Creato da michele_81 il 20/02/2006

DIVERTIRSI SEMPRE...

Vivi come se dovessi morire domani.... e pensa come se non dovessi morire mai!

 

 

« la bellezza delle cose...Messaggio #5 »

STORIELLA...

Post n°4 pubblicato il 22 Febbraio 2006 da michele_81

IL TRENO DELLA VITA...

Ho trovato questa storiella e...

mi andava di condividerla con voi...!

quante volte la vita così...!

Mi avvicinai tremante al suo viso, in trepidante attesa che qualcosa accadesse. Non proprio qualsiasi cosa... L'emozione mi scuoteva l'animo fin dentro le vene, una strana e tiepida febbre mi inebriava la mente al pensiero di poter sentire il suo respiro così vicino al mio, tanto vicino, troppo vicino… da paralizzarmi le membra! Timido, lo sguardo m'avea chinato il capo. Mi feci coraggio, alzai gli occhi e trovai i suoi, intrisi nell'oro più nero: non li avevo mai visti in profondità. In quel momento mi parea di specchiarmi in un universo notturno, mentre stelle brillanti luccicavan come tante sorelle e danzavano assieme in quell'amorevole infinito. Sogni, nient'altro che sogni, seppur dolcissimi. Mi allontanai un istante da quella meravigliosa visione, e posai lo sguardo attorno. La fluente chioma nera, che le scendea dalle spalle quasi fino ai fianchi, la rendeva ancor più affascinante, semmai ne avesse avuto bisogno. Il vestito leggero, che le cingeva teneramente il corpo, tradiva i generosi doni della natura. Una gonna dal tessuto leggero le adornava il basso, lasciando intravedere le gambe affusolate e snelle. Con tutta la falsa indifferenza che un essere razionale può mostrare, la baciai lievemente sulla guancia rosea, il candido bacio di due amici. Mi odiai per quello. Quanto ho desiderato avvicinar le mie labbra alle sue fino ad unirle ardentemente, pur per un breve istante! Ma non lo feci. Eppure, mi bastò quel docile bacio perché un fuoco mi divampasse dall'interno. Ebbi quasi un sussulto nel contenere il calore della passione, e l'intelletto trovò a fatica l'acqua del quieto raziocinio. La paura di perderla nel silenzio dell'emozione mi scosse da quel torpore. Tuttora non ricordo cosa riuscii a balbettare, di certo non quello che avrei potuto dirle! Ma cosa avrei potuto? Se ne andava, così, tornava al luogo natio, al giusto mondo della sua fanciullezza, senza che io riuscissi a fermarla. Seppi finalmente parlare: «Silvia, io… mi dispiace che tu vada via…». Subito lei m'interruppe, quasi per togliermi miserevolmente dall'imbarazzo: «Anche a me, ma devo tornare… e tu lo sapevi!». E nel suo dire c'era un velo di soffusa tristezza, o almeno così il desiderio mi induceva a credere. M'immersi in quelle poche parole: già, lo sapevo… ma perché era così difficile accettarlo? Io conoscevo la risposta a questa domanda… ma lei? Allora pensai: "Perché non parla, perché non mi dice che… mi ama? Siamo stati insieme troppo poco tempo per poterlo dire, eppure, io sento di… amarla! Ah, come è cieca la sorte, quando la realtà ti richiama a sé, e sembra inevitabile rassegnarsi agli eventi infausti. Ma qualcosa dentro t'accende e ti brucia per non morire. Non posso, non posso non tentare! Devo almeno dirle che… la amo!". Ed invece nulla, continuavo stupidamente a tacere, con la vana speranza che lei si offrisse a me, come un girasole che volgesse lo stelo al suo sole. E proprio quel sole, ormai cremisi, pose fine a tutti i turbamenti. Mi chiese di accompagnarla alla stazione, e così feci, come un automa senza più dignità umana. Vidi i binari che l'avrebbero portata via, probabilmente per sempre, e fissai, rabbrividendo in cuor mio, il freddo e lucente metallo. Non parlammo, ognuno impegnato nelle proprie preoccupazioni, finché arrivò il treno. Avrei pagato tutto l'oro del mondo per conoscere quegli ultimi suoi pensieri, ma non c'era più tempo ormai. Era giunto il momento dell'addio. Salì sulla carrozza e la guardai dal finestrino agitare la mano per salutarmi. Soffiai poche parole al vento: «Silvia… io ti amo… ti amo!». Ma lei non c'era più, il treno aveva già iniziato la sua corsa. Mi restò la sua lunga ombra, finché il treno prese velocità e mi lasciò solo con la mia. Aspettai ancora per una mezz'ora intera, come intontito per l'accaduto, a contemplare biecamente i miei contorni oscuri fino a quando non scomparvero anch'essi e, nella semioscurità del tramonto, mi decisi a tornare a casa. Non la vidi mai più, né la cercai più… ma, a distanza di due anni, ancora oggi ripenso a quel giorno, con celata sofferenza e rinnovata illusione: "Un giorno prenderò quel treno… un giorno o l'altro…".

 
 
 
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