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Affreschi Yin

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Una Sciagurata Alleanza

Post n°95 pubblicato il 18 Gennaio 2012 da pacatissima

 

Sono tornata e rientrata in malo modo. Andata via dopo essermi ammalata . Ho raggiunto Lisbona convalescente, impaurita, priva di energie. Lì ho iniziato a spogliarmi pian piano di tutte le responsabilità. Ma non avvertivo la spoliazione. Mi spostavo da una dimensione all’altra, bruscamente, anche se finalmente.  Quest’ultima non aveva agganci con la prima. Galleggiavo quindi in una condizione sospesa dentro la quale si muovevano figure, comparse. Sempre più rapita le ascoltavo parlare, ricordare cose del passato le cui tracce si confondevano  in me: nomi, persone, aneddoti, discorsi, momenti vissuti insieme. Nella loro mente ero rimasta ferma all’età di sedici/diciotto anni. Tutto ciò che è venuto dopo non lo conoscevano. Erano i depositari del prima.

 Sentivo di voler appartenere  a loro questa volta. Il dialetto  mi scioglieva la lingua e  addentrandomi nella gastronomia portoghese addentavo i suoi manicaretti.

Josè mi accompagnava in questo processo di riavvicinamento. Si usciva, passeggiava, parlava. In lontananza scoppiavano fuochi di artificio. Mi appoggiavo alla sua spalla, li guardavo. Vivevamo il presente scherzando e ridendo, entrambi attenti a salvaguardare la piacevolezza della situazione.

Di giorno il caldo marino, con la sua umidità, mi ottenebrava la mente appesantendomi i pensieri. Sentivo la necessità di convivere con un pensiero più rarefatto che imbrigliasse realtà più frizzanti. Allora partivo per la montagna dove l’aria più sottile mi consentiva di non perdere il filo con ciò che vivevo, donandomi l’energia per calarmi totalmente in ciò che incontravo. Restavo rapita, nelle mie passeggiate, dalla vista dell’erba che  ancora spuntava fra le zolle e questa visione, così coltivata in me, giorno dopo giorno, mi sembrava superasse l’intimità raggiunta con Josè.  Era bello poi tornare al mare, restandoci tutto il tempo che volevo, mangiare pesce in un ristorantino sulla spiaggia, cuocermi al sole, parlare del più e del meno con gente sconosciuta e non, scoprirmi non più misantropa.  A Lisbona la misantropia non aveva vita facile, tutti quelli che incontravo mi sorridevano, invitandomi a ricordare.


Chi non mi sorrideva, chi non mi invitava a ricordare, fu mio marito quando mi raggiunse. Non affiancandomi, non condividendo, mi richiamava ai doveri. Non ne volevo sapere mezza di ciò che usciva dalla sua bocca. “Prima di aprire la bocca, accertarsi che sia collegata al cervello” era scritto su un quadretto souvenir incrociato chissà dove. Avrei saputo a chi regalarlo. Era difficilissimo ammorbidire l’insoddisfazione e il nervosismo che mi generava il suo modo di vivere. Lo aggredivo,  intercettando visivamente scintille di disapprovazione e bagliori di rabbia uscire dalla mia testa. Non ricordo le parole dette, restavo più colpita dai lampi di questo fuoco che da quello che dicevo.

-          - Ti comporti come una quattordicenne.-

-         -  Faccio quello che voglio – tenevo a precisare.

Ciò che mi offendeva era la sua indifferenza nei confronti di tutto ciò che vivevo e avevo  vissuto all’infuori di lui.

- Ciò che sta accadendo è un equivoco -  lo informavo.

Ma non raccoglieva la mie frasi perché posseduto dai furori del possesso.

-         -  Ma geloso di che? Di chi?! –  chiedevo ripetutamente sottintendendo:  “Tu non mi possiedi  in alcun modo perché non mi sei accanto  e non condividi un tubo. Vuoi solo ch’io svolga le mansioni che rientrano nella tua sfera. Purtroppo è la sfera in cui agisco di più, ma il novantacinque per cento della mia mente è da un’altra parte. In una parte in cui tu non ci sei e non perché non ti abbia invitato. L’intensità del tuo possesso è ridicola se se pensi che ha ragione d’essere in virtù del restante cinque per cento.”

Per tutta la permanenza ho lasciato che l’equivoco parlasse dentro di lui, non ho voluto chiarirlo.

Ostinati come due tori abbiamo  proseguito nel nostro procedere ottuso.  Lui insistendo nell’accampare pretese su qualcosa che sentiva sfuggirgli di mano. Io proteggendomi.

Allora presi i suoi occhiali. Li  ruppi.  Afferrai il suo telefonino scaraventandolo dal finestrino della macchina.   Gli sganciai un pugno sul naso.  Non glielo ruppi.

 La mano si gonfiò.

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Commenti al Post:
altalenante61
altalenante61 il 19/01/12 alle 18:07 via WEB
...amo il fado, purtroppo non sono mai andato a Lisbona, ma la tua descrizione dell'atmosfera di questa città è come se la riconoscessi, che bello leggerti...e che peccato sposarsi ! saluti
 
 
pacatissima
pacatissima il 21/01/12 alle 14:30 via WEB
:))
 
altalenante61
altalenante61 il 22/01/12 alle 13:34 via WEB
Cosa vuol dire :)) ?
 
pacatissima
pacatissima il 24/01/12 alle 18:58 via WEB
vuol dire: un sorriso
 
altalenante61
altalenante61 il 25/01/12 alle 14:40 via WEB
Grazie, molto bello.
 
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Grazie, molto bello.
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vuol dire: un sorriso
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il 24/01/2012 alle 18:58
 
 

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