Finalmente, a mente fredda -- o comunque abbastanza tiepida -- credo di aver capito un po' gli eventi dell'ultimo semestre. Non vorrei però, nell'esprimere quelli che sono stati i miei pensieri riaprire nessun armadio, o ancora peggio trarre uno scheletro dal medesimo; e per questo tutte le mie parole saranno da intendersi come generali, perchè in quanto tali sono state generate. In questo periodo ho notato una cosa che, se a prima vista puo' sembrare cinica e falsa, verosimilmente potrebbe essere realtà, o comunque avvicinarsi ad essa: alcuni, tendono a distinguere due linee di pensiero, una che possiamo chiamare ideale e un'altra reale. Mi spiego meglio. Spesso capita di pensare a come si sarebbe AGIto in determinate circostanze, magari criticando l'agente, ma, al momento di AGIre, la criticante si comporta in maniera simile. Da alcuni, questa è chiamata ipocrisia (e non nascondo di averla più volte chiamata così anche io), ma io non credo sia così, o per lo meno in parte. Noi possiamo essere fermamente convinti di un principio, di un ideale, di una linea di pensiero, la parte ideale appunto, ma poi rinnegare queste idee di fronte alla sofferenza. I mean, non è la sofferenza del corpo di cui parlo, nè la sofferenza della mente dovuta alla morte di qualcuno caro, non di questa sofferenza, ma della sofferenza di pensiero, quella sofferenza che, pur non essendo legata a problemi particolarmente profondi, pulsa giornalmente, quel fastidioso dolore che troppo di frequente ci ricorda la sua causa. Ho visto più persone cedere di fronte a questa sofferenza, che potrebbe essere vista come sciocchezza. E qui la parte reale del pensiero ha il suo compito, di fronte a quella che viene identificata dalla nostra mente come la radice della sofferenza di pensiero ogni nostra convinzione e ogni nostro ideale spesso cade. Dove stà il problema, la radice è un nostro ``nemico'', no? No, o per lo meno non necessariamente. Tutti questi contorti ragionamenti avvengono nella parte bassa del nostro pensiero, al limite tra il conscio e il sub-conscio, e non sempre l'associazione radice-persona è fatta consciamente, e sta proprio qui il punto. Quando l'accanimento contro la radice della sofferenza è inconscia, e non si riesce apparentemente a spiegare il perchè le proprie azioni non corrispondono con quello che idealmente si farebbe, allora, secondo me, non è giusto parlare di ipocrisia. Facciamo un esempio per chiarire le idee. Spesso capita di affermare di essere sensibili alla sofferenza delle persone a cui vogliamo bene -- e che sia così, sennò che senso avrebbe volere bene? -- ma spesso non si dice cosa si farebbe se fosse proprio la persona che ci vuole bene radice di sofferenza ed essa stessa ci identifichi come radice a sua volta. Allora spesso capita di dimenticare questo principio, e non vedere oltre la propria sofferenza se essa non è esplicitamente dimostrata (anche se questo non cambia sempre le cose). O magari si accetta la sofferenza dell'altro, ma si assume che egli non comprende la propria. Questo, sempre IMHO (che non è l'ennesima traslitterazione di emo), è dovuto al fatto che il nostro cervello individua come radice l'altro, inducendo a comportamenti che non si sarebbero mai affrontati altrimenti. Il problema è che spesso la radice non è sempre la reale causa del problema, che magari è proprio dentro di noi, e finiamo non solo per prendercela con la persona sbagliata, ma magari non sappiamo neanche perchè ce la stiamo prendendo con quest'ultima. Ora, a parte tutto, io credo che l'uomo tenda a generalizzare troppo, facilmente e con pochi esempi ricorre all'induzione per la risoluzione di problemi molto complessi, e probabilmente anche io sono caduto in questa fossa, ma questo ragionamento dovevo scrivelo, non so poi perchè, da qualche parte, spero che nessuno sia arrivato in fondo... xD
