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La Dea bendata
Post n°3 pubblicato il 21 Settembre 2009 da MYSoundofsilence
<< Ah Bruno la fortuna sarà cieca, ma la jella come ce vede bene ! >> Queste furono le prime parole che uscirono dalla bocca di Ginetto, quando mio padre incontrandolo per strada che camminava come uno appena operato di emorroidi e con un braccio ingessato gli chiese :<<Ah Ginè, ma che te successo ?>> Raccontata dal vivo da mio padre, Bruno, con quella sua calata romana, è una storia che ti fa sbellicare dalle risate. Comunque ora mio padre non c'è più per poterla raccontare, ma io cercherò di farvi rivivere la scena con questo post. Premesso che questa è una storia realmente accaduta ad un amico di mio padre, che di nome faceva Luigi, ma per gli amici era Ginetto, per via della statura. All'epoca del racconto era un vedovo pensionato, che per lasciare la sola casa che aveva al figlio, che con moglie e prole non riusciva a trovarne una, si era trasferito in una mono camera e servizi in affitto. Bruno – E daje racconta. Ginetto - La colpa è tutta de ste' cazzo de case che fanno adesso !! So talmente piccole che come te movi intruppi a quarcosa. Io mo cio er bagno che è lungo e stretto come un budello e siccome nun ciavevo più lo spazio dove mette le cose, avevo attaccato n' armadietto de legno con due sportelli proprio sopra alla tazza der cesso. Lunedì scorso alle sette de mattina, m'ero preso er solito caffè, pronto pe fumamme na bella sigaretta seduto sur trono. Entranno ar bagno nun me so accorto che uno dei due sportelli dell'armadietto era pe' metà aperto. M'ero appena messo a sedé sulla tazza, quando me so reso conto che nun avevo da accenne, allora ho dato occhiata in giro per cercà indo stava la scatola de prosperi da cucina, che lascio sempre ar bagno proprio all'occorrenza. La vedo, stava lì di fronte sulla lavatrice. Allora faccio pe arzamme a prennela e do na capocciata tremenda all'angolo dello sportello aperto. Guarda proprio qui, cinque punti !!
Nello stesso tempo aveva girato il capo, indicando a mio padre l'enorme chierica che gli avevano fatto all'ospedale con al centro un qualcosa che rassomigliava ad un copricapo arabo; invece non era altro che uno di quei grossi cerottoni che solo agli ospedali li trovi. Poi continuò così: Ginetto – Nun se sa er sangue che m'usciva, allora ho preso un batuffolo d'ovatta bello grosso l'ho imbevuto de spirito e me lo so' messo in testa. Ma nun c'era un niente da fa, er sangue me colava pe la mano. Allora me so messo paura e che ho fatto: prima ho buttato nella tazza quer pezzo d'ovatta ormai fracico de sangue misto a spirito; no preso nantro pezzo, ho imbevuto pure quello de spirito me lo so rimesso in testa e mentre con na mano me l' areggevo con l'altra ho chiamato er 118. Dopo na ventina de minuti circa ho sentito squillà er citofono, era l'autoambulanza. Hanno voluto sapè se occorreva la barella, jo risposto che nun c'era bisogno e così durante er tragitto da casa all'ospedale jo raccontato che m'era successo. Arrivato lì, manco n'ora dopo, già m'avevano messo sti cinque punti in testa; poi volevano che rimanessi lì, in osservazione. Ma io ho firmato, me so fatto chiamà un taxi e me ne so tornato a casa de corsa, anche perché ciavevo da fa de corsa quello che nun ero ancora riuscito a fa prima. Ah Brù, me la stavo a fa sotto! Ho fatto appena in tempo a entra' a casa , sbottonamme i pantaloni e sedemme sulla tazza, che se solo solo stava un metro più là me sarei cacato sotto. Me so liberato de quer malloppo, che me pesava più lui in pansa che na quintalata sulle spalle, e dopo avé tirato un bel sospiro de sollievo, incondizionatamente ho preso er pachetto de sigarette che avevo nel taschino della camicia, no tirata una fori e me la so messa in bocca. Ma pure sto giro nun ciavevo da accenne. Ho alzato la testa me so' guardato l'armadietto e jo ho detto: << sto' giro nun menculi !