Quello che pensavo, da sdraiato, fosse un fiume in effetti era più un rigagnolo d'acqua. Forse il mio udito, per tanto tempo intorpidito, confuse un rumore da nulla come questo rivolo con un grande corso, come confondere il Po con il torrente Parma in piena estate. Comunque grande o piccolo letto, l'acqua contenuta era fresca; la mia sete fu presto saziata e la mia gola rinfrancata.
Finalmente.
Rifrigerio.
Ora volevo capire cosa mi fosse successo e ancor prima dove fossi.
Mi ricordavo poco o nulla. Non riconobb il posto.
Mi trovavo sotto quello che sicuramente avrebbe dovuto essere un ponte. Ma antico. Cioè era della mia epoca. Mi ricordava il Ponte di Rialto se non fosse che integre c'erano solo le spalle e il pilone centrale che sorreggeva il ponte e che si integrava con quel rivolo che mi scorreva vicino.
I due archi erano crollati. I massi erano tutti intorno a me. Pietre con serpenti di ferro che ne fuoriuscivano. Ma sembravano antichi. Probabilmente il ponte era già vecchio quando era integro ma così mi sembrava fossero passati secoli. Mi sentivo come un feudatario che si sveglia nel 2010 sotto un acquedotto costruito da Giulio Cesare. Non discuto: una senzazione strana!
Mi trovai a pensare:" Ma come ci sono finito li sotto?". Non ricordavo.
Adesso si che mi ricordo. Mi ci vollero quasi 6 settimane per ricordare ciò che successe. Dovetti incontrare prima Andrèe. Dovetti conoscere l'epoca in cui mi ero svegliato. Dovetti vivere prima in questo mio nuovo mondo per ricordare ciò che successe. Ricordare chi ero.
Il Terremoto.
Il crollo. Poi piu nulla.
Buio e freddo.
Mi sforzai di ricordare.
Nulla.
Mi venne mal di testa.
E fame.
Iniziai a scalre le pareti dell'argine di quel rigagnolo, stando attento ai massi di cemento, ai vetri e ai chidi in essi conficcati.
Scivolai parecchie volte prima di arrivare in cima. fu allora che mi resi conto che indosso avevo solo una camicia strappata di un colore indefinibile. Era senza una manica e completamente strappata lungo tutto un fianco. Le braghe erano strappate fino alle ginocchia. Le scarpe erano mal ridotte, ma integre.
Mia aspettava uno strano paesaggio. Ero in una sorta di boschetto di stranissimi alberi fatti di spine. Non vidi erba sotto i miei piedi.
decisi di incamminarmi seguendo il sentiero che partiva da quel ponte distrutto. Dopo poco tempo mi ritrovai su una stradina fatta di polvere e ghiaia. Dalla mia parte vedevo solo rami senza vita aldifuori di rovi. A delimitare la strada 2 righe fatte di ghiaia. Dall'altra l'orizzonte era colorato di terra arida esecca. Un deserto di terra con sassi e cactus dalle forme strane, come non ne avevo mai visti. All'orizzonte vidi una villa.
La gigantesca casa si stagliava esattamente davanti a me a non più di un centinaio di metri. Nonostante la stanchezza della scalata dell'argine provai ad incamminarmi verso quel maniero. Attraversai la stradina più spinto dalla fame che non dalla curiosità.
Il sole andava e veniva. Quando riuscivo ad essere accarezzato dai suoi raggi mi accorgevo che esso era caldissimo, quasi scottante. Ma poi, per lunghi periodi veniva coperto da scurissime nuvole purpuree, cariche di pioggia e allora arrivava implacabile un vento glaciale, che gelava anche il sangue nelle vene.
Mi diressi, nonostante le gambe intorpidite ed il freddo pungente verso quella magione che sembrava così ricca ed accogliente.
Camminavo, stando bene attento a non inciampare in quel groviglio di spine, terra e sabbia.
Ma, dopo una decina di minuti di avanzamento, mi accorsi, con mia grande sorpresa che la villa continuava ad restare lontana e per quanto mi sforzassi, inavvicinabile. Provai a correre, ma essa continuava a distanziarsi da me invece di avvicinarsi. Rovinai al suolo. Ero stanco. Avevo fame e mal di testa. Avevo le vertigini. Brividi freddi mi correvano lungo tutto il corpo.
Mi girai verso la viuzza abbandonata, e capii come poteva sentirsi un attore su di un palcoscenico. Avevo degli spettattori. Un gruppo di passanti si erano fermati e mi fissavano, borbottando fra loro. Mi facevano dei cenni, qualcuno ridacchiava. Tornai verso di loro e verso la stradina prima abbandonata giusto per, a pochi passi dal gruppetto fermo, inciampare sulle mie stesse gambe e precipitare, con un sonoro tonfo, al suolo. L'ultima cosa che ricordo è di aver visto un grosso essere peloso e cornuto in mezzo a quella gente carico come un somaro.
Mi ritrovai a farfugliare:" Cosa diavolo è quello?".
E per l'ennesima volta, in quella giornata, stressato dal freddo e affaticato dalla fame bruciante, persi i sensi.