Il lupo stava sull’altura e fissava l’imponente cerchia muraria illuminata d’oro. Il suo respiro era regolare, i suoi fianchi possenti tremavano leggermente. Aveva corso per tutto il giorno attraverso le colline della regione, dai dintorni della roccaforte di Julich fin lì, dove la boscaglia terminava e lo sguardo poteva spaziare sulla città lontana, ma non era esausto né stanco. Mentre la palla infuocata del sole toccava l’orizzonte alle sue spalle, rovesciò la testa e si mise a fiutare l’aria alla scoperta dell’ambiente circostante.
Fu travolto da una marea di sensazioni. Percepì l’odore dell’acqua del fiume, del fango sulle rive, del legno marcio degli scafi. Inspirò i vari effluvi, un misto d’animale, umano e artificiale: vini profumati e feci, incenso, torba e carne, corpi sudati e costose pellicce, sangue, miele, erbe, frutta matura, lebbra e muffa. Fiutò amore e ansia, paura, debolezza, odio e potere. Ogni cosa la sotto parlava di se attraverso gli odori, gli raccontava della vita e della morte dietro quelle mura di pietra. Voltò la testa. Silenzio. Tutto intorno il mormorio dei boschi. Attese immobile finchè la luce dorata, abbandonate le mura, non continuò ad illuminare soltanto i merli delle torri. Un attimo ancora e si sarebbe spenta del tutto, consegnando il giorno all’oblio. Al calare della notte, la valle si sarebbe tinta di nuovi colori cupi, che alla fine avrebbero lasciato il posto alle ombre. Allora i suoi occhi ardenti sarebbero state le uniche luci.
Era vicino il tempo in cui i lupi sarebbero entrati nei sogni degli uomini. Il tempo del cambiamento e della caccia. Con movimenti agili, il lupo scese di corsa dall’altura e si tuffò nell’erba alta e secca. Poco dopo era già scomparso.