Creato da il.dubbioso il 15/07/2006
l'11 settembre è andato così come c'è l'hanno raccontato?, cosa sono le scie chimiche? cosa sta veramente succedendo oggi?

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perchè l'occidente merita di morire?

Post n°74 pubblicato il 26 Settembre 2006 da il.dubbioso
 
Foto di il.dubbioso

Si apprende che l’occupante americano ha finanziato nell’Iraq occupato una campagna anti-fumo (1).
Pubblicità televisiva e pacchetti con le note scritte «Il fumo uccide», «Fumare in gravidanza nuoce al bambino»: nel Paese che gli americani hanno coperto di uranio impoverito, che fa nascere feti mostruosi, e ammalare di cancri plurimi famiglie intere.
E dove la truppaglia americana ammazza a casaccio ai posti di blocco, violenta ragazzine in casa, incarcera e tortura in massa, arbitrariamente; dove migliaia di esseri umani vengono trucidati da indecifrabili attentati e milizie private, da una violenza che l’occupante avrebbe il dovere di sedare, e che non vuole controllare affatto.
La notizia non vuole far ridere; al contrario, segnala il parodistico, il grottesco - ossia  il satanico - che reca con sé la civiltà occidentale terminale.
Nessun Oriente è stato mai pari a questo Occidente in ipocrisia omicida.
L’orda di Gengis Khan e Tamerlano massacrò a milioni, ma senza pretendere di preoccuparsi della salute delle sue vittime.
L’America ha speso per la «ricostruzione» dell’Iraq 22 miliardi di dollari: senza riuscire a garantire nemmeno l’elettricità.
I soldi sono finiti nelle tasche dei profittatori amici del regime statunitense, Halliburton in prima fila.
I guerrieri della civiltà superiore hanno lasciato saccheggiare il Museo Nazionale di Baghdad nel 2003, partecipando al saccheggio: «Cose che capitano», commentò Rumsfeld.
Mancano tuttora 14 mila opere d’arte.
In compenso, soldi venivano dati a «consulenti» americani per esperimenti demenziali e falliti: come fornire l’Iraq, che affondava nel sangue, di una Borsa-valori moderna, tipo Wall Street, ovviamente mai aperta.


Milioni di dollari sono stati pagati alle più celebri agenzie di PR per «conquistare i cuorie le menti» degli oppressi, avvelenati e senza luce: tutta una serie di video pubblicitari dove «testimonials» musulmani dicevano il loro amore per l’America, e «testimonials» americani il loro amore per l’Islam.
Ha presieduto a lungo questa operazione-simpatia il giornalista (del Reader’s Digest)  Kenneth Tomlinson, un raccomandato di Karl Rove (lo «spin doctor» di Bush) che lo ha messo a dirigere la Voice of America.
Fino al 30 agosto 2006, quando il raccomandato è finito sotto inchiesta per essersi intascato i fondi stanziati alla bisogna; si è scoperto che questo individuo aveva messo su, dal suo ufficio al Dipartimento di Stato, un business di cavalli da corsa.
Ora a presiedere alla propaganda verso l’Iraq è Karen Hughes, figlia dell’ultimo gestore americano del Canale di Panama, adulatrice di Bush in articoli e video, ciò che le ha valso la carica ministeriale di sottosegretario per la «Public Diplomacy and Public Affaire»: in questa veste, nel 2005, la signora ha intrapreso un giro nel Medio Oriente dove ha impartito lezioni sui diritti delle donne conculcati dalle società arabe maschiliste.
Suscitando più che derisione, sgomento.
I risultati di questi sforzi di relazioni pubbliche sono davanti agli occhi: nel 2003, solo 14 iracheni su 100 sostenevano i ribelli; oggi, 75 su cento.
Ciò risulta da un sondaggio confidenziale del Pentagono.
Perché gli occupanti non hanno mancato di portare agli iracheni anche questa gioia preziosa della modernità occidentale: i sondaggi delle loro opinioni, mentre sono massacrati.
E proprio sulla base di uno di questi sondaggi David Brooks, neocon ed ebreo, editorialista del New York Times, rimprovera gli iracheni per la loro «chiusura mentale». (2)
Il 93 % degli iracheni ritengono che è meglio avere per leader degli uomini anziché delle donne: «La più alta proporzione nel mondo», deplora Brooks, «gli iracheni resistono visceralmente alle riforme sociali».


