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Bob˛ & I Serpenti

Post n°730 pubblicato il 31 Agosto 2012 da BobSaintClair

*

" LA BOCCA DELLA VERITA' "
di Bobò

*

Appen la gabbietta
s'aprirà,
l'uccellino canterà:

ritto e tosto
fuor di là,
il beccuccio metterà,

poi la testa
seguirà
e le ali squasserà.

Uscito per intero
ed in piena libertà
Mara-Miao lo mangerà.

*

*

*

*

*

*

 
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Virginia Woolf & Esbjorn Svensson Trio

Post n°731 pubblicato il 03 Settembre 2012 da BobSaintClair

LO ZIO VANIA.

 

- Come sanno vedere quello che sta dietro - i russi! Dietro tutte le piccole mascherate che insceniamo! La decadenza dietro i fiori; la povertà dietro oro e velluti; dietro i ciliegi, i meli - dietro anche a questi, - così pensava durante lo spettacolo.

Poi risuonò uno sparo.

- Ecco! gli ha sparato.

Per fortuna.

Oh, ma l'ha mancato! Il vecchio mascalzone con i baffi tinti e il pastrano a scacchi non si è fatto niente...

Comunque ha cercato di sparargli; tutto a un tratto si è alzato in piedi, è corso barcollando su per le scale e ha tirato fuori la pistola.

Ha premuto il grilletto.

La pallottola si è conficcata nel muro; o forse nella gamba del tavolo! Comunque non è successo niente.

'Dimentichiamo tutto, caro Vania.

Torniamo amici come nel passato,' sta dicendo...

Se ne sono andati.

Si sentono i sonagli dei cavalli tintinnare in lontananza.

Vale anche per noi? disse, appoggiando il mento alla mano e guardando la ragazza sul palcoscenico. 'Sentiamo i sonagli svanire in lontananza giù nella strada?' si domandò, e pensò ai taxi e agli omnibus di Sloane Street, perché loro abitavano in una delle grandi case di Cadogan Square.

- Avremo riposo, - stava dicendo ora la ragazza, stringendo zio Vania tra le braccia. - Avremo riposo, - diceva.

Le sue parole erano come gocce che cadono - una goccia, poi un'altra. - Avremo riposo, ripeté. - Avremo riposo, zio Vania.- E calò il sipario.- Quanto a noi, - disse la donna, mentre il marito l'aiutava a infilarsi il mantello, - non abbiamo neppure caricato la pistola.

Non siamo neppure stanchi.

E rimasero fermi in piedi nel corridoio mentre suonavano 'Dio salvi il re.' - Non sono un po' morbosi, i russi? - disse, infilando il braccio in quello di lui.

 
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Woody Guthrie &..."Topi e gatti" di Bob SaintClair

Post n°732 pubblicato il 04 Settembre 2012 da BobSaintClair

 C'era una volta un topolino di città,
in cerca di nuovi amici fuor di là;
deciso ch'ebbe di partir,
fece fagotto e gambe in spalla a seguir...

... arrivò nella terra di nessuno dove a nessuno importava di nessuno, neppure di nutrirsi.
Il topolino stupefatto e affamato per il lungo viaggio, esclamò: – Ma così moriranno tutti di fame!
Una voce fioca di anziano si levò in risposta da sotto una coperta abbandonata per la via, proferendo: – Questo è l'effetto della Noncuranza che un micione bianco, venuto come te da chissà dove, ci ha predicato per diverso tempo, fingendosi emissario del Dio Formaggio, e carpendo ignobilmente la nostra innata buona fede. Tutti abbiamo creduto alle sue storie, al punto di decidere all'unanimità di lasciarci morire di inedia, giusto per garantirci un sicuro posto in Paradiso, poiché lassù, ci è stato assicurato dal micione, si vive senza sforzo alcuno in prosperità e abbondanza.
Il topolino ospite in quella landa di mezzi morti, non sapeva più cosa fare e pensare; preso dal panico, agì d'impeto, risolvendosi di risvegliare le coscienze obnubilate dei suoi simili: – Amici, topolini della terra di nessuno, vi annuncio che il gattone bianco è solo un gran bugiardone, egli odia i topolini e li vuole far sparire di torno senza sporcarsi le mani, perché è un gran vanitosone presuntuoso, si crede furbo ed intelligente più di noi. Occorre reagire tutti insieme e abbandonare le illusioni menzognere. Ritorniamo come prima a rubacchiare il cibo ai gattoni che, io l'ho visto, abbonda cospicuo nei loro bivacchi. Essi vogliono diventar avidi padroni della campagna, senza spartire con nessuno neppure un pezzettino di groviera. – Urlava con quanto fiato aveva in gola il magnanimo ratto forestiero.
Un gattone dall'udito fine, che bazzicava nei paraggi dopo aver ingollato cibo a sazietà, propenso a farsi quattro grasse risate peristaltiche alla vista dei topini agonizzanti e creduloni, rimase invece di sasso nel constatare che “I TOPASTRI!” si stavano smuovendo dal loro torpore, fermamente impegnati a recuperare la loro stima di signori topi, smarrita per dar credito alle ingannevoli parole del gattone bianco, il quale magistralmente li aveva pizzicati nel punto più debole, la proverbiale ingordigia, o per meglio specificare, l'ottenere la sicurezza della felicità in assenza di inutili tribolazioni.
Goffamente, a causa dello stomaco troppo pieno, gatto ghiottone corse di filato dai suoi amici gatti e riferì visibilmente turbato le cattive nuove al gran capo.
Il gattone bianco, sicuro di sé, – egli sapeva bene il fatto suo e si fidava pienamente delle proprie doti persuasive – , tuonò in un riso sguaiato e con balzo felino si pose al centro della losca cerchia di amici, (pur sempre suoi simili dopotutto), confabulando con diabolica malizia sul da farsi.
I topolini intanto s'erano rianimati bevendo un po' d'acqua corrente, proveniente dai canali scavati per irrigare i campi, e mangiucchiando le poche vettovaglie fatte salve dall'incuria dell'abbandono.
Erano stati infinocchiati niente di meno che dal loro atavico nemico, il gatto. Ma come poteva essere accaduto tutto ciò? Un atto subdolo aveva agito malvagiamente contro di loro, manco fosse una stregoneria voodoo (o forse lo era...?), lasciandoli invero stupiti da tanta insuperabile stupidità dimostrata.
La squillante voce del topolino viandante aveva però destato le sopite menti ed instillato nei cuori il richiamo della riscossa, esso echeggiava rumoroso dentro le viscere, benché il loro umore fosse acciaccato dall'esser stati soggiogati da così abile chiacchierone: – Brutto furfante di un gattaccio bianco, la pagherai! – si udì rimuginare tra i topini rancorosi.
La notte calava veloce, carica di trepidante tensione, presagio tangibile dell'approssimarsi di eventi nefandi: i gatti erano sul piede di guerra e i topini pure.
Se ci fosse stata una tenzone, sarebbe stata impari, i gattoni avrebbero avuto certo la meglio, considerata la flebile salute della tribù dei topolini, rimasti a digiuno per tanti e tanti giorni e pure notti.

