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Un blog creato da cupo69 il 13/05/2008

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Post n°20 pubblicato il 16 Settembre 2008 da cupo69
Foto di cupo69

Gli occhi di Laura.

E così sono passati trent’anni… trent’anni esatti da quel maggio 1978, quando chiusero il manicomio dove lavoravo come infermiere.

Mi proposero di continuare a lavorare con i matti e forse avrei anche potuto accettare, se non fosse stato per Laura: rifiutai e trovai lavoro nel reparto di chirurgia dell’ospedale della mia città: un reparto difficile, sicuramente, ma per me era una passeggiata, dopo dieci anni di manicomio.

Ricordo tutto come se fossero passati due giorni: la notte mi svegliavo, urlando, col sudore che mi appiccicava alla pelle pigiama e lenzuola, che mi schiacciava i capelli sulla testa: temevo che il cuore mi esplodesse.

Ancora oggi, chiudo gli occhi e  rivedo le sbarre alle finestre, come in un carcere, rivedo me stesso che infilo le camicie di forza ai malati, mi rivedo nell’atto di legarli al letto, mentre il dottore si prepara all’ennesimo elettroshock. E Laura, gli occhi di Laura.

Risento le urla, i pianti, le bestemmie e le preghiere, il rumore di vetri infranti, di testate contro il muro, le risate diaboliche.

Qualche volta mi sveglio ancora nel cuore della notte e rivedo davanti a me una figura in camicia da notte bianca, coi lunghi capelli neri strappati a ciocche, gli occhi sgranati, che mi chiede perché.

Laura.

La portarono in manicomio nell’estate del 1975, aveva quindici anni.

Era matta, dicevano.

Piangeva, non voleva staccarsi dalla mamma: in condizioni tranquille non le avrei detto nulla, avrei semplicemente aspettato, ma quella mattina ero nervoso, perché avevo fatto il turno di notte e non ero riuscito nemmeno a fermarmi cinque minuti per bere un bicchiere d’acqua.

Così chiamai il mio collega, nervoso quanto me, e la prendemmo senza troppa delicatezza, ignorando le sue lacrime: Laura iniziò a gridare, ad agitarsi.

Un terzo collega corse a prendere la camicia di forza, quindi gettammo Laura nella sua cella.

Non mi giudicate cattivo, si faceva così all’epoca.

Andai a casa e dimenticai l’accaduto.

La notte dopo ero nuovamente di turno.

Laura era chiusa a chiave nella stanza imbottita, per evitare che si facesse del male: era stata sedata ed era quasi tranquilla: mi avvicinai a lei per darle da bere: si alzò e mi si gettò addosso come una furia, urlando, scalciando, piangendo.

Chiamai aiuto, arrivò il medico e sentenziò:
Elettroshock.”

La facemmo sdraiare sul lettino, la legammo: e fu allora che lei mi guardò.

Aveva gli occhi azzurri, come il cielo della mia Sicilia in primavera, immensi, umidi di lacrime: c’era paura nel suo sguardo, pentimento, dolore… capiva, non era matta, non era ritardata come volevano farci credere.

“Perché?” riuscì appena a sussurrarmi.

Non feci in tempo a dirle nulla: arrivò la prima scossa.

Non ho mai dimenticato quegli occhi.

Laura fu trasferita dopo pochi giorni e non la vidi più.

Stamattina ero seduto sulla panchina del parco, a fissare i cigni del laghetto.

Mi è passata davanti una ragazza che spingeva una sedia a rotelle, sulla quale c’era una donna con la testa abbassata.

La ragazza la conosco: fa la volontaria in un centro qui vicino, che si occupa di malati psichici: non sa del mio passato.

“Buongiorno, signor Michele!”
”Ciao, Rosa. Hai una nuova amica, oggi?”
”Eh, sì, è appena arrivata da un’altra città. Laura, saluta il signore.”
La donna alza gli occhi…

Quegli occhi… lo sguardo è assente, perso.

Rosa mi dice che Laura è stata in manicomio e gli elettroshock l’hanno rovinata.

Non ci credo, non può essere.

Laura mi fissa un’ultima volta: nei suoi occhi color cielo di Sicilia credo di scorgere una note di rimprovero, ma forse è solo la mia immaginazione.

Mi sporgo verso di lei.

“Non c’è un perché. Si faceva così e basta. Scusami”

 Le sussurro all’orecchio, con le lacrime agli occhi, prima di allontanarmi.

Lei riabbassa la testa e Rosa mi guarda stupita.

Scusa.” Ripeto.

Ed è come se l’avessi chiesta a tutti quelli che ho picchiato, legato al letto, umiliato e deriso.

Basta, non ho più nulla da dire.

Sono in pace con me stesso: finalmente gli incubi cesseranno.

Tutto è pronto.

La finestra è aperta.

Non sentirò più dolore: ho pagato per tutti questi anni per il male che ho fatto.

Il dolore alla testa mi annebbia la mente, il cancro mi sta divorando.

Bastano pochi passi, un salto nel vuoto.

E tutto sarà finito.

 

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