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Prime visioni: L'anno mille di Diego Febbraro

Post n°128 pubblicato il 24 Aprile 2008 da cinemanarchico
 

C'era l'anno mille di Franco Indovina, nel lontano 1971 con Carmelo Bene. Ed era un grandissimo film, prodotto dalla televisione, davvero inimmaginabile oggi, ché
la Rai, come produttore, forse fa molte più cose, ma la qualità
dei prodotti rispetto a venti, trenta anni fa è molto più bassa.
Il cinema di Diego Febbraro si autolegittima per l'uso spregiudicato della semplice fantasia. Il suo cinema fa pensare a Pasolini a Sergio Citti, con una messa in scena essenziale e scarna, sempre molto emozionante, perché a misura umana.
Certo la cattiveria appare svenevole, ingenua, fin troppo favolistica, specie se ambientata ai nostri tempi. E Franco Oppini nonostante l'aspetto burbero, malefico, ha gli occhi buoni.
L'anno mille sembra un film fuori tempo massimo, un esempio di narrazione ispirata soltanto alla meraviglia e la riscoperta di un sito storico. Il legame con le reali vicende storiche è molto forte, e gran parte del fascino visionario si relaziona direttamente con la porta del tempo, lì a Roma in piazza della Vittoria e nel castello di Todi, e poi nella tomba da poco scoperta del gigante herr Mugnen.
La trovata migliore del film è lo sguardo sui corpi "continui" nel tempo e nello spazio. Una continuità dei nostri corpi, dell'umanità,  laddove il mistero dell'Universo mostra dei segnali che dobbiamo interpretare. Ovvio che ci si riferisca alle esperienze del deja vu che accadono nei confronti di luoghi ed azioni. Molto bella la scena di ritorno al castello oggi, con Altea colta da un violento capogiro, stordimento di una percezione vicina ed intima del luogo.


 
 
 
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