Per i topolini occorreva giocare la partita prettamente d'astuzia...


Dovevano per forza sciogliere il bandolo della matassa e chiudere la disputa una volta per tutte. Radunare con un espediente tutti i gattoni bricconi presso una rocca e legarli stretti stretti ad essa, riavvolgendo velocemente quel filo appena sbrogliato dai problemi causatigli, fino a formare un enorme gomitolone di tessuto fresco da gettare giù nel canale, luogo dove i gattoni odiavano davvero stare. – Era poi da vedere se fossero tornati nel paese di nessuno ad infastidire i parchi sorcetti! – disse l'autore un po' piccato.
I gattoni, sornioni ed eccitati, si precipitarono all'assalto del piccolo paesino rurale di nessuno, dei topini di nessuno, decisi a farli a pezzi come nessun altro, ben tronfi della loro supposta superiorità morale e fisica; ma imprevista una novità gli si presentò innanzi: sorpresa delle sorprese, il villaggio era deserto...
Quella notte soffiava denso e tiepido il vento pre-estivo e distante sopraggiungeva il gracidare delle rane, di rado zufolava occulto qualche uccello notturno insofferente e la luna piena rendeva meno incerto l'avventurarsi nell'oscurità per la caccia al topo.
Quatti, quatti, gatton gattoni i micioni annusavano l'aria; le vibrisse non percepivano presenza di topolini: - Qual fine avevan fatto? Che fossero fuggiti oltre la campagna? Stremati com'erano non ce l'avrebbero mai fatta! - ipotizzavano dolenti miagolando alla luna.
Invano ragionavano della rocambolesca situazione; troppo, troppo scossi per analizzare la faccenda: chi gli aveva soffiato il pacchiano banchetto?

Veder spuntare il topo viandante da un cespuglio e farsi avanti verso di loro con passo placido e pacifico, da cui nitida traspariva persino una punta di buffa sicurezza ed anche una bandiera bianca svolazzante sulla sua testolina, mandò i gatti in brodo di giuggiole. Frementi, s'acquattarono l'un sull'altro, mostrando le mendaci dilatatissime pupille, spalancate nell'interezza del bulbo oculare dall'irrefrenabile curiosità suscitata dal temerario topetto, e col cuore a mille attesero succosi invitanti sviluppi.
Inaspettatamente però, il topolino, profittando del diversivo messo in atto, estrasse lesto dalla tracolla un cumulo di grani neri e li scagliò sui gatti a lui più vicini; quelli, ignari della manovra tattica, rimasero inizialmente di stucco nel veder quei gesti immotivati e istantaneamente ne subirono le conseguenze. Un intenso e fastidiosissimo prurito si propagò rapidamente lungo la loro pellaccia. Sbatacchiati di qua e di là come ossessi, accusavano l'inevitabile raspìo dei loro artigli in modo lancinante e presto il sangue cominciò a tingere il pelame, rievocando verosimili trucchi cinematografici del terrore.
Sta di fatto che dei grossi gattoni ballavano istericamente a tempo di boogie-woogie, come se martellassero, tra uno scatto e un salto, invisibili tasti ardenti di pianoforte annesso alla motrice impazzita di uno stridente treno inquadrato nella sua folle corsa attraverso le pianure del Mississippi; quando in realtà erano rovinosamente in balìa dei complici dei topolini – eh eh eh, quanto se la ridevano adesso i topetti, increduli di aver compiuto tal valorosa azione offensiva – , le incavolatissime pulci.
Che sia ben noto, le pulci, schiavizzate da un nomade capo circense che le costringeva ad esibirsi a tempo pieno nel proprio circo, dietro compenso di uno schifosissimo trattamento di vitto ed alloggio dovuto in cambio dei servizi offerti, erano snervate sino alle antenne dalla tirannia smisurata del padrone; l'unico svago loro permesso, oltre il lavoro, si svelava nell'esercizio spirituale del lamento, ovvero le pulci potevano cantare sofferti spirituals, ma solo in itinere, di città in città. L'atto di cantare sortiva un effetto medico per l'anima e per i nervi, facendo sopportare meglio le angherie del filibustiere nomade, a cui, ironia della sorte, piacevano da matti quei malinconici canti.
E fu proprio durante uno di quegli spostamenti, accatastate dentro una scatoletta di metallo bucherellata, percorrendo la famosa strada di nessuno, posti nel retro di un carretto trainato da un asino, che l'intrepido topolino viandante, poco prima di giungere al paese di nessuno, restò intristito dal sonoro lamento delle pulci canterine ed al contempo affascinato, tanto da voler conoscere così bravi artisti. Zompando sul carretto, si avvicinò ad esse e sentitane tutta la straziante storia, si prodigò per liberarle.
Ecco come topolino viandante incontrò il favore delle pulcine incazzate nere, grate doppiamente a lui per averle procurato libertà, casa e cibo; ed anche come incorse nei sentiti ringraziamenti dei topolini della città di nessuno, che da allora fu ribattezzata Wayfarer Town, in onore di cotanto eroico sprone, per aver restituito pace e serenità alla felice comunità di tranquilli e onesti topolini lavoratori di campagna.

