senza sonno e qualche psicofarmaco di troppo che nulla aveva potuto contro un cervello sempre acceso.

 

Avevo un polmone perforato, il suono che arrivava dalle narici rimbombava nella mia testa, un gorgoglio di aria e sangue, avevo voglia di tossire ma era solo un accusare di spasmi silenziosi. Le gambe erano rotte e le mani anche. La capote di una Buick celeste aveva attutito il volo facendomi rimbalzare sull'asfalto. Avevo una scheggia di vetro grande come un piatto rotto conficcata nella coscia e un montante di ferro della macchina mi aveva aperto una ferita sulla schiena. Di tutto questo non vedevo niente ma percepivo il tutto come se fossi stato distaccato dal corpo e mi contemplavo a qualche metro di distanza.

Il sangue misto alla mia urina attraversava la strada senza rispettare le strisce.

Non potendo muovere la testa vedevo davanti a me questo secchio di sangue fuggire dal mio corpo e andare via. Mi faceva pensare ad una nave che affondava e l'anima l'abbandonava in tutta fretta prima del buio.

 

Nel volo, avevo al collo la macchina fotografica e ora giaceva davanti a me aperta in mille pezzi con il rullino fuori.

Vederlo mi fece fare quel famoso salto temporale che tutti raccontano al momento della morte, dove la vita passa velocemente davanti ai tuoi occhi prima di chiuderli. Era tutto vero.

 

I miei genitori, il mio primo disegno, il sorriso di mia madre che mi copriva con la coperta fatta di buio e stelle e toglieva la luce della stanza dal mio campo visivo. L'odore del grano. Mia nonna che mi pettinava bagnando il pettine con l'acqua per governare i miei capelli, vertigini già della mia vita. I campi dietro casa. La scuola, la Plymouth War Effort di papà profumata di nuovo.

La prima cotta ed la prima delusione. L'amore, la fotografia. L'America, la chitarra ed i primi accordi rubati dai dischi, i concerti giù a Mansfield. La guerra fredda e Kennedy, i sogni di M. Luther King.

E poi lei. L'estate ad Alvarado Lake con i suoi capelli profumati. L'amore sui tornanti della 933 e le sue risate stampate sullo specchietto. E poi lei. E poi ancora lei ma sempre più sfocato. Più sfocato. Sfocato.

 

Delle voci attutite si muovevano intorno a me, non capivo, però volevo dormire un po'. Finalmente il sonno stava arrivando. Come la neve copriva di bianco in silenzio, piano piano il marciapiede, le auto in sosta, i suoni, i miei pensieri.

 

Sentivo quel profumo di pulito così vivo che mi ubriacava il cuore. In quel momento pensavo che la morte fosse l'orgasmo più rispettoso e puro che potesse mai esistere. Amavo la morte. E lei mi rispettava.

 

Morire di martedì non era bello, ma sicuramente una liberazione per non affrontare un nuovo weekend con i suoi fantasmi. 

 

 

Jayne si affaccio dalla sua camera e guardò giù dal suo piano.

«Accidenti!» Si accese una sigaretta e guardava.

Una ambulanza ed alcune persone si muovevano come tante formiche intorno ad un corpo magro steso a terra. Una Buick aveva il tetto sfondato ed i vetri brillavano su tutta la scena. Dall'alto sembrava un quadro con un cielo che luccicava di stelle.

Un dottore chinato sull'uomo si muoveva velocemente e gridava qualcosa, ma non si capiva niente.

 

 

Jayne alzò gli occhi. Il giorno stava per svegliarsi, soffiò una nuvola di fumo sul cielo pulito, chiuse la finestra, mise sul piatto Sam e andò a farsi una doccia lasciando la porta del bagno aperta.

 

 
 
 
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