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Creato da sensuale_tt il 07/08/2008
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Motivazioni del comportamento dell'Allumeur
Post n°13 pubblicato il 10 Agosto 2008 da sensuale_tt
L’allumeur si mostra ansioso nei confronti del reale, smanioso di controllarne i vari aspetti: lo spazio (40), il tempo. Tutto ciò che sfugge alla sua possibilità di controllo lo rende insicuro, dubbioso. Un’immagine ricorrente descrive qualcosa che si muove velocemente, e perciò risulta essere incontrollabile, in contrasto con un tentativo dell’allumeur di sedare tale moto, o con una sconfitta in questo tentativo (42, 43): (40) Tu penserai che non so come andare avanti per via del mio horror vacui. È vero, mi fa un certo effetto vedere un pezzo di foglio bianco [EMMA-JACOPO]. (41) […] [l’]ordine fittizio che, consapevolmente o meno, cerco continuamente di dare a ciò che mi circonda, persone comprese […] [EMMA-JACOPO]. (42) Ora però il mio tavolo beccheggia, perché sono le mie gambe distese sul seggiolino di fronte, e la penna fatica a mantenere la sua linea perché il treno corre come un pazzo [JACOPO 01/07/1999, corsivo mio]. (43) Ora mi domando: ma perché non la ho ancora spedita? Sara si chiede perché non spedisce a Marco ciò che gli scrive; la risposta alla domanda sembra essere soddisfatta da quel «Non lo so». La frase «le conclusioni sono poche» si addice a descrivere il rapporto allumistico in genere, e la situazione cui si sta riferendo, i suoi ritardi epistolari indefiniti e ingiustificati, a metonimizzare l’intero rapporto; dato il valore temporale implicito nella sequenza di frasi, per cui le «conclusioni» seguono i «pensieri», sembra che l’enunciato «i miei pensieri corrono paurosamente» debba riferirsi a ciò che accade in Sara prima di agire in modo che «le conclusioni» siano «poche», ovvero alla motivazione del comportamento dell’allumeur. Senza spiegare esattamente “cosa” («Non lo so»), dice almeno “come” accade ciò: i suoi pensieri «corrono», sono cioè incontrollabili, e lo fanno in modo da provocare paura («paurosamente»). Qualsiasi cosa accada in Sara, non è qualcosa che sente di poter controllare. In (42) è espresso lo stesso contenuto, pur con la descrizione di una situazione concreta: Jacopo vorrebbe controllare, tramite la scrittura, i suoi pensieri, ma il movimento del treno che «corre come un pazzo» glielo impedisce: il treno è un elemento reale del contesto, ma sembra allo stesso tempo metaforizzare qualcosa di incontrollabile, di non riconducibile alla «linea» della scrittura e del pensiero razionale, stategico. (44) Ciao Dani, chissà perché quando si scrive si sente il bisogno intimo di guardare l’orologio, di dare con un’ora definita un ordine inalterabile ai pensieri che scorrono nella mente. E chissà perché poi l’ora che si scrive sul margine del foglio è sempre intera, quasi le manciate di minuti togliessero dignità alle parole, quasi che si volesse fingere disinvoltura, ordine mentale, proprio quando la penna corre sul foglio e si arena tra le righe, tra le cose mai dette, tra i sorrisi invisibili e le lacrime celate… [DANILO-CRISTINA] Il controllo fittizio sul tempo, quando l’allumeur scrive, serve per «fingere disinvoltura». Come nei casi precedenti l’incontrollabilità è legata o provocata dalla scrittura, che si rivolge all’interlocutore, la vittima: «la penna corre sul foglio» ma «si arena tra le righe», e il risultato è nascondere l’emotività: «cose mai dette», «sorrisi invisibili», «lacrime celate». (45) Sono molto confusa dallo stato di euforia in cui sono piombata dopo esserci visti per poche ore ... mi chiedo […] come si possa giocare ad aprirsi in un secondo ... Ancora non capisco; non sono una donna razionale, ma so valutare ed attendo prima di farlo ... [DANILO-CRISTINA] Lo scontro tra qualcosa di controllabile e qualcosa di incombente e incontrollabile assume dunque per l’allumeur la fisionomia precisa di un tentativo di evitare la comunicazione delle emozioni, o l’emergere delle emozioni stesse. Dopo aver riportato una poesia che parla di un affetto lontano, Cristina chiude così un mail: (46) Sono queste parole che mi rimbombano dentro e mi fanno sentire quel rumore di fondo che non permette[…] di essere coperto dalla mia voce [DANILO-CRISTINA]. Anche Jacopo usa espressioni di un campo semantico