 

 
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Islamizzazione o islamofobia?

Post n°735 pubblicato il 14 Settembre 2012 da BobSaintClair

MORIRE PER DELLE IDEE


Morire per delle idee, l'idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perchè chi ce l'aveva, una folla di gente,
gridando "viva la morte" proprio addosso mi è caduta.
Mi avevano convinto e la mia musa insolente
abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede
dicendomi peraltro in separata sede
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè
ma di morte lenta.

Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all'altro mondo bighellonando un poco
perchè forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c'è una cosa amara, desolante
è quella di capire all'ultimo momento
che l'idea giusta era un'altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
ma di morte lenta.

Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant'anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.
E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta.

A chi va poi cercando verità meno fittizie
ogni tipo di setta offre moventi originali
e la scelta è imbarazzante per le vittime novizie
morire per delle idee è molto bello ma per quali.
E il vecchio che si porta già i fiori sulla tomba
vedendole venire dietro il grande stendardo
pensa "speriamo bene che arrivino in ritardo"
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta

E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi
crepate pure per primi noi vi cediamo il passo
però per gentilezza lasciate vivere gli altri
la vita è grosso modo il loro unico lusso
tanto più che la carogna è già abbastanza attenta
non c'è nessun bisogno di reggerle la falce
basta con le garrote in nome della pace
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.

 
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Rage Against The Machine: Killing In The Name

Post n°736 pubblicato il 18 Settembre 2012 da BobSaintClair

*

Killing in the name of!

Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
UGH!

Killing in the name of

Killing in the name of
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya

Those who died
are justified
for wearing the badge and your chosen white
You justify
those that died
by wearing the badge and your chosen white
Those who died
are justified
for wearing the badge and your chosen white
You justify
those who died
for wearing the badge and your chosen white

Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
Some of those that work forces
are the same that burn crosses.
UGH!

Killing in the name of

Killing in the name of

And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya, now you're under control
And now you do what they told ya!!!
Those who died
are justified
for wearing the badge and your chosen white
You justify
those that died
by wearing the badge and your chosen white
Those who died
are justified
for wearing the badge and your chosen white
You justify
those that died
by wearing the badge and your chosen white
Come on!

(Guitar Solo)
UGH!

Yeah!

Come on!

UGH!

Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
Fuck you, I won't do what you tell me.
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!!
FUCK YOU, I WON'T DO WHAT YOU TELL ME!!!

MOTHER FUCKER!!!!
UGH!!

 
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E.J. BrontŰ & W.A. Mozart

Post n°738 pubblicato il 01 Ottobre 2012 da BobSaintClair

*

Parla per me

No, angelo radioso, parla per me,
spiega perchè io abbia scagliato lontano il mondo.

Perchè con tanta ostinazione ho evitato
il comune sentiero che ognuno ha seguito,
perchè ho percorso una strada sconosciuta,
ignorando a un tempo potere e ricchezza -
le ghirlande della gloria e i fiori del piacere.

Un tempo apparivano creature divine;
un tempo forse udirono i miei voti,
e sui loro altari videro le mie offerte;
ma, doni senza amore non sono apprezzati,
e i miei vennero disprezzati giustamente.

Con un cuore pronto ho giurato
di ignorare i loro altari di pietra;
ho consacrato il mio spirito ad adorare
te, creatura fantasma, onnipresente;
mio schiavo, mio compagno e mio re.

Schiavo, perchè ancora ti governo;
ti piego alla mia volontà che vuol mutare,
rendo buono o cattivo il tuo influsso:
compagno, perchè la notte e il giorno
tu sei la mia intima delizia, -

Pena tanto amata che lacera e ferisce
e strappa dalle lacrime un grido di gioia
offuscando per me ogni terrena cura;
tuttavia, re, se pure la prudenza
ha insegnato alla tua schiava a ribellarsi.

Sono in torto se mi inchino a venerare
là dove la fede non ha dubbi, nè la speranza dispera,
poichè la mia stessa anima può esaudire la preghiera?
Parla, dio delle visioni, parla per me,
spiega perchè io ti abbia scelto!

*

*

*



 Adagio and Fugue in C minor K 546

*

*

 

 
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Ten Years After - Help Me & Carmelo Bene

Post n°748 pubblicato il 03 Novembre 2012 da BobSaintClair

*

Siamo fuor del marcire dentro un sacco

 

Siamo fuor del marcire dentro un sacco
morente assenza Resti
di che mai fu In provincia
la stessa che ritorna tourne à naître
in tour-nées poveri guitti
babalbutiti ‘n vuota scena da
nostradonnamaria insignificanza indove
ce ne no stiamo più non stiamo e t’amo
                                               ‘n letto

‘me se d’altrui cadaveri ‘nventato.