Vi disturberebbe avere un vicino di casa straniero?, hanno chiesto ineffabili i sondaggisti: chissà perchè, il 90% degli iracheni ha risposto sì, contro solo il 9 % degli americani e il 16 % di ogni altra nazione.
Gli iracheni sono xenofobi, dice Brooks.
E quali sono i valori che vorreste trasmettere ai vostri figli (beninteso se sopravvivono all’uranio impoverito)?
Ebbene: gli iracheni rispondono «l’obbedienza» e «la fede religiosa» in proporzione maggiore rispetto alle altre 80 nazioni sondate.
Lamenta Brooks: troppo pochi iracheni indicano «l’indipendenza» come utile ai loro figli.
Il sondaggio rivela anche che gli iracheni tendono a fidarsi solo dei membri del loro gruppo etnico-religioso - gli sciiti degli sciiti, i curdi dei curdi, i sunniti dei sunniti.
«Questa solidarietà interna al gruppo sociale è senza precedenti, si vede qui l’effetto corrosivo della dittatura di Saddam», commenta Brooks.
Aggiunge il giudeo-con: scandalosamente dopo la «liberazione» gli iracheni, anziché più secolarizzati, sono diventati «più religiosi, in modo sorprendente».
Conclusione di Brooks: «Gli iracheni sono come tartarughe ritiratesi nella loro corazza. Sospettosi verso gli estranei, intolleranti, attaccati ferocemente alla famiglia e alla tradizione».
Questa tirata moralista ovviamente serve a preparare lo scarico di coscienza inevitabile, e radicalmente americano: il disastro è colpa degli iracheni.
Non sono aperti al nuovo.


David Brooks


E’ un vero peccato che Benedetto XVI legga più Manuele Paleologo che le notizie d’attualità come queste, che i suoi servizi interni potrebbero fornirgli: sentirebbe l’alito dell’Anticristo dei nostri tempi, che oggi si riconosce meglio sull’informazione quotidiana.
E potrebbe constatare che questo alito ha un odore «cristiano»: vi si sente l’ipocrisia dei devoti protestanti USA, quella dei devoti lettori della Bibbia che vendettero coperte infettate di vaiolo ai pellerossa.
E’ uno stato della coscienza che è quasi impossibile tradurre - self-righteousness, «il sentirsi dalla parte della ragione» - che oggi continua ancor più velenoso nei seguaci dei telepredicatori, nei milioni di «cristiani rinati» che seguono Bush gioiosi nell’Armageddon.
A loro, a questi estremi occidentali che parlano di «Jesus» e agitano la Torah, il Papa potrebbe applicare la parte migliore della sua lezione di Regensburg,e che ha in qualche modo diretto ai musulmani: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».
E’ a loro, ai cristiani rinati, che va diretto il rimprovero.
A questi occidentali che lanciano campagne anti-fumo nel Paese che hanno condannato alla morte radioattiva, che allestiscono la Borsa sulla loro rovine.
E questo Occidente idiota è inemendabile. Un generale americano di cui non ricordo il nome, quando gli Usa entrarono in Vietnam, rifiutò il consiglio di studiare le strategie militari dei francesi in Indocina: adducendo che i francesi avendo perso, non avevano niente da insegnare agli americani.
Il risultato è agli atti della storia.


Questo Occidente irrazionale, stupido e malvagio merita di morire.
Lo dico a quei lettori che ancora e ancora - offensivamente, infine - mi tacciano di filo-islamismo. Ripercorro alcune delle loro offensive obiezioni.
C’è un piano dell’Islam per convertirci in massa, noi occidentali, e «con la spada».
Non può esserci un «piano», perché non c’è una guida unitaria dell’Islam che lo abbia concepito, anzi non c’è «un» Islam ma tanti, nazionali, in lotta tra loro.
Ma se anche fosse - e certo gli immigrati quando saranno molti e troppi proveranno, loro credenti, a convertire alla loro fede noi kafir - «da che cosa» ci convertiranno?
Non «dal» cristianesimo, non dalla vera fede.
Pretenderanno di convertirci dalle discoteche dove i nostri ragazzi bevono in una sera 300 euro di vodka e le nostre figlie sedicenni «fanno gare di sesso orale» nei cessi (come ha rivelato un’inchiesta de La Padania, giustamente titolata «I nostri figli sono dei mostri»), senza contare le «paste» (pasticche di ecstasys) consumate, e l’Lsd. 
Uno dei «nostri ragazzi» spiega come avviene: una ragazza sconosciuta, nel buio, ti bacia in bocca e ti mette in bocca una «pasta»; la sera dopo la cerchi, e lei non ti bacia più, ti porta dal suo ragazzo spacciatore.
Da questo ci convertiranno gli islamici?
Perderemo queste vette della nostra civiltà?
Ci vieteranno «L’isola dei famosi», la pubblicità sporca e ignobile, la strumentalizzazione sessuale delle donne?
No, per Gesù, dobbiamo lottare: andiamo a morire per la globalizzazione, il Fondo Monetario, il livello dei consumi edonistici da quattro soldi!
E il telefonino, non dimentichiamo!