vicino a quello di «rimbombo» per descrivere ciò che prova per Emma [EMMA, vittima, intervista]; inoltre definisce «attitudine eversiva» [EMMA-JACOPO] il proprio palesare l’attrazione per Emma con un bacio, e dichiara: (47) mi è assolutamente chiaro che io provo un sentimento e anche il desiderio razionale di sedarlo [EMMA-JACOPO]. Cristina sembra perfino condensare questa idea in una sorta di lapsus, per cui «eludere le proprie reti di sorveglianza» equivarrebbe a “(??) deluderle”; il superamento di determinati limiti è definito alla lettera come qualcosa di «splendido», ma connotato come qualcosa di indesiderato nel caso invece si voglia dare rilievo al lapsus: (48) Mi stupisco nel percepire l’urgenza di rivedersi e ne sorrido ammettendo che sì, è splendido riuscire ad eludere le proprie reti di sorveglianza e riuscire a meravigliarsi con gesti, fatti e sentimenti ... [DANILO-CRISTINA, corsivo mio] Il sintagma «ad eludere» presenta nella grafia le stesse lettere ed è nella lettura continuata quasi omofono di “a deludere”. La preposizione “a” con la “d” eufonica si presenta solo un’altra volta nel corpus composto dai testi di Cristina, e in un contesto particolarmente formale, un racconto («ad uscire» [DANILO-CRISTINA]), mentre altri sintagmi che permetterebbero la forma “ad” contengono la forma semplice “a” («a esplorarsi») perfino davanti a vocale identica («a aspettare»); tale unicità nel corpus sembra confermare la sua necessità in quel contesto per esprimere un doppio contenuto, quello espresso dalla grafia e quello leggibile nel lapsus. (49) lasciarsi andare alle emozioni è una cosa che fanno tutti; controllarsi serve a distiguersi [DIANA, allumeur, intervista]. Diana ripete spesso la battuta «odio innamorarmi di Schwarzenegger», detta di una foto o altra immagine di un soggetto che definisce «troppo sensuale»: un «narcisismo o egocentrismo si infrange contro la coscienza di essere uno come tanti» [DIANA, allumeur, intervista, corsivo mio]. Così l’allumeur cerca di minimizzare il coinvolgimento che pure sta esplicitando: (50) È scontato, certo, ma mi piacerebbe molto poterti conoscere meglio, poterlo fare subito […] [DANILO-CRISTINA, corsivo mio] (51) E Voi? Credete di essermi molto simpatica Voi? Avete invece, agli occhi miei, delle qualità allontananti. La vittima occasionalmente può accorgersi, e cercare di sviarlo, del tentativo dell’allumeur di controllarsi, e conseguentemente di controllare l’intero rapporto: (52) credo forse che non dovremmo insistere troppo su [l’importanza della casualità negli incontri], per non fare qualcosa di simile al “programmare” le sensazioni future [DANILO-CRISTINA]. Il tentativo di programmare il futuro va al di là del rapporto con la vittima, e coinvolge in genere il tempo, che si presenta nella comunicazione dell’allumeur sempre connotato come elemento incontrollabile, comportandosi in modo spaventoso, sfuggente, come quando corre e ne resta sempre meno da vivere: (53) […] noi vecchi […] abbiamo una specie di obbligo di dimostrare a noi stessi e agli altri che stiamo programmando il futuro, perché meno ce ne resta e più lo si deve programmare [EMMA-JACOPO]. I temi dei sentimenti e del tempo che fugge non sono scissi: l’emotività di un rapporto e la corsa del tempo verso la morte evocano entrambi l’ansia per l’incontrollabile percorso che assumeranno, l’ineluttabilità del loro destino: (54) […] quando ci si innamora di una persona non si riesce ad immaginare il momento in cui comincerà a diventarci sempre meno unica, poi, pian piano indifferente. E non lo vogliamo neanche ammettere, perché è come ammettere l’ineluttabilità del ciclo: tutto nasce, tutto vive. tutto muore. Non so perché, ma tutti i miei discorsi finiscono a ricordarmi la mia angoscia per la vecchiaia. Io non la ammetto, non c’è niente da fare […] [EMMA-JACOPO] Sono ormai chiari due lati di un bisogno di controllo totale dell’allumeur: i due elementi il cui sfuggire gli crea angoscia sono il tempo e i sentimenti inerenti il desiderio. Il primo corre, irrimediabilmente, verso la morte. Il secondo sembra essere un sottotema, sia pur centrale, dell’altro: anche il desiderio corre verso la propria morte, la morte dei sentimenti forti dell’innamoramento, attraverso il rapporto che si concretizza, diviene abitudine, poi muore: (55) Non ha paura. Sa perfettamente cosa potrebbe