Il dolore che provo è come un leone nervoso in gabbia, non riesco a farlo uscire. Forse perché significherebbe arrendersi ad un’evidenza che non riesco ancora ad accettare. Eppure ero sicura, così maledettamente sicura che tu ce l’avresti fatta. E invece no. E mi ritrovo solo a pensare a quante cose volevo ancora raccontarti, a quando ti avrei rivisto. E tu mi avresti parlato di tuo figlio e di quell’infermiere che mi piaceva tanto, delle cose che ti diceva proprio quando io non c’ero. E con quella faccia furbetta mi avresti fatto ingelosire. Ed io, come sempre, sarei stata al gioco. Mi avresti chiesto una sigaretta ‘l’ultima, te lo prometto’ e ce la saremmo fumata di nascosto, un tiro solo, in due, come facevamo sempre, ogni volta doveva essere l’ultima, ma non lo era mai. E mi torna in mente il tuo sorriso al nostro primo incontro, in ospedale, tu così bella, così giovane, nonostante un figlio della mia età, e le nostre lunghe chiacchierate a bassa voce, con te che me le ripetevi all’infinito perché non ti capivo mai, e le risate che ci facevamo, in quelle notti buie e silenziose nel reparto, noi due sole a farci compagnia, mentre mamma dormiva ed io e te non riuscivamo a prendere sonno. E tu, con un male più forte di quello di mia madre, che incoraggiavi me, entrambe con un bicchiere di carta colmo di latte al cioccolato, l’unica bevanda bevibile di quella macchinetta che non aveva mai caffè. Ti penso e ti rivedo, così bella anche senza capelli, così solare anche nel dolore. E vorrei tanto che oggi fosse ancora ieri. Perché ancora non saprei. Perché ancora penserei che posso ancora portarti fuori di nascosto con me, a fumare ‘l’ultima sigaretta’. Per vederti sorridere. Ancora. Ciao, Maria.
Ciao, Maria
Il dolore che provo è come un leone nervoso in gabbia, non riesco a farlo uscire. Forse perché significherebbe arrendersi ad un’evidenza che non riesco ancora ad accettare. Eppure ero sicura, così maledettamente sicura che tu ce l’avresti fatta. E invece no. E mi ritrovo solo a pensare a quante cose volevo ancora raccontarti, a quando ti avrei rivisto. E tu mi avresti parlato di tuo figlio e di quell’infermiere che mi piaceva tanto, delle cose che ti diceva proprio quando io non c’ero. E con quella faccia furbetta mi avresti fatto ingelosire. Ed io, come sempre, sarei stata al gioco. Mi avresti chiesto una sigaretta ‘l’ultima, te lo prometto’ e ce la saremmo fumata di nascosto, un tiro solo, in due, come facevamo sempre, ogni volta doveva essere l’ultima, ma non lo era mai. E mi torna in mente il tuo sorriso al nostro primo incontro, in ospedale, tu così bella, così giovane, nonostante un figlio della mia età, e le nostre lunghe chiacchierate a bassa voce, con te che me le ripetevi all’infinito perché non ti capivo mai, e le risate che ci facevamo, in quelle notti buie e silenziose nel reparto, noi due sole a farci compagnia, mentre mamma dormiva ed io e te non riuscivamo a prendere sonno. E tu, con un male più forte di quello di mia madre, che incoraggiavi me, entrambe con un bicchiere di carta colmo di latte al cioccolato, l’unica bevanda bevibile di quella macchinetta che non aveva mai caffè. Ti penso e ti rivedo, così bella anche senza capelli, così solare anche nel dolore. E vorrei tanto che oggi fosse ancora ieri. Perché ancora non saprei. Perché ancora penserei che posso ancora portarti fuori di nascosto con me, a fumare ‘l’ultima sigaretta’. Per vederti sorridere. Ancora. Ciao, Maria.