L’hanno portato via l’hanno portato
chi l’aveva una volta mai l’amata
se non a mo’ di tazza sul comò
tepida oscena dura a mo’ di smalto
tronco busto sensuato ‘me di bambola
educato ‘n androide sì così
si sta in così ecce femina ch’è no

Distaccata ‘me posta lontanata chissà
per s’avvicina l’altra mano toccami
qui dove più non duole
il no del corpo star in fare il morto.

Che ragazza e ragazza! E’ cosa spoglia
nella sera dall’ombra carezzata
nella carezza ombrata da la notte
in dell’incanto sole del meriggio
domestico claustrato d’arabeschi
divini evanescenti alle marine
pareti della stanza ‘n divenir

Che ragazza e ragazza! sperso arredo ‘n dettagli
in apparir disparso dentro vano
che d’intimo discreto in m’hai scordata
L’hanno portata via l’hanno portata
‘me il tutto ch’è mai stato e poi finì.

**

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Ten Years After - Help Me

*

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*

 
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Simone de Beauvoir & Sepultura

Post n°750 pubblicato il 12 Novembre 2012 da BobSaintClair

 

*

"Dio è diventato un'idea astratta, che una sera io ho cancellato"

Symptom of the Universe

 

 
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...de' scioperati rivoluzionari

Post n°751 pubblicato il 14 Novembre 2012 da BobSaintClair

Oggi è una giornata particolare: ovunque scioperi, manifestazioni, dissensi, improvvisi moti studenteschi apparire per un mordi e fuggi di protesta in una particolare location, scontri con le forze dell'ordine - secondo me la principale causa a fomentare atti di violenza con il loro ringhiare -, bombe carta esplose e giovanissimi picchiati indiscriminatamente dai tutori del famoso ordine. (Ma quando si ribelleranno i celerini? Mai, altrimenti ce le prenderebbero loro le mazzate...)

Molti non ne sapevano niente, le frangie più sonnecchiose ed esterne alla società, dove il paraocchi mediatico ha efficacemente coperto lo sguardo, proprio come muli ordinati e ben educati al proprio scopo, cioè portare a casa il salario per poter "(soprav)vivere".
E ti pare poco?

Pochissimo.

Uomini e Donne convivono questo stato attuale di sfortuna sociale provocato dai soliti ricconi, politici senza scrupoli e affiliati ai poteri forti, i quali smodatamente hanno sbafato sulle spalle di ignari, rispettosi, educati ed ordinati cittadini, che a loro volta, ingenuamente, si sono bevuti (è bello bere lo so, ma fino ad un certo punto se non vuoi essere fatto a pezzi...) la storiella che attraverso una sana gestione da parte di deputati e altri onesti cittadini, (quali poi sono loro stessi in sede di voto, cioè proprio quando trasferiscono nelle mani di comuni mortali il potere di comandare), si possa governare la "cosa" pubblica con equità e stabilire l'ordine pubblico in virtù del benessere comune. Invece è notorio, lo si sa benissimo, che questo potere conferito col voto, che si estrinseca poi nelle varie ed occulte nature, ossia prende strade non contemplate dall'onesto cittadino (beone) che va a votare i suoi tutori, sia gestito comunque a loro piacimento e con l'avallo e la complicità di chissà quali connivenze.
Mentre noi, gregge elettorale, dopo aver votato, ritorniamo a bere... (viziosi).

I giovani studenti oggi erano in piazza, minorenni che hanno capito cosa cavolo sta succedendo oggi nel loro paese natìo, e protestavano contro i matusa inaffidabili dei piani alti dei palazzi di governo.

Un' enorme figuraccia ci fanno i poteri forti, le istituzioni e le alte cariche dello stato italiano, nel sentire i propri figli reclamare giustizia, regolarità, rispetto, diritti...
"Stop ai tagli della scuola, della sanità, della ricerca, etc."

Il mondo del liberismo, sicuramente quello indiscriminato, ma certo meglio dire del capitalismo, non fa altro che insegnare a coloro che non ne fanno parte, il solito proverbio popolare: "l'occasione fa l'uomo ladro" (che per altro sempre attuale è); ed anche se non sarà l'occasione, ma sarà una pistola di un sicario a dettare losche direttive di governo, la situazione rimarrà immutata come al solito... A proposito ma perché non fanno fuori qualche parassita di questi grossi pezzi di merda dell'alta finanza che ci hanno rovinato l'esistenza senza troppi complimenti con le loro bugie e mafiosità?

Affinché non si archivi tutto nella solita utopia, dal sapore revivalistico (sixties or seventies, per altri antipatici si dirà vintage), occorrerebbe non trasformarsi mai in un uomo-ladro e perseguire con fede le idee di benessere comune; ma se tutto ciò resta una favoletta (ed è per questo che ci sono sempre piaciuti di più gli Stones), come la storia continuamente ci mette sotto gli occhi, allora perché insistere e persistere sempre con le stesse formule e sistemi... politici, sociali, economici, finanziari etc., vecchie come il cucco?
Dov'è sto cucco, che lo bruciamo, per Giove!!!

L'università non può essere solo al servizio di chi produce ricchezza, sembrerebbe bieco reclutamento di manovalanza di schiavi dopotutto, dovrebbe invece studiare, integrare e promuovere nuove concezioni del sano vivere comune, facendo sì che i cittadini ne approvino e testino la sperimentazione, per gradi di sviluppo, informazione e fattibilità, sino a raggiungere una dignitosa vita sostenibile e rispettabile nei valori condivisi, dove le ricchezze non sono costituite solamente dal denaro e dalle differenze vertiginose che esso crea (instabilità da lager), ma a tutto vantaggio di rendere le guerre obsolete, la malavita obsoleta, i racket obsoleti, la corruzione obsoleta... e la libertà restituita al suo valore attuabile in termini di qualità, quale scelta ragionevole di umanità.

