“Bardascia.” Alle mie orecchie infreddolite, quel suono arrivò come una parolaccia. Mi sono mossa, perplessa, a guardare chi avesse parlato. Non vedevo nessuno. Mah. Decisa a fregarmene, mi sono girata ad aspettare che il semaforo diventasse verde. Poi, di nuovo quella voce, chiaramente femminile questa volta, alle mie spalle. “Ehi. Bardascia!” Ancora? Stavo per incazzarmi. Baldracca a me? Vabbè che è tardi. Vabbè che in città di sera se ne vedono di tutti i colori. Ma non mi sembra di avere l’aria di una di quelle. Proprio no. Mi sono voltata con cautela. Un donnone enorme, appoggiato al muro del palazzo delle Poste, dietro di me, mi guardava. Piuttosto malmessa, il viso arrossato dall’aria umida di quella sera di metà febbraio, sembrava una di quelle barbone fuori di testa che spesso mi capita di incrociare agli angoli delle strade. “Chi ora, so’?” Oh mio Dio. Una matta con problemi esistenziali. E non passa un cane, accidenti. Ho alzato gli occhi al cielo, esasperata e anche un po’ spaventata. E quando li ho riabbassati, la donna era lì, a due passi da me. Sorrideva con un largo buco sdentato. A quel punto ero spaventata sul serio. ‘Mondo obbrobrioso, proprio a me, mondo…’ “EEhi, bardascia, che stì fa?” Il donnone ora rideva, sventolando davanti al mio naso, avanti e indietro, una mano con le punte a mazzetto rivolte verso l’alto. Poi, con la stessa mano a mazzetto che io seguivo come ipnotizzata, si picchiettò il polso. “Chi ora so’, e che diavolo, eh!” Vent’anni. Miseria, sono vent’anni che vivo qui e ancora non ho imparato a decifrare il dialetto locale. Vent’anni e mi sento ancora una straniera in questa che ora è casa mia. “Mi spiace, ero soprappensiero. Sono le 20.35.” Sorridevo, in qualche modo sollevata. “E, comunque, non sono più una ragazza, sa. Sono una signora.” Per quello che gliene poteva fregare a lei. Ma lo choc era stato tremendo. Poi la salutai con il migliore dei miei sorrisi e, appena il semaforo diede il verde, mi affrettai ad attraversare.
Bardascia
“Bardascia.” Alle mie orecchie infreddolite, quel suono arrivò come una parolaccia. Mi sono mossa, perplessa, a guardare chi avesse parlato. Non vedevo nessuno. Mah. Decisa a fregarmene, mi sono girata ad aspettare che il semaforo diventasse verde. Poi, di nuovo quella voce, chiaramente femminile questa volta, alle mie spalle. “Ehi. Bardascia!” Ancora? Stavo per incazzarmi. Baldracca a me? Vabbè che è tardi. Vabbè che in città di sera se ne vedono di tutti i colori. Ma non mi sembra di avere l’aria di una di quelle. Proprio no. Mi sono voltata con cautela. Un donnone enorme, appoggiato al muro del palazzo delle Poste, dietro di me, mi guardava. Piuttosto malmessa, il viso arrossato dall’aria umida di quella sera di metà febbraio, sembrava una di quelle barbone fuori di testa che spesso mi capita di incrociare agli angoli delle strade. “Chi ora, so’?” Oh mio Dio. Una matta con problemi esistenziali. E non passa un cane, accidenti. Ho alzato gli occhi al cielo, esasperata e anche un po’ spaventata. E quando li ho riabbassati, la donna era lì, a due passi da me. Sorrideva con un largo buco sdentato. A quel punto ero spaventata sul serio. ‘Mondo obbrobrioso, proprio a me, mondo…’ “EEhi, bardascia, che stì fa?” Il donnone ora rideva, sventolando davanti al mio naso, avanti e indietro, una mano con le punte a mazzetto rivolte verso l’alto. Poi, con la stessa mano a mazzetto che io seguivo come ipnotizzata, si picchiettò il polso. “Chi ora so’, e che diavolo, eh!” Vent’anni. Miseria, sono vent’anni che vivo qui e ancora non ho imparato a decifrare il dialetto locale. Vent’anni e mi sento ancora una straniera in questa che ora è casa mia. “Mi spiace, ero soprappensiero. Sono le 20.35.” Sorridevo, in qualche modo sollevata. “E, comunque, non sono più una ragazza, sa. Sono una signora.” Per quello che gliene poteva fregare a lei. Ma lo choc era stato tremendo. Poi la salutai con il migliore dei miei sorrisi e, appena il semaforo diede il verde, mi affrettai ad attraversare.