Post N° 283
Finalmente, a mente fredda -- o comunque abbastanza tiepida -- credo di aver capito un po' gli eventi dell'ultimo semestre. Non vorrei però, nell'esprimere quelli che sono stati i miei pensieri riaprire nessun armadio, o ancora peggio trarre uno scheletro dal medesimo; e per questo tutte le mie parole saranno da intendersi come generali, perchè in quanto tali sono state generate. In questo periodo ho notato una cosa che, se a prima vista puo' sembrare cinica e falsa, verosimilmente potrebbe essere realtà, o comunque avvicinarsi ad essa: alcuni, tendono a distinguere due linee di pensiero, una che possiamo chiamare ideale e un'altra reale. Mi spiego meglio. Spesso capita di pensare a come si sarebbe AGIto in determinate circostanze, magari criticando l'agente, ma, al momento di AGIre, la criticante si comporta in maniera simile. Da alcuni, questa è chiamata ipocrisia (e non nascondo di averla più volte chiamata così anche io), ma io non credo sia così, o per lo meno in parte. Noi possiamo essere fermamente convinti di un principio, di un ideale, di una linea di pensiero, la parte ideale appunto, ma poi rinnegare queste idee di fronte alla sofferenza. I mean, non è la sofferenza del corpo di cui parlo, nè la sofferenza della mente dovuta alla morte di qualcuno caro, non di questa sofferenza, ma della sofferenza di pensiero, quella sofferenza che, pur non essendo legata a problemi particolarmente profondi, pulsa giornalmente, quel fastidioso dolore che troppo di frequente ci ricorda la sua causa. Ho visto più persone cedere di fronte a questa sofferenza, che potrebbe essere vista come sciocchezza. E qui la parte reale del pensiero ha il suo compito, di fronte a quella che viene identificata dalla nostra mente come la radice della sofferenza di pensiero ogni nostra convinzione e ogni nostro ideale spesso cade. Dove stà il problema, la radice è un nostro ``nemico'', no? No, o per lo meno non necessariamente. Tutti questi contorti ragionamenti avvengono nella parte bassa del nostro pensiero, al limite tra il conscio e il sub-conscio, e non sempre l'associazione radice-persona è fatta consciamente, e sta proprio qui il punto. Quando l'accanimento contro la radice della sofferenza è inconscia, e non si riesce apparentemente a spiegare il perchè le proprie azioni non corrispondono con quello che idealmente si farebbe, allora, secondo me, non è giusto parlare di ipocrisia. Facciamo un esempio per chiarire le idee. Spesso capita di affermare di essere sensibili alla sofferenza delle persone a cui vogliamo bene -- e che sia così, sennò che senso avrebbe volere bene? -- ma spesso non si dice cosa si farebbe se fosse proprio la persona che ci vuole bene radice di sofferenza ed essa stessa ci identifichi come radice a sua volta. Allora spesso capita di dimenticare questo principio, e non vedere oltre la propria sofferenza se essa non è esplicitamente dimostrata (anche se questo non cambia sempre le cose). O magari si accetta la sofferenza dell'altro, ma si assume che egli non comprende la propria. Questo, sempre IMHO (che non è l'ennesima traslitterazione di emo), è dovuto al fatto che il nostro cervello individua come radice l'altro, inducendo a comportamenti che non si sarebbero mai affrontati altrimenti. Il problema è che spesso la radice non è sempre la reale causa del problema, che magari è proprio dentro di noi, e finiamo non solo per prendercela con la persona sbagliata, ma magari non sappiamo neanche perchè ce la stiamo prendendo con quest'ultima. Ora, a parte tutto, io credo che l'uomo tenda a generalizzare troppo, facilmente e con pochi esempi ricorre all'induzione per la risoluzione di problemi molto complessi, e probabilmente anche io sono caduto in questa fossa, ma questo ragionamento dovevo scrivelo, non so poi perchè, da qualche parte, spero che nessuno sia arrivato in fondo... xD