 

alleluja'!*

*

*

 
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Achille Campanile - racconto

Post n°752 pubblicato il 16 Novembre 2012 da BobSaintClair

/

IL BIGLIETTO DA VISITA

*

Il viandante scalcagnato entrò col figlioletto nel vestibolo del sontuoso albergo, si diresse verso la cattedra del portiere e, dopo aver a lungo frugato nella rigonfia borsa spelacchiata che mai lo abbandonava, ne trasse un biglietto da visita e lo porse all'uomo gallonato.
«Mi annunzi al direttore» disse.
Il portiere, che intanto aveva squadrato dall'alto in basso lo strano personaggio, le sue scarpe malridotte e il nodoso bastone che a costui serviva per tener lontano i cani da pastore nelle sue lunghe peregrinazioni, dié un'occhiata al cartoncino. Di colpo, sbalordito, fece una riverenza al nuovo venuto e corse ad annunziarlo.
Sul biglietto si leggeva:
«S.E. prof. ing. avv. comm. Pasini».

Dopo poco dall'alto della scalea si precipitava giù il direttore dell'albergo in persona che, chiamato mentre stava per andare a letto, stava terminando di infilarsi il tight. Col biglietto in mano fece un profondo inchino al visitatore e: «In che posso servirla, eccellenza?» disse.

Il viandante scalcagnato si schermì.
«Non sono eccellenza» fece, modesto.

«Ma sul suo biglietto è stampato S.E.» osservò l'altro.
«Sono le iniziali del mio nome: Silvio Enea.»
Il direttore era rimasto un po' smontato.
«Bene professore,» fece «dica pure.»
Nuovamente l'altro ebbe un cortese gesto di protesta come chi non ambisca i titoli.
«Non sono professore» disse.
«Ma questo "prof."?»
«Abbreviazione di profugo» spiegò il nuovo venuto. «Sono profugo d'un campo di concentramento.»
«Mi dispiace molto ingegnere» fece il direttore, dopo aver data un'altra occhiata al biglietto da visita.
«Non sono ingegnere» mormorò il visitatore.
«Eppure,» disse l'altro «qui c'è un "ing.". Non vorrà dirmi» aggiunse in tono rispettosamente scherzoso «ch'ella sia un ingenuo o un ingiusto, e tanto meno un ingeneroso.»
«Ingegnoso,» precisò il viandante «nient'altro che ingegnoso. E gliela prova fra l'altro il fatto d'indicare questa mia virtù con un' abbreviazione che talvolta mi procura dei vantaggi.»
«Ah,» fece il direttore, con una certa freddezza «allora la chiamerò soltanto col suo titolo di avvocato.»
Il nuovo venuto fece spallucce.
«Quale titolo?» esclamò tra stupito e divertito per l'equivoco. «Quale avvocato? Quando feci fare i biglietti da visita non ero in pianta stabile nel posto che occupavo. Ciò le spiega quell'"avv." che tanto l'ha impressionato e che sta per avventizio.»
«E qual era questo posto, commendatore?» domandò l'uomo in tight con deferenza; ché anche il titolo di commendatore, per quanto svalutato, merita qualche considerazione.
L'altro si fece serio.
«Non sono commendatore» precisò. «Non mi piace attribuirmi titoli che non ho. E ai quali non tengo.»
«Eppure qui dice "comm."» scattò il direttore. «Oh, perdio santissimo, non sono mica cieco. Leggete anche voi.» E sventolava il biglietto sotto gli occhi del portiere ammutolito.
Il viandante scalcagnato non si scompose.
«Abbreviazione di "commissionario"» disse con cortese fermezza. «Ero commissionario d'albergo.»


S'udì un tonfo.
Il portiere gallonato, che aveva assistito alla scena, cadde lungo disteso. Il fatto che colui ch'egli aveva ritenuto, non soltanto commendatore, ma addirittura eccellenza, fosse invece un semplice commissionario fu per il brav'uomo il crollo di un'illusione. Tanto più che, tratto in inganno da quella sfilza di presunti titoli, egli aveva elargito al personaggio parecchi rispettosi inchini. Non si risollevò più dal colpo. Colto da un febbrone, in breve volger di tempo morì. Ma per fortuna la catastrofe avvenne dopo la fine della scena che è oggetto del presente racconto.
Quindi non saremo tenuti a rattristare i lettori con la descrizione d'una degenza complicata da un doloroso delirio.
Per il direttore dell'albergo, intanto, la notizia che il presunto commendatore altri non fosse che un commissionario fu una doccia fredda sul suo entusiasmo di poc'anzi.
«Dica, Pasini» mormorò seccamente.
L'altro scosse il capo.
«Che?» urlò il direttore. «Scuote il capo? Non sarebbe per caso nemmeno Pasini? Questo è troppo.»
Ma l'altro lo tranquillizzò.
«Scuoto il capo per passatempo» disse.

«Bene, brav'uomo» borbottò il direttore; e dovette far forza a se stesso, ché non gli era facile dar del brav'uomo a uno che pochi istanti prima egli aveva creduto un commendatore. «Che cosa desidera?»
«Vorrei essere assunto come facchino.»
«E mi fa anche alzare dal letto?» urlò il direttore. «Siamo al completo! »
Gli voltò le spalle piantandolo in asso.
Il viandante scalcagnato affondò il biglietto nella borsa e col figlioletto per mano si allontanò nella notte.