>>. E così, senza arzamme me so' allungato, ho preso la scatola de prosperi ne ho tirato fori uno, l'ho sfregato e ho acceso la sigaretta ; cor prospero ancora acceso i n mano, ho arzato na chiappa e come un deficente lo buttato nella tazza. Ah Brù ! Nun lavessi mai fatto, è stato un tuttuno a lascià cadé er fiammifero e a sentimme un tale bruciore al culo e alle palle, come se nella tazza ce fosse stato Satanasso in persona co un lanciafiamme in mano. Mio padre ascoltandolo, già gli veniva da ridere ma voleva contenersi. E' risaputo che ridere in faccia a qualcuno delle sue disgrazie non è poi tanto cortese. Così mio padre diede due colpetti di tosse per riprendersi e poi gli chiese: Bruno – daje racconta, che era successo? Ginetto – era successo che quel cazzo de batuffolo d'ovatta pieno de sangue e spirito che avevo buttato nella tazza, nun era andato a fonno nell'acqua ma era rimasto attaccato ar bordo anteriore del vater , proprio a cinque centimetri de distanza dalle palle e dar culo. Così quanno ho buttato er fiammifero acceso ha preso foco come na fiamma ossidrica.
A quel punto mi padre non ne poté più e scoppio a ridere e l'altro, per niente risentito, continuò così: Ginetto – che te ridi, aspetta mica è finita qui! Nun sapevo cosa fa; ho provato a riempì er bidé coll'acqua fredda ma era peggio de prima. Allora ho provato co un pezza bagnata e intinta all'ojo, ma che te lo dico a fa, er dolore aumentava. Me pareva come se ciavessi un ferro da stiro rovente attaccato alle chiappe. A un certo punto nun je la facevo più dal dolore, ho preso e ho richiamato er 118. Dopo na mezzora circa, ha squillato nantra vorta er citofono. Era sempre l'autoambulanza, pero sto giro nun je la facevo a scenne da solo, anche perché metteme le mutande e i pantaloni in quel momento sarebbe stata la fine per me. Così jo detto de sali co la barella. Nel frattempo col culo in fiamme e na asciugamano annodata in vita, ho messo in un borsone er pigiama, du mutande pulite, un pantalone, du paia de pedalini e un paro de scarpe. Stavo quasi a svenì dar dolore che ho sentito squillà er campanello de casa. Vado a fatica ad aprì e chi te rivedo ? I stessi portantini de prima. Appresso è entrato pure er dottore che dopo na rapida controllata ar mio dedietro, me dice che ciavevo ustioni de secondo grado e che abbisognavo de un ricovero urgente. Mentre chiedevo a uno dei due portantini de prenneme gentilmente er dentifricio e lo spazzolino dar bagno, me so buttato a pancia 'nsotto sulla barella, mezzo svenuto dar dolore. Mo, tu lo sai io abito ar quarto piano, a scenne le scale er portantino che stava davanti, me chiese che m'era successo sto' giro. Appena ho finito de raccontaje er fattaccio, eravamo ancora tra er piano terra e il primo piano, quando quello stronzo che m'aveva fatto la domanda, comincio ha contorcese dalle risate, tanto che je sfuggi la barella de mano e io so cascato come na pera cotta. E' stata tale la botta che me se fratturato pure un braccio. Mio padre era già piegato in due per le risate, che quasi gli mancava il fiato per respirare. A quel punto il racconto finì con la seguente frase: Ginetto – Ridi, ridi ! Ciaveva ragione mi nonno quanno diceva che le disgrazie nun arrivano mai da sole, ma io sto giro ho voluto strafà , ho fatto un terno. |


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