Ma sento l’altra domanda offensiva di quei miei lettori: Blondet non ammette che l’Islam sia una religione falsa.
Blondet non è cristiano.
Provo, offeso, a rispondere ancora una volta.
Falsa è una religione che chiude i canali della grazia: in questo senso, è radicalmente falso il protestantesimo, il luterano «Sola Scriptura» e «sola fide», fede (self-righteous) senza le opere: pecca fortiter sed crede fortius, come predicava Lutero.
Ancor più falsa la sua ultima incarnazione, il protestantesimo americanista demente e feroce.
Queste sì chiudono i canali di grazia, perdono l’uomo e la sua anima.
E questa religione falsa e omicida, satanica, è «nostra», è «occidentale», si proclama perfino cristiana.
E ne abbiamo anche un’altra, di falsa: la religione pubblica della Shoah, a cui anche il Papa ha bruciato il grano d’incenso.


Quanto all’Islam, non riconosce la divinità di Cristo, né la sua resurrezione.
Come non la riconosce né conosce il buddhismo.
Esiterei a concluderne che per questo chiudano i canali della grazia, vista la testimonianza millenaria di asceti e santi uomini - la cui assenza brilla invece nelle pseudoreligioni luterane, che produce solo ipocriti e Rockefeller.
Sarebbe come dire che Gesù, il Salvatore, inganna e condanna persone che onestamente obbediscono alla fede che hanno conosciuto dai genitori - persone che digiunano, che fanno l’elemosina, che vivono la rinuncia e la generosità.
Ne ho conosciuti.
Non posso credere che la Misericordia li abbia tratti in una trappola eterna.
L’Islam, del resto, non considera la fede cristiana né quella ebraica false: le considera incomplete e corrotte, fedele alla comune radice di Abramo.
Per questo ebrei e cristiani hanno potuto vivere nelle società islamiche per secoli, indisturbati, prima della presente polarizzazione di cui noi occidentali siamo responsabili.
Stranamente, l’Islam è in questo meno «integralista» di molti miei lettori cattolici: cattolici schematici, che estraggono una precettistica di pronto intervento anzichè la ragione consigliata da Papa Benedetto a Regensburg.
A mio parere, questi cattolici con lo shema in testa sorvolano su (ha detto il Papa) «quel Dio che si è mostrato come logos, e come logos ha agito ed agisce pieno di amore in nostro favore».
In quanto credenti nel Dio-logos, siamo obbligati a «pensare», e a pensare anche l’Islam - ora che lo abbiamo a contatto - in modo non schematico.
Come lo ha pensato Dio.


Perché Dio l’ha pensato.
E’ nella Scrittura, nell’episodio in cui Abramo scaccia nel deserto Ismaele, suo figlio legittimo e primogenito, con la sua madre, Agar la schiava.
Un angelo appare ai due, che stanno morendo di sete, e promette a nome di Dio: «Anche di te farò un grande popolo, perché anche tu sei seme di Abramo».
Molti secoli dovevano passare, ma la promessa è stata mantenuta: Maometto e il suo Corano hanno fatto dei discendenti di Ismaele, gli arabi, un grande popolo.
«Tu sarai come onagro nella steppa, le mani tue contro tutti i tuoi fratelli, le mani dei fratelli contro di te».
Destino di guerra perpetua, ostinata, un popolo di testa dura ed ossa forti come l’onagro, l’asino selvatico, che morde.
«A voi è prescritta la guerra, sia che vi piaccia, sia che vi dispiaccia», ripetè Maometto.
Ecco, l’hai detto: la guerra santa è il nucleo dell’Islam, l’Islam ci aggredisce…
Ma questo è cedere alla propaganda, alla «guerra di percezione», che hanno scatenato contro di noi i malvagi occidentali: la propaganda di cui siamo vittime in parte volontarie, perché non ci chiude così totalmente da impedirci di vedere la realtà.
E la realtà è che l’Islam è aggredito.
In questo momento storico, è la sola religione che sia sotto attacco bellico «in quanto religione», da parte delle sataniche armi americane.
Due nazioni sono sotto occupazione militare, una terza - il Libano - è distrutta, altre due - Siria e Iran - sono minacciati ogni giorno, dalla Casa Bianca e da Israele, di bombardamento atomico.
«Ma l’Indonesia ha condannato a morte tre cattolici, nonostante l’appello del Papa».


Vogliamo provare, con la ragione, a metterci per un attimo nei loro panni?
Facciamo un esperimento mentale, come il logos consente: poniamo che un regno cristiano condanni tre musulmani per aver partecipato a disordini e omicidi inter-religiosi; e immaginiamo che il Gran Muftì, o l’ayatollah Kathami (3), ne chieda, ne esiga l’assoluzione non in quanto «innocenti» (non lo sono) ma in quanto «musulmani».
Non protesteremmo?
Non diremmo che questi musulmani integralisti si impicciano degli affari nostri?
Che pretendono di essere esentati dalle nostre leggi? (4)
Gli esercizi mentali potrebbero continuare.
Non so se fino al punto di pensare dell’Islam quel che ogni islamico - se non è in malafede - è tenuto a pensare di noi cristiani: non idolatri, ma popolo del Libro, aderente a una fede forse imperfetta, solo parzialmente vera, ma non falsa.
Forse è troppo, lo so, ma sarebbe un passo avanti.
La storia di Agar e Ismaele però sembra suggerirmi che Dio ha voluto l’Islam, che gli abbia dato una missione.
Che ci sia in questa faccenda di sangue un compito misterioso - tre religioni, ciascuna delle quali ha al centro una pietra sacramentale (la nostra è di carne); ciascuna discendente da Abramo e dalla rivelazione che ricevette - e storicamente nemiche.
C’è qui una volontà di Dio, misteriosa, da comprendere?
Non so.
Ma forse, troppo facilmente pensiamo che Cristo sia cristiano.
Una cosa è certa: che non lo è al modo di Bush e dei suoi pentecostali rinati, self-righteous, che diffondono il vaiolo vendendo coperte a coloro che perseguitano, che dedicano campagne anti-fumo a coloro che sterminano.