*
Achille Campanile

da "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima"
Milano, Rizzoli, 1974

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Ralph Waldo Emerson

Post n°753 pubblicato il 19 Novembre 2012 da BobSaintClair

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Tre citazioni di Ralph Waldo Emerson

 

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E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, purché chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che davvero è esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità.
(citato in epigrafe a Henry Miller, Tropico del Cancro, traduzione di Luciano Bianciardi, Feltrinelli, 1987.)

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Il conformismo è la scimmia dell'armonia.
(dai Diari)

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Noblesse oblige: ossia, migliori opportunità obbligano a maggior generosità.
(da Progress of culture, in Letters and Social Aims, 1876)

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Castellina Pasi - Lupin III

Post n°754 pubblicato il 19 Novembre 2012 da BobSaintClair

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Chi lo sa che faccia ha?
  chissà chi è
  tutti sanno che si chiama Lupin
 
  era qui un momento fa
  chissà dov'è
  dappertutto hanno visto Lupin
 
  ogni porta si aprirà
  chissà perchè
  se l'accarezza Lupin
 
  sto tremando qui dentro di me
  chi lo sa stanotte tocca a me
 
  se gioielli e denari e tesori non ho
  a Lupin il mio cuore darò
 
  scivolando come un gatto se ne va
  sopra i tetti sotto i ponti Lupin
 
  quanti cani poliziotti ha dietro sé
  ma sarà un osso duro Lupin
 
  ruba i soldi solo a chi ce n'ha di più
  per darli a chi non ne ha
 
  sembra giusto però non si fa
  neanche un po'
  a me però però
  è simpatico e non saprei dire di no
  a Lupin il mio cuore darò
 
  ruba i soldi solo a chi ce n'ha di più
  per darli a chi non ne ha
 
  sembra giusto però non si fa
  neanche un po'
  a me però però
  è simpatico e non saprei dire di no
  a Lupin il mio cuore darò
 
  il mio cuore darò
  il mio cuore darò
  il mio cuore darò
  il mio cuore....

 

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Citazioni di Epicuro

Post n°755 pubblicato il 22 Novembre 2012 da BobSaintClair

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Tre citazioni di Epicuro

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Per mio conto io non so concepire che cosa è il bene, se prescindo dai piaceri del gusto, dai piaceri d'amore, dai piaceri dell'udito, da quelli che derivano dalle belle immagini percepite dagli occhi e in generale da tutti i piaceri che gli uomini hanno dai sensi. Non è vero che solo la gioia della mente è un bene; giacché la mente si rallegra nella speranza dei piaceri sensibili, nel cui godimento la natura umana può liberarsi al dolore.

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È nobile cosa la povertà accettata con gioia.

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Anima piccola nella buona sorte si esalta, nell'avversa si annulla.

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Yamanaka e Gurdon, i registi delle staminali

Post n°756 pubblicato il 23 Novembre 2012 da BobSaintClair

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Yamanaka e Gurdon, i registi delle staminali

I due medici - uno giapponese, l'altro britannico - hanno rivoluzionato la comprensione dello sviluppo delle cellule staminali riprogrammate, le cosiddette IPS (staminali pluripotenti indotte).

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STOCCOLMA - Un premio a una scoperta rivoluzionaria: due scienziati che sono riusciti a mandare indietro nel tempo l'orologio della vita, trasformando delle cellule adulte in embrionali e regalando loro uno stato di simil-staminali.
Sono il britannico John B. Gurdon e il giapponese Shinja Jamanaka i vincitori del Premio Nobel 2011 per la Fisiologia e la Medicina. I due medici sono stati premiati per le ricerche che hanno consentito di scoprire che "le cellule mature possono essere riprogrammate per diventare pluripotenti" ovvero non più differenziate per un particolare tipo di tessuto. Secondo il Comitato i due medici hanno rivoluzionato "la comprensione dello sviluppo e della specializzazione delle cellule".
JOHN GURDON - Il britannico Gurdon, 78 anni, è stato pioniere delle cellule staminali. Nel 1962 ha infatti scoperto che una cellula adulta può "perdere la sua identità" ed essere riprogramamta per specializzarsi in un tipo di cellula completamente diverso. Nato nel 1933 in Gran Bretagna, a Dippenhall, si è laureato a Oxford e, dopo un lungo periodo negli Stati Uniti, presso il California Institute of Technology, ha insegnato biologia cellulare nell'università di Cambridge. Attualmente dirige a Cambridge l'istituto che porta il suo nome.
SHINYA YAMANAKA - A 40 anni di distanza dalle ricerche di Gurdon, nel 2006 il giapponese Yamanaka, 50 anni, ha messo a punto una tecnica che permette di riprogrammare le cellule adulte e già differenziate. Nato ad Osaka nel 1962, yamanaka si è laureato nell'università di Kobe e quindi ha trascorso un lungo periodo negli Stati Uniti, nell'Istituto Gladstone di San Francisco. Attualmente insegna all'università di Kyoto.

Insieme Shinya Yamanaka hanno vinto per il contributo alla ricerca sulla riprogrammazione delle cellule staminali e per avere aperto in questo modo la strada alla medicina rigenerativa.

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Fonte

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" Si dice che quando la scienza riuscirà finalmente a spiare oltre la cresta della montagna, scoprirà che la religione era seduta là da sempre "

(Dr.Harry Wolper a Boris)

Da "Dr. Creator, specialista in miracoli".

