L’8 marzo, più che dar voce alle battaglie delle donne, è un modo cortese per chiuderne le bocche, infilandovi un fiore giallo o un cioccolatino. La femminista Germaine Greer, nel saggio «La donna intera», ricorda che negli anni Settanta «il movimento per le donne era denominato “Women’s liberation” (liberazione delle donne). Quando l’appellativo “libbers” venne abbandonato a favore di “femministe” nessuno si rese conto che, insieme alla parola, era l’idea di liberazione che veniva meno». Le donne, secondo lei, smisero di battersi per affermare il diritto alla propria differenza e preferirono puntare all’obiettivo dell’assimilazione. Più che lottare per affermare la necessità di essere se stesse in un mondo dominato da logiche maschili, hanno lottato per essere trattate come gli uomini. E in alcuni deprimenti casi, per essere proprio come loro: signore in carriera (cosa in sé giusta), ma alla maniera degli uomini. Non donne al meglio di sé, quindi, ma mascolinizzate. Sia chiaro: la lotta per le «pari oppurtunità» rispetto agli uomini è un obiettivo irrinunciabile. Grazie ad essa, oggi, le vite di molte sono davvero più nobili e ricche di un tempo. Anche se è necessario ricordare che resta parecchia strada da percorrere: basti pensare alle croniche differenze salariali e al fatto che i posti di potere sono occupati, in maggioranza bulgara, da maschi. Eppure c’è un sogno più grande dell’effettiva «parità», quello della «liberazione», che non concerne solo le donne: è una lotta di maschi e femmine insieme, affinché la società possa ritrovare l’equilibrio che ha perso quando ha ingabbiato la parte femminile. «Le femministe visionarie della fine degli anni Settanta – scrive la Greer – sapevano bene che le donne non sarebbero mai state libere se avessero accettato di vivere la vita di uomini non liberi». Ma oggi chi se ne ricorda?
...
L’8 marzo, più che dar voce alle battaglie delle donne, è un modo cortese per chiuderne le bocche, infilandovi un fiore giallo o un cioccolatino. La femminista Germaine Greer, nel saggio «La donna intera», ricorda che negli anni Settanta «il movimento per le donne era denominato “Women’s liberation” (liberazione delle donne). Quando l’appellativo “libbers” venne abbandonato a favore di “femministe” nessuno si rese conto che, insieme alla parola, era l’idea di liberazione che veniva meno». Le donne, secondo lei, smisero di battersi per affermare il diritto alla propria differenza e preferirono puntare all’obiettivo dell’assimilazione. Più che lottare per affermare la necessità di essere se stesse in un mondo dominato da logiche maschili, hanno lottato per essere trattate come gli uomini. E in alcuni deprimenti casi, per essere proprio come loro: signore in carriera (cosa in sé giusta), ma alla maniera degli uomini. Non donne al meglio di sé, quindi, ma mascolinizzate. Sia chiaro: la lotta per le «pari oppurtunità» rispetto agli uomini è un obiettivo irrinunciabile. Grazie ad essa, oggi, le vite di molte sono davvero più nobili e ricche di un tempo. Anche se è necessario ricordare che resta parecchia strada da percorrere: basti pensare alle croniche differenze salariali e al fatto che i posti di potere sono occupati, in maggioranza bulgara, da maschi. Eppure c’è un sogno più grande dell’effettiva «parità», quello della «liberazione», che non concerne solo le donne: è una lotta di maschi e femmine insieme, affinché la società possa ritrovare l’equilibrio che ha perso quando ha ingabbiato la parte femminile. «Le femministe visionarie della fine degli anni Settanta – scrive la Greer – sapevano bene che le donne non sarebbero mai state libere se avessero accettato di vivere la vita di uomini non liberi». Ma oggi chi se ne ricorda?