Solo il sospetto che i musulmani stiano soffrendo oggi per un compito affidato loro da Dio, che versino il sangue per impedire che la prima «roccia» - la roccia di Abramo, protetta dalla Moschea d’Oro in Gerusalemme - venga profanata dal rinnovato rito ebraico dell’agnello (l’ultimo Agnello è stato sacrificato, per noi) dovrebbe almeno farci esitare nei giudizi di condanna.
Ma anche se rifiutiamo l’idea che i musulmani abbiano un compito - spina e mistero nella storia - non ci basta, come cattolici, che i loro bambini siano ammazzati?
Bruciati col fosforo, senza alcuna pietà, in quanto credenti alla loro fede, da un potere invincibilmente superiore in armi, insensato e stupido e senza scrupoli?
Non ci pare un segnale abbastanza evidente?
Negare loro solidarietà e aiuto, siamo sicuri che sia ciò che Cristo ci ha imposto?

Maurizio Blondet

Note
1) Frank Rich, «Stuff happens again in Baghdad», Herald Tribune, 25 settembre 2005.
2) David Brooks, «The closing of a nation», New York times, 25 settembre 2006.
3) A proposito: pochi sanno, nella civiltà superiore dell’Occidente, che l’ayatollah Kathami è uno studioso di Alexis de Tocqueville, ed ha tradotto in pharsi «La democrazia in America». non si sa perchè non si deve sapere. Israele ci ha addestrato a vedere in ogni musulmano un bruto ignorante e irrazionale, che capisce solo il bastone.
4) Il problema dell’Indonesia non è l’Islam. E’ il problema di un arcipelago di 18 mila isole, abitate da 210 milioni di uomini di centinaia di etnie, religioni e razze diverse, che parlano 300 lingue e che non sono una nazione; tenute insieme con la forza da una casta militare senza scrupoli, che utilizza gli odii razziali e religiosi per mantenere il potere di Giakarta. Così, almeno, dovrebbe riflettere un cattolico se ascoltasse il Papa e usasse la ragione, anziché i clichè della propaganda chiamata giornalismo.


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WTC7 visto da un esperto in demolizioni controllate

Post n°73 pubblicato il 21 Settembre 2006 da il.dubbioso
 

 
 
 

Il blog è sospeso.

Post n°72 pubblicato il 16 Settembre 2006 da il.dubbioso
 
Tag: blog
Foto di il.dubbioso

per via di motivi tecnici (non ho tempo) il blog non sarà aggiornato se non in casi eccezzionali. avrà dei "ritorni" durante le vacanze invernali, ma non posso assicurare un aggiornamento quotidiano, forse riuscirò ad aggiornarlo ogni settimana.

rimane cmq disponibile la possibilità di mandare propri scritti (cliccando su: "scrivi nel blog") che saranno sicuramente pubblicati.

alla prossima volta.

il.dubbioso

 
 
 

11 settembre. FBI: Non è stato Bin Laden

Post n°71 pubblicato il 12 Settembre 2006 da il.dubbioso
 
Foto di il.dubbioso

La convinzione che Osama Bin Laden sia il responsabile degli attentati dell’11 settembre è radicata nel conscio e nell’inconscio delle persone come poche altre cose. E’ Bin Laden la risposta che tutti hanno a disposizione per rispondere alle migliaia di domande che questa epoca storica dovrebbe richiedere e per far passarne passare in secondo piano molte altrettanto importanti. E’ stato Bin Laden a "creare" il terrorismo che ci minaccia, ed è stato lui ad attaccare. E’ lui che organizza e coordina i movimenti ceceni, irakeni, afgani, indonesiani, egiziani, palestinesi; è lui che semina odio e recluta terroristi fra i nostri quartieri, le nostre scuole, le nostre moschee; è lui la ragione delle centinaia di migliaia di vittime della pax americana, della diffidenza e della xenofobia, della sospensione specie nei paesi anglosassoni dei diritti. E’ lui, con le presunte prove a suo carico e le altrettante presunte rivendicazioni, il freno ad ogni dubbio sui mille particolari che per qualche motivo non tornano riguardo all’11 settembre.