accadere. Conosce il passo dell’innamoramento, conosce il dolore della disillusione. Ma resta. Non può andar via senza sapere. Saprà, la ragazza. Piangerà amare lacrime in quel letto. Già le può sentire se chiude gli occhi. Ma non importa ora. Neanche il sole ha la solita importanza. Stamattina non c’è fretta di porgergli le guance. Aspetta, la ragazza. La primavera. Il dolore. La conoscenza. Verranno [DANILO-CRISTINA]. In questa visione, vivere il desiderio e l’amore porta inevitabilmente alla sconfitta di fronte al tempo, che affievolisce il sentimento: porta a scontrarsi con la morte, nella forma della morte dei sentimenti. Così, l’allumeur è terrorizzato a lasciarsi andare a seguire il proprio desiderio; e l’oggetto del proprio desiderio, la vittima, è un potenziale psicopompo, una via aperta verso l’incontrollabile, verso la morte. (56) I marciapiedi […] servono per ascoltare il fiume, gli spiriti dei ragazzi di una volta che si sono picchiati, derisi, amati camminandovi… [DANILO-CRISTINA] Questo “congelamento”, guidato dall’allumeur, del suo rapporto con la vittima, teso a non oltrepassare mai una fase preliminare, e che caratterizza tutto il rapporto allumistico, mette in pratica una filosofia del piacere in cui un attore si compiace, in modo marcato in quanto senza eccezioni, nel non raggiungere mai l’obiettivo meno marcato nelle situazioni cui partecipa o che aiuta a evocare (fatto che per la vittima, ignara, si presenta come un rimando asintotico). Tale atteggiamento può essere illustrato dalla seguente definizione del concetto di “sessuale”: […] più veramente sessuale mi pare ciò che accade al di qua dell’orgasmo, arriverei a dire al di qua della ricerca stessa dell’orgasmo, che è sospetta […] fino dai suoi primi scavi, dalle sue prime mosse. In qualche modo, sì, la ricerca dell’orgasmo corrompe lo scambio sessuale. […] Resta da comprendere quanto di positivo, cosciente e propositivo, e quanto invece di negativo, come una fuga o un evitamento, vi sia nel comportamento dell’allumeur. Quando l’allumeur si lascia parzialmente andare, e concede qualcosa alla vittima, fugge poi repentinamente, come Jacopo: dopo un bacio con Emma cercherà sempre di più di allontanarsi, pur scrivendo lettere sempre più esplicitamente appassionate, e ricche anche dal punto di vista formale (la lettera per dire addio al sentimento, per parlare di un futuro solo amichevole, descrive un possibile incontro futuro in prosa poetica in endecasillabi). Cristina, dopo un incontro erotico con Danilo, lo rivedrà una volta, a un mese di distanza, comportandosi in modo molto distaccato, per poi non farsi più vedere per un intero anno, e attendere solo il secondo anno per cercare Danilo con attenzioni e atteggiamenti che ricordassero il periodo del loro incontro [DANILO, vittima, intervista]. La parentesi potenzialmente passionale tra Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti «[s]i chiude […] per sopravvivere senza più tensioni, all’insegna di una dichiarata devozione all’arte» [cfr. Guglielminetti 1993, p. 12], dopo un paio di episodi in cui Amalia gli mostra inequivocabilmente la propria attrazione, episodi che Guido si affretta a denigrare, esprimendo il tema della paura dell’incontrollabile (vedi corsivi): (57) Quando l’altro giorno uscii dal vostro salotto con la prima impronta della vostra bocca sulla mia bocca mi parve d’aver profanato qualche cosa in noi, qualche cosa di ben più alto valore che quel breve spasimo dei nostri nervi giovanili, mi parve di veder disperso per un istante d’oblìo un tesoro accumulato da entrambi, per tanto tempo, a fatica. E ieri, l’altro, quando scendeste disfatta nel vestito nel cappello nei capelli, e mi lasciaste solo in quella volgare vettura di piazza, io mi abbandonai estenuatissimo contro la spalliera, dove alla finezza del vostro profumo andava succedendo l’acredine del cuoio logoro… E nel ritorno (orribile!) verso la mia casa, sentivo il sangue irrompermi nelle vene e percuotermi alla nuca come un maglio, e, col ritmo fragoroso dei vetri, risentivo sulla mia bocca, la crudeltà dei vostri canini [AMALIA-GUIDO, corsivo mio, cfr. Asciamprener 1951, lettera di Guido Gozzano del 09/12/1907]. Quando non riesce a perdurare nella sua «filosofia del lievemente», l’allumeur si sente offeso e minacciato: perché ha perso il controllo della situazione (58) e perché