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John Surman - As if we knew

Post n°759 pubblicato il 11 Dicembre 2012 da BobSaintClair

 

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"Costruiamo pregiudizi, forse anche a nostra insaputa, per farci un'idea concreta del non conosciuto o per confermare, attribuendole, credenze altre del passato, causando lo smacco del mistero."

 

 *Bob

 

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Maussiani

Post n°762 pubblicato il 10 Gennaio 2013 da BobSaintClair

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Logica del dono: dono dunque sono

Il dono è una moneta di scambio? Ci aspettiamo un'utilità
per noi nel donare qualcosa ad altri?

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di Stefano Cazzato

L'importante è il pensiero, si dice, a proposito di un dono. Non importa quanto o cosa ci sia donato, ma il fatto che qualcuno si sia ricordato di noi.
Roland Barthes in L'impero dei segni, ricorda che in Giappone quello che si regala è un pacchetto, elegante e ben confezionato, che contiene poco o addirittura nulla, o comunque qualcosa che valga meno del pacchetto stesso. Come a dire: è il segno, il contenitore, la forma che conta, non il contenuto.
Più ironicamente il filosofo tedesco T. W. Adorno ha scritto in Minima Moralia che generalmente doniamo agli altri quello che piace a noi, ma di qualità leggermente inferiore. Questa affermazione getta una luce negativa sull'atto di donare che, secondo Adorno, non terrebbe conto né dei bisogni affettivi dell'altro (visto che gli regaliamo ciò che piace a noi), né della sua dignità personale (visto che la qualità di ciò che gli regaliamo è leggermente inferiore a quella che desidereremmo per noi).
Ma veramente il dono comporta, come dice Adorno, questo controsenso e questa sottile ipocrisia? E più in generale: che cosa si deve intendere per dono? Qual è il suo significato? Quali sono i sentimenti e le motivazioni che ispirano un atto così nobile, così virtuoso eppure così difficile come quello di dare?

Antropologia del dono
Sono stati gli antropologi a occuparsi inizialmente del dono, mettendone in luce soprattutto la funzione aggregante che svolge all'interno di alcuni gruppi e società arcaiche.
Secondo la teoria antropologica il dono, più dell'interesse, sarebbe un formidabile collante sociale e, come ha sostenuto Mauss, la roccia di ogni morale.
Oggi M.A.U.S.S. è anche una sigla importante che gioca, in forma di omaggio, proprio con il nome di Marcel Mauss, grande antropologo francese del Novecento e autore di un celebre Saggio sul dono.  M.A.U.S.S. indica infatti il Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali che si è sviluppato a Parigi nei primi anni ottanta, per iniziativa di alcuni intellettuali di diversa estrazione (A. Caillè, S. Latouche, C. Tarot, J.T. Godbout, J.L. Laville) accomunati dalla volontà di comprendere cosa si nasconde nella logica del dono.
A prima vista, dire che il dono ha una logica significa quasi contraddire il concetto stesso di dono la cui essenza è nella gratuità, nella spontaneità, nella libertà, nella mancanza di calcolo e di obbligo, nel rifiuto di un tornaconto personale. Tuttavia per i maussiani il dono ha una logica nella misura in cui chi dona ha delle buone ragioni per donare, dei validi motivi per essere altruista.
Questo non significa che sia la ricerca dell'utilità il motivo ispiratore del dono. Che cosa si ricaverebbe infatti dal donare? Chi dona non ha sicurezze, si espone a un rischio, a un'incertezza, a una possibilità. La possibilità, scrive Alain Caillè in Il terzo paradigma,  che "quello che viene restituito sia differente da quello che è stato dato, che sia restituito ad una scadenza sconosciuta, forse mai, che sia dato in cambio da altri che quello che avevano ricevuto o non sia restituito per niente". E Jacques Godbout, in Il linguaggio del dono,  aggiunge che "la restituzione, se mai ci sarà, sarà a sua volta un dono. Il che vuol dire che anche essa sarà libera".

La logica del dono
In che senso di deve parlare allora di logica del dono?
Per rispondere alla domanda bisogna ricostruire il terreno filosofico di questo dibattito e ricordare che i maussiani hanno una concezione complessivamente ottimistica della natura umana che li differenzia sia dalla tradizione apocalittica inaugurata nel  Seicento da Hobbes che riteneva l'uomo come un potenziale nemico per i suoi simili (da cui l'espressione homo homini lupus), sia dalla tradizione utilitaristica ottocentesca secondo cui le azioni umane sarebbero  determinate essenzialmente dall'interesse personale. I maussiani, al contrario, pensano che l'uomo possa fare il bene nel senso di essere naturalmente predisposto verso sentimenti positivi verso la generosità, la fiducia, la condivisione, la simpatia. I maussiani sono aristotelici nel pensare chel'amicizia sia alla base della società e kantiani nel ritenere che si agisca con giustizia per il senso di un dovere e non per perseguire un vantaggio.
Il dono, pertanto, è logico perché, al di là del guadagno che se ne può ricavare, consente di stabilire dei legami sociali, di affermare un'appartenenza, di fare comunità. Le buoni ragioni per donare hanno a che vedere, dunque, con il bisogno dell'individuo di realizzarsi come animale sociale, di non restare escluso dalla cerchia dei suoi simili, di combattere e vincere la solitudine costruendo una socialità aperta, allargata, che non poggia sull'ipocrisia dello scambio o del calcolo delle azioni solo in termini di costi e benefici. In questo senso, e solo in questo senso estremamente paradossale, si può parlare di interesse a donare.
Tanto più è evidente il disinteresse del dono, quanto più i destinatari non sono gli amici, dai quali ci si attende o pretende la restituzione, ma gli estranei e i più bisognosi, i quali è molto difficile che possano sdebitarsi e ricambiare.