Eppure, e lo dovessimo processare oggi, come afferma con tutta chiarezza la stessa FBI, non avremmo una sola prova concreta che potrebbe reggere l’accusa di fronte a un tribunale. Bin Laden, anzi, potrebbe querelare ...

... l’intero occidente per calunnia. E la migliore corte immaginabile, nel top della civiltà quale è lo stato di diritto all’occidentale, gli darebbe senza ombra di dubbio ragione.

La storia, si dice, la scrivono i vincitori. Bene: noi stiamo assistendo sotto i nostri occhi alla scrittura di una storia che, ad oggi,rimane un racconto di fantasia. Benché azzardare una qualsiasi versione alternativa rimanga praticamente un tabù, i fatti e le indagini spingono in un’unica direzione: Bin Laden non ha nulla a che vedere con l’11 settembre. Una giustizia giusta, in occasioni simili, proverebbe a battere piste diverse.

Basta controllare sul sito dell’FBI (link) per rendersi conto che Bin Laden è ricercato "unicamente" in relazione alle esplosioni del 7 agosto 1998 alle ambasciate degli Stati Uniti di Dar Es Salaam, Tanzania, e Nairobi, Kenya. Secondo l’ FBI, questi attacchi hanno ucciso oltre 200 persone. L’ FBI conclude i suoi motivi per "ricercare" Bin Laden dicendo, «Inoltre, Bin Laden è sospettato di altri attacchi terroristici in ogni parte del mondo».

La nostra percezione, grazie all’onestà intellettuale dei media e dei nostri degli rappresentanti, è però diametralmente opposta. La certezza assoluta della colpevolezza di Bin Laden è stata brandita per anni sulla reputazione di chiunque ha provato a sollevare un solo dubbio sull’effettiva paternità dell’attentato o sulla "Guerra al Terrorismo", i cui risultati disastrosi sotto ogni punto di vista (sicurezza globale, economia, condizioni della popolazione, diritti umani) sono sotto gli occhi di tutti. La certezza che Bin Laden abbia rivendicato l’attentato e che la sua regia sia stata dimostrata è una credenza diffusa che stoppa in partenza ogni opinione divergente. Al contrario Bin Laden non ha mai rivendicato in maniera credibile l’attentato: si è dichiarato all’oscuro di tutto più volte e, anche in preda alla disperazione, non si è spinto oltre l’espressione di soddisfazione per l’attentato senza lasciare intendere un suo coinvolgimento. Senza prove e senza confessioni nulla, se non teorie campate in aria e sostenute da ignoranza o da forte malafede, lega Osama Bin Laden all’attacco all’America che ha aperto l’epoca della guerra perenne al terrorismo.

«Bin Laden non è stato formalmente accusato in relazione all’ 11-9» ha chiarito Rex Tomb, uno dei portavoce dell’FBI, al Muckraker report. «L’ FBI raccoglie prove –ha spiegato- Appena le prove sono state messe insieme, vengono girate al Dipartimento di Giustizia. Il Dipartimento di Giustizia poi decide se ha abbastanza prove da presentare ad un grand jury federale. Nel caso del bombardamento del 1998 alle Ambasciate degli Stati Uniti, Bin Laden è stato formalmente accusato e incolpato da un grand jury. Non è stato formalmente accusato e incolpato in relazione all’ 11-9 perché l’FBI non ha una forte prova che lega Bin Laden all’ 11-9». (link)

Per quanto possa sembrare assurdo si tratta semplicemente di una conferma. Così scriveva la BBC nel maggio 2002, dopo 7 mesi di indagini a "tutto campo".

«Ufficiali dell’intelligence USA hanno ammesso di aver fallito i tentativi di portare alla luce qualsiasi pista che conducesse agli attacchi dell’11 settembre. Il capo dell’FBI ha detto che dopo 7 mesi di implacabile lavoro l’America non ha trovato alcuna prova riguardante alcun aspetto degli attacchi a New York e Washington. Robert Mueller, direttore dell’FBI, ha spiegato che i suoi agenti hanno inseguito centinaia di migliaia di indizi e controllato ogni documento sul quale sono riusciti a mettere le mani, dalle prenotazioni di volo ai noleggi d’auto ai conti bancari. Hanno cacciato fra le grotte in Afghanistan e fra le ricevute di carte di credito in America ma il meglio dell’intelligence americana è stata umiliata da 19 dirottatori di Al Qaeda, rivelando quanto poco l’America sa riguardo agli attacchi dell’11 settembre».

Dopo altri quattro anni di indagini "a tutto campo" nulla è cambiato: 19 uomini, dopo aver compiuto irripetibili acrobazie per i cieli dell’America e sbeffeggiato il mondo intero con una dozzina di miracoli, non hanno lasciato una sola seria traccia della loro opera.

