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IL BLACK BLOC

Post n°81 pubblicato il 20 Ottobre 2011 da Larbo
Foto di Larbo

Che fresca mattina, che odore de brina, se sente nell'aria la voja de ride, de corre su un prato de vive beato;

Laggiù oltre er vetro che chiude la stanza, se ode un fringuello che canta er risvejo;

più in là sopra er tetto, passeggia un miciotto, cor passo felpato er grugno deciso;

E' fiero ner petto, fa finta de esse un poco distratto, se struscia de fianco.

Addrizza la coda, è proprio un ber gatto, se move con tatto, fa pure er distratto,

poi scatta de corsa sur prato bagnato e dopo un minuto riappare de scatto,

c'ha in bocca un ber ratto, un grosso sorcetto che je graffia er mento...

ma nun c'è problema per grosso micione, co due mosse svelte ne fa un ber boccone...

Che bella natura che dolce risvejo, me sento già mejo, so forte so un duro, a me nun me ammoscia nemmanco er bromuro.

Ce l'ho sempre duro e so un tipo tosto a ognuno se vojo so mettelo a posto.

De sotto mi madre me chiama ar cospetto, e na pora donna, lavora pe casa, ha fatto pe anni la vita a servizio;

Sentiva de esse una "lavoratora", puliva le case, stirava strusciava, e nun se stancava de quer che faceva.

Diceva "ER LAVORO NOBILITA L'OMO", ma tu sei na donna io je dicevo - e lei pe risposta stirava camicie, guardava lontano dalla finestra e poi me diceva con fiero calore " FIJOLO TU STUDIA, NUN PERDE MAI TEMPO, RILEGGI OGNI COSA ALMENO DU VOLTE, PERCHE' PE CAPI' LA VITA CHE AVANZA LA DEVI STUDIA DE CERTO AD OLTRANZA, E DEVI SENTI' COME FOSSE UN SAPORE QUER TIPO SPAESATO CHE TE CHIAMA DOTTORE!".

Ed io la guardavo sta mamma fatica, davanti a na tazza de latte fumante, sapevo de esse un fijo destinato a n'altro percorso a n'altro creato, de certo nun ero na cima de ingegno, ma lei lavorava e io co lo zaino sopra na spalla, uscivo da casa tranquillo e beato.

Ma oggi è er gran giorno!!! m'aspettano quelli der comitato,

so bravi ragazzi, magari un po pazzi, vestiti de nero, me danno er vestiario, na spranga de fero, un casco scheggiato eppoi na bandana che stringo sur collo, andove se legge "DISTRUGGO E NUN MOLLO".

L'anfibio ce l'ho, de nero laccato, na borchia de lato, la punta de fero;

me sento un leone co tutta sta robba !! e insieme a st'amici con passo deciso prennemo la strada della stazzione;

Tra manco due ore saremo in azione, tra cori, minacce e bestemmie de santi, butteremo na bomba tra i manifestanti.

In fondo so solo dei pori cojoni, na flebile voce che chiede diritti, un branco de brocchi a sventolà bandiere...

Ce so sempre stati sti morti de sonno co la presunzione de volè cambià er monno.

Ma er monno se cambia senza fili de lenza, ce vole la rabbia, ce vole violenza,

ce vole er mattone che lanci sur vetro, na bella scarpata che scalci da dietro...

Noi semo quer gruppo che appare de getto, na fiamma de foco che squarcia i cortei, che brucia musei, che attacca alle spalle er grosso blindato, un dito ner culo de chi è sventurato.

Noi semo er complotto che trama da sotto, er sangue dar naso de quer poliziotto...

E quanto casino, e quanto bordello, pe noi l'ideale è solo er macello;

Lanciamo estintori su quelli schierati, noi semo i crociati senza ideali, ai sogni dell'altri bruciamo le ali..

Noi semo la rabbia che sfonda la gabbia, la scelta de esse diversi da tutti.

Noi semo bastardi, cattivi codardi, nessuno lo ferma il blocco in azione perchè in fondo in fondo c'avemo l'appoggio de chi nun se vede, de chi nun se sente ma noi lo sapemo che è sempre presente.

C'avemo l'appoggio de quelli pensanti vestiti de griggio, che danno li semi allo scarafaggio.

 

Pe oggi è finita, tra chiazze de sangue e qualcuno che langue, me godo dall'alto quest'altra bravata, un'altra città è stata stuprata, l'ennesima azione è stata compiuta;

Tra cocci de vetro e mazze de legno, ripenso a mi madre che stira in cucina...

E' na ora donna, lavora pe casa, ha fatto pe anni la vita a servizio...

Me sogno già calda la tazza fumante.. quel latte bollente che scalda er palato...

tu studia me dice, nun perde mai tempo...

Ed io tra guerriglia e qualche dolore, la rendo felice... divento dottore!!  


 

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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