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LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Post n°35 pubblicato il 25 Febbraio 2009 da invisible_star
 
Foto di invisible_star

 

 

Nella vita c'è un mare infinito di sofferenza e

ciò ci rende atrocemente tristi.

La tristezza è reale.

La sofferenza è evidente.

Non siamo sempre felici.

Nella tregua dalla sofferenza possiamo trovare
la scintilla della trasformazione.
La fiamma della gioia illumina la sofferenza passata.

Ma quante volte in una giornata abbiamo avuto la
pazienza di ascoltarci e il coraggio di riconoscere le
nostre emozioni? 

Il pensiero filosofico leopardiano, radicalmente
intriso di passione e torturata interiorità, intravede un
bagliore di speranza nello scenario cangiante della natura.

Anche in questa poesia,  in ogni caso, il poeta  naufraga

e negli ultimi versi perde l'èlan vital

e si inabissa nell'angoscia e nella sofferenza.



LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA di Giacomo Leopardi

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.


Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

 
 
 
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