Il dono è un'azione a una sola andata?
Il filosofo francese Jacques Derrida, in un bellisiimo libro del 1991, intitolato Donare in tempo, ha scritto infatti che il dono è un'azione a una sola andata che non deve implicare necessariamente un ritorno, una reciprocità, uno scambio, una circolarità, altrimenti non sarebbe più un dono.
In questo senso il dono è un evento straordinario che eccede le nostre previsioni, i nostri calcoli, le nostre attese.
Se, per Derrida, quello dei calcoli e degli scambi è il linguaggio materialistico dell'economia, quello del dono è, invece, il linguaggio, sempre più raro ed eccezionale, dell'etica e della politica. Un linguaggio etico in quanto chiama in causa la nostra responsabilità morale nei confronti degli altri; politico in quanto chiama in causa le responsabilità istituzionali nei confronti delle classi e degli individui meno fortunati. Infatti, scrive Caillè, "la questione vera è quella di sapere a chi donare" perché il dono viene svuotato dei suoi contenuti morali e sociali quando ad esempi si preferisce una solidarietà corporativa (quella della famiglia, del proprio gruppo, del campanile, della razza) a una solidarietà più estesa e generale: quella nei confronti della comunità e dell'umanità. Anzi la forza della solidarietà si misura proprio a partire dalla capacità di destinare il dono agli estranei, ai lontani, ai diversi e persino a quelli che, secondo il senso comune, sarebbero nemici.
Non tutti, però, la pensano come Caillè, Godbout o Derrida. Molti pensatori, partendo da principi utilitaristici, hanno criticato l'ideologia dei maussiani, ritenendola ingenua, idealistica, utopica. Una serie di buoni propositi, nobili e condivisibili sul piano dei principi, ma difficili da tradursi nella realtà di un capitalismo talvolta selvaggio ed incontrollato, che parla non il linguaggio del dono, ma quello dell'individualismo.
Chiaramente i maussiani non sottovalutano il fatto che le tendenze culturali dominanti del nostro tempo subordinino la gratuità all'interesse, il dono allo scambio. Ma l'obiettivo della loro ricerca è, da un lato, quello di denunciare le ingiutizie del mercato, e, dall'altro, quello di sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto alla possibilità di un modello sociale ed economico differente.
Del resto, la conferma diretta della teoria antiutilitaristica è data dalla presenza profetica di tante persone e associazioni che donano (denaro, tempo, beni, impegno, conoscenza, amore, studio, energie). Una presenza che - per dirla con Barthes - è un segno per tutti noi.

 

 
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Laetitia Sadier - Find Me The Pulse Of The Universe

Post n°766 pubblicato il 29 Gennaio 2013 da BobSaintClair

M'interrogo spesso sulla strana abitudine di eleggere qualcuno a capo delle istituzioni per svolgere un lavoro il cui interesse sia esclusivamente comunitario e poi faccio il confronto con le associazioni gratuite di volontari o senza scopo di lucro che affrontano i medesimi interessi. E penso, penso, penso...


Voi ci pensate mai a quella strana abitudine di conferire poteri e privilegi a perfetti sconosciuti e al fatto che percepiscano alti cachet per il loro, spesso e volentieri, disastroso e corrotto operato ?*

Dipendenti da sostanze stupefacenti, dal tabacco, dall'alcol, dal cibo; dipendenze affettive, dipendenti pubblici, dipendenti e salariati... ok, si arriva a capire la condizione, ma dipendenti dai pollitici no. Non riesco davvero a farmi una ragione di chi è dipendente dai pollitici e dalla pollitica, la condizione di sudditanza mi fa orrore, peggio della schiavitù da tutte le cose elencate sopra.
Forse perché di tutte è la più dichiaratamente annichilente e subordinata, lacché alla luce del sole, quasi fosse un vanto. Sicuramente gli psicologi devono tener conto di questo nuovo male, un virus tremendo più dell'AIDS che imperversa nelle menti malate di cittadini masochisti che a quelle, per nulla edificanti dipendenze, si affidano, forti del fatto che ancora non siano state messe al bando dal codice penale, sanitario e sociale.
Ho paura di far infettare da simili pazzi i miei figli e nipoti.

*

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DEDICATO A QUELLI DEL PD...

Post n°780 pubblicato il 20 Aprile 2013 da BobSaintClair


DEDICATO A QUELLI DEL PD...




 c'è un limite a tutto, vi siete esautorati il cervello per favorire il vostro capo occulto, che pivelli! Qui non si tratta di nave e capitano, qui si tratta di malafede cieca.

 

 
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"Le cose elementari" di Ghiannis Ritsos

Post n°793 pubblicato il 24 Dicembre 2013 da BobSaintClair

Tanti Auguri di Buon Natale e Buone Feste a Tutti!

 

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Le cose elementari

 

In modo maldestro, con ago grosso, con
filo grosso,
si attacca i bottoni della giacca. Parla da
solo:

Hai mangiato il tuo pane? Hai dormito
tranquillo?
Hai potuto parlare? Tendere la mano?
Ti sei ricordato di guardare dalla finestra?
Hai sorriso al bussare della porta?

Se la morte c'è sempre, è la seconda.
La libertà sempre è la prima.

Ghiannis Ritsos

 

 
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10 anni

Post n°795 pubblicato il 12 Settembre 2017 da BobSaintClair

E' oggi il mio compleblog, 10 anni son trascorsi da quando mi misi on the board su questo mare magnum e stesso oggi ho sentito un impulso a ritornare sulle natie sponde.

Come festeggiare il dì di festa? Non ne ho alcuna idea.

 
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