Potremmo fermarci qua e avremmo già abbastanza motivi quantomeno per arrossire. E’ importante invece, prima che la storia venga riscritta, analizzare e raccogliere le non prove, le non rivendicazioni e le evidenze fasulle che il mondo intero ha accettato senza un battito di ciglia. Basta ripercorrere i momenti successivi all’11 settembre per accorgersi –giusto per iniziare- che Bin Laden non ha mai rivendicato l’attentato negando anzi –in linea con i Talebani- ogni suo coinvolgimento. E se Bin Laden non ha nulla a che fare con l’11 settembre e non esiste alcuna prova concreta si un suo ruolo nella preparazione degli attentati, come l’FBI dice, ciò significa necessariamente che è stato qualcun altro.

Non spetta a noi, ai nostri limiti di comuni cittadini indagare e tracciare conclusioni. Ma quello di rimanere sull’attenti, evitando di essere tirati per il naso, è forse l’ultima alta libertà che la "civiltà" ci concede.

http://www.luogocomune.net

 
 
 

é proprio il quarto reich

Post n°70 pubblicato il 11 Settembre 2006 da il.dubbioso
 
Foto di il.dubbioso

STATI UNITI - Il professor Steven Jones è stato sospeso dalla docenza alla Brigham Young University (dove insegnava fisica), per aver sostenuto che le due Torri, l'11 settembre, caddero perché minate, non perché attaccate da terroristi islamici con aerei.
Steven Jones è il fisico che ritiene di aver identificato la sostanza usata nella «demolizione controllata»: sarebbe termite, miscuglio finemente mescolato di polvere d'alluminio e ossido di ferro che, una volta innescato, sviluppa una reazione chimica irreversibile che raggiunge i 2.800 gradi di temperatura: quel che occorre per liquefare i 47 pilastri interni alle Towers (core columns),  47 scatolati d'acciaio spesso dieci centimetri.
Vari lettori ci segnalano la punizione del professor Jones.
Ma i professori minacciati di sospensione sono almeno tre, tutti, come Jones, membri dell'associazione «Scholars for 911 truth» (docenti per la verità sull'11 settembre).
I minacciati di licenziamento sono il professor Kevin Barrett, dell'università del Wisconsin, e Bill Woodward, docente di psicologia all'università del New Hampshire.
Nella libera America d'oggi si può perdere il posto per delitto d'opinione.
E può accadere di peggio.

La giornalista Susan Lindauer è stata appena liberata da un «edificio correzionale di New York dov'è stata trattenuta per 'valutazione psichiatrica' per quasi un anno».
La sua colpa?
Nel marzo 2001 la Lindauer scrisse ad Andrew Card, già capo dello staff della Casa Bianca e suo cugino, avvertendo che una delegazione irachena l'aveva contattata per invitare gli USA ad inviare ispettori esperti di armamento in Iraq, dove avrebbero potuto raccogliere le prove che Saddam non aveva armi di distruzione di massa.
Immediatamente, sulla poveretta di sono rovesciate un mare di accuse, fra cui quella di essere un agente iracheno pagato.


Il 14 agosto Chris Bollyn, giornalista di American Free Press, è stato malmenato davanti a casa sua da agenti dell'FBI, che lo hanno anche colpito con un «taser» (una pistola elettrica che dà violente scosse): Bollyn, coraggioso amico, sta indagando sulle strane telefonate di «pre-avvertimento» ricevute da selezionati privilegiati poche ore prima dell'11 settembre, fra cui il messaggio ricevuto dalla Odigo, un'agenzia (israeliana) di istant messaging che aveva sede proprio nella zona del World Trade Center.
Un altro giornalista, Greg Palast, è sotto inchiesta del ministero per la Sicurezza Interna (Homeland Security).
Il suo delitto: nel girare un documentario su New Orleans distrutta dall'uragano Katrina e dalla criminale incompetenza dell'amministrazione Bush, Palast ha ripreso un sito «protetto per ragioni di sicurezza nazionale»: si tratta di un edificio della Exxon Mobil.
Palast ha chiesto, sarcastico, se la Louisiana sia ancora parte degli Stati Uniti o se sia stata annessa a qualche redivivo impero sovietico, dove la fotografia di «installazioni sensibili» era vietata.
La risposta dell'Homeland Security è stata positiva: la Louisiana è ancora parte degli USA.
Ma sono gli Stati Uniti ad essere cambiati.
Dall'11 settembre, la «libera America» è stata mutata in un sistema totalitario di tipo nuovo, che in mancanza di meglio deve essere definito «Quarto Reich».
A stabilire l'inquietante parallelo non è un'associazione islamica bensì un giurista americano di nome Jacob G. Homberger. (1)
Il quadro legale delle libertà americane, dice Homberger, è stato rovesciato dalla legge speciale anti-terrorismo chiamata «Patriot Act».
La quale appare ricalcata fin nei particolari sulla legge speciale d'emergenza che il cancelliere Adolf Hitler pretese nel 1934, e che trasformò il suo potere di governante legalmente eletto in quello di dittatore.

