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VERSO

Post n°89 pubblicato il 15 Gennaio 2012 da Larbo
Foto di Larbo

Il buio e la luce s'incontrarono a metà strada, su di un ponte al crepuscolo, sospeso al di là di un tempo svuotato della sua memoria...ognuno con la sua storia da raccontare....

Ai lati correvano lucciole bagnate di rugiada e fluivano nell'aria spicchi di luna danzanti. Ad ogni passo del buio, seguiva un passo della luce;

Il buio aveva con se rumori ovattati di foglie, di laghi notturni ornati di stelle , odore di muschio nell'aria, una goccia di mare seduta sul dorso di una falena ;

La luce teneva in mano i brividi del mattino, il palpitìo giovane e incessante di una farfalla scaldata dal sole, e in un'ampolla una folata di vento che per prima aveva sfiorato il viso di un bambino.

Giunti uno dinanzi all'altra, come mercanti invisibili, scambiarono le loro storie...

Poi la luce soffiò negli occhi del buio e gli donò il mattino;

Il buio la guardò per un istante e avvicinando le labbra alla sua fronte le fece dono dei segreti del silenzio.

Si strinsero in un abbraccio e proseguirono il loro cammino, il buio verso il fuoco, la luce incontro al mare...

Ognuno aveva il diritto di sapere.

 
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C.P.T.

Lento scorre il tempo, in questo luogo contenuto da sbarre di ferro e viali di cemento. Bordi di grigio, racchiudono un quadro grigio. Timidi fili d’erba cercano di riprodurre una natura stretta in gusci di calce. Qualche tombino quà e la spezza la monotonia del piatto, creando fosse di piombo zigrinato ove si adagia la guazza di un’ennesima notte. Antenne come cipressi robotici si piegano al vento della sera e lampioni dagli steli affusolati, offrono i frutti di una luce fredda, racchiusa in boccioli di plastica e nettare di tungsteno. I cancelli che vedo di pesante imponenza claustrofobia, danzano ripetutamente, basculando negli stetti passi di un binario scollinato, pronti a ballare agli ingressi o alle uscite dei tanti girovaghi. Tetti e ombre, cartelli e tasti esausti di essere pigiati e una macchinetta automatica del caffé che sgorga ritmicamente miscele nere di noia per dissetare gole a volte incapaci di fare altro. Il libero andamento di questo micromondo si dissolve oltre il vetro che mi contiene; un uomo s’avvicina alle acustiche fessure dello scambio umano. Sua moglie lo attende qualche muro e sbarra più in la. Con una busta in mano, percorre i soliti passi nei soliti giorni, portando magari con se in quella busta vestita di bianco, piccole ampolle di aria lontana, da far respirare ingordamente alla sua amata. Siamo qui, come ieri, come domani a guadagnare un posto nell’olimpo dei vigilanti, dei trascrittori di nomi, dei bevitori di cappuccino, dei compositori di numeri, dei pigiatori di tasti, dei culi sprofondati nelle sedie, dei pensatori lontani che volano con la fantasia oltre le fessure equidistanti di un recinto; siamo qui a stretto contatto col nulla a condividere il niente e a sentire il senza. Si potrebbe dire basta a tutto questo, spogliarsi di un’assurda contestualità di sfere che rotolano sempre nello stesso verso e nel medesimo istante liberarsi di una cravatta nera che si slega dal suo calice di stoffa, e ritrovare finalmente il senso delle cose. Nessuna gabbia in fondo ha mai contenuto i pensieri di un sognatore.
 
 
 

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