ha perso il controllo di sé, banalizzato, in un gesto comune che non gli permette di spiccare tra gli altri; insomma, se Orfeo avesse portato a compimento il salvataggio del suo amore, per amore, non sarebbe diventato Orfeo (59): (58) […] tu all’inizio parlavi di scegliere, e io tremavo al pensiero che tu stessi veramente nella condizione di scegliere [EMMA-JACOPO]. (59) Chissà cosa avrebbe fatto Orfeo, se non si fosse voltato indietro, se avesse riportato viva Euridice, se l’avesse avuta come la desiderava, chissà se poi pian piano il ricordo di quella musica con cui aveva commosso le pietre, e i custodi dell’Ade, si sarebbe sbiadito […] [EMMA-JACOPO]. Questa fantasia mitologica sembra nascondere una giustificazione del desiderio di morte della persona amata. Nei casi in cui la vittima sia particolarmente pressante nelle richieste, non si tiri indietro, o la distanza e gli impegni pratici non siano sufficienti a distanziare la coppia allumistica, messo di fronte al proprio desiderio, l’allumeur può esprimere l’estremo tentativo di controllo sulla situazione, di eternazione del presente, di “congelamento” del percorso verso l’incontrollabile, desiderando o immaginando di uccidere la vittima, come Jacques durante una potenzialmente romantica passeggiata in campagna, sulla riva di un laghetto (60), o Jacopo, dopo le richieste di Emma di chiarimenti immediati sulla sua condotta (61): (60) Se io ti uccidessi qui, non lo verrebbe a sapere nessuno [CAMILLA-JACQUES]. (61) Mi sento come un ragazzino che ha catturato una lucertola con la bottiglia per vederla morire lentamente [EMMA-JACOPO]. Il rapporto allumistico è quindi un compromesso tra voler vivere il rapporto con la vittima e non permetterne alcuno sviluppo: il rimando asintotico con cui si manifesta non è che un tentativo di eternare il rapporto, per fermarlo in una sua fase iniziale, dove i sentimenti sono forti e lo sviluppo è reso impossibile, e dunque, paradossalmente, diviene controllabile. La paura dell’allumeur di avere la vittima è riconducibile alla stessa ansia della morte, la morte delle cose: entrare in un rapporto significa anche vederlo evolversi, col rischio di viverne la fine. Per questo, e per la sua stessa spinta ad accondiscendere il desiderio, l’allumeur teme la vittima fino al desiderio di ucciderla. Mentre eternare un rapporto è la risposta al desiderio di viverlo, il desiderio di uccidere la vittima è la risposta all’incontrollabilità del desiderio di viverlo. L’analisi contenuta in questo paragrafo offre delle possibili cause profonde del comportamento dell’allumeur. Ciò significa che, rispetto all’analisi linguistica proposta in questo lavoro, è necessario fare alcune precisazioni. Il rapporto allumistico è una situazione relazionale leggibile in chiave linguistica, con una sua semiotica ricorrente che ne permette il riconoscimento; i suoi ruoli possono essere interpretati da chiunque e con qualunque motivazione, seguendo semplicemente una retorica che può essere descritta nei dettagli, ad es. per burlare una persona, o farla coscientemente soffrire. Molto più spesso però sembra che le caratteristiche del rapporto allumistico si collochino in un territorio di mezzo, tra la volontà cosciente dell’allumeur di attuare una retorica per ottenere gli scopi che lo caratterizzano, e la spinta a incarnare il proprio ruolo data dalle motivazioni individuate in questo capitolo, spinta profonda, e incontrollabile in una misura che non è dato sapere. Ringraziamenti Intendo ringraziare il prof. Pierangiolo Berrettoni, per avermi insegnato negli anni le trame in cui si intersecano linguaggio e potere; la dott. Carmen Dell’Aversano, senza la quale questa ricerca non sarebbe semplicemente iniziata, per la sua continua e preziosissima opera maieutica; il dott. Giovanni Lancellotti, per l’entusiasmo con cui ha accolto questo lavoro; e infine tutte le persone che, in misura diversa, con letture, suggerimenti e indicazioni hanno contribuito a questa ricerca: Rachele Carini, la dott. Cristina David, il prof. Alessandro Grilli, il dott. Mauro Nervi, Simone Dragoni, Federico Melosi, la dott. Simona Beccone, Lorenzo Filipponio, il dott. Arrigo Stara; e infine tutti coloro che hanno fornito pagine e documenti della loro vita privata. estratto da http://www.script-pisa.it/ |


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