L'11 settembre tedesco fu
, come si sa, l'incendio del Parlamento (il Reichstag).
Il giorno dell'attentato, Bush era in Florida in una scuola elementare a leggere ai bambini un libro che parlava di caprette saltellanti.
A Berlino, il 27 febbraio, il noto Cancelliere era placidamente a pranzo con Goebbels, quando ricevè la telefonata dell'avvenuto attentato alla democrazia germanica.
Nell'America del 2001, il potere ha subito diffuso le «prove» che il colpevole era «Al Qaeda» e in più generale il «terrorismo islamico»: video di Osama e lista completa degli attentatori.
Nel 1934, il governo di Berlino «scoprì» rapidamente che ad incendiare il Reichstag erano stati «terroristi comunisti».
«E' l'inizio della rivoluzione bolscevica!», gridò Goering al colmo dell'indignazione davanti alle fiamme.
Come lo sapeva?
Sapeva.
Il governo aveva scoperto «materiale di stampa clandestina» comunista che dettagliava l'intero piano delittuoso.
Era programmato l'incendio «di edifici statali, musei, residenze e impianti strategici […] donne e bambini sarebbero stati messi davanti ai gruppi di terroristi [come scudi umani]».
L'incendio del Reichstag non era che «il segnale di un'insurrezione e della guerra civile».
«E' stato accertato», assicurava il governo legale di Berlino, «che il giorno stesso si sarebbero dovuti verificare in tutta la Germania atti terroristici contro individui, proprietà private, la vita e l'incolumità di gente innocente per dare inizio alla guerra civile».
Il giorno stesso il cancelliere strappò al capo dello Stato (Hindenburg) un decreto presidenziale intitolato «Per la protezione del popolo e dello Stato», che sospendeva le garanzie costituzionali.


Nel 2001, Bush ha chiesto ad un Senato terrorizzato (dalle lettere all'antrace, ricevute da soli senatori democratici, ossia dell'opposizione) la legge d'emergenza che gli dà pieni poteri contro la «guerra al terrorismo globale»: il Patriot Act, appunto.
Il decreto di Hindenburg sanciva la «restrizione della libertà personale e del diritto alla libera espressione delle opinioni, libertà di stampa compresa; la facoltà per il governo di violare la corrispondenza privata, sia postale, telegrafica o telefonica; il permesso per perquisizioni in abitazioni, confisca e restrizioni della proprietà».
Il Patriot Act, come hanno sperimentato il professor Jones e i giornalisti e docenti sopra citati, fornisce queste stesse facoltà al potere costituito americano.
Due settimane dopo, Hitler chiese al parlamento di delegare a lui tutti i poteri anche legislativi, in modo che potesse, con piena autorità, affrontare l'eccezionale pericolo incombente sulla patria. Ci fu qualche tentativo di opposizione.
Il cancelliere mise in riga i deputati riottosi  gridando: «La Germania sarà libera, ma senza di voi!». Bush ha detto cose molto simili: «O con noi o contro di noi», «Odiano la nostra libertà», eccetera.
Alla fine Hitler ottenne il decreto che gli dava pieni poteri («Ermächtigungsgesetz») con 441 voti contro 84.
La misura, disse il cancelliere, era temporanea: e infatti la sottopose anno dopo anno al parlamento per la riconferma, che non mancò mai.
In questo, persino più democratico di Bush, ironizza Hornberger.
Perché Bush ha ottenuto dal Congresso il decreto di «autorizzazione alla forza» che gli conferisce poteri insindacabili e totali per combattere «il terrorismo globale».
Tale decreto non ha bisogno di essere confermato, perché vige finchè dura «la guerra al terrorismo».
E quando mai finisce una guerra al terrorismo globale?


«E' impossibile conoscere con qualche sicurezza quando l'ultimo terrorista sarà sterminato o neutralizzato», dice il giurista, «sicchè, dal punto di vista pratico, la 'guerra al terrore' è guerra perpetua, e i poteri di Bush, il comandante in capo,  altrettanto perpetui».
E' precisamente la guerra senza fine che Orwell descrive nel suo «1984», e che giustifica il sistema totalitario vigente, con le sue penurie e il suo terrore.
Hilter risparmiò al popolo le penurie, almeno fino a guerra inoltrata.
Nel 1934, si trovò il comunista terrorista colpevole dell'incendio del Reichstag: tale Martin van der Lubbe, un olandese.
Gli storici, questi complottisti, ritengono oggi che van der Lubbe sia stato usato come strumento dai nazisti; non lo sapremo mai, perché il terrorista fu prontamente giustiziato.
Ma altri capi terroristi comunisti processati con lo sciagurato furono rilasciati dai tribunali tedeschi, per assenza o esiguità di prove: è accaduto anche in USA, dove terroristi accertati dai media sono stati poi rilasciati.
Il cancelliere coi baffetti corse ai ripari: le cause per tradimento furono trasferite dalla Corte Suprema a un tribunale speciale di otto membri, di cui cinque erano tesserati del Partito.
Uno degli accusati liberati dai giudici ordinari fu rimesso in «custodia preventiva», e morì in carcere durante la guerra; esattamente come nell'America di oggi, dove un numero inaccertabile di persone sono detenute da anni senza processo e senza accusa precisa, e dunque senza possibilità di difesa - anche si sospetta cittadini americani - in qualità di «enemy combatants». 
Infatti anche Bush, il comandante in capo, dice Hornebrg, «ha il potere di arrestare cittadini americani e negare ad essi un giusto processo, assistenza legale e l'accesso alle corti federali ordinarie. Può detenere persone e mandarle in Stati stranieri per esservi torturate. Può intercettare telefonate senza mandato. In altre parole, il nuovo regime americano può condurre la sua 'guerra al terrore' negli Stati Uniti con gli stessi poteri che si è dato in Iraq».


