Seduto su un poggio, guardando sotto il cielo grigio le pianure rigonfie qua e là di lunghe colline sabbiose, vagava con il pensiero alle epoche trascorse in cui il Mare aveva occupato quei grandi spazi ove adesso cresceva il grano, e ritirandosi aveva lasciato l’impronta e come la firma delle onde. Giacché tutto cambia: la forma del mondo, le produzioni di questa natura che si muove e di cui ogni momento abbraccia secoli.
Vega e Deneb scintillavano tra le cime degli alberi; i tronchi ed i rami occultavano le stelle site più in basso nel cielo. Il giovane studioso pensò a Pitagora, a Nicolò Cusano, a un certo Copernico le cui teorie diffuse di recente erano accolte fervidamente o violentemente contraddette nella Scuola, e un moto d’orgoglio lo colse all’idea di appartenere a quell’industre ed inquieta razza di uomini che addomesticano il fuoco, trasformano la sostanza delle cose, e scrutano le vie degli astri.
… al mattino raschiando colla punta delle unghie il vetro della finestra bianco di gelo, vi iscrisse aiutandosi col brillante di un anello le proprie iniziali intrecciate a quelle dell’amante, incidendo così la sua felicità in quella sostanza sottile e trasparente, fragile, si, ma poco più della carne e del cuore.
tratto da L’opera al nero di Marguerite Yourcenar
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«non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto»
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