Ciò è logico nei sistemi totalitari: che mentre perseguono il nemico esterno, incessantemente perseguono e smascherano i «nemici interni».
Le perquisizioni o irruzioni notturne, le detenzioni senza termine, la tortura praticate in Iraq sono per ora risparmiate agli americani: ma si tratta di un'esenzione di fatto, non di diritto.
E infatti vari membri della Corte Suprema vorrebbero legalizzare la tortura per estorcere informazioni.
Una volta legalizzato, questo metodo di interrogatorio non avrà motivo di non essere usato all'interno del Paese più libero del mondo.
Ciò induce il giurista a temere che persino con un presidente migliore di Bush, nel 2009, il sistema di totalitarismo democratico messo in atto possa durare: perché è appunto un sistema, ormai un coerente insieme di istituzioni, troppo comode per il potere perché esso vi rinunci volontariamente (pensate ai giudici che potessero portare come prove contro l'imputato le confessioni ottenute sotto tortura: quanta fatica risparmiata nelle indagini).
Intanto, giornalisti vengono malmenati e detenuti, professori perdono il posto: Quarto Reich America.
E le guerre continuano, come nel Terzo, giustificando all'infinito le misure «speciali».
Se un giorno sopravviveremo a tutto questo, potremo sviluppare sensate riflessioni sulla democrazia e le sue illusioni.
La prima di tutte: la convinzione che il sistema democratico abbia in sé chissà quali misteriosi anticorpi contro la dittatura.
Che la separazione dei poteri, la proprietà privata, la libera stampa e il potere legislativo eletto dai cittadini siano lì a vegliare, occhiuti ed energici, contro ogni lesione dei diritti e delle libertà, politiche e d'opinione.
Questa illusione, in cui ci culliamo, è priva di fondamento.


Il Quarto Reich è il prodotto di un colpo di Stato nuovo e sofisticato; ma non più sofisticato dei metodi con cui il Terzo tramutò una democrazia pluralista, nel Paese più avanzato d'Europa, in dittatura.
Basta spaventare la gente contro un nemico invisibile, aizzarne l'odio e le paura.
Basta una stampa servile che tace la verità, perché non fa comodo ai padroni.
Basta poco, e gli oppositori al sistema saranno ridotti al silenzio come «anti-americani», anti-semiti, cospirazionisti…


Ultime notizie dal Quarto Reich, da leggere finchè siete in tempo:
- Una decina di giornalisti della Florida, fra cui noti personaggi televisivi e opinionisti del Miami Herald, sono risultati pagati dalla Casa Bianca (fino a 175 mila dollari l'uno) per diffondere notizie false su Fidel Castro.
- Donald Rumsfeld, parlando all'American Legion, ha detto che la libertà americana è minacciata non solo da una complessa «rete di terroristi» ma da «occidentali moralmente corrotti»
che si rendono complici obbiettivi del terrorismo, e strateghi militari critici del suo operato (di Rumsfeld), che indeboliscono le difese del Paese. «Provocare la confusione morale o intellettuale su chi o che cosa è giusto o sbagliato mina la volontà e la perseveranza delle società libere», ha detto von Rumsfeld. (2)
- Il comune di New York imporrà a 1400 suoi insegnanti di seguire un corso su Israele. Il corso, elaborato dal consolato israeliano a New York, è inteso - così ha detto il console Aryel Mekel, «a formare attraverso gli insegnanti una generazione di leader educati a mantenere la relazione speciale tra Stati Uniti e Israele». (3)
Questa almeno è una novità: il Terzo Reich non si sarebbe fatto dettare i programmi scolastici da un console di uno Stato estero.

Maurizio Blondet



Note
1) Jacob G. Hornberger, «A democratic dictatorship», The Future of Freedom Foundation, 25 agosto 2006.
2) Address at the 88th Annual American Legion National Convention «Delivered by Secretary of Defense Donald H. Rumsfeld, Salt Lake City, Utah»,  August 29, 2006.
3) Yaniv Halili, «New Yorkers to study about Israel», Y net-new, 8 settembre 2006.

http://www.effedieffe.com

 
 
 
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